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"Politically correct" è l'etichetta sarcastica che la destra americana riserva a coloro che evitano gli eccessi del razzismo verbale. "Politicamente corretto" è diventata la locuzione spregiativa preferita ovunque dalla destra. In un periodo in cui non c'è più differenza pratica tra destra e "sinistra", la destra rivendica almeno la sguaiataggine come proprio tratto distintivo."

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Di comidad (del 16/01/2020 @ 00:13:25, in Commentario 2020, linkato 2156 volte)
Se una settimana fa la guerra tra USA e Iran appariva inevitabile, ora la prospettiva di escalation militare sembra allontanarsi. La reazione ultra-contenuta alle provocazioni statunitensi del governo iraniano ha assunto anche risvolti gravi, come la scelta sconsiderata di continuare i voli civili pur di simulare una “normalità” che non c’era. È uno di quei casi in cui voler tenere a tutti i costi un atteggiamento “responsabile” scivola nell’irresponsabilità (per il PD c’è di che riflettere).
La guerra però continua sul piano della propaganda, accreditando l’immagine, non sostenuta da notizie certe, di un Iran in rivolta contro il regime. Si tratterebbe di capire che attendibilità possa accampare una “opposizione” interna che assuma come referente proprio gli USA, facendo finta di credere che il bersaglio dell’aggressività statunitense sia il regime, quando invece è l’Iran stesso. I precedenti delle riconversioni ideologiche della Russia e della Libia, rimaste comunque bersagli degli USA, non avrebbero insegnato nulla. Un “Occidente” malato di senso di superiorità continua ad inventarsi avversari ideologici che non ha, prestando fede alla fiaba del regime religioso in Iran, omettendo il dettaglio che attualmente al potere in Iran è tornata l’ala clepto-clericale, legata agli affari, che ha fatto fuori i laico-nazionalisti di Ahmadinejad. Attualmente in Iran i benestanti hanno già uno standard di vita occidentale, con i loro frigoriferi e le loro BMW, quindi con i conflitti la religione non c’entra. Lo stesso Isis-Daesh ha sempre avuto il suo nerbo nel personale proveniente da istituzioni laicissime come il partito Baath iracheno e la Guardia Repubblicana di Saddam Hussein; un personale spodestato dagli USA e poi riciclato dagli stessi USA in funzione antisiriana ed anti-iraniana con le trasfusioni del denaro saudita. Si sottovaluta enormemente il potere del denaro quando lo si fraintende come semplice avidità di denaro, mentre invece i flussi di denaro creano la corrente di fatti e di opinioni a cui poi si tende ad adeguarsi, ritenendola la “realtà” tout court.
La finzione di uno scontro ideologico tra regimi alimenta nelle “sinistre radicali” opportunismi e falsi “equidistantismi”, che poi finiscono per pendere dal lato di chi possiede maggiore potenza propagandistica. L’opinione pubblica “occidentale” viene adesso addestrata ad invocare un intervento armato per tutelare i diritti umani in Iran contro una presunta “repressione”, la cui narrazione mediatica ricorda moltissimo i trascorsi del 2011 in Libia. Si comincia persino a rimproverare al cialtrone Trump di non essere in grado di mantenere la promessa di “proteggere” il popolo iraniano dal suo regime. Si ripete il copione del 2011, quando i media ci narravano di un “Occidente” troppo esitante di fronte al suo dovere morale di difendere i diritti umani nel mondo. Tra poco si arriverà persino ad accusare CialTrump di non essere abbastanza bellicista.

