"
"Il vincolo statale funziona come un pastore che tiene unito il gregge, ma solo per metterlo a disposizione del predatore."

Comidad (2014)
"
 
\\ Home Page
Benvenuto nel blog del COMIDAD:

Home Page
 
Di comidad (del 20/06/2019 @ 00:38:29, in Commentario 2019, linkato 6172 volte)
La gerarchia internazionale è composta da Paesi giudici e Paesi perennemente imputati. Nei prossimi vertici internazionali il governo cinese sarà chiamato a rendere conto delle manifestazioni di Hong Kong, quando invece nessuno si era sognato di mettere sulla sedia degli imputati gli USA o il Regno Unito per le rivolte e le repressioni razziali di Ferguson o di Birmingham.
Se ai meccanismi della gerarchia internazionale si aggiunge il lobbying commerciale, l’effetto è esplosivo. Oggi l’Iran viene accusato dagli USA e dai suoi satelliti di aver compiuto gli attentati alle petroliere nel Golfo dell’Oman. Queste accuse pregiudiziali e pretestuose ci sarebbero state anche venti anni fa, ma ora c’è di mezzo la guerra commerciale che gli USA stanno combattendo per promuovere i loro costosi idrocarburi ricavati dalla frantumazione delle rocce di scisto. Ogni Paese produttore di petrolio e di gas è quindi nel mirino degli USA: Iran, Russia, Venezuela e, prossimamente, anche la Nigeria.
Si parla spesso, giustissimamente, delle prevaricazioni della finanza sull’economia reale, ma gli idrocarburi ricavati dallo scisto rappresentano un business che dimostra quanto possa essere distruttiva la cosiddetta economia reale. L’espressione “economia reale” va sempre presa con le molle ed in questo caso più di altri, infatti gli idrocarburi ricavati dallo scisto rappresentano un business col massimo di impatto ambientale, un business drogato dalla finta emergenza della fine del petrolio; un falso allarme che ha giustificato l’afflusso di enormi finanziamenti pubblici alle compagnie private. Pseudo-allarmismo ed assistenzialismo per ricchi: il capitalismo nella forma più ortodossa. Il guaio è che i falsi allarmi hanno creato le condizioni per un allarme vero.
Gli idrocarburi ricavati dallo scisto sono infatti troppo cari per incontrare spontaneamente la domanda, ma gli investimenti nel settore sono stati faraonici, con il rischio che saltino le principali aziende coinvolte nel business del fracking, con la conseguente prospettiva di trascinarsi dietro l’intera economia americana. L’agenzia USA per l’energia ci ha fatto perciò sapere con un suo documento ufficiale che l’esportazione di gas di scisto sarà una priorità, un vero e proprio export di libertà verso i Paesi, come quelli europei, oppressi dalla dipendenza energetica nei confronti della Russia e dell’Iran.
Gli idrocarburi ricavati dallo scisto sono solo una delle bombe innescate dagli USA nell’economia reale. In ritardo sulle tecnologie informatiche di quinta generazione, gli USA hanno risolto il problema bloccando le sinergie tra le multinazionali informatiche americane e la cinese Huawei. Il pretesto adottato nella circostanza è quello della “sicurezza” delle comunicazioni americane, che i Cinesi potrebbero violare: una narrazione al cui confronto diventa credibile persino quella sulla nipote di Mubarak. Intanto le vendite di Huawei sono crollate del 40% ed i mega-investimenti cinesi rischiano di andare in fumo.
La Cina oggi è il gigante dell’economia reale e quindi è anche la più esposta alle guerre commerciali. La Cina a sua volta è uno dei maggiori detentori del debito USA, perciò si apre un possibile scenario inverso a quello a cui ci eravamo abituati negli ultimi anni: stavolta una crisi dell’economia reale potrebbe riversarsi sulla finanza.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 13/06/2019 @ 00:08:57, in Commentario 2019, linkato 7377 volte)
Il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, forse non ha apprezzato il colpo di fortuna che gli è capitato. Quando il governo francese ha chiesto una pausa di una settimana nella trattativa per la fusione di FCA e Renault, il presidente di FCA, John Elkann, ha invece interrotto clamorosamente la trattativa. Elkann non se ne frega nulla del governo italiano e quindi non si è reso conto del favore che gli stava facendo. In quella settimana di “pausa” chiesta dal governo francese, inevitabilmente Di Maio avrebbe finito per cedere alle pressioni che gli provenivano sia dall’esterno che dall’interno della maggioranza per inserire il governo italiano nella trattativa.
