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"L'elettoralismo risulta così euforizzante perché è una forma di pornografia, attiene cioè al desiderio puro, magari con quella dose di squallore che serve a conferire un alone di realismo alla rappresentazione. Ma i desideri, i programmi e le promesse elettorali non sono la realtà, che è invece scandita dalle emergenze. L'emergenza determina un fatto compiuto che azzera ogni impegno precedente, ed a cui ogni altra istanza va sacrificata, come ad un Moloc. Carl Schmitt diceva che è sovrano chi può decidere sullo stato di eccezione. Ma nella democrazia occidentale vige uno stato di emergenza cronica, cioè uno stato di eccezione permanente, l'eccezione diventa la regola."

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Di comidad (del 21/11/2019 @ 00:15:16, in Commentario 2019, linkato 3090 volte)
Nei giorni scorsi l’autorevole agenzia ANSA ha prodotto una delle sue tante fake news attribuendo alla “guida spirituale dell’Iran”, l’ayatollah Khamenei, una dichiarazione in cui esprimeva il proposito di “distruggere Israele”. La “notizia” viene smentita già nel corpo dell’articolo, nel quale in realtà la dichiarazione di Khamenei si restringe all’osservazione che una distruzione di Israele non comporterebbe affatto una distruzione degli Ebrei. A questo punto c’è da dubitare anche della traduzione operata dall’ANSA o da chi per essa, andando a capire se effettivamente in quella dichiarazione Khamenei abbia mai pronunciato il corrispettivo persiano della parola “distruggere”.
Si è di fronte alla consueta infantilizzazione dell’opinione pubblica, allevata ad interpretare i contrasti internazionali in base alla contrapposizione tra buoni e cattivi. Se si ricorre ad una propaganda così rozza ed elementare risulta evidente l’intenzione di rafforzare la psicosi del “nemico”, addirittura di inventare i nemici. L’aspetto curioso è che l’Iran come potenza regionale è stato praticamente “inventato” dagli USA, quando nel 2003 decisero di eliminare il contrappeso regionale dell’Iran, cioè l’Iraq a dominanza sunnita di Saddam Hussein. In quel momento però la priorità per gli USA era quella di punire Saddam Hussein per i suoi propositi di sganciarsi dal dollaro e, soprattutto, per il fatto che reinvestiva in loco i proventi del petrolio invece di riciclarli nel circuito finanziario americano.
Dal canto suo Israele non è più un Paese davvero indipendente e ciò dal 1973, anno in cui fu salvato dalla sconfitta con l’Egitto dall’intervento statunitense, tanto che vi sono stati vari segnali di una presenza militare diretta degli USA ed anche di una presenza della CIA nello stesso Israele. Al di là dell’esigenza USA di tenere destabilizzata l’area del Vicino e Medio Oriente (oggi per gli USA c’è in ballo anche il lancio del business del suo petrolio di scisto), c’è però da rilevare che ben difficilmente Israele potrebbe permettersi una situazione di pace o di guerra non guerreggiata. La nascita di Israele si è basata su una contraddizione oggettiva. La grande minaccia per la sopravvivenza dello Stato sionista è infatti quella demografica, in quanto nel giro di una o due generazioni la popolazione israeliana si ritroverebbe molto più minoritaria di quanto già non lo sia ora. Solo uno stato di guerra permanente può consentire ai governi israeliani non solo di giustificare l’apartheid ma, soprattutto, di gestirlo materialmente. In tal modo risulta facile spiegarsi i ricorrenti quanto gratuiti attacchi a Gaza ed anche il bisogno di alimentare lo spauracchio della minaccia iraniana.
Esistono quindi contraddizioni oggettive che prescindono dalle volontà dei singoli e dei popoli. Anche la storica inconsistenza dell’europeismo sta proprio nella totale omissione delle vere questioni sul tappeto.

