"
"Se la pace fosse un valore in sé, allora chi resistesse all'aggressore, anche opponendosi in modo non violento, sarebbe colpevole di lesa pace quanto l'aggressore stesso. Perciò il pacifismo è impotente contro la prepotenza colonialistica che consiste nel fomentare conflitti locali, per poi presentarsi come pacificatrice."

Comidad
"
 
\\ Home Page : Archivio (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 22/08/2019 @ 00:15:36, in Commentario 2019, linkato 273 volte)
La minoranza antieuropeista della Lega ha cercato di presentare come principale causa della caduta del governo Conte il dissidio che sarebbe sorto tra i partner di governo durante le trattative per la costituzione di un Fondo Monetario Europeo. La posizione dei 5 Stelle si sarebbe troppo appiattita sull’atteggiamento remissivo del ministro dell’Economia Tria.
Si tratterebbe allora di capire perché mai Salvini non lo abbia detto immediatamente e chiaramente, dato che la prospettiva di un Fondo Monetario Europeo, una volta spiegato cosa sia, spaventerebbe a morte la maggioranza degli Italiani e quindi avrebbe garantito a Salvini quella popolarità che invece sta perdendo. Al contrario, Salvini ha condotto la crisi di governo dimostrando ad ogni passo il massimo di confusione mentale, scegliendo la tattica dell’attacco personale al Presidente del Consiglio ed esponendosi troppo scoperto ai suoi contrattacchi.
È comprensibile poi che Conte sia particolarmente invelenito, visto che aveva ceduto alle pressioni della banda del buco in Val di Susa nella speranza che ciò potesse far sopravvivere il suo governo. La scelta di Salvini dello scontro personale con Conte ha avuto anche altri effetti poco favorevoli alla Lega: attenuare i contrasti che c’erano stati tra il Presidente del Consiglio ed i 5 Stelle, e predisporre la base degli stessi 5 Stelle ad accettare un accordo col PD.
È chiaro perciò che la versione messa in giro dalla sparuta, per quanto visibilissima, pattuglia antieuropeista della Lega, è solo una balla. Il presidente del Consiglio Conte nel giugno scorso aveva espresso il proprio dissenso contro il Fondo Monetario Europeo, denunciandone il carattere di comitato di controllo da parte di Germania e Francia sulle economie di tutta l’area UE. Se la priorità della Lega fosse stata davvero di bloccare il Fondo Monetario Europeo, quella esternazione di Conte sarebbe stata l’occasione per metterlo di fronte alle sue responsabilità e indurlo a liberarsi di Tria.
Il vero terreno su cui si è consumata la rottura, è stato invece l’autonomia differenziata, cioè l’aspirazione del gruppo dirigente leghista ad integrare la sedicente “Padania” in quella sorta di svizzerona per riccastri che è la Macroregione Alpina, a trazione bavarese e sotto la tutela della UE. Per l’obbiettivo dell’autonomia differenziata il gruppo dirigente leghista ha sacrificato non solo il governo ma anche lo stesso Salvini; e si è trattato per di più di un sacrificio alla cieca, operato su ordine dei propri referenti esteri, senza neppure avere ben chiare le prospettive. Ammesso che per la Lega il percorso della crisi vada tutto liscio, con una vittoria alle elezioni anticipate, potrebbero sorgere problemi persino con i nuovi partner di Fratelli d’Italia. Per quanto sia furbacchiona e opportunista la Meloni, sarebbe molto difficile per lei far digerire l’autonomia differenziata al proprio elettorato. Per capire come Salvini abbia potuto cacciarsi in questo ginepraio, occorre considerare che attualmente la presidenza di turno della Macroregione è della Lombardia e quindi si può immaginare che grado di euforia (e di conseguente perdita di lucidità), stia vivendo il vertice leghista.

