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"La ricerca scientifica è una attività umana, perciò merita, come ogni attività umana, tutto lo scetticismo possibile; altrimenti cesserebbe di essere ricerca per costituirsi come religione inquisitoria."

Comidad (2005)
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Di comidad (del 17/09/2020 @ 00:27:12, in Commentario 2020, linkato 4349 volte)
Nell’attuale vicenda della Bielorussia si sta riproponendo il consueto schema del politicamente corretto, che vede il Sacro Occidente chiamato al suo dovere di soccorrere i popoli bisognosi contro i tiranni di turno. L’assioma da cui discende questo scenario è che il Sacro Occidente, pur con i suoi difetti, è comunque il migliore dei mondi possibili, l’unico in cui le libertà personali sono garantite.
Peccato che, analizzando caso per caso, questa convinzione non regga. A distanza di mesi, e ancora una volta, il regime francese di Macron ha stroncato le manifestazioni dei “gilet gialli” appellandosi alle misure sanitarie contro il Covid, che impediscono gli assembramenti e quindi le manifestazioni. In Bielorussia il “dittatore” Lukascenko non fa altrettanto, rimane anzi coerente con la sua scelta di non avallare l’emergenza pandemica. I nostri media plaudono alle masse che scendono in piazza contro Lukashenko, senza preoccuparsi che gli assembramenti possano determinare contagi come in Francia. Un virus che colpisce a corrente alternata ed a seconda delle convenienze politiche.
Cos’è quindi che fa la differenza tra il Sacro Occidente e i regimi da esso esclusi per indegnità? La differenza è la potenza mediatica, cioè la potenza finanziaria e militare che consente di egemonizzare la comunicazione e creare i “mostri” da additare all’opinione pubblica. Il punto è che la tematica dei diritti dell’uomo e della persona è stata concepita in epoche nelle quali certi divari di forze non si potevano neppure immaginare. Alla fine il rapporto sottostante del politicamente corretto si risolve nel culto della forza.
In un articolo pubblicato dieci anni fa da Romano Prodi su “Il Messaggero”, si trova un tipico esempio di questa attitudine feticistica nei confronti della forza. Dopo aver celebrato la potenza tedesca, Prodi lamentava che da parte della Germania vi era troppa riluttanza nel farsi carico della sua missione di guidare l’Europa in quanto Paese più forte, concludendo che in futuro la Germania si sarebbe pentita di non aver adempiuto al suo naturale ruolo di leadership; una rinuncia che l’avrebbe sottratta ad un destino di grandezza. Insomma, con il suo atteggiamento adulatorio, Prodi si esibiva in una vera e propria istigazione all’imperialismo. La retorica della solidarietà europea in questo messaggio è un po’ lo specchietto per le allodole, in quanto il problema non è il deflazionismo tedesco, che alle oligarchie italiche è sempre andato benissimo, quanto il fatto che la Germania non proceda ad una formalizzazione della sua leadership con un’integrazione politica, più o meno camuffata, dei Paesi subordinati.
In questi dieci anni l’Italia ha proseguito sulla strada già indicata da Prodi, diventando una sorta di anima nera del neoimperialismo tedesco sull'Europa Occidentale. Con l’emergenza Covid, inventata nel Nord Italia, la Germania è stata “tirata” a formalizzare il suo ruolo dominante attraverso il Recovery Fund, cosa che ha alimentato le preoccupazioni statunitensi.