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Di comidad (del 09/01/2020 @ 00:29:02, in Commentario 2020, linkato 6717 volte)
L’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli USA è stato raccontato dai media secondo i criteri classici della disinformazione, cioè palesi menzogne ed altrettanto palesi contraddizioni. Uno degli addetti a questa disinformazione, il giornalista dei servizi segreti Maurizio Molinari, ha mescolato presunte motivazioni personali del cialtrone Trump con considerazioni pseudo-strategiche attribuite agli USA. Secondo Molinari, CialTrump non poteva subire passivamente l’assalto della folla all’ambasciata USA di Baghdad per non pagarne lo scotto in termini elettorali. Pare infatti che si preparino elezioni nell’Iowa (immaginiamoci quindi cosa succederà quando ci saranno le elezioni in Ohio).
Ammesso che l’ordine sia partito davvero dal presidente, è difficile credere che il Pentagono sia disposto ad assecondare senza un tornaconto le mire elettorali di CialTrump o di chiunque altro ed avrebbe avuto mille modi per non obbedire. La stessa motivazione elettoralistica appare poi quantomeno forzata. C’è sì il precedente di Carter non rieletto per gli ostaggi all’ambasciata di Teheran ma, se è per questo, c’è un precedente opposto anche più clamoroso, del settembre del 2012 quando, nel pieno della campagna presidenziale per la sua rielezione, Obama si vide ammazzare l’ambasciatore Christopher Stevens a Bengasi. Obama però fu rieletto senza problemi ed il caso Stevens fu insabbiato con un rapporto finale che se la cavava con qualche critica molto generica alle forze armate per non aver ben difeso l’ambasciatore. Come insabbiatori gli Americani sono bravissimi anche loro.
Molinari ricorre al luogo comune dell’americano che non si fa saltare la mosca al naso, un mito funzionale sia al filoamericanismo più demenziale, sia all’antiamericanismo naif, cioè quello che si risolve nel credere che il problema degli Americani sia di essere rimasti cowboy. Il vero antiamericanismo consiste invece nel riconoscere che gli Americani sono esattamente come tutti gli altri e si atteggiano a suscettibili e vendicativi o fanno finta di nulla a seconda delle convenienze.
L’altra motivazione offerta da Molinari riguarderebbe l’esigenza degli USA di rilanciare la “deterrenza” nei confronti dell’Iran. Qui ci troviamo di fronte all’uso a sproposito di un parolone. “Deterrenza” significherebbe dimostrazione di forza per dissuadere un avversario. Nel caso dell’assassinio di Soleimani non c’è stata però alcuna dimostrazione di forza, semmai di slealtà verso il governo iracheno, presunto “alleato”, dato che l’attentato è avvenuto all’aeroporto di Baghdad, cioè mentre il bersaglio era senza protezione e non mentre se ne stava in una roccaforte dei Pasdaran iraniani.
Esattamente due anni fa Soleimani era stato avvertito dal Mossad di essere un bersaglio ed il messaggio era abbastanza chiaro: se ti attieni all’aspetto militare non ci interessa farti fuori, ma se continui a tessere relazioni diplomatiche in Medio Oriente, allora aspettati il peggio perché anche gli USA hanno dato luce verde all’esecuzione. Soleimani ha scelto di continuare i suoi giri diplomatici con i conseguenti rischi di farsi trovare allo scoperto. Al di là della retorica del coraggio e del martirio, non avrebbe potuto fare altro, perché se sei il capo gli altri vogliono trattare personalmente con te e non con un vice.
L’uccisione di un Soleimani in versione diplomatica e non militare non ha avuto alcuna incidenza sui rapporti di forza in campo, semmai crea nell’opinione pubblica mediorientale il sospetto che gli USA abbiano dovuto far fuori Soleimani col tradimento dato che non ne erano capaci con la potenza. La decisione del parlamento iracheno di allontanare le truppe straniere è solo simbolica e non ha alcun effetto pratico, ma comunque toglie agli USA l’ultima foglia di fico legale per la loro presenza in quell’area .

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Di comidad (del 02/01/2020 @ 01:30:19, in Commentario 2020, linkato 5813 volte)
Il fatto apparentemente nuovo nella crisi libica è l’ingresso plateale della Turchia di Erdogan nel ruolo di salvatore del governo Sarraj minacciato dalle milizie del generale Haftar. È improbabile che Erdogan non fosse già coinvolto da tempo nella vicenda del caos libico; ora però il dato assume il tono di una rivalsa storica, poiché la Tripolitania e la Cirenaica, prima di diventare colonie italiane nel 1911 col nome romano di Libia, erano province dell’impero turco Ottomano.
In Italia uno dei mestieri più futili e frustranti è quello di ministro degli Esteri e, non a caso, l’incarico è stato affidato ad un personaggio come Luigi di Maio, che ha la vocazione del parafulmine, del colpevole di professione. Adesso che avrebbe il compito di preservare gli interessi dell’ENI in Libia dall’offensiva turca, Di Maio si trova esposto ai mordaci commenti degli analisti di politica estera che si divertono a prenderlo per i fondelli. Prima gli si consiglia di agire di concerto con la mitica Europa, poi lo si ridicolizza dicendo che ha perso il suo tempo, visto che l’Europa non conta nulla; gli si contesta di puntare su un cavallo sbagliato come Sarraj e dopo gli si rimprovera di far politiche dei “due forni” prendendo contatti con Haftar; e via di questo passo, a furia di consigli e sfottò.
Ciò che manca nei commenti mediatici è un minimo di valutazione realistica sui moventi dei principali attori. Se dopo otto anni dalla caduta di Gheddafi, la destabilizzazione in Libia non vede pause, c’è da sospettare che il caos faccia comodo a qualcuno.
I colossali investimenti statunitensi nel costosissimo petrolio ricavato dalla frantumazione delle rocce di scisto, potevano apparire del tutto antieconomici; ed in effetti, in condizioni di mercato stabili, lo sarebbero stati. La destabilizzazione delle tradizionali aree petrolifere come il Vicino-Medio Oriente e il Venezuela, con la conseguente incertezza cronica delle forniture, ha invece spalancato la strada al business statunitense del petrolio di scisto. Quest’anno per la prima volta dopo molti decenni, gli USA sono diventati esportatori netti di petrolio. Si tratta del primo vero segnale positivo per la bilancia commerciale USA, il cui gigantesco passivo non era stato scalfito dalla pioggia di dazi del cialtrone Trump. Ovviamente i media ci raccontano che, essendo diventati energeticamente indipendenti, gli USA non sono più tanto interessati al Vicino e Medio Oriente. La realtà è l’opposto: gli USA hanno uno specifico interesse commerciale a destabilizzare tutte le aree petrolifere tradizionali.

