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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di comidad (del 21/04/2019 @ 00:53:26, in In evidenza, linkato 6370 volte)
Sandro Moiso, “La guerra che viene”, Mimesis, Milano-Udine 2019.
Recensione di Gianfranco Marelli

Avete presente lo sketch di Totò preso ripetutamente a schiaffi da una persona chiamandolo «Antonio sei un farabutto»,«Antonio sei un delinquente», «Antonio io t’ammazzo di sberle …» e Totò, nonostante i ripetuti improperi e strattoni, continua a ridere a crepapelle fino a che l’altro non gli chiede irritato il perché del suo atteggiamento: «Perché? Io non sono mica Antonio!»
Ecco, il libro di Sandro Moiso, “La guerra che viene”, che racchiude i trentacinque interventi (ventitre articoli di analisi e dodici recensioni) pubblicati dall’autore su “Carmillaonline” tra l’autunno del 2011 e l’autunno del 2018, sono i 35 schiaffi ripetutamente dati al lettore che come Totò crede di non chiamarsi Antonio, finché non gli viene il sospetto che lui si chiami proprio Antonio. Ma chi è Antonio?
È un nome comune, così tanto comune da rappresentare l’indifferenza, la superficialità, l’incredulità di chi sebbene ripetutamente chiamato in causa, stenta a credere che sia proprio lui, il soggetto-oggetto ad essere il bersaglio della “guerra che viene”; guerra che per la sua vastità e per la sua diramazione in ogni angolo del pianeta non può che essere definita Mondiale, al punto che succedendo alla 2ª guerra mondiale potrebbe chiamarsi 3ª guerra mondiale o addirittura 4ª guerra mondiale.
Sandro Moiso è riuscito a portare in primo piano la guerra che tutti i giorni Antonio subisce, ma crede che sia lontana da lui, che lo riguardi soltanto marginalmente, e soprattutto che è nell’ordine delle cose che accadono perché devono accadere, tanto lui è fortunato a non chiamarsi Antonio. Ma a prezzo di quanto? Della libertà di scegliere come organizzarsi assieme ad altri Antonio per contrastare ed opporsi alla pacificazione e alla resilienza che l’attuale sistema di dominio capitalista ha imposto al fine di estrarre profitto in ogni luogo e in ogni situazione, sia questo il Medio Oriente, l’America Latina, l’Europa dell’est, oppure la Val di Susa, il Salento, la periferia così come il centro delle innumerevoli metropoli diffuse come lebbra sull’intero territorio globalizzato e sfruttato, in un mondo «in cui lo slogan “Siamo il 99%” si avvicina sempre di più a rappresentare efficacemente una realtà socio-economica in cui i primi otto miliardari del pianeta posseggono esattamente la stessa quantità di ricchezza degli ultimi tre miliardi e mezzo di donne e uomini. Mentre anche solo qui in Italia i primi sette hanno una ricchezza corrispondente a quella del 30% della popolazione». [p. 158]

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Di comidad (del 18/04/2019 @ 00:12:33, in Commentario 2019, linkato 7504 volte)
Gli avvenimenti riconfermano puntualmente che il progresso civile è un’illusione. Le brutali modalità dell’arresto nell’ambasciata ecuadoriana di Julian Assange da parte delle autorità britanniche, mostrano un intento vendicativo decisamente sproporzionato rispetto all’effettiva entità dell’offesa ricevuta. Non si tratta solo dello scandalo di vedere il “Paese della Libertà” perseguitare un uomo che ha dedicato la vita alla libertà di informazione, ma soprattutto dell’esibizione oscena e molto poco “british” di una spietata determinazione vendicativa.
Migliaia di anni fa il Codice di Hammurabi introduceva quel principio che per l’epoca poteva essere considerato persino “progressista” e “laico”: “occhio per occhio”, cioè la vendetta doveva essere proporzionata all’offesa e non superarla. A distanza di tanti secoli, la vendetta si ripresenta invece nella sua accezione più sfrenata ed esagerata, facendo riemergere il nocciolo arcaico e superstizioso delle gerarchie sociali, percepite come sacre, tanto che chi le viola, deve essere perseguitato e martirizzato a prescindere da ogni considerazione di misura e di opportunità. Un Occidente meno “laico” di Hammurabi.
Assange è certamente un Robin Hood dell’informazione libera, ha utilizzato metodi di hackeraggio per ottenere informazioni riservate e diffonderle universalmente. Una competenza che avrebbe potuto essere usata a scopi personali, è stata invece messa al servizio di una battaglia civile. Libri e film contro la sua figura hanno cercato pretestuosamente di presentarlo come un despota paranoico ma, sta di fatto, che eventuali difetti umani non toglierebbero nulla alla nobiltà degli scopi. Le vicissitudini subite da Assange con alcuni suoi infidi collaboratori dimostrano inoltre che non è stato paranoico, semmai non lo è stato abbastanza.
Il punto vero è però che nessuna delle rivelazioni di Wikileaks, pur clamorose, si è dimostrata in grado di scalfire i rapporti di potere. Anche le rivelazioni di un altro Robin Hood della verità, Edward Snowden, non avevano inciso più di tanto sugli assetti internazionali. La “scoperta” che gli USA spiano i propri “alleati” come se fossero nemici, era una scoperta dell’acqua calda e l’afflusso di prove a riguardo non ha fatto che riconfermare ciò che si sapeva, ma che non poteva essere contrastato a causa delle gerarchie internazionali.
Si è consolidato il mito secondo cui la diffusione da parte di Wikileaks delle mail della Clinton avrebbe favorito la vittoria elettorale del cialtrone Trump. In realtà la sconfitta della Clinton era stata prevista per tempo dagli osservatori che si erano attenuti ai dati più ovvi. In base al sistema elettorale americano, una vittoria democratica richiede un ampio margine di voto sull’avversario repubblicano e la Clinton era troppo screditata, sia per i suoi rapporti dinastici e affaristici con Goldman Sachs, sia per i suoi atteggiamenti guerrafondai, perciò era impossibile per lei mobilitare le sacche marginali dell’elettorato democratico, quelle che si smuovono in base a speranza di cambiamento (poi regolarmente deluse).

