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"Il vincolo statale funziona come un pastore che tiene unito il gregge, ma solo per metterlo a disposizione del predatore."

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Di comidad (del 20/07/2017 @ 02:13:33, in Commentario 2017, linkato 524 volte)
La crisi bancaria avrebbe potuto costituire l’occasione per il ceto politico di tornare alla grande nel sistema bancario. Tutte le condizioni apparivano favorevoli. La Banca Centrale Europea aveva riconosciuto l’inapplicabilità del “bail in” e l’inesistenza del “terzo pilastro” dell’unione bancaria europea, cioè il fondo comune di garanzia dei depositi, il che era come dire che gli altri due pilastri sono solo chiacchiere e minacce a vuoto. In fatto di euroscetticismo i siti da preferire sono quelli rigorosamente “europeisti”, poiché più palese che mai vi risulta la constatazione che in Europa non c’è alcun regime bancario in comune, perciò ognuno potrebbe fare come gli pare.
È il governo tedesco ad opporsi fieramente ad una condivisione dei rischi bancari ed è lo stesso governo tedesco che oggi si trova in difficoltà internazionale, grazie agli attuali ardori filoamericani del presidente francese Macron. Il governo italiano avrebbe potuto facilmente approfittare delle difficoltà tedesche. Pier Carlo Padoan ha invece escluso la soluzione semplice, logica e meno costosa della nazionalizzazione delle banche venete, preferendo la soluzione “privatistica”, una vera cannibalizzazione delle piccole banche da parte del maggior gruppo bancario italiano; e i costi della “digestione” sono stati messi interamente a carico della spesa pubblica. Al “mite” Gentiloni è toccato perciò di allestire un colpo di mano parlamentare, con tanto di imposizione della fiducia.
Si è molto insistito mediaticamente sulle malversazioni che avrebbero condotto alla crisi bancaria in Italia, come se potessero mai esistere banchieri onesti e come se l’austerità non c’entrasse nulla con le insolvenze dei debitori. Quanto a malversazioni l’attuale decreto del governo ha fatto invece impallidire i crimini commessi in precedenza. Tempo fa aveva suscitato indignazione il fatto che Padoan avesse piazzato la figlia Eleonora alla Cassa Depositi e Prestiti, banca sotto il controllo del governo. Lo stesso Padoan non ha però ritenuto di far assorbire le banche venete dalla stessa CDP o da BancoPosta, forse perché temeva che la carriera della figlia se ne avvantaggiasse. Che uomo integerrimo!
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Di comidad (del 13/07/2017 @ 02:30:28, in Commentario 2017, linkato 4834 volte)
Uno degli “story telling” più frequenti riguarda la quota del PIL dovuta agli immigrati, con quantificazioni che cambiano a seconda del narratore. Gli immigrati dunque compenserebbero il calo di natalità e l’invecchiamento della popolazione italiana. Ma, come spesso capita, la questione è un po’ più complicata. Nel dopoguerra in Italia vi è stato un progressivo aumento della natalità, che ha trovato il suo picco nel 1964. La data è significativa poiché coincide con la prima grave crisi economica dopo il Boom degli anni precedenti. Si vuole spesso attribuire l’andamento della natalità a cause culturali ma, sta di fatto che, in base ai dati italiani, ciò non ha riscontro. Alla fine degli anni ’80 vi fu persino un nuovo picco delle nascite nel Nord Italia, in coincidenza con il buon andamento delle aspettative economiche. Al Sud questo aumento della natalità non ebbe riscontro perché le aspettative erano opposte; anzi, il calo irreversibile della natalità nelle regioni meridionali cominciò proprio negli anni ’80 e coincise con la deindustrializzazione del Meridione. L’austerità al Sud era cominciata da due decenni ed i primi pareggi di bilancio operati dai governi negli anni ’80 furono ottenuti proprio con il taglio drastico degli investimenti pubblici nelle regioni meridionali.
Il crollo della natalità in Italia coincide quindi con il ventennio degli “avanzi primari”, cioè dei pareggi di bilancio al netto degli interessi sul debito pubblico; un debito che continuava a salire non perché le spese aumentassero, ma perché il PIL crollava. L’immigrazione è effettivamente una risorsa aggiuntiva se l’economia è in espansione. Se invece il PIL è in caduta, gli immigrati vanno invece a far concorrenza sulle fasce salariali più basse, determinando una deflazione salariale, cioè un taglio progressivo del costo del lavoro. Gli immigrati guadagnano troppo poco e perciò non incidono neppure sulla domanda interna. La questione dello “Ius Soli” ha riproposto il copione dello scontro di bandiera tra “buonisti” e “cattivisti”, tra “animabellisti” ed “animabruttisti”, ma in una società come questa il potenziale di effettiva integrazione è proporzionale alla capacità di spesa che, per gli immigrati, rimane infima.
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Di comidad (del 06/07/2017 @ 01:09:10, in Commentario 2017, linkato 1193 volte)
Ad appena un anno di distanza dalla riforma del lavoro di Hollande, il neo-presidente francese Macron è già pronto a ripresentarne un’altra che ribadisce ed inasprisce i contenuti della precedente. Grazie alla vicenda dei migranti ormai anche i commentatori meno avveduti hanno cominciato ad accorgersi che Macron non è affatto un “europeista” (ammesso che gli “europeisti” esistano), ma uno che fa, caso per caso, gli interessi dell’oligarchia francese. La sopravvivenza dell’euro infatti non è più il movente di questo rincorrersi delle riforme del lavoro. L’euro è servito come veicolante ed acceleratore di processi di finanziarizzazione e precarizzazione, ma questi processi si ha tutta l’intenzione di proseguirli oltre la prevedibile liquidazione della cosiddetta “moneta unica”, ormai troppo sbilanciata a favore degli interessi tedeschi. La liquidazione dell’euro probabilmente sarà formalizzata quando il governo francese avrà comodamente allestito tutte le sue vie d’uscita.
In una di quelle che una volta erano definite “potenze economiche emergenti”, il Brasile, è già stata preparata dal governo golpista una riforma del lavoro che, pur in contesto ancora segnato da forme di sfruttamento tradizionale, inserisce criteri di precarizzazione. Il rapporto di lavoro precario viene legittimato attraverso il principio della esternalizzazione del processo produttivo, con l’affidamento di fasi della produzione ad aziende esterne che usino lavoro temporaneo.
Per colmo di sfortuna per il governo golpista le notizie sulla ripresa dell’economia e dell’occupazione in Brasile sono giunte prima che la riforma venisse varata, perciò non si potrà attribuirne il merito alla riforma stessa, come era invece riuscito a Renzi. In Brasile ci sono state le prevedibili proteste ma, per ora, i principali sindacati si sono fatti intimidire dal clima golpista e non hanno proclamato lo sciopero generale.
A causa di un’incessante e capillare propaganda le cosiddette “sinistre” non sono più pronte ad indignarsi di fronte all’eventualità di golpe; anzi, una parte dell’opinione pubblica di “sinistra”, dopo la vicenda della deposizione della presidente Rousseff in Brasile, ha cominciato a prendere le distanze anche dal governo regolarmente eletto di Maduro in Venezuela. Dopo la “sinistra interventista”, che ha dato prova di sé nel 2011 per la Libia, vedremo perciò una “sinistra golpista” nel caso venezuelano.
Introdurre la precarizzazione in un colosso economico come il Brasile valeva bene un colpo di Stato, poiché la precarizzazione non è solo un modo di ridurre il costo del lavoro, ma costituisce un business in se stessa. La precarizzazione del lavoro implica infatti l’intermediazione del lavoro e, non a caso in agricoltura e in edilizia era diventata una piaga sociale - il caporalato -, tanto che ci si era decisi a considerarla reato, anche se non si è mai fatto nulla di serio per perseguirla.