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Di comidad (del 14/11/2019 @ 00:53:49, in Commentario 2019, linkato 5391 volte)
Che l’economia reale non possa basarsi sul “mercato”, dovrebbe risultare evidente. Da decenni il settore dell’acciaio è afflitto da una crisi di sovrapproduzione che lo rende non remunerativo, quindi un Paese che non voglia dipendere esclusivamente dall’incertezza delle importazioni, non potrebbe evitare la soluzione della nazionalizzazione, che consentirebbe di preservare le strutture produttive nella prospettiva del loro pieno utilizzo quando si rendesse di nuovo necessario.
Nel 2017 sembrò che la nazionalizzazione tornasse a rappresentare un’opzione praticabile nell’Unione Europea, quando il governo francese, per evitare che la propria industria cantieristica STX venisse acquisita dall’italiana Fincantieri, ne annunciò la nazionalizzazione. Si è scoperto poi che non era così: le trattative con Fincantieri sono continuate, sino ad un’apparente soluzione nell’ottobre scorso. Sennonché, pare per richiesta dello stesso governo francese, la Commissione Europea ha avviato un’indagine a carico di Fincantieri in nome delle regole anti-trust. Insomma, un vero pasticcio.
I Trattati dell’Unione Europea funzionano come quei dispositivi di traffico disseminati di divieti di accesso e sensi unici che riconducono sempre al punto di partenza. Chi è che si giova di questa situazione di paralisi e confusione?
Il caso Ilva presenta anch’esso dei paradossi abbastanza plateali e forse istruttivi. All’inizio dell’anno in corso la stampa annunciava che la multinazionale Arcelor Mittal, che aveva acquisito l’Ilva con uno strano contratto di fitto/promessa d’acquisto, stava incrementando gli utili e addirittura metteva da parte quattrocento milioni di euro da investire nell’Ilva.
Si viene a sapere invece adesso che Arcelor Mittal è in difficoltà ed una delle principali agenzie di rating condiziona la valutazione dei titoli azionari della multinazionale alla chiusura del capitolo Ilva. O ti liberi di Ilva o il rating crolla. Il valore azionario di Arcelor Mittal era aumentato per aver acquisito l’Ilva, ora ci dicono che il valore potrà aumentare di nuovo quando si sarà definitivamente disfatta dell’Ilva. Qualcosa non torna.
Per capirci qualcosa in più è sufficiente andare a vedere chi sono gli azionisti “istituzionali” di Arcelor Mittal. C’è anche la solita Goldman Sachs, ma il grosso è nelle mani di grandi fondi di investimento, apparentemente specializzati in finanziamenti all’economia reale, come lo statunitense Luminus Management.
La finanziarizzazione trasforma le imprese in titoli azionari ed in frodi borsistiche, in giochi al rialzo ed al ribasso ed il governo italiano ha offerto l’Ilva in pasto alla speculazione in nome della “soluzione di mercato”.

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Di comidad (del 07/11/2019 @ 00:08:11, in Commentario 2019, linkato 5601 volte)
La ricorrenza del cinquantenario della strage di Piazza Fontana è stata inaspettatamente l’occasione per qualche lampo di lucidità. In un dibattito organizzato dall’ANPI si è riconosciuta finalmente l’inattendibilità della storiella mainstream secondo la quale i probi magistrati sarebbero stati vittime dei depistaggi orditi dai cattivissimi “servizi deviati”. In realtà è un dato storico che in più circostanze la magistratura sia stata essa stessa in prima persona a operare per intralciare la ricerca dei fatti e per nascondere le responsabilità più evidenti.
La cosiddetta “deviazione” non è stata quindi la caratteristica di un solo apparato del sedicente Stato ma ha riguardato più “istituzioni” nel loro complesso. In base ad una visione marxista lo Stato nella concezione liberale o hegeliana è, nel migliore dei casi, una “falsa coscienza”, mentre nel peggiore dei casi è una mistificazione ideologica. La tradizione marxista ha perciò definito lo “Stato” come un “apparato di classe”. Sarebbe una buona definizione, ma solo traendone appieno le conseguenze.
Come apparato di classe lo “Stato” tende a ridefinire, riadattare e reinterpretare continuamente le proprie regole in base non solo alle esigenze del conflitto di classe ma anche in base alle oscillazioni del conflitto intercapitalistico e del prevalere di questa o quella lobby. A ciò bisogna aggiungere le vicende del conflitto imperialistico, con le conseguenti ingerenze imperialistiche, particolarmente pesanti per Paesi in condizione coloniale come l’Italia. È ovvio che, sotto questa massa di sollecitazioni, l’apparato tenda a dissolversi nei rivoli della destabilizzazione, a produrre destabilizzazione. Lo “Stato” perciò non si configura come ordine costituito o ordine pubblico, bensì come un luogo di conflitto che finisce per assumere la confusione come proprio marchio di fabbrica. Se le parole devono avere un senso, definire come “Stato” un organo di destabilizzazione, appare quantomeno azzardato.
C’è l’abitudine a considerare l’Italia un caso estremo e a sé stante, in nome di un mitico “altrove” dove le cose andrebbero diversamente. A smentire questo luogo comune arrivano le attuali cronache statunitensi, con la procedura di “impeachment” che la maggioranza del Congresso USA sta cercando di attuare a carico del presidente in carica, il cialtrone Trump. Il caso da cui la procedura è partita è di per sé abbastanza strano. Il cialtrone Trump avrebbe cercato di fare pressione su un capo di Stato straniero per ottenere informazioni circa gli intrallazzi affaristici di un suo concorrente alla corsa presidenziale, il democratico Joe Biden. L’eventualità che Biden andasse in Ucraina per fare i propri affari, quindi non farebbe scandalo, ma diventa invece scandalo il fatto che il presidente in carica abbia cercato di assumere informazioni a riguardo.
Ma ciò riguarda solo l’aspetto folcloristico ed estemporaneo della vicenda, mentre è più interessante cercare di capire come mai un apparato politico-istituzionale sia andato a favorire l’elezione alla presidenza di un personaggio esteriormente arrogante ma intrinsecamente debole, che ha in sé la configurazione e la vocazione del facile bersaglio. Anche in questo caso una fiaba mediatica ci presenta un CialTrump asceso alla Casa Bianca per volere della “pancia” della nazione contro le manovre dell’establishment. Sennonché, guardando i numeri, si scopre che CialTrump è stato eletto pur prendendo due milioni di voti in meno della sua rivale Hillary Clinton. Un presidente eletto soltanto per effetto delle alchimie elettorali del sistema americano. Occorreva quindi ben poco per scongiurare quell’elezione, se davvero si fosse voluto impedirla.

