|
\\ Home Page
Benvenuto nel blog del COMIDAD:
Home Page
C’è voluto qualche giorno perché il lessico si adeguasse a quanto effettivamente accaduto a Caracas. Nelle prime ore era toccato di udire la parola “cattura” persino da parte di insospettabili voci di opposizione; solo dopo si è passati a termini più appropriati come rapimento o sequestro. Del resto siamo nell’epoca della neolingua; non a caso i colpi di Stato ora vengono chiamati “regime change”.
Acclarato che Maduro e sua moglie sono stati oggetto di un sequestro di persona, bisognerà capire che fine possano fare le accuse di narcotraffico nei loro confronti, dato che la difesa sarebbe fin troppo facile. Nel 1993 la CBS riportò la notizia secondo cui la CIA aveva spedito negli USA tonnellate di cocaina dal Venezuela; ciò nell’ambito di una “operazione antidroga” (sic!). Era stata proprio la CIA a convincere il personale delle unità antidroga venezuelane a partecipare al traffico. Il caso finì complessivamente a tarallucci e vino; ci fu una volata di stracci per cui qualche dirigente della CIA fu costretto a dimettersi per andare a ricoprire posti più remunerati in aziende private, ed anche agenti di polizia venezuelani vennero indagati nel loro paese. Con questi precedenti è molto difficile che Maduro possa subire un processo pubblico, per cui l’amministrazione Trump dovrà inventarsi qualcosa. Questo è probabilmente il motivo per cui viene tenuta in ostaggio anche la moglie di Maduro, in modo da poter costringere il marito a rispettare il copione.
Se non ricattato sui sentimenti, Maduro potrebbe facilmente tirarsi fuori anche dal contenzioso per il petrolio, ricordando che già nel 1977, più di venti anni prima di Chavez, vi furono tentativi di nazionalizzazione del petrolio venezuelano e di allineamento ai prezzi OPEC. La solita CIA cercò a suo tempo di screditare i politici venezuelani che avevano osato contrariare le multinazionali statunitensi, affermando che negli anni ‘60 era la stessa CIA a pagarne i servizi. La notizia di fonte CIA era plausibile; ma non rilevante: può darsi che i politici venezuelani si fossero prima venduti e poi ravveduti; oppure, più probabilmente, che avessero trovato chi li pagava meglio. Sta di fatto che la crescente difficoltà degli USA di gestire il petrolio venezuelano era evidente dagli anni ’70, e quindi non è stata dovuta a cause ideologiche come il neo-bolivarismo di Chavez. L’ossessione anglo-americana per i “regime change” è un autoinganno per aggirare problemi oggettivi come l’insufficienza di capitali da investire nei paesi che si vorrebbe colonizzare. Il regime più filo-statunitense dell’America Latina è in Argentina, dove è stato insediato il motosegaiolo Milei, un fantoccio della CIA confezionato a tavolino e lanciato tramite manipolazioni elettorali e mediatiche. Eppure per l’estrazione e raffinazione delle sue materie prime, l’Argentina dipende molto più dagli investimenti cinesi che da quelli statunitensi; ed è questo il motivo oggettivo per cui il dollaro perde terreno nei confronti dello yuan. Trump ripete spesso che vuole prendersi il petrolio e le terre rare; in tanti si suggestionano e poi lo ripetono appresso a lui, dimenticando che tra il dire e il fare c’è di mezzo una cosa che si chiama investimenti. Nonostante le aggressioni militari, le manipolazioni e le infiltrazioni della CIA, gli USA non riescono ad ovviare al fatto di non avere più un apparato industriale in grado di assorbire l’offerta di materie prime e di trasformarle prima in prodotti e poi in capitali da reinvestire. I sogni porno-affaristici di Trump trovano un insormontabile ostacolo nell’eccessiva dipendenza degli USA dai capitali altrui. ... Continua a leggere...
Purtroppo Trump non ha potuto motivare il suo bombardamento natalizio in Nigeria con la dottrina Monroe, poiché pare che all’ultimo momento lo abbiano informato che la Nigeria non si trova in America Latina. Pagliacciata per pagliacciata, Trump poteva tirare fuori la dottrina Kipling, cioè quel “fardello dell’uomo bianco” celebrato nella famosa poesia del 1899. Il “messaggio” del bombardamento è abbastanza scontato: gli USA ribadiscono che vanno a colpire chi gli pare col pretesto che gli pare, e il bersaglio di turno non troverà nessun protettore disposto a rischiare per lui. Ciò era ben chiaro già nel novembre scorso, quando il bombardamento americano venne annunciato. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese è stato affidato ad un portavoce, il che è di per sé il segnale di un basso profilo; ma la dichiarazione cinese, al di là della rituale esortazione agli USA di non cercare pretesti religiosi per la sua ingerenza su altri paesi, faceva soprattutto capire che Pechino non avrebbe mosso un dito per proteggere la Nigeria, come pure non sta muovendo un dito per difendere il Venezuela; a parte, ovviamente il vendere i soliti droni.
