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"La privatizzazione è un saccheggio delle risorse pubbliche, ma deve essere fatta passare come un salvataggio dell’economia, e i rapinati devono essere messi nello stato d’animo dei profughi a cui è stato offerto il conforto di una zuppa calda. Spesso la psico-guerra induce nelle vittime persino il timore di difendersi, come se per essere degni di resistere al rapinatore fosse necessario poter vantare una sorta di perfezione morale."

Comidad (2009)
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Di comidad (del 23/06/2016 @ 00:03:57, in Commentario 2016, linkato 474 volte)
Corrado Augias, un giornalista del tipo “sì, sono servile però con stile”, ha dichiarato che si può anche essere contro la riforma costituzionale fatta approvare da Renzi, ma riconoscendo gli alti intenti che l’avrebbero ispirata. Il problema è che se si concede la buonafede si finisce per concedere praticamente tutto, compreso il fatto compiuto. Un’altra trappola insita in questa situazione riguarda appunto il fatto compiuto che si cerca di imporre. Esso riguarda non solo e non tanto la pseudo-riforma costituzionale, con i suoi pasticci e i suoi inganni, come un senato venduto alla pubblica opinione come “abolito”, mentre invece sopravvive per innescare un estenuante conflitto di competenze con la Camera. Il vero fatto compiuto riguarda la delegittimazione operata nei confronti dell’assetto istituzionale, per cui si può respingere questa o quella riforma, ma sempre in nome di un’altra riforma. Una Costituzione deve necessariamente prevedere le procedure per farsi riformare, ma sta di fatto che ogni progetto di riforma costituzionale raggiunge un unico obiettivo certo: la delegittimazione e la destabilizzazione del quadro istituzionale vigente.
Adesso anche Renzi è stato destabilizzato dai rovinosi risultati elettorali del 19 giugno. Anche per Renzi, come già per il Buffone di Arcore, si potrà però costruire, a proposito della sua rovina, la fiaba sulle tristi conseguenze della sua “amicizia con Putin”. Mentre Renzi andava in Russia a sottoscrivere accordi miliardari per le grandi multinazionali italiane, l’Unione Europea riconfermava le sanzioni economiche contro la stessa Russia. In tal modo la UE riconfermava soprattutto di essere una macchina da guerra della NATO in funzione anti-russa.
Ora anche Renzi potrà fregiarsi dell’alone di martire dell’indipendenza economica italiana grazie alle sue frequentazioni con Putin, ed infatti si è già guadagnato l’onorificenza della solita invettiva irresponsabile e guerrafondaia da parte del giornalista contor-sionista Furio Colombo. La realtà dei fatti si presenta però meno iconografica. Gli affari sono affari e tutti in Europa cercano di continuare a farne con Putin, ma si tratta di inevitabili deroghe ad una linea che non viene scalfita nel suo aspetto principale: un’Europa in depressione cronica diventa un ostacolo insormontabile al decollo economico della Russia; e le sanzioni, pur con le loro falle e le loro deroghe, comportano un costo aggiuntivo per tutto il commercio russo.

Il mondo degli affari è caos, ed è nel militarismo che gli affari trovano quel punto di sintesi che si chiama imperialismo, anche se solo per creare altro caos; e non è solo questione di traffico di armi, poiché l’economia e la finanza diventano integralmente strumenti e occasioni di guerra. Si sa che i banchieri, in quanto grandi creditori, amano la deflazione, la quale non solo mantiene intatto il valore dei loro crediti ma costringe anche le masse ad indebitarsi a causa dei bassi salari; ma la lobby della deflazione ha potuto sbaragliare ogni possibile resistenza perché il militarismo NATO ha adottato la deflazione come arma da guerra per limitare lo sviluppo economico dei Paesi emergenti.
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Di comidad (del 16/06/2016 @ 00:35:55, in Commentario 2016, linkato 584 volte)
Rimproverato da molti per aver troppo personalizzato la scadenza del prossimo referendum costituzionale di ottobre, Matteo Renzi si è difeso ritorcendo l’accusa sul fronte del no, che, secondo lui sarebbe a corto di argomenti e perciò cercherebbe di orientare lo scontro sulla sua persona. In realtà erano state proprio le dichiarazioni di Renzi nel gennaio scorso a legare il risultato referendario alla sua stessa sopravvivenza politica. Poter cacciare Renzi è diventato così per tanti un buon motivo per andare a votare, e votare no.
Occorre dare atto a Renzi che in tal modo egli è riuscito a restituire slancio ad una scadenza referendaria che altrimenti non avrebbe potuto vantare molto interesse. Il modello costituzionale che è stato soppiantato si è rivelato infatti sin troppo fragile, con il Massimo Garante della Costituzione (il presidente Napolitano) impegnato ad interpretare nei suoi ultimi cinque anni di mandato il personaggio del golpista a tempo pieno, con la colonna sonora del coro adorante degli opinionisti ufficiali. Qualcuno però ha notato il paradosso insito nel comportamento di un presidente che ha condizionato l’accettazione della sua rielezione al cambiamento della Carta Costituzionale su cui stava giurando.
Tolta la suggestione di potersi sbarazzare di un personaggio ripugnante come Renzi, la prospettiva di affidare le proprie sorti alla difesa della “Costituzione più bella del mondo”, dimostra sempre più la sua completa inconsistenza, dato che i veri problemi derivano da una vera e propria aggressione imperialistica che i ceti medi ed i ceti popolari italiani stanno subendo da parte della Troika, ovvero UE, BCE e FMI.

