"
"Propaganda e guerra psicologica sono concetti distinti, anche se non separabili. La funzione della guerra psicologica è di far crollare il morale del nemico, provocargli uno stato confusionale tale da abbassare le sue difese e la sua volontà di resistenza all’aggressione. La guerra psicologica ha raggiunto il suo scopo, quando l’aggressore viene percepito come un salvatore."

Comidad (2009)
"
 
\\ Home Page
Benvenuto nel blog del COMIDAD:

Home Page
 
Di comidad (del 28/07/2016 @ 02:01:49, in Commentario 2016, linkato 110 volte)
La mancata percezione di un problema è parte integrante del problema, anzi, spesso ne costituisce l’aspetto principale. Lo si è potuto notare quando, in reazione al “golpe camuffato da contro-golpe” di Erdogan, molti commentatori europei hanno respinto con indignazione l’ipotesi di ammettere la Turchia nell’Unione Europea. In realtà Erdogan se ne può tranquillamente infischiare dell’adesione alla UE, dato che il neo-sultano turco è oggi in grado di ricattare molto meglio la stessa UE stando dall’esterno e di spillare quattrini ai governi europei col pretesto del contenimento del flusso migratorio. Sulla questione dell’immigrazione Erdogan ha fatto spesso il doppio gioco, aprendo e chiudendo il flusso a seconda delle convenienze, e i governi europei lo sanno benissimo, ma ciò li rende ancora più ricattabili perché, invece di smascherare Erdogan, lo hanno coperto. Il governo che più si è esposto e compromesso per coprire Erdogan è quello tedesco, poiché l’industria tedesca era quella che aveva maggiormente bisogno di immigrati. Ciò rende oggi il governo tedesco anche il più ricattabile da parte di Erdogan, il quale, dopo aver fatto anche gli interessi della Germania, può permettersi ora di fare esclusivamente i propri interessi, magari trattando anche con altre lobby. Ma, visto che è la Germania a comandare in Europa, può costringere gli altri Paesi all’omertà.
Tutta la discussione sulla emergenza migratoria è avvolta da fumi moralistici oppure da fughe in digressioni pseudo-storiche, come il carattere “epocale” della migrazione stessa, mettendo così in ombra il dettaglio che dietro ogni emergenza c’è sempre una lobby che può speculare e ricattare. Ai primi di luglio vi è stata un piccola levata di indignazione anche per la notizia che l’ex presidente della Commissione Europea, il portoghese Manuel Barroso, è andato ad occupare un posto di rilievo nella filiale europea della solita Goldman Sachs. Di fronte a questo caso plateale di “revolving door”, alcuni sindacalisti hanno partorito la proposta patetica di costringere Barroso a rinunciare alla sua pensione di eurocrate. Sarebbe stato molto più appropriato da parte dei sindacati proporre di rimettere in discussione tutte le direttive europee a cui Barroso aveva concorso, in quanto si è manifestato un suo plateale conflitto di interessi. Ma saremmo nel fantasindacalismo.
Un domani perciò si potrà persino rivedere Barroso ripercorrere la porta girevole all’incontrario per andare ad occupare nuovamente incarichi pubblici, come ha già fatto Mario Draghi, prima direttore generale del Tesoro, poi dirigente di Goldman Sachs, poi addirittura governatore della Banca d’Italia e presidente della BCE. Nel momento in cui non si è denunciato o eliminato Draghi al momento dovuto, cioè per le sue operazioni losche da direttore generale del Tesoro - nel quale aveva lavorato da lobbista delle privatizzazioni -, anzi si è coperto il fatto compiuto, si sono resi ancora più potenti lui e la lobby Goldman Sachs, poiché gli si è offerto parecchio materiale in più per ricattare i loro protettori istituzionali.

