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"Se la pace fosse un valore in sé, allora chi resistesse all'aggressore, anche opponendosi in modo non violento, sarebbe colpevole di lesa pace quanto l'aggressore stesso. Perciò il pacifismo è impotente contro la prepotenza colonialistica che consiste nel fomentare conflitti locali, per poi presentarsi come pacificatrice."

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Di comidad (del 17/08/2017 @ 00:17:52, in Commentario 2017, linkato 104 volte)
Non è affatto indifferente che i media attribuiscano a Kim Jong-un l’irrealistico epiteto di “dittatore”, piuttosto che quello di addetto alle pubbliche relazioni della casta militare nord-coreana. Kim Jong-un svolge in Corea del Nord un mero ruolo di simbolo di continuità istituzionale, ma è evidente che tutte le scelte di carattere economico e militare del regime prescindono dalla sua persona. Anche se l’espressione “casta militare” ha un’accezione negativa, essa presuppone comunque un contesto ed una storia; proprio ciò che il sistema della propaganda “occidentale” non vuole ammettere, in quanto tutto deve essere ricondotto a patologie individuali. Si riduce quindi tutto a una fiaba moral-demenziale, nella quale Kim Jong-un interpreta la parte di una sorta di Gollum del “Signore degli anelli”: un essere inferiore che vorrebbe velleitariamente accedere ad un potere che non gli spetta e, per questo motivo, si abbrutisce ancora di più.
Ma il sistema occidentale non combatte solo i “dittatori” che rivendicano un’indipendenza, in quanto combatte soprattutto i propri stessi popoli. Per tale motivo anche interi popoli possono essere criminalizzati e inquadrati dalla propaganda in patologie morali. Le istituzioni sovranazionali svolgono proprio la funzione di Super-Io incaricato di spegnere le velleità di autonomia economica dei popoli che “vorrebbero vivere al di sopra dei propri mezzi”. L’ultima sortita del Fondo Monetario Internazionale per quanto riguarda l’Italia ha riportato al centro dell’attenzione la questione delle tasse sulla prima casa e della compressione del sistema previdenziale. Il FMI è andato quindi a colpire i punti sensibili su cui si reggono le aspettative di benessere e sopravvivenza del ceto medio.
L’aspetto beffardo delle dichiarazioni del FMI concerne il riconoscimento del fatto che l’Italia ha già fatto “più di altri” per contenere il presunto disavanzo previdenziale, ma ciò ovviamente non può bastare. Non può bastare mai, poiché siamo appunto nell’ambito della psicoguerra, quella combinazione di terrore e colpevolizzazione che ha lo scopo di abbassare le difese mentali delle persone. Il moral-terrorismo economico del FMI non trova ostacoli perché è assente dal dibattito pubblico la categoria che potrebbe spiegarlo e smascherarlo, cioè il pauperismo.

