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Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo. Nella destra ci sono variabilità e volatilità dei temi e dei ruoli; l’unica invarianza è il culto della disuguaglianza, cioè la tendenza a interpretare le gerarchie sociali come gerarchie antropologiche. Si tratta di ideologie che funzionano a scatola cinese; per cui, strato dopo strato, si scopre che il nocciolo duro non è il “primato nazionale” strombazzato da CasaPound, bensì l’occidentalismo, cioè il sacro primato razziale delle sedicenti élite dell’Europa occidentale. L’occidentalismo ha soprattutto una funzione di gerarchizzazione interna, discriminando tra bianchi di serie A e bianchi di serie B, tra ceti dominanti e ceti subalterni. La guerra in Ucraina tra NATO e Russia ha agito da richiamo della foresta nei confronti delle destre pseudo-nazionaliste, dimostrando che la loro russofilia era un ripiego trasformistico. In questo senso non si può parlare di dicotomia tra liberaldemocrazia e nazifascismo, che sono entrambi involucri dello stesso imballaggio ideologico, della stessa scatola cinese del suprematismo occidentale. ... Continua a leggere...
Ormai nel Regno Unito i primi ministri nascono e muoiono come mosche, anche se risultano decisamente più molesti. L’ultimo rappresentante della specie, Keir Starmer, sta cercando di stiracchiare le procedure di addio, in modo da prolungare l’agonia di quel tanto che servirebbe a far slittare la successione a dopo l’estate. Anche il prossimo candidato “laburista” è infatti un clone di Tony Blair, perciò tutti sanno che l’avvicendamento a Downing Street non comporterà alcun cambiamento nella politica britannica. Sembra quindi che l’establishment britannico stia cercando di garantire la continuità di una linea politica impopolare gettando ciclicamente in pasto alla pubblica opinione dei personaggi di facciata. Dopo aver spremuto i conservatori e i “laburisti”, arriverà il turno anche di qualche “sovranista” come Nigel Farage per il ruolo di uomo di paglia. In linea con i suoi predecessori, Starters ha promesso a Zelensky alcuni miliardi di sterline in prestito; e in più lo stesso Starmer ha dichiarato che il Regno Unito parteciperà al mega-prestito promesso all’Ucraina dalla von der Leyen. ll peso finanziario del sostegno all’Ucraina sta mettendo in difficoltà il bilancio, e il governo “laburista” è costretto a tappare le falle ricorrendo ai tagli sulla spesa sociale. Secondo alcuni analisti, l’establishment britannico starebbe cercando di preservare questa politica militarista e antisociale adottando una tattica ispirata ad una razionalità subdola e contorta, ma comunque si tratterebbe di una linea razionale.
Sennonché è proprio la linea politica che sopravvivrà a Starmer, a risultare irrealistica. Se si dà retta ai dati forniti dal governo Starmer, la condizione delle forze armate britanniche è crollata ai minimi storici; e non che prima fosse granché. La debacle delle forze armate e la mancanza di risorse finanziarie e produttive per porvi rimedio, ha portato alle dimissioni del ministro della Difesa, ed è stata una delle cause che hanno accelerato la fine del governo Starmer. Di razionale qui non c’è nulla; i primi ministri vengono avvicendati e bruciati in nome di un militarismo del tutto velleitario, che si riproduce non per strategia, ma per meccanica inerziale; perché non si è capaci di concepire e fare altro. Nel meccanismo automatico rientra la storica ludopatia dei servizi segreti britannici, pronti a scommettere e rilanciare in provocazioni sempre più azzardate. ... Continua a leggere...
Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la Meloni avrebbe dovuto reagire inoltrando una protesta diplomatica, nella quale si sarebbe dovuto far presente all’interlocutore il carattere di ufficialità di certe foto, per cui non si posa per una foto con un governante straniero se si ritiene che gli elementi di tensione prevalgano, quindi non ha senso affermare di averlo fatto solo come favore personale; poi addirittura rinfacciando quello stesso favore. L’appello estemporaneo della Meloni all’orgoglio nazionale, dire che l’Italia non chiede e non implora, fallisce nel tentativo di ricondurre la questione nei termini istituzionali; semmai determina quell’inghippo comunicativo che consiste nel ribadire attraverso la negazione. D’altra parte, se la Meloni avesse reagito rimanendo nell’ambito delle procedure istituzionali, ciò comunque avrebbe determinato oggettivamente un paradosso comunicativo, cioè il contestare a Trump di non star facendo politica ma pubbliche relazioni; una contestazione che si sarebbe estesa all’intera farsa del G/7, e quindi alla stessa Meloni.