Il ricatto appartiene alla fisiologia del potere, sia ai suoi livelli alti che a quelli più bassi, mentre le Trilateral o i Bilderberg ne costituiscono solo la coreografia. Le decisioni infatti non vengono prese per accordi preventivi più o meno segreti, ma in base ai colpi di mano di lobby ristrette, le quali mettono l’establishment davanti al fatto compiuto. Un establishment è quasi sempre manipolabile con questa tecnica poiché, per sottrarsi alla ratifica del fatto compiuto, dovrebbe avere anche la capacità di mettersi in discussione, di accettare di pagare un prezzo limitato al momento per evitare di esporsi per il futuro ad un ricatto infinito. Ma un establishment è tale proprio perché non ragiona così. Questa fisiologia del ricatto può diventare patologica quando si insediano istituzioni collegiali di carattere sovranazionale come l’Unione Europea. Per attuare un colpo di mano ci vuole un attimo, per ricostituire l’ordine precedente occorrerebbe invece una procedure lenta, incerta e farraginosa. Per questo motivo le istituzioni sovranazionali sono il paradiso del lobbying. Anche il ritorno all’ordine richiederebbe perciò un colpo di mano da parte di una minoranza, ma il ritorno all’ordine non costituisce un movente tale da aggregare molte persone, mentre il far soldi sì.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 21/07/2016 @ 00:03:06, in Commentario 2016, linkato 414 volte)
Non un famigerato complottista ma un “rispettabile” giornalista del “Corriere della Sera”, Antonio Ferrari, ha immediatamente definito il golpe in Turchia un pateracchio, una sceneggiata. In effetti c'erano delle stranezze evidenti anche a chi seguiva la vicenda soltanto in TV. Erdogan, fuggito dal Paese, veniva dato come in cerca di asilo in Germania, poi addirittura in arrivo a Ciampino; ma i commentatori più “esperti” sostenevano che avrebbe cercato riparo negli Emirati Arabi. Poi Erdogan compariva su di uno smartphone della CNN turca ad arringare le folle e incitarle a scendere in piazza contro i golpisti. I commentatori sostenevano che stesse parlando dall'aereo. All'improvviso, nonostante i morti e i feriti, il golpe viene stroncato (un golpe che dura cinque ore in un paese di quelle dimensioni?) ed Erdogan torna da trionfatore. I moventi del benefattore di Ankara nel crearsi un’emergenza-golpe possono essere vari: regolare brutalmente i conti con l'opposizione, varare anche lui una bella “riforma costituzionale”, bloccare i residui settori kemalisti dell'esercito, assumere il controllo totale della stampa, zittire o ridurre le proteste e le richieste delle minoranze etniche, aprire una fittizia polemica con la NATO e con l’Unione Europea in vista di qualche altro giro di valzer con Putin, salvo poi, come già in passato, rientrare a condizioni più vantaggiose nel suo ruolo di provocatore a tutto campo al servizio del Sacro Occidente.

Sembra proprio che Erdogan abbia manipolato e pilotato un golpe senza nessuna possibilità di riuscita in modo da offrire al mondo la rappresentazione spettacolare del “consenso” di cui sarebbe circondato. Sarebbe stato molto più realistico se l’auto-golpista Erdogan avesse esibito le ricevute dei finanziamenti che gli arrivano da decenni da parte delle petromonarchie del Golfo Persico. Quegli stessi finanziamenti che rendono poco plausibile un suo definitivo cambio di campo.
In realtà il “consenso” costituisce un mero accessorio del potere, chi ha il potere ha il consenso. Il potere è una bolla emergenziale drogata dalla propaganda e dalla violenza, al di sotto della bolla non c’è nulla. Anche molti “oppositori” sono persuasi invece che il potere possegga una sua solidità intrinseca e sia espressione di un radicamento sociale. Questi “oppositori” sono un po’ come atei che credono in Dio. La superstizione può coinvolgere anche gli uomini del sottobosco del potere: i vertici democristiani, che avevano imperato in Italia sino all’inizio degli anni ‘90, furono liquidati in pochi mesi, ad onta della loro illusione di rappresentare l’espressione di un inossidabile blocco sociale e ideologico, mentre invece costituivano solo un ammennicolo della NATO, cioè della fittizia emergenza della minaccia sovietica.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 14/07/2016 @ 00:35:00, in Commentario 2016, linkato 415 volte)
La nuova ondata di omicidi commessi dalle polizie locali negli USA e la recente strage di poliziotti a Dallas hanno dato il via alla consueta serie di dotte dissertazioni, tra le quali si è distinta quella di Gianni Riotta a Rainews24. Riotta, da noto esperto (?) di cose americane, ci ha spiegato che la maggior parte dei reati è commessa da persone di colore ed è quindi ovvio che sia di colore anche la maggioranza degli uccisi dalla polizia. Ma il quotidiano britannico “The Guardian” ci fa sapere che negli USA la media dei caduti per mano della polizia è di circa mille all’anno, ed il numero di uccisi nel 2016 è già di circa seicento (cifre da far impallidire il Daesh). La maggioranza degli uccisi è certamente di colore, ma la questione riguarda ogni etnia, e potrebbe anche darsi che l’omicidio di bianchi faccia meno notizia perché i casi non potrebbero essere catalogati e banalizzati nella categoria del tradizionale razzismo americano.
La realtà sotto gli occhi di tutti è che negli USA bande di criminali stanno usando la divisa come copertura e si disputano il territorio con le altre gang. Gli omicidi non servono solo ad eliminare e terrorizzare i concorrenti nei traffici illeciti, ma costituiscono anche un modo per suscitare rivolte in cui far largo impiego dei mezzi militari forniti alle polizie locali dopo l’11 settembre. In tal modo dei territori vengono occupati e controllati da quelle gang che possono avvalersi dell’impunità poliziesca. Dovunque questa impunità si rende inattaccabile (e in Italia non siamo da meno, visto ciò che è accaduto dopo il massacro della Diaz), la polizia tende essa stessa a costituire il maggior problema di ordine pubblico.
Le opposizioni sembrano non porsi il problema di cosa stiano diventando le polizie: sempre meno meri apparati repressivi, sempre più organi di provocazione e di destabilizzazione. In Italia assistiamo da tempo al fenomeno delle “Carabinieri Productions”, cioè video prodotti in funzione della diffusione mediatica, tutti tesi a fomentare l’odio di categoria, con tanto di gag, ovviamente ambientate a Napoli, un palcoscenico dove ogni azzardo dell’immaginazione può essere tranquillamente offerto alla credulità dell’opinione pubblica.