Le ultime elezioni amministrative hanno segnato un livello di astensioni molto minore del previsto, segno che tanti elettori riescono ancora ad appassionarsi alla scelta di sindaci che saranno nel peggiore dei casi dei bersagli, o nel migliore degli zimbelli dei loro stessi partiti. Anche nello spazio addomesticato del recinto elettorale non si è avvertito alcun anelito a sottrarsi agli schemi precostituiti. A Torino, cioè nella piazza dove teoricamente avrebbe dovuto vantare maggiori chance, il partito comunista di Marco Rizzo, quello che proponeva l’uscita dei Comuni dal patto di stabilità, non è riuscito ad arrivare neppure all’1%, e gli elettori “antagonisti” gli hanno preferito il rassicurante e scontato “partito degli onesti”, il Movimento 5 Stelle. Nonostante la Grecia, Stalin continua a fare molta più paura del Fondo Monetario Internazionale.

Una delle domande più prive di senso che si sentono rivolgere è perché la gente non si ribella, come se la ribellione ai soprusi fosse una reazione naturale. Si tratta di una di quelle fiabe sociologiche che fanno comodo al potere, che può spacciare l’assenza di ribellioni come consenso. In realtà la ribellione è un evento di per sé estremamente improbabile, che richiede per verificarsi molte condizioni che raramente si presentano assieme. Tanto per cominciare, occorrerebbe saper contro chi ribellarsi, ed invece la maggior parte delle persone non sa neppure dell’esistenza del FMI.
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Di comidad (del 09/06/2016 @ 01:46:50, in Commentario 2016, linkato 591 volte)
Le celebrazioni che hanno seguito la morte di Marco Pannella hanno manifestato la stessa enfasi artificiosa e pretestuosa che aveva accompagnato gli ultimi trenta anni di carriera politica del personaggio, anni contrassegnati da una sostanziale irrilevanza. Il presunto partito delle "battaglie civili", il Partito Radicale di Pannella e Bonino, si era ridotto da tempo ad una piccola lobby delle biotecnologie. Mentre si avvantaggiava di una attenzione mediatica assolutamente sproporzionata, Pannella ha anche potuto continuare a recitare la parte della vittima, ma, appunto, solo perché i media stavano al gioco delle parti. C’è stato però un momento storico in cui Pannella ha effettivamente occupato il centro della scena politica, ed è stato tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando il Partito Radicale conduceva una instancabile campagna di provocazione “da sinistra” nei confronti del Partito Comunista. Il gruppo dirigente berlingueriano, ovviamente, si dimostrò incapace di reagire efficacemente a quella provocazione, anzi, recitò la parte del bersaglio fisso. L’arroganza dei dirigenti del PCI mascherava il loro dilettantismo politico, la loro rappresentazione puerile del mondo; una rappresentazione giocata attorno a luoghi comuni come legalità e illegalità, onestà e disonestà, al punto di avanzare la ridicola proposta politica del “governo degli onesti”.

A distanza di quaranta anni, il dibattito politico interno non si è schiodato da quelle false alternative. Le vicissitudini giudiziarie che hanno investito il governo Renzi hanno suscitato infatti reazioni che riproducono quegli stessi schemi, andando quindi a colpire aspetti marginali, come le compromissioni familiari delle ministre Boschi e Guidi, ed anche dello stesso Renzi.
In effetti è difficile pensare che Renzi abbia costruito la sua carriera politica su un modello corruttivo così passatista ed antidiluviano, lui che è così moderno. Il suo taglio politico ricorda infatti quello di un altro leader della “sinistra”, cioè il primo ministro laburista Tony Blair.

