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"Gli errori dei poveri sono sempre crimini, mentre i crimini dei ricchi sono al massimo 'contraddizioni'."

Comidad (2010)
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Di comidad (del 01/12/2016 @ 01:46:29, in Commentario 2016, linkato 771 volte)
La morte di Fidel Castro ha dato il via ad una pioggia di commenti, più istruttivi su chi li ha formulati che sull’oggetto dei commenti stessi. La maggiore preoccupazione è stata infatti quella di incasellare il personaggio nella categoria dei “buoni” o dei “cattivi”, ciò in linea con l’attuale civiltà (o inciviltà) del “rating”, cioè della valutazione a tutti costi che soppianta ogni tentativo di comprensione. Dopo la riforma Renzi della Scuola anche gli studenti non vanno più a scuola per imparare qualcosa, bensì per “valutare” gli insegnanti.
I commenti hanno finito per lo più per mettere in ombra gli aspetti istruttivi dell’esperienza castrista, ed invece ce ne sono alcuni da mettere in evidenza, a cominciare dalla stessa avventura insurrezionale del 1959. I luoghi comuni che si sono consolidati tra gli anni ‘60 e ‘70 a proposito della guerriglia hanno fatto credere che il fattore-tempo giocasse a favore della guerriglia stessa, una tesi che l’esperienza non ha mai confermato. L’azione di Fidel Castro ha dimostrato infatti che le insurrezioni hanno possibilità di successo in una limitata finestra temporale. Quando Castro ha spinto per un colpo di mano decisivo contro il regime di Batista, ciò poteva apparire prematuro, mentre in effetti preveniva sia la possibilità per il nemico di rafforzarsi, sia lo spegnimento del movimento insurrezionale a causa delle consuete defezioni, divisioni e infiltrazioni, oltre che per il probabile deterioramento dei rapporti con una popolazione sottoposta alle angherie supplementari di una situazione bellica.
Si potrebbe dire che in un certo senso lo stratega Castro ha agito e pensato più da quell’allenatore di baseball che era, quindi consapevole che il tempo a disposizione per vincere non è illimitato, che da marxista (ammesso che marxista lo sia mai stato). L’altro aspetto interessante dell’esperienza castrista ha riguardato la fase dell’isolamento economico dopo la caduta del blocco sovietico. Dato per spacciato dall’opinione dominante, il regime castrista ha conosciuto la sua maggiore stagione di popolarità proprio dopo la fine del mito del socialismo cubano, quando il senso del castrismo si indirizzava al semplice obiettivo della resistenza all’imperialismo USA, senza più pretendere di rendersi degno di tale opposizione offrendo in cambio la prospettiva di un paradiso in Terra.

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Di comidad (del 24/11/2016 @ 00:25:28, in Commentario 2016, linkato 872 volte)
Il filo-americanismo presenta sempre risorse insospettate. Come già otto anni fa la vittoria di Obama aveva rilanciato il mito della “più grande democrazia del mondo”, persino l’attuale “trionfo” di Trump ha dato il via ai consueti inni in onore degli USA, capaci di sovvertire quel “pensiero unico” che proprio loro avevano imposto al mondo. Ogni speculazione ed ogni elucubrazione andrebbero peraltro corredate di qualche pezza d’appoggio, che invece manca all’appello.
Hillary Clinton è stata abbandonata da una parte consistente dell’elettorato democratico, riscuotendo oltre sei milioni di voti in meno dello spompato Obama delle elezioni di quattro anni fa. Nonostante abbia spaventato l’elettorato democratico con i suoi toni guerrafondai, Hillary Clinton ha strappato comunque più voti di Trump, ed assolutamente nulla indica che i voti da lei persi siano andati al suo avversario, il quale, in definitiva non è riuscito neppure a raggiungere la percentuale elettorale raggiunta dai precedenti candidati repubblicani, McCain e Romney. Trump è risultato alla fine vincente non per aver trascinato le masse, ma solo per le alchimie elettorali del sistema americano, in altre parole per il velato appoggio di una parte dell’establishment.
Cosa vogliono le lobby che hanno sostenuto Trump? Certamente non solo il protezionismo in sé, che nessun presidente gli aveva fatto mai mancare. Già nel 2007 l’Unione Europea infatti segnalava il protezionismo mascherato degli USA, che ammantava con motivi di sicurezza il blocco delle merci straniere. Oggi c’è in ballo qualcosa di più, cioè una revisione dei trattati commerciali internazionali che, dopo l’orgia delle delocalizzazioni, hanno determinato dei feedback sfavorevoli per il sistema industriale americano.