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Di comidad (del 14/04/2019 @ 00:30:28, in Falso Movimento, linkato 3100 volte)
Nel corso di tutti i TG di venerdì 12 aprile si è molto parlato di una sparatoria avvenuta a Milano.
Per prima cosa è stato detto che si tratta di un fatto "in pieno stile Gomorra", poi che è una cosa molto simile a quella avvenuta due giorni prima a Napoli e si dà il via a un lungo servizio sulla sparatoria ... di Napoli, soffermandosi sulla efferatezza del regolamento di conti avvenuto nei pressi di una scuola, alla fine il senso della notizia risulta che quello che è avvenuto a Milano in realtà era più logico che accadesse a Napoli.
 
Nelle trattative per la cosiddetta “Brexit” l’Unione Europea ha tenuto la faccia feroce per imporre al Regno Unito le più onerose condizioni di uscita. Il risultato è che oggi il gioco delle parti tra il governo ed il parlamento britannico tiene l’UE sotto scacco. Ciò a dimostrazione che il vero “instrumentum regni” dell’UE è la moneta unica e che i Paesi non aderenti all’area-euro possono, in definitiva, fare ciò che gli pare. Ciò vale per l’ancora potente Regno Unito ma anche per le deboli Polonia e Ungheria.
Uno degli effetti della Brexit è l’aver cancellato una delle maggiori prospettive di sbocco migratorio per le giovani generazioni italiane. Ragazzi allevati all’insegna di “Erasmus” e della “cittadinanza europea” avevano visto nell’Inghilterra una meta ideale a cui aspirare, tanto più in un periodo in cui la persistente deflazione è diventata un incentivo a fuggire dall’Italia. Rimane la Germania come meta migratoria, ma non esercita lo stesso fascino dell’Inghilterra e la lingua non è un ostacolo da poco.
A ben vedere, quindi anche i programmi scolastici avevano già incorporato il destino pauperistico e recessivo dell’Italia, molto prima che la deflazione si manifestasse nei termini più virulenti. La deflazione e la libera circolazione dei cittadini all’interno della UE hanno comportato una miscela esplosiva, perciò lo scongiurare il rischio di una “invasione italiana”, deve aver costituito una concausa (e non delle meno importanti) nella scelta britannica di abbandonare l’Unione. I nostri programmi scolastici avevano evidentemente dimenticato Giacomo Leopardi che, nel suo poemetto satirico “Paralipomeni della Batracomiomachia”, ci aveva ammonito sul fatto che l’identità nazionale italiana non può nascere spontaneamente, bensì dall’accorgersi di essere tutt’altro che amati dalle altre nazioni.
Il risveglio dal sonno dell’idillio europeistico ormai c’è stato ma i suoi esiti appaiono ancora molto incerti. Ora che la via di fuga in Inghilterra è stata chiusa, la rivista “Limes” si è spinta a proporre una nuova “pedagogia nazionale” per i ragazzi orfani di “Erasmus” costretti a rimanere. Il dibattito politico sembra orientarsi nel confronto tra nazionalismi “hard” e nazionalismi più “soft”. Ma il fatto che l’ostilità tra le nazioni esista (eccome!), non comporta assolutamente che questa sia (per dirla in termini marxisti) la “contraddizione principale”.
Il Trattato di Maastricht del 1992 dichiarava come principale obbiettivo la “stabilità dei prezzi”, omettendo però di chiarire sia a chi facesse comodo l’assenza di inflazione, sia quali fossero gli strumenti per ottenere questa assenza di inflazione. L’inflazione zero fa comodo ai grandi creditori (la lobby della deflazione), che mantengono così inalterato nel tempo il valore dei propri crediti. L’inflazione-zero si ottiene creando disoccupazione, la quale di per sé già diminuisce la domanda sul mercato e quindi la spinta ai prezzi; ma la disoccupazione ha anche un effetto depressivo sul potere contrattuale di tutti i lavoratori, perciò la quota salari si abbassa sempre di più. Tutta la mitologia e la retorica mainstream sullo sviluppo e sulla “crescita” si dimostrano così dei meri alibi propagandistici per dissimulare la realtà della finanziarizzazione e della pauperizzazione.
Dato che comunque la produzione ci deve essere, la disoccupazione non può diffondersi in modo generalizzato ma va localizzata e concentrata in alcune aree da mantenere povere e deindustrializzate; aree che costituiscono una sorta di stabile camera di raffreddamento dell’economia e dell’inflazione e che, per questo motivo, possono essere definite colonie deflazionistiche. Ecco che l’Europa si spacca tra un Nord più sviluppato ed un Sud in stagnazione cronica.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


23/04/2019 @ 10:40:37
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