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"La ricerca scientifica è una attività umana, perciò merita, come ogni attività umana, tutto lo scetticismo possibile; altrimenti cesserebbe di essere ricerca per costituirsi come religione inquisitoria."

Comidad (2005)
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Di comidad (del 16/08/2018 @ 00:45:38, in Commentario 2018, linkato 813 volte)
La narrazione ufficiale sul “crollo” della lira turca mostra le tipiche stimmate, il marchio inconfondibile, della lobby della deflazione, cioè la lobby della difesa del valore dei crediti: il marchio del catastrofismo e del moralismo. I “Mercati” sarebbero “spaventati” dal possibile “contagio” sulle Borse e sulle banche europee e, ovviamente, dagli effetti sull’Italia. La “colpa” è dell’autocrate Erdogan che, oltre che cattivo, è anche pazzo, infatti grida al “complotto” e invoca Allah. Il mainstream compatto invoca invece l’arrivo in Turchia del Fondo Monetario Internazionale, cioè proprio la centrale della lobby della deflazione. Ma guarda la strana coincidenza.
Certo che anche se nel ruolo del “villain” Erdogan è perfetto, tanto allarmismo ugualmente non ha fondamento. Liretta o non liretta, la Turchia ha pur sempre un tasso di incremento del PIL di circa il 7% annuo, per cui gli operatori economici turchi alla fine i soldi per pagare i loro debiti con i fornitori e prestatori esteri li troveranno. Il fatto che i creditori ci rimettano qualcosa non sarebbe una tragedia se lo strapotere, anche mediatico, della lobby della deflazione non fosse lì a denunciare la lesa maestà e ad imporre una stretta sulle economie emergenti, appunto per evitare che i tassi di sviluppo eccessivi compromettano i cambi e, conseguentemente, il valore dei crediti.
Il cialtrone Trump intanto ha aumentato i dazi sulle merci turche dimostrando di sospettare che la “liretta” serva ad Erdogan proprio per invadergli il mercato più di quanto non abbia già fatto finora. Al consumatore americano l’industria turca offriva infatti, a soli trecento dollari, delizie irresistibili come pistole semiautomatiche con caricatori che non finiscono mai.
I media si chiedono a cosa preluda questo scontro epocale tra USA e Turchia. Ad un clamoroso cambio di alleanze da parte di Erdogan? O ad un colpo di stato militare (vero, stavolta) che abbatta Erdogan?
Tutto è possibile ma, conoscendo ormai il “CialTrump style”, può darsi anche che preluda ad un incontro di riconciliazione tra il presidente USA e quello turco, con tanto di pose da amiconi e di pacche sulle spalle. Quel che è certo è che i dazi di CialTrump costituiscono in questa circostanza un aiuto indiretto al FMI ed alla lobby della deflazione e quindi anche alla da lui tanto vilipesa Unione Europea.
Non che tutta l’opinione pubblica si sia bevuta l’ennesima emergenza e la storiella che l’euro sarebbe un ombrello che terrebbe al riparo da questi accidenti finanziari. Gran parte dell’opinione pubblica sa, o intuisce, che gli annunci e le boutade che spara a giorni alterni questo governo non hanno nulla a che fare con lo spread; e sa anche che lo spread aumenterà man mano che si avvicina la fine del “Quantitative Easing” della BCE. Che lo spread possa acquietarsi non più per il “Quantitative Easing” ma per un “Narrative Easing” del governo, è una balla a cui crede solo qualche elettore del PD.

