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"Ridurre l'anarchismo alla nozione di "autogoverno", significa depotenziarlo come critica sociale e come alternativa sociale, che consistono nella demistificazione della funzione di governo, individuata come fattore di disordine."

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Di comidad (del 18/10/2018 @ 00:08:33, in Commentario 2018, linkato 68 volte)
A chiacchiere tutti (tranne i mistici cultori della “decrescita”) si dichiarano per lo sviluppo economico. All’inizio di quest’anno ha fatto un certo scalpore la lettera di Larry Fink, il superboss di BlackRock, ai vertici aziendali; una lettera in cui si auspicava un ruolo più “sociale” della finanza. In realtà se un fondo d’investimento come BlackRock ha potuto acquisire in questi anni un ruolo preminente persino rispetto a quello dei tradizionali colossi bancari, è stato proprio a causa del lungo periodo di recessione e deflazione.
Nel complesso tutta la finanza è a favore della deflazione, poiché vede, anche in una minima inflazione, una minaccia al valore dei crediti. Lo sviluppo economico comporta inevitabilmente un aumento dell’occupazione, con l’ineluttabile aumento della domanda di beni di consumo, di conseguenza almeno un po’ di inflazione. Ciò spiega le direttive di “austerità” apparentemente illogiche della centrale operativa della lobby della deflazione: il Fondo Monetario Internazionale. È solo la disoccupazione infatti a poter garantire l’assenza di inflazione e quindi a preservare il valore dei crediti.
Per le banche però la deflazione ha anche delle controindicazioni, non solo perché in recessione economica le piccole imprese falliscono e non possono ripagare i debiti alle banche. Uno dei più grandi business bancari di questo periodo è infatti il credito ai consumi, per il quale vanno sì benissimo i bassi salari, in quanto costringono i lavoratori a indebitarsi per consumare; ma non va sempre bene l’esclusione totale dal reddito di crescenti fasce di popolazione. In questo senso misure affini al reddito di cittadinanza vanno a favore delle banche, poiché sono utili a rilanciare non solo i consumi ma anche il credito ai consumi.

I fondi di investimento invece di questi inconvenienti non ne hanno avuti, anzi la recessione economica li ha miracolati, poiché la deflazione ha reso inossidabili nel tempo i loro crediti in titoli di Stato. La deflazione è il paradiso dei creditori e l’inferno dei debitori e dei salariati. Anche se il nucleo più “hard” della lobby della deflazione è costituito dai fondi di investimento, si può dire che tutta la finanza ne faccia parte, in quanto per ogni finanziere il maggior nemico rimane comunque l’inflazione. Le monete uniche sono poi l’optimum per i finanzieri, da sempre ossessionati dal timore di essere ripagati per i loro crediti in monete svalutate. La dura condizione imposta dall’euro ha spinto molti ad idealizzare il passato della “liretta”, con le sue mitiche “svalutazioni competitive”. In realtà le svalutazioni della lira avvenivano di fatto ed i governi si limitavano a prenderne atto; ma non sempre. Il passato della “liretta” è stato soprattutto pieno di strenue difese della lira, non solo quella di Mussolini nel 1926, ma anche le difese “democratiche”, nel 1964, nel 1976 e nel 1992. Le “difese della lira” non erano altro che deflazionistiche difese degli interessi dei creditori dell’Italia.
Ma la pressione delle sole lobby finanziarie non sarebbe stata sufficiente ad istituire e preservare l’euro. Attorno alla nascita dell’euro sono fiorite le più colorite narrazioni (la più spassosa è quella del tentativo francese di indebolire la Germania togliendole il marco); ma alla fine il fattore davvero determinante è stato quello strategico-militare, cioè la NATO. La deflazione è diventata arma da guerra.

