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"La malevolenza costituisce pur sempre l'unica attenzione che la maggior parte degli esseri umani potrà mai ricevere da altri esseri umani."

Comidad
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 15/05/2008 @ 10:32:41, in Commenti Flash, linkato 1717 volte)
Lo scrittore turco Oran Pamuk, nel bel libro dedicato alla sua città "Istanbul", inserisce un capitolo sulla classe agiata del suo paese dagli anni '50 in poi: "I ricchi". In quelle pagine Pamuk ci offre qualche squarcio illuminante sui rapporti tra ricchezza e criminalità:

"Un altro motivo per cui i ricchi di Istanbul della mia infanzia nascondevano il loro patrimonio fra le pareti e dietro le porte, e non avevano né collezioni né musei, era la paura giustificata, che i loro beni venissero considerati "contaminati". Poiché lo stato e la burocrazia si intrufolano avidamente ovunque si produca ricchezza ed è impossibile diventare agiati senza l'aiuto dei politici, tutti possono immaginare che anche nel passato del ricco più "onesto" ci siano macchie e punti oscuri." E ancora sull'origine di queste ricchezze:

"I ricchi di Istanbul della mia infanzia e giovinezza, più che essere persone solide che avevano guadagnato o continuavano a guadagnare grazie alla loro creatività o alle trovate commerciali, erano individui arricchitisi all'improvviso, che avevano colto la grande occasione anche per la corruzione che c'era tra lo stato e la burocrazia, e passavano il resto della loro vita a tentare di nascondere ( dopo gli anni Novanta questa paura è notevolmente calata), proteggere e, alla fine, giustificare la loro ricchezza. Non essendovi alcuna attività intellettuale dietro le loro fortune, queste persone non avevano una grande predisposizione per i libri o la lettura, né per altre occupazioni, come ad esempio gli scacchi."
 
Ma Pamuk accenna anche agli effetti "provincializzanti" e gerarchizzanti del colonialismo culturale ed economico dell'Occidente:

"L'unica impresa che questi nuovi ricchi di Istanbul, pavidi e senza idee, giustamente impauriti dallo stato e spesso incapaci di trasmettere i loro guadagni alle generazioni successive, riuscivano a realizzare, per dare legittimità al loro patrimonio e sentirsi meglio, era farsi vedere più europei di quello che realmente erano. Usavano a questo scopo i vestiti, gli oggetti che compravano in Europa e le ultime scoperte della tecnologia occidentale ( dagli spremiagrumi ai rasoi elettrici): se li mostravano e tornavano a casa felici."
 
In realtà lo stesso Pamuk finisce per essere vittima dell'abbaglio occidentalista, facendo credere che da qualche parte esista un capitalismo originato da creatività e capacità intellettuali, indipendente da complicità politiche e criminali. E infatti, a proposito degli armatori di Istanbul, afferma:

"[...] a loro non piaceva la scoperta occidentale della libera concorrenza, ma preferivano intimidire gli avversari con le loro bande, e quando si stancavano, ogni tanto, di uccidere, vivevano brevi periodi di pace dandosi in sposa le figlie, a vicenda, proprio come i principi medievali[...]"

Per Pamuk il fatto che la concorrenza non esista in Turchia diventa, illogicamente, la prova che allora la concorrenza debba per forza esistere da qualche altra parte. Pamuk cade cioè in un atteggiamento simile aquello di tanti intellettuali italiani, che sono capaci di vedere la realtà solo quando parlano del proprio Paese, ma poi prendono per buoni tutti i miti propagandistici imposti dalle potenze colonialistiche. Il "vero" capitalismo non è mai direttamente visibile ai nostri poveri occhi mortali, perché si trova sempre "altrove".
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Di comidad (del 08/05/2008 @ 11:09:57, in Commentario 2008, linkato 903 volte)
L'ideologia elettoralistica possiede un tale potenziale mistificatorio che finisce per coinvolgere anche parte di coloro che, pur sinceramente, si ritengono degli astensionisti. A distanza di settimane dall'ultima scadenza elettorale, continua infatti a mietere vittime la cortina fumogena sparsa dai media con il doppio scopo, da un lato, di dissimulare la rigida prevedibilità del meccanismo elettorale, e, dall'altro lato, di far credere che le elezioni costituiscano un indicatore attendibile circa i mutamenti sociali ed epocali in corso.