Che il male sia spesso costituito dalla cura, è stato ancora una volta dimostrato dal vertice della NATO di Varsavia concluso qualche giorno fa, nel quale pare si siano scontrate le divergenti visioni della Polonia e dei Paesi Baltici da un parte e quelle dell’Italia e della Francia dall’altra. Polonia e Paesi Baltici sarebbero preoccupati della minaccia russa, forse dimenticando che il colpo di Stato nazista in Ucraina l’aveva organizzato la NATO. Che la Russia si riprendesse la Crimea era nell’ordine delle cose, visto che si tratta di una penisola strategica per il controllo del Mar Nero; ma appare piuttosto improbabile che la stessa Russia sia in grado di affrontare nuovamente i costi proibitivi di un impero nell’Europa dell’Est, nella quale preferisce clienti che paghino il suo gas, piuttosto che sudditi che consumino a sbafo come nella vecchia Unione Sovietica.
...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 07/07/2016 @ 00:11:12, in Commentario 2016, linkato 548 volte)
La Brexit ha infranto il tabù europeo, specialmente in un Paese come l’Italia, dove l’anglolatria costituisce una vera religione; quindi la Brexit ha suscitato in molti, che prima non avrebbero osato, la voglia di riportare nel dibattito l’espressione “interesse nazionale”. Un esempio di “interesse nazionale” dovrebbe essere rappresentato dall’istruzione pubblica, soprattutto nel versante tecnico e professionale. In un articolo del gennaio scorso sul quotidiano confindustriale “Il Sole-24 ore”, l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi ha perorato la causa dell’istruzione tecnica nella Scuola, esaltando la sua funzione nello sviluppo industriale di un Paese e lamentando la sua decadenza, dato che il numero di iscritti nei licei tecnici tende a calare paurosamente. L’articolo è piuttosto generico e meramente esortativo, evitando accuratamente di smascherare gli interessi che hanno portato allo smantellamento dei gloriosi istituti tecnici così decisivi in passato.
Prodi mette sì in evidenza l’assurda dilatazione delle competenze universitarie a scapito di quelle scolastiche, ma si trova a parlare di corda in casa dell’impiccato, sia perché dimentica le responsabilità del suo primo governo e del ministro Berlinguer nell’affossare la Scuola, sia perché Confindustria non ha mai levato una protesta nei confronti delle riforme Moratti e Gelmini, tutte rivolte a liquidare l’istruzione tecnica pubblica, e ciò perché Confindustria ha anteposto gli interessi della sua Università, la LUISS, alla produttività che l’istruzione tecnica della Scuola pubblica determinava. Lo studente oggi deve pagare a prezzi sempre più elevati all’Università ciò che una volta otteneva gratuitamente dalla Scuola statale, quella stessa Scuola statale oggi invece costretta a sperperare i fondi per l’istruzione per mantenere la costosa farsa dell’alternanza Scuola-lavoro, che è una mera distribuzione di soldi pubblici alle aziende. La Scuola non svolge oggi più alcuna funzione sociale riconoscibile, anzi, costituisce un mero luogo di dissoluzione antropologica, sia dei docenti che degli studenti.

L’interesse nazionale quindi non ha mai sfiorato la mente di Confindustria, e tantomeno l’interesse produttivo, mentre quello finanziario sì. L’istruzione pubblica non era nata per “interesse nazionale” ma per la spinta sociale dei ceti lavoratori, che volevano un avvenire migliore per i propri figli. Il padronato si è giovato di questa spinta in termini di produttività del sistema, ma non ha gradito né favorito questa spinta. L’odio di classe anzitutto. Oggi Confindustria è preoccupata per le sofferenze bancarie determinate dalla austerità e spera in un salvataggio delle banche con denaro pubblico, ciò dopo il terrorismo del “Bail in”, che non avrebbe altro esito che la cannibalizzazione delle banche italiane da parte di quelle tedesche e francesi. Il quotidiano confindustriale “Il Sole-24 ore” sta quindi conducendo una campagna per indurre il governo a rifinanziare le banche. Il “Financial Times” ha diffuso la notizia secondo cui il governo Renzi sarebbe già pronto a foraggiare direttamente le banche, anche in presenza di un veto tedesco e della Commissione Europea. Renzi però ha smentito, e il quotidiano confindustriale spera che la smentita di Renzi sia solo tattica diplomatica.
...

Continua a leggere...

 

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (2)
Bollettino (6)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (30)
Commenti Flash (61)
Documenti (40)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (3)
Links (1)
Storia (6)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


28/07/2016 @ 16:26:25
script eseguito in 47 ms