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ISRAELE IN LIBANO COL PASSAPORTO TURCO
Di comidad (del 16/04/2026 @ 00:05:10, in Commentario 2026, linkato 61 volte)
La questione di chi sia effettivamente al comando tra USA e Israele nell’aggressione americano-sionista all’Iran e al Libano, è basata su un presupposto erroneo, cioè credere ancora che siano i governi o gli Stati a guidare le politiche di un paese. In realtà oggi nell’area euro-americana i veri attori in campo sono le lobby d’affari. Attori non vuol dire decisori, poiché le lobby sono dispositivi automatici e unidirezionali, senza sterzo e retromarcia. Le lobby sono trasversali ai governi e agli Stati, e possono così occupare le organizzazioni sovranazionali come la NATO e la UE. Israele stesso non ha le caratteristiche formali per essere considerato uno Stato, ed esiste soltanto in funzione della proiezione lobbistica esterna. Il caso di ELNET (European Leadership Network) è piuttosto istruttivo, dato che si tratta di una organizzazione “non governativa” che persegue specificamente gli interessi di una entità coloniale, quella israeliana, e ne cura i rapporti tra la NATO e la UE; e si tratta di attività che non solo in base al diritto internazionale, ma alla legalità tout court, dovrebbero essere esclusiva delle diplomazie ufficiali. Nel momento in cui la politica estera dei vari paesi viene privatizzata tramite le ONG e le fondazioni, non esiste più un confine che possa indicare ciò che è corruzione e ciò che non lo è. Insomma, un paradiso per cleptocrati.
A rinforzare questa condizione di extra-legalità, c’è infatti il dettaglio che ONG e fondazioni hanno uno status di non profit, quindi i loro giri di denaro sono esentasse; l’ideale per l’evasione fiscale ed il riciclaggio di denaro; ciò che in inglese si chiama “money laundering”. Per favorire i passaggi in lavatrice, ELNET ha un suo doppio, un’altra fondazione non profit, Friends of ELNET, che convoglia fiumi di soldi verso il suo alter ego. A sua volta Friends of ELNET è il collettore di denaro di altre innumerevoli fondazioni non profit. Una volta che il denaro è stato immesso in questo circuito, è impossibile accertarne la provenienza e la destinazione.
In tale contesto capita di sentire ammettere dai governi di non contare nulla. Pochi giorni fa in parlamento il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è esibito in una sorta di “fintocrazia pride”, cioè ha rivendicato orgogliosamente di essersi regolato esattamente come tutti i governi italiani che lo hanno preceduto rispetto alla questione delle basi militari statunitensi. In realtà il fatto che esistano dei trattati internazionali, segreti o riservati, che regolano l’uso delle basi militari statunitensi, di per sé non implica che dal punto di vista giuridico non ci sia adito per una interpretazione del trattato caso per caso. Invece Crosetto sembrava persino vantarsi in parlamento della propria irrilevanza.

Il problema è che i paesi che vengono invece indicati come esempi di gelosa custodia delle propria sovranità e dei propri interessi, non esprimono performance molto più brillanti di Crosetto o Meloni. Qualche giorno fa il presidente turco Erdogan, insieme con il presidente francese Macron, ha ribadito che il cessate il fuoco debba riguardare anche il Libano, che è da decenni sotto i bombardamenti israeliani; bombardamenti che però negli ultimi giorni hanno raggiunto livelli parossistici, tali da determinare circa un milione di profughi. Le aggressioni israeliane al Libano, con i più vari pretesti, sono cominciate negli anni ’70, ma non si erano mai spinte fino a configurare una pulizia etnica dei libanesi, prospettando loro la scelta tra sfollare o andare incontro al genocidio.
A consentire la pulizia etnica da parte di Israele in Libano, è stata la scomparsa del paese che faceva da contrappeso e da fattore di stabilizzazione nell’area, cioè la Siria degli Assad. L’atteggiamento di Erdogan riguardo alla Siria è sempre stato all’insegna della doppiezza: da un lato il presidente turco ha armato le milizie ribelli di Al Qaeda e Al Nusra (e ha condotto anche lucrosi traffici di contrabbando con loro); dall’altro lato Erdogan ha continuamente intorbidato le acque con finte offerte di dialogo e collaborazione verso Assad.
Una volta caduto Assad e insediato in Siria un governo fantoccio di Ankara, Erdogan è diventato oggettivamente il responsabile dell’equilibrio dell’area; una responsabilità dalla quale si è sistematicamente sottratto, consentendo a Israele di occupare senza ostacoli il sud della Siria fino alle porte di Damasco. Le milizie jihadiste (o pseudo tali) agli ordini di Erdogan non si sono mai difese da Israele, ma hanno costantemente rivolto la propria ostilità verso Hezbollah, che si è trovato tra due fuochi. I media ci avevano raccontato che Israele aveva praticamente stroncato Hezbollah; ora invece scopriamo che Hezbollah è vivo e vegeto. Oggi infatti sono le milizie filo-turche al governo a Damasco a temere di essere prese alle spalle dagli sciiti iracheni.
Il ministro degli Esteri turco ha scoperto improvvisamente che, nonostante tutti i favori elargiti a Israele, anche la Turchia è finita nella lista nera degli obiettivi da eliminare; e non soltanto nella lista nera di Netanyahu, ma dell’intera classe politica israeliana, sia maggioranza che opposizione. A questo punto sorge il sospetto che il velleitarismo imperiale di Erdogan, ed anche il suo compulsivo doppiogiochismo, non siano una strategia, bensì il mero riflesso della confusione mentale di un mitomane.