Il bullo agisce in base ad uno schema comportamentale teso a dimostrare che tutti gli altri sono delle merde e che nessuno avrà le palle per sfidare il suo racket. Si dice spesso, ed erroneamente, che le guerre hanno motivazioni economiche; la Nigeria, come il Venezuela, ha grandi riserve di petrolio, e gli USA vorrebbero disporne. Ma il petrolio, di per sé, non giustifica i costi e i rischi di una guerra, dato che si può ottenere tutto il petrolio che si vuole con pratiche commerciali; anche i contratti per l’estrazione possono essere ottenuti con normali tecniche di corruzione. In realtà il problema non è economico ma finanziario, riguarda cioè i soldi con cui il petrolio è scambiato ed il circuito in cui quei soldi sono reinvestiti. Gli USA sono un paese super-indebitato e hanno bisogno che il petrolio sia scambiato in dollari, e che i proventi del petrolio siano reinvestiti per comprare azioni nelle Borse americane e, soprattutto, per comprare debito pubblico americano. Se poi gli USA riescono a dimostrarsi capaci di controllare le aree petrolifere, tanto più gli “investitori” considereranno ciò come una garanzia per i titoli emessi dal Tesoro statunitense. Come molti altri paesi, oggi anche la Nigeria usa lo yuan nelle sue transazioni commerciali con la Cina; ed è ovvio che sia così, visto che la Cina è il maggiore investitore in Nigeria. Altrettanto ovvio è che gli yuan che gli oligarchi nigeriani guadagnano vengano riciclati nel circuito finanziario cinese; e si può capire che questo agli USA non vada bene. ... Continua a leggere...
La genesi storica delle talassocrazie è strettamente intrecciata con la pirateria. Negli ultimi giorni di dicembre del 1600 fu costituita la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, che, secondo alcune ricostruzioni storiche, fu anche una delle prime società per azioni, quindi l’antenata delle attuali multinazionali. Ovviamente la Compagnia esisteva già prima di formalizzarsi legalmente, ed era una delle tante associazioni a delinquere dedite alla pirateria. La legalizzazione della Compagnia delle Indie fu un episodio di cronaca di notevole risonanza e se ne trovano tracce anche nella letteratura. L’Amleto fu pubblicato tra il 1602 e il 1603, ma scritto nel corso dei due anni precedenti; nel terzo atto dell’Amleto il re Claudio dice che nelle “correnti corrotte” di questo mondo spesso la mano aurea del delitto riesce a spostare la bilancia della giustizia a proprio favore, e ciò proprio usando i proventi del delitto per comprarsi la legge.
La talassocrazia statunitense è considerata l’erede della talassocrazia britannica; perciò il fatto che l’amministrazione Trump abbia adottato la prassi di abbordare e saccheggiare le navi che trasportano petrolio venezuelano, è considerata da alcuni come una regressione infantile ai primordi pirateschi della talassocrazia, a prima del diritto internazionale della navigazione ed a prima della globalizzazione. Potrebbe essere un’interpretazione abbastanza valida se opportunamente dimensionata, cioè se si evita di credere che davvero esistesse un diritto internazionale e non un suo simulacro. Un trattato internazionale sul diritto della navigazione (l’UNCLOS) è stato firmato dagli USA nel 1982, ma mai ratificato dal senato; ciò nella pratica ha significato per Washington applicare il trattato solo nei casi in cui gli faceva comodo. ... Continua a leggere...
Giustamente l’Azione Cattolica ha condannato la decisione delle autorità venezuelane di ritirare il passaporto al cardinale Porras, impedendogli di uscire dal paese per recarsi in Spagna. Il disdicevole episodio si inserisce in una serie di atti paranoici da parte del regime di Maduro, il quale, nonostante i benefici effetti delle sanzioni economiche statunitensi, non riesce ad evitare che la popolazione versi in “condizioni sempre più difficili”.
Davvero vergognoso. C’è anche chi cerca attenuanti per il comportamento di Maduro, ricordando come il ragazzo abbia avuto molti cattivi maestri, tra i quali andrebbe annoverato non solo Chavez, ma anche lo stesso cardinale Porras. In un’intervista del 2017 il cardinale non ha esitato a dare la colpa a Maduro per la morte di un sacerdote in seguito a un’emorragia cerebrale. La mancanza del farmaco che, secondo Porras, avrebbe potuto salvare lo sventurato, ovviamente non andrebbe ascritta alle sanzioni, ma a Maduro in persona.
In base a criteri di attribuzione di responsabilità così oculati e oggettivi, lo stesso Maduro può aver pensato che sia colpa di Porras se le forze armate statunitensi uccidono delle persone che navigano su imbarcazioni civili nelle acque dei Caraibi. Persino due naufraghi superstiti ad un primo attacco, sono stati poi uccisi dai proiettili statunitensi mentre si aggrappavano ad un relitto della loro imbarcazione. Negli USA l’episodio ha suscitato “perplessità e preoccupazione” da parte di alcuni parlamentari democratici; insomma una reazione davvero energica che ha inchiodato Trump ed Hegseth alle loro responsabilità. Chissà, può darsi che di questo passo forse la prossima volta i parlamentari democratici potrebbero persino contestare a Trump ed Hegseth di essere stati un po’ troppo bruschi e sbrigativi. Porras invece non si è accorto di nulla; il che dimostra quanto il cardinale sia equilibrato e imparziale, perché avrebbe potuto accusare Maduro dell’accaduto, e l’Azione Cattolica ci avrebbe immediatamente creduto.
Secondo alcuni analisti il documento di National Security Strategy dell’amministrazione Trump indicherebbe che Maduro non è l’unico bersaglio, e neppure il principale. Pare infatti che Trump voglia imporre al Brasile una svolta economica che implichi la cessazione dei rapporti con la Cina e rafforzi la dipendenza dagli USA. ... Continua a leggere...
|