Chi in Italia si aspetta una replica della Brexit e del trumpismo al prossimo referendum costituzionale, dovrebbe anzitutto chiedersi se in Italia vi sia una parte dell’establishment disposta, come nel Regno Unito, a supportare la probabile vittoria numerica dei no consentendole di risultare al computo dei voti finali. La possibilità di brogli infatti non è un’ipotesi peregrina o complottistica, in quanto trova la sua ragion d’essere nella legislazione vigente sul segreto di Stato, varata nel 2007 dal ministro Amato e concretizzata dallo stesso ministro nel regolamento ministeriale del 2008. Nel regolamento, tra le materie da considerare possibile oggetto del segreto di Stato, vi è infatti la “tutela della sovranità popolare”. L’introduzione di questo concetto appare abbastanza paradossale. Cosa può esservi da segretare in ciò che concerne la “sovranità popolare” se non i brogli elettorali?
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Di comidad (del 17/11/2016 @ 00:17:36, in Commentario 2016, linkato 956 volte)
L’ex giudice Luciano Violante svolge nell’attuale Partito Democratico il ruolo di una sorta di ideologo, perciò è stato proprio lui a fornire al partito gli slogan per la campagna per il sì al referendum sulla revisione costituzionale. Secondo Violante nel mondo globalizzato occorre una “democrazia decidente” per poter governare la stessa globalizzazione e non subirla. Lo slogan si presenta auto-contraddittorio, poiché se si cambia la Costituzione in funzione della globalizzazione, non è più la democrazia a decidere ma la globalizzazione. Un testo costituzionale vale l’altro, tanto non se ne è mai rispettato nessuno, perciò parrebbe proprio che il vero scopo di questa “revisione costituzionale” sia quello di elevare alla gloria degli altari il moloc della globalizzazione a cui sacrificare tutte le regole della convivenza civile (comprese le regole della grammatica, a giudicare dagli strafalcioni sintattici del testo sottoposto a referendum).
La contraddizione però, oltre che teorica, è anche pratica, dato che da alcuni anni la globalizzazione è sotto attacco proprio da parte di coloro che l’hanno promossa. In altri termini, nulla assicura che la globalizzazione costituisca un processo irreversibile. Del resto la globalizzazione non ha mai costituito una novità, visto che negli ultimi tre secoli si sono avvicendate fasi di libero scambio con fasi protezionistiche. Chi, come il PD, prende sul serio le esibizioni della Trilateral o del Bilderberg rischia di farsi la falsa impressione che le oligarchie posseggano una “visione” del futuro che in effetti non è né nelle loro corde, né tantomeno nelle loro capacità. La propaganda ufficiale presenta ogni volta il quadro imposto dagli interessi dei ricchi come la tappa fondamentale dei destini dell’umanità, ma gli interessi dei ricchi possono cambiare e così anche i presunti “destini”.

Donald Trump ha condotto gran parte della sua campagna elettorale all’insegna della denuncia dei guasti del Trattato NAFTA, l’area di libero scambio tra USA, Canada e Messico, che ha causato la deindustrializzazione di enormi aree degli Stati Uniti. Trump ha scaricato su Bill Clinton la responsabilità di quel trattato, ma in realtà il NAFTA fu una creatura di Bush padre, che ne fu anche il firmatario.
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Di comidad (del 10/11/2016 @ 01:21:55, in Commentario 2016, linkato 1071 volte)
Le elezioni presidenziali statunitensi hanno per un po’ distratto l’opinione pubblica italiana dalla scadenza referendaria di dicembre. I media si ostinano ad attribuire alla figura del presidente USA un rilievo che in realtà è ben lungi dall’avere, visto che il ruolo presidenziale si è ormai ridotto a quello di portavoce e addetto alle pubbliche relazioni. Se autentico, il voto americano potrebbe essere attendibilmente interpretato come un referendum popolare contro i toni guerrafondai della Clinton, dato che l’opinione pubblica americana, in grande maggioranza, non vuole rischiare guerre nucleari con la Russia. D’altra parte proprio un presunto “amico” di Putin come Trump potrebbe vendere una campagna anti-russa pubblicizzandola come una necessità ineluttabile e non come una scelta dell’establishment. Sul risultato elettorale americano allo stato attuale l’unico concreto commento possibile è che per la prima volta si vedrà un miliardario andare ad occupare un alloggio appena abbandonato da una famiglia di neri.
Non che la nostra scadenza referendaria possa vantare maggiore importanza, tutt’altro, ma risulta comunque molto più ricca di aspetti istruttivi.
Un’altra adesione imbarazzante per il fronte del no al referendum costituzionale è stata infatti quella dell’ex Presidente del Consiglio Mario Monti. In molti hanno osservato che la posizione di Monti avrebbe l’effetto di depotenziare il significato anti-europeistico di un’eventuale vittoria del no. Monti ha motivato la sua scelta come opposizione al renzismo, a suo avviso basato sull’espansione della spesa pubblica per acquistare consenso. La motivazione montiana riecheggia toni decisamente euro-rigoristi; tanto che, in caso di vittoria del no, commentatori ufficiali particolarmente spregiudicati potrebbero usarla come base per spiegarci che il no andrebbe interpretato proprio come una punizione dell’elettorato nei confronti delle polemiche anti-europee di Renzi. Che le polemiche di Renzi avessero un carattere puramente di facciata, sarà un dettaglio che sfumerà dalla memoria.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


06/12/2016 @ 15:00:11
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