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Di comidad (del 31/10/2019 @ 00:15:14, in Commentario 2019, linkato 5864 volte)
Può essere un indizio interessante il fatto che alla divinizzazione di Mario Draghi operata in questi giorni dal mainstream italiano, non abbia partecipato proprio il quotidiano confindustriale “il Sole-24 ore”, un organo che, in linea con la sua associazione-madre, più che di interessi strettamente industriali appare preoccupato delle sorti delle banche. Senza esporsi in prima persona, ma riportando opinioni di poco identificati “terzi”, il quotidiano insinua dubbi sugli effetti del “bazooka” di Draghi, il mitico “Quantitative Easing”, constatando che l’aver determinato una tendenza ai tassi di interesse negativi, non solo non ha ottenuto gli auspicati effetti di aumento dell’inflazione, bensì effetti opposti, addirittura di deflazione.
La domanda che agita il mondo bancario è quanto possa sopravvivere il sistema creditizio ai tassi negativi. Le banche stanno perdendo non solo ogni incentivo a prestare denaro a imprese e famiglie, ma persino a prestarsi il denaro tra loro. I tassi negativi lasciano come unica prospettiva quella di investire sui titoli azionari, alimentando bolle speculative sempre più ingovernabili. Grazie alla BCE, oggi è proprio l’Europa a guidare l’universo dei tassi negativi e nel deflazionismo dell’area-euro è stato coinvolto indirettamente persino il sistema bancario svizzero, che pure dall’euro avrebbe voluto rimanere immune.
In base alla regola aurea secondo la quale al peggio non vi è mai limite, sembra proprio che le banche rappresentino in questa fase anch’esse un bersaglio di poteri finanziari ancora più invadenti, cioè i fondi di investimento. L’anno scorso la voce critica a riguardo fu ancora una volta il quotidiano confindustriale, che notò la strana incongruenza della scelta della BCE di affidare gli “stress test” sulle banche al colosso americano dei fondi di investimento, Blackrock. Il business in sé era già enorme, poiché Blackrock incassava prebende faraoniche per le sue “consulenze”, ma quello era solo l’antipasto.
In effetti il conflitto di interessi in quella circostanza era piuttosto evidente, poiché Blackrock sta acquisendo da tempo quote azionarie delle banche ed è ovviamente avvantaggiata dal crollo del valore dei loro titoli in borsa. In altre parole Blackrock ha tutto l’interesse a presentare un quadro catastrofico della situazione finanziaria delle banche, dato che ciò facilita le sue acquisizioni. Uno dei “gioielli” italiani già nelle grinfie di Blackrock è Unicredit, ma le partecipazioni azionarie del fondo di investimento americano si espandono in modo sempre più tentacolare.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


23/11/2019 @ 00:43:41
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