Negli ultimi trenta anni i media ci hanno proposto innumerevoli, e presunte, "svolte epocali": il Riflusso, il post-industriale, la scomparsa della classe operaia, la società complessa, la fine del comunismo, il tramonto delle ideologie, la fine della lotta di classe, la fine della Storia, il risveglio etnico, la globalizzazione, ecc.; persino l'11 settembre 2001 ci è stato imposto come una data epocale, del tipo 476, l'inizio del medioevo, o 1492, l'inizio dell'era moderna.

Ora ci si vuole convincere che anche il crollo della sinistra "radicale" nelle ultime elezioni debba esser fatto rientrare nel consueto schema mediatico del "dacci oggi la nostra svolta epocale quotidiana".

In realtà, se si sta semplicemente alle percentuali elettorali, si può subito notare che non c'è stato nessun esodo biblico di voti da uno schieramento all'altro. I voti operai passati alla Lega esistono solo nelle ipotesi giornalistiche. Del resto una quota consistente di voto operaio di centro-destra è sempre esistita, specialmente nelle aree in cui prevalgono le piccole imprese che, spesso, controllano anche il voto dei loro dipendenti. Purtroppo sono sempre esistiti anche casi in cui padronato, amministratori locali e sindacati hanno gestito in collaborazione aree di voto operaio.

Persino dei voti dell'elettorato della sinistra "radicale" che, secondo le voci giornalistiche, a Roma sarebbero andati al candidato di destra Alemanno, non c'è alcuna traccia precisa nei numeri del risultato elettorale, perciò a pesare sul dibattito politico attuale è un evento del tutto dovuto all'immaginario mediatico e, perciò, tanto più "epocale".

Compito dei soliti psicobrogli elettorali è proprio convincerci che i giudizi espressi dal voto costituiscano un segnale di movimenti profondi della società, ma, se si guarda oggettivamente il risultato, c'è semmai da stupirsi che Bertinotti sia riuscito a rimediare quasi il quattro per cento. La vera sorpresa delle elezioni è infatti scoprire ogni volta quanto siano rigidi i comportamenti elettorali.

Nonostante la vacuità del messaggio di Bertinotti e lo sfarzo esibizionistico delle sue lussuose giacche di tweed, l'elettorato di appartenenza in gran parte non lo ha tradito. Le vere domande semmai sono altre: quanti elettori sapevano dello sbarramento al quattro per cento? Perché l'informazione ufficiale non si è preoccupata di ricordare questa norma? Perché neppure Bertinotti ha avvertito del pericolo i suoi potenziali elettori, che sono poi trasmigrati in parte verso la Sinistra Critica e verso il PCLI?

Il fatto è che Bertinotti è andato al massacro ben consapevole di andarci e senza far nulla per evitarlo. Ha anche accettato senza reagire che il voto organizzato dalla CGIL e dalla Lega delle Cooperative si riversasse per intero su Veltroni, non tentando mai di utilizzare la presenza capillare di Rifondazione Comunista nelle amministrazioni locali per convincere i baroni del voto a continuare a dargli una mano come già avevano fatto in passato.

La domanda vera, alla fine, è: cosa è stato promesso al gruppo dirigente della "sinistra radicale" per indurlo a subire questa liquidazione politica? Qui assistiamo ad una vicenda molto poco epocale - e invece molto consueta - di corruzione e/o ricatto nei confronti dei gruppi dirigenti della sinistra. La guerra psicologica nel frattempo si sta incaricando di trasformare il suicidio elettorale di Bertinotti e soci, in una ennesima sconfitta storica dei lavoratori, in una ulteriore "prova" della loro scomparsa come soggetto sociale. Il problema è che i movimenti non nascono dal nulla, ma si alimentano dell'impegno di piccole minoranze organizzate. Lo "svoltepocalismo" costituisce un'arma psicologica per suggestionare e demoralizzare queste minoranze, per indurle a credere che i punti di riferimento vengono a mancargli, in modo da convincerle che arrendersi al corso della "Storia" costituirebbe da parte loro un atto di responsabilità e di lucidità.

Il cambiamento storico è un dato di fatto, ma gli scenari di mutamento proposti dai media non sono mai rappresentativi della reale evoluzione sociale nel suo complesso, ma solo di quel particolare sistema che è la guerra psicologica. Sarebbe quindi un errore considerare gli argomenti della guerra psicologica come se fossero l'espressione di un pensiero politico-strategico. Si tratta invece di qualcosa di analogo ad un messaggio pubblicitario, cioè ad una suggestione che fa direttamente appello al conformismo di ciascuno. Quanto più l'obiettivo è meschinamente affaristico - o addirittura criminale/affaristico -, tanto più il messaggio pubblicitario sarà iperbolico, distraendo l'attenzione con l'evocazione di passaggi epocali o di salvataggi dell'umanità.