Trump può essere considerato un caso estremo, ma non è atipico, e neppure eccezionale; semmai rientra nel processo di de-istituzionalizzazione a cui assistiamo da decenni. Il concetto di istituzione implica necessariamente il senso della continuità della funzione; invece l’unica continuità sta nei comportamenti extra-istituzionali. Trump insulta il suo predecessore Biden quasi tutti i giorni, con ciò dimostrando di fregarsene del suo dovere di tutelare la funzione presidenziale. D’altra parte anche Biden non si è fatto mancare niente in termini di comportamento extra-istituzionale; dagli insulti verso capi di Stato stranieri agli sbaciucchiamenti sulla testa della Meloni (sempre lei). Del resto nell’ottica delle pubbliche relazioni è inevitabile che si tenda ad alzare ogni volta l’asticella pur di essere notati.
Per de-istituzionalizzazione si intende la commistione e la confusione tra pubblico e privato, altalenando tra l’uno o l’altro in base al vantaggio del momento. Il continuo saltabeccare dal diritto pubblico a quello privato, determina oggettivamente uno spazio di extra-legalità, e addirittura di impunità legale. Non ha altro senso il trasformare in società per azioni delle aziende a capitale pubblico. Ma in Italia abbiamo assistito soprattutto alla de-istituzionalizzazione della Sanità e della Scuola attraverso il mito della ”aziendalizzazione”. Ovviamente la Sanità e la Scuola non sono mai diventate aziende, poiché il loro prodotto non è quantificabile; ma il senso dell’operazione era appunto creare spazi di manovra per lobby d’affari attraverso una privatizzazione strisciante. In effetti la locuzione “privatizzazione strisciante” può essere considerata un sinonimo di de-istituzionalizzazione. In questa logica svanisce la nozione di politica e tutto si riduce agli affari e alle pubbliche relazioni che li promuovono. ... Continua a leggere...
C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo ad un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso. Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.
L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale. A quel punto la questione europea si riduceva ad un gioco delle parti con le sinistre (o sedicenti tali), che difendevano l’euro e l’UE per non cadere nell’orrido nazionalismo. Ma le nazioni, e persino gli Stati, sono delle astrazioni, mentre le lobby sono aggregati di interessi effettivi. Le lobby non si sentono legate alle proprie nazioni, bensì a lobby affini, e ciò spiega la tendenza autocoloniale che consiste nella ricerca di “vincoli esterni” con cui tenere a bada le classi subalterne. La lobby più potente in assoluto è quella dei creditori, perché ha il vantaggio di non dover pensare: il denaro segue il denaro, e perciò pensa già a tutto lui, e basta accodarsi a lui. Non è l’economia a comandare, ma il giro dei soldi; che, una volta avviato, non trova un decisore politico in grado di interromperlo. Lo si è visto con il flusso di finanziamenti all’Ucraina, della quale ci si racconta che è molto corrotta, come se non si sapesse che qualsiasi flusso di soldi implica inevitabilmente un feedback; perciò è ovvio che una gran parte dei soldi spediti in Ucraina ritorna al mittente per essere riciclata in conti bancari alle Isole Cayman.
La rendita di posizione del lobbying sulla politica consiste appunto in questo automatismo, mentre elaborare ed applicare strategie è un’arte. Il lobbying invece fa pubbliche relazioni, e quindi può propinare spot e slogan spacciandoli per strategie, come si è visto negli USA con la lobby delle armi e del riciclaggio nota come neocon.
Non è un caso che la reazione dei mitici “mercati” nostrani all’annuncio dell’ultimo aumento dei tassi da parte della Banca Centrale Europea, sia stata una lievitazione del valore di tutti i titoli delle banche italiane. Tassi di interesse più alti significano più profitti per le banche, e ciò spiega l’euforia delle Borse per i loro titoli. Tra i maggiori azionisti delle banche italiane ed europee, ci sono ovviamente i soliti fondi di investimento, come Blackrock. ... Continua a leggere...
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