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"Le decisioni del Congresso Generale saranno obbligatorie solo per le federazioni che le accettano."

Congresso Antiautoritario Internazionale di Ginevra, 1873
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Di comidad (del 19/01/2017 @ 01:52:52, in Commentario 2017, linkato 776 volte)
Uno dei mestieri più sopravvalutati è quello del giurista. Si tratta in fondo di tenere presenti il principio di non contraddizione e la gerarchia delle normative, per la quale una legge prevale su un regolamento ed una legge costituzionale prevale su una legge ordinaria. L’aspetto “creativo” del mestiere del giurista è trovare qualche sofisma per giustificare scelte incongruenti. L’ex giudice della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick ha cercato di spiegare la recente sentenza della Corte circa la inammissibilità del referendum sull’abrogazione delle norme che eliminavano il licenziamento per giusta causa. Flick ha affermato che la Corte ha smentito la sua precedente sentenza del 2003, che aveva invece ammesso un referendum analogo, perché stavolta sono state fatte prevalere considerazioni di carattere politico-istituzionale, in “senso alto”, piuttosto che motivazioni puramente giuridiche.
Come a dire che la sentenza ha tenuto conto non della Costituzione, bensì della stabilità del governo e della necessità di non allarmare ulteriormente le eurocrazie con la prospettiva di un rilancio delle garanzie del lavoro. Una sentenza tutta “europea”, appunto.
Il segretario della CGIL Susanna Camusso, di fronte al palese “europeismo” della sentenza, non ha trovato di meglio che annunciare che, per ottenere ragione, si rivolgerà alla Corte di Giustizia europea. La Camusso ha quindi riproposto un atteggiamento nei confronti dell’UE che riecheggia quello di una decina di anni fa, prima del caso Grecia, quando l’Europa non era ancora percepita come un’entità ostile e l’antieuropeismo era solo un fenomeno “di nicchia”.
Nel 2008, di fronte alle prime versioni preparatorie che circolarono sul testo del Trattato di Lisbona, vi fu qualche allarme per una possibile reintroduzione della pena di morte e della esecuzione sommaria in casi di insurrezione; una misura che poi decadde, ma che, significativamente, era stata perseguita attraverso la consueta tecnica dell’incertezza e ambiguità della normativa; un’incertezza ed un’ambiguità che contraddistinguevano tutta la costruzione europea. Ma si trattò di un allarme episodico.

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Di comidad (del 12/01/2017 @ 00:10:23, in Commentario 2017, linkato 1080 volte)
L’accordo tra il gruppo liberal-democratico del parlamento europeo ed il Movimento 5 Stelle alla fine è saltato; ma rimane comunque significativo che il tentativo sia stato fatto, che cioè Grillo abbia cercato, con il supporto della consueta farsa della “democrazia sul web”, di far rientrare il suo movimento nei canoni della “rispettabilità” politica. Non è affatto una sorpresa dato che molti commentatori avevano rilevato da tempo il carattere del tutto mistificatorio dell’euroscetticismo del M5S.
La pubblicazione del “codice di comportamento” del M5S ha suscitato scontati commenti su presunte “svolte garantiste” o su “norme salva-Raggi”, ma anche in questo caso l’adesione del grillismo agli schemi della “rispettabilità” politica rimane immutata, poiché esso continua a considerare la condanna nel giudizio di primo grado come discriminante per eventuali dimissioni. Per un movimento che si era presentato come sfida all’establishment, risulta davvero ben strana questa sudditanza morale nei confronti della magistratura, come se questa non facesse parte a sua volta dell’establishment. Per un vero movimento di opposizione sarebbe stato più logico non vincolarsi a questioni di condanna di primo grado o di condanna definitiva, ma valutare caso per caso, proprio perché nessuna sentenza può ritenersi di per sé immune dal sospetto di essere originata da manovre di lobbying.
L’affanno e l’auto-discredito crescenti del M5S sono l’effetto di contraddizioni che erano palesi da anni e che sono scoppiate non appena i successi elettorali hanno avvicinato il movimento ad una possibilità di accedere al governo. La pretesa di risolvere le questioni con un presunto “onestismo” ha rappresentato per molti militanti del movimento la benda sugli occhi per evitare di prendere atto della violenza del contesto coloniale. A riguardo vi è nel 1976 il precedente del PCI di Enrico Berlinguer, che si arrese allo strapotere imperialistico della NATO adottando slogan diversivi come la “questione morale” ed il “governo degli onesti”: lo stesso mito di quella che si potrebbe chiamare “ortocrazia”, oggi invocata anche dal M5S.

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Di comidad (del 05/01/2017 @ 01:34:04, in Commentario 2017, linkato 1233 volte)
Ogni tanto qualcuno si distrae e per abitudine superstiziosa ricomincia a credere all’esistenza dello Stato. Meno male che ogni tanto arrivano anche le sentenze della sedicente magistratura a riportare tutti alla realtà. La recente sentenza della Corte di Cassazione che legittima il licenziamento motivato dal “maggiore profitto”, è indicativa non solo e non tanto perché santifica il valore del profitto rispetto a quello del lavoro, ma soprattutto perché sposta la motivazione del licenziamento su un piano del tutto ipotetico ed oggettivamente indimostrabile all’atto del licenziamento stesso. A meno che il risparmiare su uno stipendio non venga di per sé considerato “maggior profitto”; o che non venga considerato foriero di maggior profitto soprattutto l’effetto terroristico che un licenziamento provoca sul resto del personale.
La sentenza della Corte di Cassazione è quindi antigiuridica in quanto stabilisce una sistematica incertezza della norma che si presta ad ogni abuso.
Alcuni giuristi hanno constatato che la sentenza della Cassazione può persino sortire un effetto di vera e propria istigazione a delinquere, in quanto conferisce, grazie alla generica motivazione del “maggior profitto”, una patente di impunità al padronato. Ecco che la legalità può esercitarsi in funzione dell’illegalità; ed il bello è che la “sinistra” (compresa quella “radicale”) si è suicidata ideologicamente proprio in nome del mito della legalità.

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Di comidad (del 03/01/2017 @ 16:59:57, in In evidenza, linkato 1128 volte)
Dai lavoratori e lavoratrici Almaviva per il NO

Siamo avviliti e schifati per il modo in cui giornali e telegiornali stanno vendendo la nostra storia all’opinione pubblica. Quasi non crediamo sia possibile che l’unica versione servita al popolo italiano sia quella dell’azienda, del Governo o al massimo delle dirigenze sindacali. 1600 lavoratori vanno a casa dopo anni di lavoro e mesi di battaglie e la loro voce non viene praticamente ascoltata.
Perché non sono i mesi di sacrifici, di contratti di solidarietà, di salario perso a forza di scioperi, gli anni di lavoro che vanno in fumo con una semplice lettera di licenziamento. Non è questo il nostro principale dolore in questo momento. Sono queste inaccettabili menzogne a ferirci davvero, quelle che vorrebbero tramutare la vittima in colpevole. Quelle che vorrebbero far ricadere la colpa di questo licenziamento di massa sugli stessi che lo subiscono e non su un’azienda che l’ha sempre voluto, che da anni usa questa minaccia per intascare soldi e commesse pubbliche, che da anni vessa i propri dipendenti e li mette gli uni contro gli altri. Un’azienda che mentre chiude le sedi di Roma e Napoli dove i lavoratori sono più anziani e le costano di più perché hanno ancora dei diritti, non si fa scrupolo di delocalizzare in Romania e chiedere ore di straordinario nelle sedi di Milano e Rende.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/01/2017 @ 02:02:51
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