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Di comidad (del 11/10/2018 @ 00:04:07, in Commentario 2018, linkato 1164 volte)
È davvero arduo trovare nei documenti preparatori alla prossima manovra finanziaria dell’attuale governo dei segnali di sostanziale discontinuità rispetto al passato. La difficoltà aumenta se il confronto viene fatto con il governo Gentiloni, che aveva già rinunciato alle “riforme strutturali”, aveva avviato qualcosa di simile al reddito di cittadinanza ed aveva persino abolito i voucher, reintrodotti invece dall’attuale governo. Anche nella politica migratoria, occorrerebbe rilevare che lo strapotere delle ONG nel Mediterraneo aveva già subito dei colpi all’epoca del ministro degli Interni Minniti.
Il campo in cui il governo in carica presenta invece una discontinuità è quello della comunicazione. Il governo Conte considera infatti l’ostilità dei media interni ed esteri come un dato di fatto scontato, un contesto con cui fare normalmente i conti. La comunicazione polemica del governo si appunta infatti sul nemico esterno e non più, come per i governi precedenti, sul nemico interno. Ancora ci si ricorda infatti gli epiteti dei passati ministri contro i propri cittadini: “fannulloni”, “bamboccioni”, “sfigati”, “corrotti”, ecc.
Pesano probabilmente su questa scelta anche le teorie di uno degli intellettuali di riferimento del governo, Marcello Foa, il quale presenta nei suoi testi la comunicazione mainstream come un terreno intrinsecamente conflittuale e manipolatorio, legato ad interessi di parte. Per qualunque esperto di psywar si tratta di un’ovvietà, ma la novità è che queste tesi siano arrivate al dibattito politico istituzionale e siano propugnate da un neo-presidente della RAI (certo, per quello che può contare il presidente della RAI, cioè poco).

La comunicazione ideologica del governo Conte si muove sulla linea di un improbabile idillio interclassista all’ombra del cosiddetto “interesse nazionale”. Questa comunicazione fa comunque presa su gran parte della pubblica opinione, poiché vi è ormai la diffusa consapevolezza che qualsiasi governo si fosse trovato oggi in carica in Italia (persino un eventuale governo dell’attuale beniamino dei media, Carlo Cottarelli), avrebbe dovuto scontrarsi con pregiudizi ostili e con severi ammonimenti da parte della Commissione Europea.
Il segnale era arrivato già nel febbraio scorso, quando il commissario UE Pierre Moscovici aveva additato all’Italia la consueta strada obbligata delle “riforme strutturali”, cioè la strada della guerra civile permanente, che consiste nello spezzare le cosiddette “rigidità” e i cosiddetti “interessi corporativi”; in definitiva criminalizzare il lavoro e trattare i propri cittadini come una manica di parassiti da disinfestare, poiché impedirebbero al Paese di diventare “moderno” ed “europeo”, che tradotto significa in deflazione permanente. Con le sue parole Moscovici aveva delegittimato anche l’operato di tutti i governi italiani di questi ultimi anni, come a dire che tutte le innumerevoli riforme strutturali che sono state fatte sinora, in effetti non sarebbero state vere “riforme strutturali”: la guerra civile non era stata abbastanza guerreggiata.

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Di comidad (del 04/10/2018 @ 00:32:21, in Commentario 2018, linkato 1322 volte)
Gli ordini monastici mendicanti del basso medioevo predicavano la necessità di una Chiesa povera. A questa “eresia” la gerarchia ecclesiastica opponeva una replica interessante: in una società basata sul denaro solo chi ha capacità di spesa esiste come soggetto sociale attivo, mentre i poveri non sono soggetti sociali ma semplici oggetti di carità; perciò la Chiesa, per poter provvedere ai poveri, deve essere ricca. Secondo la Chiesa il denaro sarebbe quindi solo un mezzo neutro, che può essere utilizzato per il bene o per il male.
Si può discutere a lungo sul come la Chiesa abbia pensato ai poveri; certo è che questo realismo cattolico configura curiose conseguenze. Nemmeno Dio infatti è un soggetto di spesa, quindi non esiste; in questo senso si può parlare di virtuale ateismo cattolico. Il sottile paralogismo cattolico, per il quale da un lato il denaro è uno strumento neutro e dall’altro lato ti abilita ad essere attivo e presente socialmente, costituisce una pesante legittimazione del capitalismo, il quale, non a caso nasce nel ‘400 proprio in ambiente cattolico, tra Firenze e Bruges. Il massimo che la tanto esaltata etica protestante ha saputo produrre a riguardo è stato invece la puerile tesi calvinista secondo cui la ricchezza sarebbe un segno della predilezione divina.