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Di comidad (del 09/08/2018 @ 01:53:00, in Commentario 2018, linkato 1214 volte)
Se da un lato sono ammirevoli gli sforzi di Pierluigi Bersani di liberare il proprio pensiero dalla colonizzazione ideologica del Fondo Monetario Internazionale, dall’altro lato non si può fare a meno di notare la persistenza di temi e soluzioni ormai fuori dal contesto reale. L’ex segretario del PD ed attuale esponente di LeU ripresenta infatti le solite proposte unitarie a “sinistra” e la consueta esortazione al “passo indietro”, da applicare anzitutto a se stesso.
Per Bersani il “passindietrismo” è come il salasso per i medici del ‘700: la panacea universale. Che i “passi indietro” non gli abbiano portato bene, è storia sia passata che recente. “I giorni perduti a rincorrere il vento” di cui cantava De André, sono nulla in confronto ai mesi buttati da Bersani ad inseguire il fantasma di Pisapia, incredibilmente accreditato come leader di una sinistra unitaria. Bersani insiste anche nel paventare un vento di destra che però, in base ai risultati elettorali, non ha una conferma. È un dato evidente che la coalizione di destra ha toccato appena il 37% e che l’elettorato ha premiato solo i due soggetti che venivano percepiti, o presentati, come anti-establishment. Persino la tesi secondo cui oggi l’immigrazione sarebbe vissuta come la principale emergenza non ha un grande riscontro, se si considera il modesto risultato della coalizione che aveva maggiormente puntato su quel tema. La popolarità di Salvini anche presso settori dell’opinione pubblica tutt’altro che xenofobi può essere spiegata non tanto come allarme per l’immigrazione in quanto tale, bensì per il fatto che i governi europei usano la questione migratoria per cercare di mettere in soggezione l’Italia.
È tutta la narrazione emergenziale che si sta rivelando sempre meno accattivante e convincente. Che i “sacrifici” siano un fine in sé e che l’emergenza dei conti pubblici sia solo un pretesto per estorcerli, sino a qualche anno fa era una tesi di “nicchia”, mentre oggi è un sentire diffuso. L’emergenzialismo era talmente indiscutibile da aver invaso non solo la politica e la comunicazione mainstream ma anche il management, diventando un metodo di gestione sui luoghi di lavoro. Oggi invece la “ggente” non è nemmeno più disposta a credere che se fai il bravo la mamma (i “Mercati”) ti vorrà bene, quindi una visione più conflittuale dei rapporti interni ed internazionali è stata acquisita dal senso comune; e ciò di per sé non implica essere di “destra”.

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Di comidad (del 02/08/2018 @ 01:46:32, in Commentario 2018, linkato 1307 volte)
Tra le innumerevoli versioni che ci sono state fornite sulla morte di Sergio Marchionne, una delle prime riguardava una malattia tumorale dovuta al suo abuso di sigarette. La versione è stata poi smentita, ma è certo che nella biografia di Marchionne le sigarette hanno avuto un ruolo centrale e non solo perché le fumava. Uno dei dettagli più importanti del curriculum di Marchionne, la sua appartenenza all’official board della Philip Morris, non è mai stato evidenziato dai media.
A sostituire Marchionne nel ruolo di executive nel consiglio di amministrazione della Ferrari è stato nominato Louis Camilleri, il boss dei boss della Philip Morris. Nel gennaio dello scorso anno il nome di Louis Camilleri però appariva già nell’official board della Ferrari. Il fatto che l’azienda madre di Marchionne mettesse un piede all’interno del gruppo FCA non costituiva un segnale di fiducia verso Marchionne.
Nei confronti di Marchionne il metodo del “promoveatur ut amoveatur” è stato applicato nel modo più drastico, promuovendolo direttamente alla gloria degli altari. C’era però un inconveniente, cioè il fatto che Marchionne fosse già stato santificato in vita dai media otto anni fa. Come tutti i veri santi anche Marchionne aveva già una storia familiare di martirio (le “foibe”) e nella sua biografia non mancano neppure le “visioni”. Negli ultimi anni il termine "visionario" è stato sempre più utilizzato in un’accezione apologetica. Appena un amico dei potenti, un teorico delle aggressioni contro i deboli o un nemico dei lavoratori si affacciano sulla scena vengono subito nobilitati con l'attributo di "visionario". Per la santificazione (anzi, per la divinizzazione) non si aspetta neppure che lascino questa valle di lacrime. Così è stato ad esempio per Steve Jobs, per Casaleggio e per Marchionne. Possibile sognare mondi ancor più schiavistici dell’attuale? No, in effetti le “visioni” si riducono alla riproposizione dei soliti schemi di sfruttamento, sempre quelli.