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Di comidad (del 29/06/2017 @ 00:34:30, in Commentario 2017, linkato 1259 volte)
Le sortite del Super-Buffone di Francoforte (in arte Mario Draghi) esibiscono sempre quell’eccesso di stupidità che le rende molto più rivelatorie rispetto alle intenzioni dell’autore. Nella sua ultima relazione al Consiglio Europeo Draghi se l’è presa con i sindacati, rei, a suo parere, di preferire la stabilità del posto di lavoro agli aumenti salariali.
Storicamente i sindacati sono strutture il cui effettivo peso non corrisponde affatto alla sovraesposizione di cui sono oggetto. Ciò rende gli stessi sindacati dei facili bersagli di pretestuose recriminazioni, il cui modello è la famosa frase “i sindacati hanno rovinato l’Italia”. Nonsenso per nonsenso, con altrettanta attendibilità si potrebbe dire che l’Italia ha rovinato i sindacati.
Draghi ha fatto ricorso a questi mezzucci perché doveva spiegare al suo uditorio come mai, nonostante la liquidità con cui ha inondato il sistema, non vi sia stata una ripresa dei consumi. Ma i consumi non potevano ripartire proprio perché la ripresa dell’occupazione è stata di scarsa qualità, a base di precariato; e i precari non hanno né il potere contrattuale per ottenere aumenti salariali, né la tranquillità che consenta loro di pianificare consumi di una certa consistenza.
Nel 1976 i sindacati furono indicati come responsabili degli attacchi speculativi alla lira, ciò a causa dell’accordo sulla scala mobile ottenuto l’anno prima. L’altro colpevole additato dai media fu il segretario del partito Socialista, Francesco De Martino, il quale aveva scritto un articolo che sembrava anticipare una crisi di governo. Quaranta anni fa i media non si regolavano diversamente da adesso. In realtà il crollo della lira fu dovuto alla politica di credito facile alle esportazioni operata dal Tesoro: i finanziamenti alle esportazioni di merci diventarono in effetti finanziamenti all’esportazione dei capitali, mettendo in crisi la bilancia dei pagamenti. Nel 1976 la circolazione internazionale dei capitali non era affatto libera, anzi, in Italia era considerata addirittura reato. Sta di fatto che l’import-export di merci è sempre stato un canale di esportazione di capitali più o meno occulto.
Il dominio ideologico del “neoliberismo” (in effetti paleo-liberismo) fa sì che venga liquidata come complottismo qualsiasi attenzione agli squilibri strutturali del capitalismo. Sarebbe perciò interessante se qualche storico dell’economia rileggesse finalmente la storia italiana, compresa la meno recente, dall’angolazione dell’esportazione di capitali. Si spiegherebbero forse tante cose, a cominciare dal mito dell’Italia Paese senza materie prime; dato che l’importazione di materie prime costituisce un canale surrettizio di esportazione dei capitali.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


23/07/2017 @ 08:27:54
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