Anche lo Stato esiste solo nella misura in cui spende, il resto è mera astrazione giuridica. La fiaba liberista ci narra dell’aspirazione ad uno Stato “virtuoso” che spenda pochissimo per mettere poche o nulle tasse ai ricchi in modo da aprirsi agli investimenti privati. In realtà lo Stato non può essere “virtuoso” perché regolarmente deve spendere per salvare gli investitori privati dai disastri che combinano. Di fatto però lo Stato che non spende di sua iniziativa, ma soltanto per tappare i buchi delle emergenze finanziarie, si pone come ostaggio della finanza.
L’attuale governo ha annunciato l’ennesima legge finanziaria restrittiva, dato che, al netto degli interessi sul debito pubblico, il bilancio è in avanzo primario, cioè in largo attivo, quindi lo Stato continua a spendere meno di quanto preleva in tasse. Per fortuna ci pensano i media a far passare la timida manovra finanziaria (sempre più timida ogni giorno che passa) come un’azzardata sfida ai “Mercati”. Con questo gioco delle parti da un lato l’alone di eroismo del governo è salvo, dall’altro lato la lobby dello spread trova nel governo un comodo capro espiatorio su cui scaricare un aumento dei tassi di interesse, su cui in realtà la BCE sta già manovrando da tempo.
Tra i provvedimenti annunciati dal governo c’è il tanto chiacchierato reddito di cittadinanza. Presentato dai commentatori come catastrofico, il reddito di cittadinanza costituisce in effetti un tentativo di recuperare alla spesa ed ai consumi qualcosa come cinque milioni di poveri. Persino la microfinanza ne verrebbe rianimata, dato che col reddito di cittadinanza i poveri potranno contrarre nuovamente qualche debituccio. Mentre gli ottanta euro di Renzi e gli sgravi fiscali-contributivi dei vari governi (compreso questo) finiscono nel risparmio, i soldi dati ai poverissimi andrebbero finalmente a rianimare la domanda interna, perché i più poveri sono costretti a spendere quel poco che hanno.

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Di comidad (del 27/09/2018 @ 00:13:07, in Commentario 2018, linkato 1443 volte)
Dopo i numerosi assist a Matteo Salvini, i media si sono decisi a dare una mano anche a Luigi di Maio, montando un caso su dichiarazioni “confidenziali” del portavoce del Presidente del Consiglio. Gli scontati attacchi al governo si sono espressi con le consuete sfide al buonsenso. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, è arrivato a parlare di “purghe staliniane”, come se le eventuali rappresaglie contro i burocrati del Tesoro prospettate dal portavoce consistessero in deportazioni in Siberia e non in semplici trasferimenti ad altri uffici. Esagerazioni che hanno ancora una volta giovato al governo, che ormai lucra da mesi su questa massiccia propaganda ostile per accreditarsi come assoluta novità.
Che la dichiarazione contro i burocrati del Ministero dell’Economia e Finanze sia stata effettivamente diffusa violando gli accordi, oppure che il portavoce l’abbia “affidata” apposta confidando nella malafede di Lucia Annunziata, non è molto rilevante. È da notare invece che questo scontro tra governo e burocrazie corrisponde ad una certa narrazione “colta” sugli eventi contemporanei. I redattori della rivista “Limes” ci stanno intrattenendo sullo scontro tra gli eletti dal popolo e lo “Stato profondo”, il “Deep State”, con particolare riguardo alle sempre più tumultuose vicende dell’Amministrazione del cialtrone Trump.
Anche se, ovviamente, la rappresentazione offerta da “Limes” è suggestiva, qualche dubbio potrebbe sorgere. C’è infatti anche la possibilità che alla fine più delle divisioni e della sceneggiata degli scontri, funzionino i legami lobbistici, soprattutto della lobby della mobilità dei capitali. Le lobby non sono sette granitiche e centralizzate, ma cordate affaristiche che funzionano come fluidi vischiosi che permeano tutto, perciò si possono scorgervi le confluenze di interessi più inaspettate.
Tra le altre cose, oggi CialTrump è sotto tiro mediatico per il sospetto di aver attuato riciclaggio di denaro (gli Anglosassoni dicono: “lavaggio di denaro”) a favore di oligarchi russi. Ma per uno speculatore edile come CialTrump il riciclaggio è pane quotidiano da sempre. Per un riciclatore le sanzioni economiche e finanziarie costituiscono una manna dal cielo, poiché rendono indispensabile e particolarmente remunerativa la sua funzione. La contrarietà di CialTrump alle sanzioni contro la Russia potrebbe quindi essere solo di facciata, un atteggiamento da amicone su cui imbastire rapporti personali e di affari senza violare la sostanza dello statu quo sanzionatorio.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


18/10/2018 @ 10:00:17
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