In tal modo il governo francese avrebbe avuto a disposizione un comodo capro espiatorio su cui scaricare il fallimento della trattativa. Ma Di Maio non ha avuto il tempo materiale per commettere quell’errore di ingenuità, perciò si è evitato di essere additato al ludibrio mediatico come colui che aveva fatto sfumare l’affare del secolo, mettendo sul lastrico migliaia di famiglie, eccetera. È vero che un Maurizio Landini ormai irriconoscibile continua tuttora a recriminare sull’assenza del governo nella trattativa, ma si tratta di stoccatine polemiche irrilevanti rispetto alle accuse che avrebbero potuto piovere su Di Maio. Tra l’altro Landini piange sul mancato accordo tra FCA e Renault come se fosse una iattura per i lavoratori: un’affermazione assolutamente non dimostrata e non dimostrabile in base ai dati effettivamente disponibili sull’affare; un’affermazione che dimostra semmai che per i sindacati confederali l’interesse delle multinazionali va identificato dogmaticamente con quello dei lavoratori.
La fortuna esiste, ma ciò non toglie che l’errore oggi evitato fortunosamente dal governo, non possa essere commesso domani. Per un Paese come l’Italia è infatti difficile comprendere i meccanismi della gerarchia internazionale, in base ai quali l’Italia non è considerata un interlocutore.
Tra la fine del 2011 e il 2013, l’allora Presidente del Consiglio, Mario Monti, si presentava alle trattative europee con un mirabolante curriculum personale di marca paramassonica: ex Commissario europeo, Rettore della Bocconi, presidente della Trilateral e persino membro dell’Atlantic Council, che è come dire il direttivo ideologico della NATO. Quanto a “credibilità”, Monti avrebbe dovuto rappresentare il massimo. Eppure anche Monti dovette subire l’umiliante esperienza di esser preso per i fondelli e di essere trattato come un accattone qualsiasi.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 06/06/2019 @ 00:21:41, in Commentario 2019, linkato 7564 volte)
Dai dati elettorali risulta che il PD ha evitato il temuto crollo alle elezioni europee non a scapito dei 5 Stelle, bensì fagocitando gran parte dei voti che, in altre condizioni, sarebbero andati ai movimenti alla sua “sinistra”. Evidentemente molti elettori della sinistra radicale si sono convinti a compiere un voto “utile” in funzione antifascista. Si potrebbe dire che il PD ha riscosso una vera e propria tassa sull’antifascismo a spese dei suoi concorrenti a sinistra.
Paradossalmente è proprio il PD a contribuire a quella campagna propagandistica che, di fatto, legittima la riedizione di un fascismo o, quantomeno, di un “uomofortismo”. Questa propaganda mainstream afferma da un lato che l’Europa rischia nei prossimi anni un’invasione migratoria a causa delle misere condizioni del continente africano e, dall’altro lato, ripete in continuazione che il vero contenzioso non è con la Commissione Europea ma con i “Mercati”, da cui dipenderebbe la sopravvivenza del nostro debito pubblico. Se davvero il nostro Paese fosse a rischio di invasione da parte di milioni di Africani poveri e, nel contempo, il vero potere fosse nelle mani dei “Mercati”, allora per il popolo l’unica prospettiva di sopravvivenza sarebbe quella di affidarsi ad un leader “forte”, capace di contrastare l’una e l’altra minaccia con misure autoritarie.
In realtà gli “uomini forti” non esistono, al massimo esistono uomini che sembrano tali (e certamente Salvini non è neppure tra quelli); ma, soprattutto, nessuno dei due suddetti scenari, sia quello dell’invasione, sia quello dell’onnipotenza dei “Mercati”, corrisponde minimamente ai dati di fatto. La migrazione non è una fuga dei poveri dalle loro condizioni di vita, bensì è l‘effetto di una massiccia finanziarizzazione delle masse povere.
Il settimanale “The Economist” si è accorto che le rimesse dei migranti ai loro Paesi di origine ammontano a circa cinquecento miliardi di dollari l’anno e che il business su questi trasferimenti è gigantesco, dato che le commissioni bancarie sono particolarmente esose.
I migranti quindi non recidono affatto i rapporti con la madre patria, perciò non vi è nessuna invasione in atto. La condizione dei migranti deriva da uno sfruttamento finanziario; uno sfruttamento che andrebbe contrastato non con spettacolari blocchi di navi e con muri, ma con misure finanziarie. In altre parole, occorrerebbe colpire le lobby finanziarie che spingono alla migrazione allo scopo di ”banchizzare” le masse povere attraverso la spirale degli indebitamenti personali (i “migration loan”) e attraverso l’esigenza di trasferire i loro guadagni alle proprie famiglie e, ovviamente, ai creditori.