È altrettanto chiaro che gli antieuropeisti della Lega non percepiscano la loro narrazione sulla crisi di governo come una menzogna, bensì la considerino, pirandellianamente, come un “aiutino alla verità”. Il Fondo Monetario Europeo rappresenta davvero la maggiore minaccia che oggi pesa sul destino dell’Italia. Mentre la Macroregione Alpina, per quanto destabilizzante nel suo percorso, rientra ancora nell’ambito dei “day dream”, il Fondo Monetario Europeo rappresenta invece uno di quegli incubi da cui si rischia di non svegliarsi più.
Il Fondo Monetario Europeo dovrebbe sostituire l’attuale Meccanismo Europeo di Stabilità e, nelle intenzioni della Germania, dovrebbe spazzare via quegli “azzardi morali” causati dal “quantitative easing” della BCE. Con l’istituzione del Fondo, ogni aiuto agli Stati dovrebbe essere condizionato al controllo dei conti e soprattutto al varo di “riforme strutturali”. Gli “azzardi morali” sarebbero riservati alla sola Germania che, con i soldi del Fondo, potrà salvarsi Deutsche Bank, scaricandone in gran parte l’onere sugli altri Stati europei.
Se per l’Italia l’istituzione del Fondo Monetario Europeo rappresenta una prospettiva così tragica, perché allora non si è cercato di fermare Tria, visto che Conte e i 5 Stelle non erano d’accordo con la sua sudditanza al progetto?