La guerra psicologica ottiene cioè il suo risultato provocando uno stato confusionale. Uno dei classici della guerra psicologica è la dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America, redatta da Thomas Jefferson, in cui si afferma, ad esempio, che sono "di per sé stesse evidenti le seguenti verità". Il lampo di genio del pubblicitario Jefferson sta proprio nella locuzione "di per se stesse", utile a creare quel tanto di confusione mentale da indurre la suggestione.

Se ci fosse stato scritto semplicemente "evidenti", si sarebbe potuto subito obiettare che non sono evidenti affatto, invece quel "di per se stesse" sposta l'attenzione dalle presunte verità a qualcos'altro. Si noterà che è la stessa tecnica della fiaba dei vestiti dell'Imperatore, in quanto ci si suggerisce che se quelle verità non le vedi è colpa tua, c'è qualcosa di sbagliato in te.

Il conformismo è un meccanismo sociale basato appunto sul farti sentire inadeguato ed indurti a rimediare attraverso comportamenti imitativi. La pubblicità usa la suggestione conformistica per costringerti a comprare un prodotto che dovrebbe, miticamente, sanare questa tua condizione di inferiorità. I messaggi pubblicitari penetrano in modo inconsapevole, per cui finiscono per subirli anche persone che razionalmente li rifiuterebbero.

Ad esempio, mentre Ratzinger, davanti all'assemblea dell'ONU, giustificava il colonialismo e il disprezzo del Diritto internazionale in nome della sacralità dei "Diritti umani", incautamente - e involontariamente - alcuni commentatori di sinistra riprendevano questa retorica salvifica per sostenere le ragioni dell'invasione cinese del Tibet.

Affermare che questa invasione avrebbe salvato il Tibet dal sistema tirannico/feudale del lamaismo, non è molto diverso dal parlare di esportazione della democrazia. La guerra umanitaria viene giustificata infatti con un razzismo umanitario, cioè con la necessità del colonialismo per salvare popoli inetti, incapaci di farlo da soli.

Anche un commentatore di solito molto serio e concreto come il filosofo Domenico Losurdo, è caduto nella trappola, lanciando astratti confronti tra il Tibet attuale e la condizione medievale in cui versava prima dell'invasione cinese del 1950, e si è chiesto se i Tibetani sarebbero disposti a tornare a quella condizione di servitù. In realtà il sistema lamaistico si fondava sull'isolamento geografico, che nel 1950 era già stato spezzato dai trasporti aerei, tanto che ormai il Tibet versava in una condizione di instabilità ai limiti della guerra civile. Inoltre questo Tibet immobile è un'immagine caricaturale, degna del film "Sette anni in Tibet".

Quando i comunisti cinesi hanno invaso il Tibet nell'ottobre del 1950 il sistema lamaistico era già in crisi, e Mao era soprattutto preoccupato che gli altopiani tibetani diventassero una base del Kuomintang e degli USA, come Taiwan. Nel 1950 la Cina era già impegnata nella guerra di Corea contro gli Stati Uniti ed era a rischio di bombardamento atomico.

Come mai nessuno se ne è ricordato? Ecco un caso in cui le presunte verità "di per se stesse" evidenti, non hanno fatto notare ciò che avrebbe dovuto essere effettivamente evidente, e cioè la contemporaneità dell'invasione del Tibet con la guerra di Corea. Anche a Taiwan, l'invasione degli Americani e dei nazionalisti cinesi ha provocato un genocidio materiale e culturale della popolazione preesistente, ed anche questo nessuno l'ha ricordato.

La situazione di guerra e di minaccia da parte degli USA e del Kuomintang in cui versava la Cina nel 1950, non giustifica la sua invasione del Tibet, ma almeno la contestualizza al di fuori degli schemi del razzismo umanitario, che sono più consoni a moventi affaristico/criminali. Ripetendo automaticamente le formule del razzismo umanitario, molti commentatori di sinistra si sono invece impediti di vedere che il Dalai Lama è il più contrario ad ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, e che tali minacce provengono da cosche affaristiche euro-americane, che si propongono così di ricattare il governo cinese, per estorcergli migliori condizioni per le sponsorizzazioni e per i contratti pubblicitari legati al business olimpico.

Allora, che senso ha insistere sulla tesi di un Tibet bisognoso di essere salvato dal suo oscurantismo, quando ciò finisce per legittimare altri "salvataggi" come quelli dell'Iraq e dell'Afghanistan?

8 maggio 2008
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si ť formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si ť evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


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