Il settimanale britannico, per evitare le commissioni troppo alte sulle rimesse dei migranti, propone ipocritamente maggiore concorrenza; come se fosse difficile per più banche fare accordi di cartello in barba alla concorrenza. L’unica vera soluzione sarebbe quella di istituire un monopolio pubblico delle rimesse, a costo zero per i migranti. Sarebbe una soluzione solidale che, al tempo stesso, spazzerebbe via completamente il business delle commissioni e quindi l’incentivo a spingere alla migrazione. Ottimi motivi per non attuare mai quella soluzione.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 30/05/2019 @ 00:59:55, in Commentario 2019, linkato 7666 volte)
La vera notizia di queste ultime elezioni non è il previsto trionfo di Salvini, quanto la sopravvivenza politica del PD, il quale vede finalmente esaurirsi l’effetto Renzi. Nelle elezioni europee di cinque anni fa, Renzi aveva condotto il PD al suo massimo storico, poi, nel giro di qualche anno lo ha condotto al minimo storico. Da quella vicenda Salvini dovrebbe trarre una lezione sia sul carattere volatile dei successi elettorali, sia sull’illusorietà del voler trasferire il risultato delle elezioni europee alle politiche, dove vota un 20% in più di elettori.
L’arena elettorale celebra i suoi trionfi e le sue condanne, ma il vincitore di turno si rivela regolarmente incapace di governare e la colpa, alla fine, è sempre dell’elettore, che non ha capito niente. Insomma, bisogna far votare il popolo e farlo sbagliare, così dopo si rassegna al fatto che deve affidarsi a chi ne sa più di lui.
Al di là dei sussulti elettorali, permane intanto il dominio del cosiddetto “senato virtuale”, cioè i mitici, quanto sedicenti, “Mercati”. È noto che dal 1975 le super-lobby della finanza, come la famigerata Commissione trilaterale, hanno avviato una polemica contro il cosiddetto “eccesso di democrazia”, un democrazia in crisi, bisognosa di “governabilità”.
Sulla base di queste esternazioni dei super-ricchi, è cominciata anche un’opposizione tesa alla rivendicazione della “sovranità popolare” contro il potere delle élite globaliste. Il filosofo Massimo Cacciari ha bacchettato questa posizione anti-elitaria, affermando che anche la democrazia non può esercitarsi se non attraverso il potere di élite. In realtà in questo caso sono state proprio le élite a dissociarsi ed a rivendicare una separazione dal popolo. La rivendicazione separatistica delle élite è stata celebrata nell’esibizione sempre più sfacciata di consessi dei potenti, come appunto la Trilateral e l’altrettanto famigerato gruppo Bilderberg o il meno noto Gruppo dei Trenta, fondato da Rockefeller nel 1978, ma venuto agli onori delle cronache solo di recente, a causa della presenza di Mario Draghi in quella conventicola.
Tutte le oligarchie tendono a isolarsi dalla massa e tutte le oligarchie tendono a idolatrarsi, però è anche vero che l’esibizionismo oligarchico degli ultimi decenni rappresenta un dato storico abbastanza inedito rispetto alla storia degli ultimi secoli. Bisogna solo capire se questo separatismo autocelebrativo corrisponda davvero ad una visione strategica oppure sia solo un riflesso di meccanismi insiti in ogni tipo di potere.
La polemica antidemocratica da parte delle lobby finanziarie appare in effetti abbastanza inconsistente e pretestuosa, dato che la democrazia ha finito per costituire il terreno ideale per lo sviluppo del lobbying. I parlamentari si fanno scrivere le leggi dai lobbisti e vedono negli stessi lobbisti coloro che potranno garantirgli una carriera anche fuori della politica. Negli anni ’70 le oligarchie venivano descritte come assediate dalle “aspettative crescenti” delle masse, ma poi si è visto che la democrazia è stata utilissima per educare le masse ad aspettative decrescenti.

...

Continua a leggere...

 

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (2)
Bollettino (7)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (52)
Commentario 2017 (52)
Commentario 2018 (52)
Commentario 2019 (25)
Commenti Flash (61)
Documenti (44)
Falso Movimento (3)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (8)
Links (1)
Storia (7)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


25/06/2019 @ 20:29:36
script eseguito in 78 ms