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ERA EVIDENTE DALL’INIZIO CHE TRUMP FOSSE UN NEOCON
Di comidad (del 07/05/2026 @ 00:05:53, in Commentario 2026, linkato 28 volte)
Contrariamente a quanto ci si poteva attendere, non vi è stato un eccessivo interesse da parte degli analisti e dell’opinione pubblica per stabilire se l’ultimo presunto attentato a Trump fosse autentico, o una pagliacciata, oppure un’autentica pagliacciata. La domanda più frequente infatti non è stata il classico “cui prodest?”, bensì l’ancor più classico “a chi importa?”. Insomma, la questione della sorte di Trump non appassiona quasi nessuno; semmai sorgono questioni lessicali di non poco conto. In base ai precedenti determinati dalla stessa amministrazione Trump, bisognerebbe capire come catalogare l’eventuale tentativo di eliminare l’attuale presidente. Come attentato, oppure come “attacco di decapitazione”?
Nessun organo internazionale ha pronunciato una formale condanna del sequestro di Maduro e dell’assassinio di Khamenei, e gli USA sono un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; quindi, dati i precedenti, eliminare capi di Stato o di governo non può più essere considerato un atto illegale o terroristico, bensì una normale prassi politica.
D’altra parte ci si potrebbe chiedere se il termine “decapitazione” si possa applicare all’eventuale eliminazione di Trump. Il dubbio è lecito, e non solo perché Trump appare fuori di testa, ma soprattutto a causa della crescente evidenza che Trump non è il “capo”. Gran parte della narrativa mediatica dell’ultimo anno ha presentato come una sorpresa il fatto che Trump parli e agisca come un neoconservatore, e che i neoconservatori come Lindsey Graham siano determinanti nel dettargli le scadenze. In realtà la dipendenza della comunicazione di Trump dagli schemi neocon, era già evidente dall’inizio, come dimostrano anche gli articoli del 2017 dell’economista Thomas Palley. Non era difficile capire che l’antiglobalismo di Trump fosse solo un circo mediatico per catturare il voto degli operai e degli ex operai.

Dalla narrativa neocon Trump ha ripreso soprattutto il rifiuto del senso del limite, quindi il ritenere che i problemi siano dovuti al “troppobuonismo”, all’essersi legati le mani per amore del politicamente corretto. In parole povere, si tratta del solito vittimismo del bullo, per cui ogni aggressione che si commette dovrebbe essere il risarcimento per immaginari torti ricevuti in passato. Un discorso demenziale, ma del tutto funzionale a ciò che i neocon devono fare, cioè lobbying d’affari per gli appalti degli armamenti e per il giro di riciclaggio sui soldi, pubblici e privati, indirizzati verso Israele. La scienza politica ha sempre dato per scontato che gli Stati e i governi siano soggetti politico-istituzionali definibili in base ad un quadro legale-razionale, oppure ideologico. Il lobbying smentisce questo assioma, mostrando come attorno ad un giro d’affari si aggreghi una cordata che ha un funzionamento da dispositivo automatico e unidirezionale. Il lobbying è un’attività predatoria; ma, a differenza di una rapina in banca, non ha bisogno di un piano preventivo e di un numero definito di componenti della banda. L’ecosistema del lobbying è la confusione, la dissoluzione dei ruoli istituzionali, e anche dei confini tra pubblico e privato, e tra legale e illegale. Il lobbying è pervasivo e si riproduce per conformismo e imitazione, perciò non ha neppure bisogno di un pieno livello di consapevolezza, al punto da rappresentare e percepire se stesso come in uno spot pubblicitario. Per capire cosa sia la comunicazione del lobbista, basta ascoltare Lindsey Graham: nessun riferimento a dati di fatto o cronologie degli eventi, soltanto slogan e, come unico richiamo concreto, il meccanismo dei soldi da mettere in moto.
Il guaio però è che si finisce per vivere solo nel proprio spot, e ciò spiega l’insofferenza dei neocon e di Trump verso le organizzazioni internazionali, che sarebbero invece un caposaldo ancora indispensabile per l’imperialismo statunitense. Ad esempio, negli anni ’90 gli USA hanno imposto l’istituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). In nome di una presunta “libertà di commercio”, fino al 2019 il WTO ha funzionato come una struttura di finto arbitrato, fondato sul legare le mani ad alcuni e lasciarle libere ad altri. La leggenda trumpiana è che con le sue “regole” il WTO abbia favorito l’ascesa economica della Cina. Nel 2019 Trump ha bloccato l’attività di presunto arbitrato del WTO, oltre a violarne le regole imponendo dazi. In questi sette anni però la Cina ha continuato a crescere sul piano industriale, e gli USA a regredire. Il WTO quindi non c’entra, e la deindustrializzazione statunitense è dovuta ai privilegi fiscali e finanziari delle corporation.
In questi anni purtroppo si è creata una contro-narrativa di “opposizione” che interpreta la schizofrenia statunitense come la reazione (scomposta o particolarmente astuta, a seconda delle valutazioni) ad una presunta “sfida multipolare” da parte dei cosiddetti BRICS. Se si esce dal fumo della suggestione e si guarda all’effettivo comportamento dei singoli paesi che compongono i BRICS, ci si accorge che la realtà è l’esatto opposto; che non c’è mai stata alcuna sfida multipolare, e che i paesi BRICS collaborano tra loro il meno possibile, in funzione di mera sopravvivenza al comportamento dissociato e aggressivo degli USA. App moderne per favorire i pagamenti internazionali erano già tecnicamente disponibili da prima del 2019; ma c’è voluto il furore sanzionatorio e predatorio degli USA nell’ultimo quinquennio perché ci si decidesse a varare un sistema internazionale BRICS Pay.