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Di comidad (del 10/09/2020 @ 00:02:45, in Commentario 2020, linkato 5165 volte)
L’apparato mediatico si era attivato per liquidare la manifestazione berlinese del 29 agosto scorso contro il lockdown e il “distanziamento sociale” nei termini del politicamente corretto, cioè come un’adunata di “negazionisti”, complottisti, terrapiattisti e nazisti. Ciò in sé non costituirebbe un dato molto rilevante, poiché solo in base ad una visione ingenua si potrebbe pensare alla possibilità di un potere disposto a confrontarsi col dissenso in termini aperti.
In realtà tutti i poteri, anche i micropoteri più informali e insignificanti, possono ammettere il dissenso solo in astratto, salvo poi ricorrere alla ridicolizzazione ed alla criminalizzazione non appena si esercita in concreto. Non esistono poteri buoni e neanche poteri mezzo-cattivi; la pericolosità di un potere è data dalla potenza materiale in termini militari, finanziari e mediatici che è in grado di esprimere. Ogni emergenza diventa una cordata di affari e dietro all’emergenza-Covid si è formata una coalizione di interessi che va dalle multinazionali finanziarie sino a quelle farmaceutiche e del digitale. Siamo quindi di fronte ad una notevole “potenza di fuoco” che è in grado di spaventare le masse molto più del Covid; tanto che molti ormai ostentano la loro mascherina anche fuori dagli orari di obbligo, solo per allontanare da sé qualsiasi sospetto di essere dei “negazionisti”.
L’aspetto curioso nel tentativo mediatico di esorcizzare il dissenso nei canoni consolidati del politicamente corretto, è che evidentemente non ci si aspettava che gli organizzatori della manifestazione berlinese fossero in grado di contrapporre ai media addirittura un’icona del politicamente corretto, cioè Robert Kennedy Junior, il figlio del senatore assassinato a Los Angeles nel 1968.
La sorpresa è stata del tutto fuori luogo, dato che oggi il liberalismo/occidentalismo, nella moderna versione del politicorretto, rappresenta l’ideologia unica e dominante, tanto che neppure le opposizioni vi sfuggono. Nei canoni del politicorretto rientra anche il fatto che Robert Kennedy Jr. sia un miliardario, come Soros e Trump, poiché i miliardari che “vanno incontro al popolo” sono i nuovi “santi” della religione politicorretta. Oggi il loro miliardario di riferimento non ce l’hanno solo i globalisti e i “sovranisti” ma anche gli oppositori che vorrebbero non farsi ingabbiare in quella fittizia dicotomia.
I media hanno cercato di correre ai ripari in modo un po’ goffo, presentando Robert Jr. come lo scemo di famiglia. Risulta però davvero poco realistico che un Kennedy, cioè un esponente dell’oligarchia statunitense (per quanto in standby), potesse partire per parlare dal palco di Berlino senza delle garanzie sulla qualità e quantità del pubblico che avrebbe dovuto trovarsi davanti e, soprattutto, senza delle coperture all’interno dell’establishment statunitense. Del resto il fatto che le autorità tedesche siano state costrette a smentirsi ed a concedere la manifestazione, indica che qualcosa nei rapporti di forza si è modificato. Il politicorretto prevede infatti la possibilità di schierarsi dalla parte del più debole, ma soltanto nel caso che il debole abbia già uno molto forte alle spalle.

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Di comidad (del 03/09/2020 @ 00:26:06, in Commentario 2020, linkato 5316 volte)
Jerome Powell, il presidente della banca centrale statunitense, la Federal Reserve, ha annunciato la scorsa settimana che d’ora in poi il suo obbiettivo istituzionale non sarà più di mantenere un tasso fisso di inflazione al 2%, bensì questa percentuale sarà considerata come tasso medio. Secondo il presidente della Fed questa nuova politica monetaria andrebbe a privilegiare l’occupazione invece che la stabilità dei prezzi. L’annuncio di Powell è stato considerato una “svolta epocale” non solo dalla stampa europea ma anche da quella americana.
Siamo in piena deflazione, cioè crollo dei prezzi e dell’occupazione, perciò non preoccuparsi dell’inflazione sarebbe puro buonsenso. In realtà, l’annuncio di Powell sa del classico “troppo bello per essere vero”. Anzitutto indicare il 2% di inflazione come tasso medio, vuol dire sì che si potrà sforare al 3% oppure al 4% ma significa anche che, per recuperare la media stabilita, occorrerà scendere all’1%, o addirittura allo zero. C’è poi da rilevare che la deflazione comporta una condizione di schiavitù per debiti, sia per gli Stati, sia per le famiglie. La deflazione determina infatti un crollo dei redditi e delle entrate fiscali, con una conseguente maggiore dipendenza dal debito, senza peraltro alcuna prospettiva che i creditori vedano eroso il valore dei loro crediti dall’inflazione.
Risulta quindi ovvio che esista una lobby della deflazione, cioè una lobby dei creditori, una coalizione di interessi delle grandi multinazionali del credito, che fa le sue fortune in deflazione e che non ha voglia che le cose cambino. Se si pensa che i gruppi industriali la pensino molto diversamente a riguardo, si è in errore, poiché la deflazione azzera il potere contrattuale del lavoro ed abbatte i salari.
Il punto è che il monopolio ideologico della lobby della deflazione non si esprime nella formula “la deflazione è bella”, ma in forme più insidiose e indirette. Ad esempio, in Europa l’Italia passa per essere il Paese che con più convinzione si batte contro le politiche di austerità che alimentano la deflazione e la disoccupazione. Gli enunciati però si scontrano con un retroterra ideologico molto diverso che implica risultati spesso opposti a quelli che ci si aspetterebbe.
La deflazione e l’austerità non si presentano come obbiettivi desiderabili in sé, bensì come una strada dolorosa ma obbligata, come “una medicina amara ma necessaria” per rimediare alle colpe passate di popoli che “hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi”. Il tono dolente è funzionale all’intento doloso. Questi popoli che non hanno saputo amministrarsi, devono rimanere in soggezione per essere “educati” ad accedere, in un futuro molto ipotetico, alle “virtù” che consentano di governarsi da soli. Questa operazione ideologica non ci viene imposta dall’esterno ma, al contrario, è tutta “made in Italy”. Si tratta del plurisecolare mito del “Paese Senza”, secondo il titolo del noto saggio del 1980 di Alberto Arbasino; un saggio che si ispirava appunto a quella lunga tradizione del pensiero italiano.

