La Polonia è il paese di frontiera nello scontro della NATO con la Russia, perciò è del tutto consequenziale che svolga un ruolo di avanguardia nella guerra; ivi compresa quella che viene chiamata “guerra ibrida”. Lo strumento che il governo polacco ha creato allo scopo, è lo Stratcom (Strategic Communications), una struttura del ministero degli Esteri specificamente adibita al contrasto alla propaganda russa. L’iniziativa del governo polacco ha suscitato reazioni compiaciute e celebrative, come
un articolo di Linkiesta dell’ottobre del 2024. Oltre ad auspicare che lo Stratcom rappresenti una lezione e una fonte di emulazione per paesi come l’Italia, l’articolo delinea un quadro analitico sia per ciò che concerne i contenuti della propaganda russa, sia per ciò che riguarda il “target” di quella stessa propaganda. I contenuti sarebbero piuttosto rozzi e banali, omogenei ai loro destinatari, cioè quelle persone attratte dai temi cospirazionisti, le stesse persone che poi hanno alimentato le file dei no-vax.
La preveggenza dell’articolo di Linkiesta nell’associare l’emergenza bellica all’emergenza sanitaria, sembra dimostrata dal fatto che il governo polacco sta svolgendo un ruolo di avanguardia anche nella battaglia contro la disinformazione medica.
Una proposta di legge per il contrasto alla disinformazione medica è stata approvata dal parlamento polacco pochi giorni fa. Si tratta di una normativa anti-ciarlataneria, che intende rafforzare i diritti del paziente impedendo, anche con multe, la diffusione di terapie “alternative” rispetto a quelle ufficiali. Le autorità mediche polacche infatti segnalano che può risultare fatale ritardare le terapie anti-cancro per inseguire illusorie promesse di guarigione. Si va quindi a contrastare la disinformazione medica con strumenti “proattivi”, del tutto analoghi a quelli con cui si combatte la propaganda russa.
In questa rappresentazione edificante potrebbero insorgere delle difficoltà, anzitutto di ordine logico; infatti la diffidenza del “cospirazionista” verso l’establishment, compreso l’establishment sanitario, non ha alcuna necessità di basarsi su alternative terapeutiche o su concezioni olistiche della malattia. La diffidenza può bastare a se stessa e fondarsi sulle poche notizie ufficiali sui conflitti di interesse all’interno del complesso sanitario-farmaceutico. I trattamenti sanitari obbligatori dovrebbero essere imposti per via giudiziaria e nell’interesse del singolo; il fatto di imporli collettivamente e per via amministrativa, rafforza il sospetto che si stia propinando merce avariata. Talvolta si può trattare addirittura di mera diffidenza antropologica, viste le esibizioni inquietanti dei divi televisivi dell’establishment medico. Del resto l’establishment occidentale nel suo complesso non è in grado di percepire quanto sia diventato di per se stesso ripugnante e impresentabile, perciò l’attribuire al dissenso tendenze putiniane o terrapiattiste non è soltanto un espediente polemico, bensì una manifestazione di inconsapevolezza della propria abiezione. L’ossessione nei confronti della minaccia no-vax non riesce a vedere che il “cospirazionista” puro e duro non ha apprezzato neppure lo spazio televisivo talora concesso ai no-vax, sospettando che fosse strumentale ad enfatizzare le dimensioni della renitenza al vaccino, in modo da giustificare altre restrizioni (e altri business) come il green pass.
Ma
l’aspetto più stridente della normativa polacca contro la ciarlataneria consiste nei tagli governativi alla sanità pubblica; tagli che hanno costretto molti ospedali polacchi a posticipare di un anno l’accesso dei pazienti alle terapie anti-cancro. La nuova normativa polacca manifesta perciò una strana incongruenza: si fa rientrare nella difesa dei diritti del paziente il fatto di impedirgli di affidarsi all’erboristica; ma non viene riconosciuto tra i diritti del paziente offrirgli la possibilità di accedere a terapie tempestive, poiché queste sono subordinate alle disponibilità finanziarie del governo. L’aspetto più paradossale è che al paziente in lista d’attesa non si potrà somministrare neppure una tisana senza rischiare di incorrere in sanzioni.
La propaganda cosiddetta putiniana spesso cade nell’errore di credere che i tagli alla sanità pubblica siano dovuti alle spese di riarmo; il che è grossolanamente falso. I tagli alla sanità pubblica sono cominciati con la sanità pubblica stessa. La spesa sanitaria lievita perché le Regioni pagano con fondi pubblici le terapie attuate presso le cliniche private convenzionate; bisogna quindi tagliare le prestazioni della sanità pubblica, sia per reperire le risorse per le cliniche private, sia per costringere i pazienti a rivolgersi alla sanità privata, anche pagando di tasca propria delle assicurazioni sanitarie. Riarmo o non riarmo, la sanità pubblica andrebbe comunque in malora. La sanità pubblica è stata spacciata alla pubblica opinione come “welfare” o “Stato sociale”, mentre in effetti serve come stampella della sanità privata; quindi la sanità non verrà mai privatizzata completamente.
Il nesso inscindibile tra bellicismo e sanità riguarda la propaganda, poiché l’emergenzialismo necessita di suggestioni e di confusione. In epoca psicopandemica abbiamo assistito ad un’orgia di metafore belliche applicate al Covid; è capitato di sentir chiamare “disertori” i renitenti al vaccino, e persino lo stesso termine “renitenti” era in precedenza quasi sempre utilizzato relativamente alla leva militare. Oggi è il tempo del feedback, cioè le metafore sanitarie vengono applicate alla guerra.
Il ministro Crosetto ha dichiarato che gli aiuti all’Ucraina non servono a prolungare la guerra, ma sono come le medicine che si danno al malato per permettergli di sopravvivere. Fa piacere notare che nella metafora Crosetto parli di sopravvivenza e non di guarigione; come a rassicurare che il giro dei soldi non si interromperà.