Il modello-Blair è quello di una falsa immagine di dinamismo giovanilistico, che usa però la politica come fase di mero passaggio e lancio verso ben altre fortune, ovvero carriere nelle multinazionali (magari, nel caso di Renzi, la Apple, tanto per tirare a indovinare) o in fondazioni ad esse legate. Non a caso Renzi disegna per se stesso una carriera politica a termine: dopo aver fatto tutti i favori possibili al sistema degli affari multinazionali, e dopo aver scardinato ogni equilibrio istituzionale, la prospettiva è di andare a raccogliere il premio accedendo ai veri guadagni. Ed il bello è che questo sistema di "porta girevole" tra pubblico e privato non ha nulla di illegale; magari è destabilizzante, eversivo, ma non è considerato illegale; a meno di non voler arrivare direttamente all’accusa di alto tradimento; un'accusa troppo stentorea per il nostro sistema giudiziario, abituato a perseguire la corruzione di piccolo cabotaggio. Non che manchino le rare eccezioni, come la procura di Trani che persegue le agenzie di rating, ma si tratta appunto di eccezioni isolate.

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Di comidad (del 02/06/2016 @ 00:53:25, in Commentario 2016, linkato 988 volte)
Molti giornali hanno riportato la notizia secondo cui la settimana scorsa lo scrittore Roberto Saviano avrebbe tenuto un discorso sulla corruzione della City londinese al parlamento britannico, su invito di un deputato laburista. La notizia ha un suono un po’ irrealistico, dato che, conoscendo il razzismo degli Inglesi, risulta improbabile che ad un italiano, per di più meridionale, sia stato consentito arringare il parlamento britannico manco fosse la regina Elisabetta. Magari il discorso è stato tenuto in qualche scantinato o garage del parlamento alla presenza di qualche passante. Circa il contenuto del discorso, in Italia alcuni commentatori hanno osservato che si trattava di scoperte dell’acqua calda, visto che da anni esiste una ricca documentazione sul ruolo delle grandi piazze finanziarie e immobiliari nel riciclaggio del denaro delle narco-mafie. Già qualche anno fa l’economista Giorgio Ruffolo diede un grosso contributo scientifico a riguardo. Negli anni '80 inoltre molti critici del thatcherismo osservarono che le riforme in atto stavano trasformando la Gran Bretagna da Paese industriale a lavanderia finanziaria del denaro illecito.
Ma l’aspetto interessante del discorso di Saviano riguarda la sua indiretta ingerenza nel dibattito referendario in corso nel Regno Unito sulla cosiddetta “Brexit”. Saviano ha affermato infatti che sarebbe illusorio per qualsiasi Paese fare scelte isolazioniste ed affrontare certe emergenze criminal-finanziarie senza una stabile cooperazione internazionale.

La dichiarazione di Saviano ha un carattere decisamente paradossale se si considera che l’attuale presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ha già accumulato migliaia di anni di potenziali condanne per reati finanziari commessi nella sua veste di ministro delle finanze. Non a caso egli è stato posto al riparo da quelle condanne grazie all’immunità giudiziaria riservata agli eurocrati. A Juncker non se ne può fare neppure una colpa, poiché il meschino ha subìto un grave condizionamento ambientale, essendo nato in un piccolo Paese, il Lussemburgo, che è stato inventato solo in funzione dell’evasione fiscale e del riciclaggio. Gli Svizzeri, mentre riciclano il denaro del narco-traffico, possono almeno narcotizzarsi con la loro leggenda storiografica di popolo fiero e bellicoso che sarebbe riuscito a preservare gelosamente la propria indipendenza; i Lussemburghesi invece non hanno a disposizione neppure di queste fiabe per giustificare altrimenti la propria esistenza.
Con uno come Juncker a capo della Unione Europea, i narcotrafficanti ed i loro riciclatori non hanno neppure bisogno di darsi troppo da fare per trovare rifugio e protezione nelle regole europee; gli basta il normale lobbismo. I discorsi come quelli di Saviano fanno quindi riferimento ad una “cooperazione” idealizzata, mentre nella realtà le organizzazioni sovranazionali esistono appunto per eliminare ogni ostacolo alla circolazione dei capitali, compresi quelli illegali (ammesso che ne esistano di legali e non semplicemente di legalizzati).

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


29/06/2016 @ 09:10:45
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