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Di comidad (del 27/08/2020 @ 00:20:33, in Commentario 2020, linkato 5362 volte)
Il mainstream ha ormai sposato l’idea di una nuova guerra fredda tra USA e Cina. Questa presunta guerra fredda è oggetto di analisi da parte dei centri-studi di questioni globali, come l’ISPI, l’Istituto di Studi di Politica Internazionale. Fondato nel 1934 dal regime fascista, l’ISPI era il centro-studi che consigliava Mussolini. Visti i risultati, già da allora era il caso di prendere con le molle le sue analisi, ed oggi le cose non sembrano andare diversamente.
Su Ispionline si trova infatti uno strano articolo, nel quale indirettamente si riconosce che, aldilà delle velleità soggettive degli USA, oggi non vi sono le condizioni oggettive di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, poiché in tutta evidenza mancano le basi per un duopolio mondiale tra le due potenze. La Cina infatti intrattiene rapporti economici con quasi tutto il mondo ma non è egemone in nessuna area. L’unica base militare all’estero della Cina è a Gibuti in Africa, ma è poca cosa in rapporto alla presenza economica che ha in quel continente. Ce ne sarebbe a sufficienza per fare giustizia di tutte le narrazioni da talk-show sulla minaccia globale della Cina, invece lo “studioso” autore dell’articolo conclude che una guerra fredda comunque c’è e che agli Europei conviene allinearsi al volere degli USA.
Non mancano altri commentatori che a tale conclusione aggiungono una curiosa postilla ad uso italiano, cioè sfruttare le avance della Cina nei confronti dell’Italia per rinegoziare con gli USA i termini della nostra rinnovata fedeltà atlantica. Che l’Italia possa essere riconosciuta come interlocutore dagli USA, è già di per sé un’idea abbastanza irrealistica; ma anche chi propone semplicemente di allinearsi al volere degli USA, dovrebbe tenere conto del fatto che esistono due modi alternativi per scontentare Washington: non fare quello che dice, oppure fare quello che dice. L’errore infatti è sempre quello di presupporre che gli USA agiscano in base ad una visione o ad una strategia.
Certo, oggi gli USA sentono minacciato il loro primato tecnologico dal 5G cinese, ma pare comunque stravagante che dopo aver brigato più di un secolo per aprirsi il mercato cinese, ora gli USA se lo chiudano semplicemente per il contenzioso sul 5G, che potrebbe essere regolato su base negoziale. Gli USA hanno voluto diventare il primo produttore mondiale di petrolio, perciò appare un controsenso precludersi il principale cliente potenziale. Inventarsi la minaccia cinese non ha senso per gli USA dal punto di vista strategico o economico; ce l’ha invece dal punto di vista dell’enemy business delle agenzie governative come il Pentagono, la NSA e la CIA, che trasformano queste finte minacce in fiumi di denaro pubblico e piogge di appalti, determinando i valori di Borsa delle aziende. Cambiare l’inquilino della Casa Bianca non modificherà questo stato di cose.
Molti commentatori attribuiscono ai dirigenti cinesi velleità di dominio globale. Sul piano del desiderio puro si possono coltivare tutti i sogni di dominio che si vogliono. Resta il fatto che i limiti della potenza cinese sono oggettivi, storici e millenari. L’urgenza non è mai stata quella di espandere l’impero ma di tenerne insieme i pezzi, in particolare l’area più “sfuggente”, cioè quella sud-orientale di lingua cantonese e a vocazione marittima. Dal XVI secolo in poi per la Cina il rimedio alle spinte centrifughe è stato l’isolamento, con l’ovvio effetto di perdere ben presto il primato economico e tecnologico. Che la demografia, oltre un certo limite, sia un freno e non una spinta, è dimostrato dal dato storico che la Cina non abbia mai tentato di annettersi la Siberia, neppure quando l’impero russo era molto di là da venire. L’annessione della Siberia è riuscita invece alla Russia, nonostante il suo storico deficit demografico.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


19/09/2020 @ 05:16:47
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