Questa è la classica “bella domanda” che ci rimanda alla condizione coloniale dell’Italia. Si tratta di decisioni già prese altrove, che non riguardano né il governo, né il parlamento. Magari i rapporti di forza, nella loro accezione più materiale, non sono neppure così stringenti, forse ci sarebbero i margini di un’opposizione. Purtroppo anche la potenza ideologica rientra nel rapporto di forza.
Si potrebbe persino accreditare Giovanni Tria della buona intenzione di non tradire il proprio Paese, ma Tria, come tutti gli uomini pubblici, è un “dossierato”, un ricattabile. I rapporti ambigui e gli scambi di favori di Tria con una sua consulente, sono già di dominio pubblico e gli stessi 5 Stelle hanno espresso a riguardo le loro preoccupazioni. Quegli scambi di favori di Tria potrebbero essere la punta di un iceberg da cui rischia di sortire un domani un’inchiesta giudiziaria da parte di una magistratura opportunamente imbeccata. Un’eventualità certa nel caso che il comportamento del ministro dell’Economia non fosse consono alle aspettative franco-tedesche.
Se la selezione del personale politico avviene in base al grado di ricattabilità, una politica anticoloniale non può permettersi di attendere i tempi lunghi e gli esiti incerti di un ricambio. Cacciare via Tria non ti garantirebbe che il sostituto sarebbe meno ricattabile. Si tratta invece di stabilire delle priorità. Una politica anticoloniale dovrebbe essere in grado di uscire dalla gabbia ideologica del moralismo e di garantire al Tria di turno la necessaria protezione nel caso fosse disposto a non svendere il proprio Paese. Il cerchio della ricattabilità non è un dato strettamente materiale, bensì si sostiene in base al vincolo ideologico della questione morale. Nulla di strano quindi che a condurre la campagna allarmistica sull’emergenza-corruzione sia un organo coloniale come la Banca Mondiale, che è diventata anche il referente ideologico della nostra magistratura.
La Lega non può diventare una forza anticoloniale a causa del separatismo strisciante del suo nocciolo duro, un separatismo troppo desideroso di protezioni e relazioni estere. Neanche i 5 Stelle però possono diventare una forza anticoloniale, a causa del loro moralismo e del loro feticismo giudiziario. In Italia l’anticolonialismo è ancora all’anno zero.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di comidad (del 15/08/2019 @ 00:11:04, in Commentario 2019, linkato 6148 volte)
Matteo Salvini come politico ha manifestato un profilo da elettoralista puro, di inseguitore degli umori dell’opinione pubblica. In questo senso la sua scelta di affossare adesso il governo Conte, contraddirebbe tale profilo. Anzitutto Salvini non può essere certo che la crisi di governo sbocchi in elezioni anticipate, poiché i 5 Stelle potrebbero avvitarsi nell’istinto di sopravvivenza, così da arrivare ad allearsi anche con il diavolo Renzi.
Anche se Salvini ottenesse le elezioni anticipate, rischierebbe di arrivarci troppo spostato al centro. Attualmente i sondaggi gli attribuirebbero circa un 40%. Sinora Salvini ha occupato il centro della scena mediatica, avendo però tutti i media contro, intenti a farlo passare per fascista e dittatore in pectore. Salvini ha potuto così costruirsi un alone anti-establishment, che è quello che gli ha consentito di sfondare elettoralmente. La rottura con i 5 Stelle gli sta ora procurando qualche simpatia e consenso nella stampa mainstream ed ogni leccata dei giornalisti potrebbe erodere il suo carisma di presunto avversario del sistema. Persino il casus belli scelto da Salvini per far cadere il governo, cioè l’appoggio alla banda del buco in Val di Susa, fa troppo Forza Italia, quindi non è uno dei pretesti più adatti a fargli mantenere l’immagine di nemico dell’establishment. È vero che nella banda del buco è coinvolta gran parte dell’imprenditoria lombarda che fa riferimento alla Lega, ma si sarebbe potuto comunque puntare su tattiche dilatorie. Del resto la questione del buco in Val di Susa va avanti da quasi trenta anni. Nel 2013 il ministro dello Sviluppo Economico dell’epoca, Corrado Passera, pronunciò il fatidico “ormai è fatta”; invece si è andati avanti ancora per altri sei anni a forellini di assaggio.
C’è anche l’incognita Mattarella da considerare, con l’allarmismo sulla necessità di “disinnescare l’aumento dell’IVA”, perciò potrebbe arrivare un governo tecnico ad imporre i soliti tagli (ma non i soldi per la banda del buco, quelli non si possono tagliare). A Salvini in passato non si è mai potuto negare un discreto talento di animatore: magari aveva tutti contro, ma tutti esattamente a fare il suo gioco. Stavolta invece Salvini appare spiazzato, smarrendo anche la sua tattica consueta, cioè atteggiarsi a vittima dei “tipi furbi ed arroganti” di turno, come la Carola Rackete, Richard Gere e i magistrati. Stavolta invece il ruolo della vittima lo lascia lucrare a Di Maio, che può permettersi di dargli del traditore e persino di costringerlo ad inseguirlo sull’irrilevante proposta della riduzione del numero dei parlamentari.
È evidente perciò che Salvini è stato spinto e, in un certo senso, sacrificato, dalla cupola della Lega: i Maroni, gli Zaia e i Giorgetti, dato che ci sono altre priorità, tali da prevalere anche sulle prospettive elettorali. Nel 2016 il parlamento europeo infatti ha dato il via definitivo alla costituzione della Macroregione Alpina, che riguarda la cosiddetta “Padania”, parte della Francia e dell’Austria e, soprattutto, la Regione più ricca d’Europa, la Baviera.
Chi pensa che l’Italia sia un Paese allo sbando, aspetti di saperne di più sulla Germania. Nel maggio del 2018 il parlamento bavarese ha approvato una legge regionale che conferisce non solo poteri straordinari alla polizia, ma anche la possibilità di dotarsi di armamenti sofisticati. Se si considera che l’esercito nazionale tedesco è piuttosto inconsistente, ciò crea il paradosso di una polizia locale che compete in armamento con le forze armate ufficiali. Il fatto ha suscitato l’ironica curiosità di un organo d’informazione online delle forze di occupazione americane in Germania.