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Di comidad (del 26/12/2019 @ 00:10:56, in Commentario 2019, linkato 6871 volte)
Stavolta anche il mainstream non ha potuto fare a meno di notare la coincidenza tra l’inchiesta giudiziaria nei confronti dell’ex ministro degli Interni Matteo Salvini per il caso della nave Gregoretti e l’imminenza delle elezioni in Emilia Romagna, probabilmente decisive per le sorti dell’attuale governo. Per un Salvini in lento ma costante calo dei consensi nei sondaggi, è una manna dal cielo la prospettiva di occupare per i prossimi due mesi i giornali ed i talk-show nella parte della vittima che si fa accusatore, accreditandosi nuovamente come difensore dei Sacri Confini nei confronti di una pubblica opinione che invece già sospettava di essere stata da lui presa per i fondelli.
Per i 5 Stelle la situazione si configura invece difficilmente sostenibile. Per il suo rigorismo giudiziario sfoggiato nella circostanza, Luigi di Maio è stato accusato di voler sfogare i propri rancori personali contro Salvini, ma è un dato di fatto che Di Maio si trova nella scomoda posizione di chi sbaglia qualunque cosa faccia. Se Di Maio avesse coperto Salvini, sarebbe stato accusato di aver a sua volta qualcosa da nascondere nella vicenda Gregoretti; se avesse invece messo in evidenza che l’eccessiva tempestività dell’azione della magistratura è uno sfacciato regalo elettorale a Salvini, si sarebbe trovato in contraddizione con quel feticismo giudiziario che rappresenta uno dei tratti distintivi della linea politica dei 5 Stelle. Ai loro esordi i 5 Stelle furono bollati come “antipolitica”, quando invece si trattava di analfabetismo politico. Non era necessaria neanche una lettura ma una sbirciatina agli scritti di Montesquieu per rendersi conto che il giudiziario è potere politico a tutti gli effetti. Dove la legislazione non osa arrivare, ci pensa la giurisprudenza; non a caso sono state le sentenze e non le leggi a riconoscere, negli USA, alle multinazionali diritti analoghi e persino superiori a quelli delle persone fisiche. Pensare che la magistratura sia immune dalle pressioni delle lobby, è quindi peggio che un’illusione: è pura stupidità.
Grazie alle “persecuzioni” giudiziarie Salvini può persino permettersi di continuare impunemente a condurre la messinscena della Lega camuffata come partito “nazionale”. Una sorta di fasullo “doppio” del partito costituito in mera funzione elettorale, che non tocca minimamente gli equilibri politici ed organizzativi della vecchia Lega Nord che, con il suo gruppo dirigente tradizionale, continua indisturbata a condurre la sua linea separatistica.
I finti nemici di Salvini persistono nel presentarlo come un “populista” (ma che vuol dire?) ed uno degli organi più addentro ai meccanismi della mistificazione, il quotidiano “il Foglio”, lo spaccia addirittura per un avversario del liberismo.
La tecnica retorica utilizzata per sostenere la mistificazione è quella di mantenere i concetti di populismo e liberismo nella più totale indeterminatezza. L’articolista del “Foglio” arriva a dire che per molti “liberismo” significa genericamente ciò che non gli piace, senza però precisare cosa sia effettivamente il liberismo o, come si preferisce dire oggi con l’aggiunta di un inutile prefisso, “neoliberismo”.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


17/01/2020 @ 15:05:36
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