La santificazione assunse anche aspetti grotteschi, quando una Confindustria insultata, umiliata e delegittimata da Marchionne si distinse come uno dei soggetti più attivi nella celebrazione dell’eroe di turno. Marchionne ebbe dalla sua parte non solo il governo, ma anche l’opposizione, con un Partito Democratico che lo salutò come il possibile “papa straniero”. Per rimuovere questo dato di fatto occorreva l’apporto di un mentitore di professione, uno zelota della mistificazione: uno a caso, Pietro Ichino. La storia andava riscritta presentando Marchionne come una vittima ed un martire dell’incomprensione da parte dell’ingrato Paese che stava salvando. A fare le spese della falsa ricostruzione è stato il quotidiano “la Repubblica”, accusato da Ichino di non aver fatto autocritica circa le incomprensioni dimostrate verso Marchionne e la sua “epopea”.

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Di comidad (del 26/07/2018 @ 00:19:44, in Commentario 2018, linkato 1435 volte)
Il dibattito sull’attualità o meno dell’antifascismo ha avuto un grande slancio dall’inizio di quest’anno. Seppur rappresentate in modo tendenzioso dai media, le posizioni a riguardo di due punti di riferimento mondiali del dibattito anti-establishment, Slavoj Zizek e Noam Chomsky, risultano particolarmente interessanti. Riassumendo in modo approssimativo le loro tesi, si ricava l’indicazione secondo cui il fascismo sarebbe un fenomeno storicamente tramontato e che la paura del fascismo viene utilizzata come spauracchio dall’establishment per rappresentarsi come un male necessario per evitarne di peggiori.
Chomsky sottolinea anche come l’antifascismo militante delle manifestazioni costituisca un’occasione per l’apparato repressivo per colpire il dissenso. In Italia ne abbiamo avuto recentemente una dimostrazione, allorché si è colta l’occasione di un episodio avvenuto durante una manifestazione antifascista per licenziare una maestra. Il caso della maestra Cassaro però va già oltre la sfera della semplice repressione e configura un quadro molto più problematico, che non è stato colto anche da quelli che la difendono.
Il dibattito è continuato sulla rivista “Micromega”, dove l’economista Emiliano Brancaccio ha messo in evidenza il rapporto causale tra politiche deflattive e sviluppo di movimenti di destra. Pur partendo da premesse molto diverse, Zizek, Chomsky e Brancaccio concordano però su una posizione: non appoggiare candidati e posizioni di establishment in nome del far fronte contro il pericolo fascista.
Prima ancora di finire su “Micromega”, la tesi secondo cui le politiche deflattive favorirebbero una rinascita del fascismo, era da tempo oggetto di discussione sulla rete. La tesi ha sicuramente un fondamento se la si applica al caso del nazismo negli anni ‘30, dato che Hitler salì al potere in Germania nel pieno di una situazione di deflazione/recessione con milioni di disoccupati.
La tesi è molto meno applicabile al caso del fascismo italiano, poiché fu proprio il governo Mussolini tra il 1924 ed il 1926 ad avviare una politica iper-liberista e deflattiva che culminò con la rivalutazione della lira, la famosa quota ’90. Il fascismo quindi è compatibilissimo con politiche deflattive e, per questo motivo, negli anni ’20 Mussolini fu santificato dalla stampa internazionale. Solo all’inizio degli anni ’30 Mussolini cambiò politica economica, servendosi di personale formatosi nella cerchia dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


21/08/2018 @ 12:36:05
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