Invece di ridimensionare le destabilizzanti velleità bavaresi, il governo di Berlino non solo ha tollerato il separatismo strisciante della Baviera, ma le ha anche consentito di crearsi un piccolo impero coloniale con la Macroregione Alpina. Il Nord Italia aspira ad integrarsi finalmente in quel paradiso dei ricchi o, almeno, questa è l’illusione. Sulle pagine del giornale della Lega nel 2016 c’era la foto di un Salvini giulivo che festeggiava l’evento dell’ufficializzazione della Macroregione. Di conseguenza l’anno dopo sono stati indetti in Lombardia e Veneto i referendum per l’autonomia differenziata, cioè proprio quella mina vagante che avrebbe poi affondato il governo Conte, che allora non era neppure ancora nato.
Salvini perciò, nello stesso momento in cui recitava la parte del sovranista nemico dell’euro, arraffandosi i voti dei tanti italiani no-euro, faceva anche il separatista strisciante, cioè coltivava i suoi deliri filo-bavaresi attraverso il macroregionalismo a tutela UE. Del resto tutto il leghismo non è altro che un clone sfacciato dell’autonomismo bavarese, un plagio persino nei dettagli più meschini e grotteschi come le “ronde”. A dimostrazione che i magistrati non fanno indagini ma campano di “imbeccate”, c’è l’assurda inchiesta sui fondi russi a Salvini, mentre non si è mai detto nulla sui più che probabili finanziamenti bavaresi alla Lega. Altrimenti come farebbe la Lega a sopravvivere, visto che deve anche quarantanove milioni allo Stato?
Salvini ha retto il doppio gioco per anni grazie alle omissioni ed alle mistificazioni dei media. Ma oggi la Macroregione sembrerebbe diventata realtà e la simulazione dello scontro frontale con l’UE non può andare avanti, poiché è appunto la UE a garantire tutta l’iniziativa autonomista della Baviera e dei suoi satelliti. Tra l’altro in questo periodo la Lombardia ha la presidenza di turno della Macroregione, un motivo in più per evitare imbarazzi.
Certo, Salvini avrebbe potuto essere più fortunato. Nel 2016 dalla stessa Germania provenivano larvati annunci di una prossima fine della moneta unica. A lanciarli era addirittura l’ex capo economista della BCE, il tedesco Otmar Issing.
Se l’euro non fosse sopravvissuto sino al 2019, Salvini avrebbe potuto salvare capra e cavoli, conciliare Borghi e Giorgetti, incassare il risultato di aver previsto la fine dell’euro e, al tempo stesso, continuare a trattare con l’UE per la Macroregione tanto cara ai separatisti striscianti della vecchia (e vera) Lega, che non ha più il Nord nel Logo, ma c’è l’ha tatuato sul cuore.

Salvini ha di che recriminare sull’insipienza tedesca che rischia di far scoprire il suo doppio gioco. Ormai l’euro sta mettendo nei guai la stessa Germania, che si tiene una leader bollita come la Merkel e non riesce a prendere serie iniziative, attardandosi in buffonate pure e semplici come la Framania e in buffonate destabilizzanti come la Macroregione Alpina. La Germania continua ad incassare dispetti dagli USA (la multa a Deutsche Bank, lo scandalo Volkswagen, i dazi) e aspetta dal padrone americano istruzioni che non arrivano, perché neppure gli USA hanno un’idea precisa, se non quella di spremere il limone tedesco.
L’acquisto della multinazionale americana Monsanto da parte della tedesca Bayer era stato presentato da alcuni commentatori come un cartello satanico, ma anche i satanassi finiscono sulla graticola. La Bayer ha appena dovuto subire la terza sentenza di condanna, con relativi risarcimenti, per gli inquinamenti provocati dalla Monsanto. Gli stessi inquinamenti che per decenni i giudici americani avevano fatto finta di non vedere, mentre ora vedono, dato che è arrivato il pollo forestiero da spennare. Non che le disgrazie della Bayer ci commuovano più di tanto, ma è incredibile che il governo tedesco e la UE abbiano avallato l’acquisizione della Monsanto senza farsi venire qualche sospetto o prendere prima informazioni. Se ad una multinazionale italiana fosse capitato un bidone del genere, i media italiani avrebbero crocifisso a testa in giù il governo in carica.
Il quotidiano “Il Foglio” fornisce un resoconto patetico della vicenda Bayer-Monsanto, come se il problema fosse quello dei malvagi ambientalisti che non sanno riconoscere le virtù salvifiche dei pesticidi. È il solito quadretto secondo cui il conflitto sarebbe solo tra le multinazionali da una parte ed i comunisti e ambientalisti dall’altra parte. In realtà oggi la guerra si combatte anche ai vertici.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (2)
Bollettino (7)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (52)
Commentario 2017 (52)
Commentario 2018 (52)
Commentario 2019 (34)
Commenti Flash (61)
Documenti (44)
Falso Movimento (3)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (8)
Links (1)
Storia (7)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


22/08/2019 @ 10:15:22
script eseguito in 102 ms