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Di comidad (del 10/08/2017 @ 01:36:50, in Commentario 2017, linkato 3460 volte)
Sebbene i media lo abbiano detto solo incidentalmente, si è immediatamente notato che il nocciolo “hard” del recentissimo Decreto del governo Gentiloni presentato come un provvedimento per il Sud, era costituito in realtà dal via libera alla multinazionale tedesca Flixbus. Il caporalato digitale rappresenta uno dei business multinazionali del futuro e Flixbus ha superato Uber, poiché ha allargato la nozione di caporalato digitale dai semplici autisti addirittura alle aziende di trasporti. Dalla pauperizzazione del lavoro si è passati alla pauperizzazione del ceto medio.
La retorica meridionalista è servita quindi ad una pura operazione di lobbying a favore di una multinazionale. Per quanto riguarda la parte del Decreto che incentiva la formazione di nuove aziende al Meridione, il trucco sottostante è sempre lo stesso: si prevedono certi incentivi ma questi possono essere prontamente ritirati se i progetti non partono in tempo. In base ai dati, mai smentiti, di un’agenzia ufficiale come lo Svimez, i tagli di spesa pubblica sono stati storicamente più intensi al Meridione e gli ultimi governi hanno confermato la tendenza. Storicamente la pauperizzazione del Sud ha quindi svolto la funzione di strumento deflattivo a vantaggio della finanza. La deflazione preserva il valore dei crediti e rende impagabili i debiti, incentivando la spirale dell’indebitamento.
Ci sarebbero gli estremi per parlare di colonialismo, ma la vigente parodia del politicamente corretto non lo consente poiché il denunciare la colonizzazione rende sospetti di “nazionalismo”. Il “politicamente corretto” era nato negli anni ’80 come tentativo di bon ton comunicativo in chiave soprattutto antirazzistica, in modo da evitare tutti i giudizi e gli epiteti a carattere liquidatorio che non riconoscessero i punti di vista diversi. La metamorfosi del “politicamente corretto” data agli anni ‘90, che si sono conclusi con la prima guerra “politicamente corretta”: l’aggressione della NATO alla Serbia per il Kosovo. Da anni il “politicamente corretto” è diventato tutt’altro rispetto alle origini, cioè si è trasformato in una rappresentazione del mondo caricaturale, nella quale da una parte ci sono la democrazia, i diritti umani e la cooperazione internazionale, dall’altra ci sono il fanatismo religioso, il nazionalismo e le dittature. In questo quadro non sono contemplati il colonialismo e l’imperialismo, anzi il citarli fa rischiare non solo di essere annoverati come nazionalisti, ma anche come “complottisti”.

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Di comidad (del 03/08/2017 @ 02:05:33, in Commentario 2017, linkato 3844 volte)
Sarebbe improprio parlare di “crisi” del PD e del renzismo, in quanto si sta parlando di esperienze politiche nate già morte, programmate per consumarsi in brevi lassi di tempo. Le esperienze politiche si valutano anche in base alle “opposizioni” che suscitano e sono proprio queste opposizioni a mancare.
Il leader in pectore del nuovo centrosinistra, l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, è pienamente rappresentativo di queste false alternative già destinate al declino senza mai essersi rette in piedi. In uno dei suoi discorsi di auto-candidatura, Pisapia si è prodotto in una “presa di posizione” sul tema dei diritti del lavoro e dell’articolo 18, ricorrendo alla stessa identica pseudo-aneddotica che aveva caratterizzato il Renzi del 2013, anche lui all’epoca “contrario” all’abolizione dell’articolo 18. Pisapia ha narrato di una sua presunta esperienza di sindaco a contatto con potenziali investitori stranieri, nessuno dei quali avrebbe opposto difficoltà ad investire in Italia a causa dell’articolo 18, semmai per la “burocrazia” e le “le lentezze della Giustizia”.
È difficile immaginare degli investitori stranieri davvero preoccupati per le disfunzioni della Giustizia, dato che, se la Giustizia funzionasse, sarebbero tutti in galera da tempo. Non è solo in Italia che le “lentezze” della Giustizia assicurano l’impunità ai potenti e, se non bastano quelle, ci pensa la pavidità dei magistrati. Se ne sono visti di cavilli nelle sentenze a favore delle multinazionali. La magistratura gode del privilegio mediatico di essere santificata in blocco a causa del sacrificio di pochi eroi; il contrario di ciò che avviene per gli insegnanti, rispetto ai quali pochi sfaticati servono a screditare tutti gli altri. Del resto gli insegnanti costituiscono un ottimo bersaglio fisso per campagne mediatiche ostili, dato che la categoria docente è la più vincolata ideologicamente alla vigente parodia del politicamente corretto, dalla mitologia europea alla retorica della “legalità”.
Ma il vero paradosso della posizione di Pisapia consiste nel considerare un errore l’abolizione dell’articolo 18 in funzione dell’assunto che agli investitori ciò non interessava. Ne consegue che per Pisapia devono essere comunque gli investitori a dover dettare la linea politica e quindi il compito della politica non è mediare tra interessi diversi, bensì quello di scrutare gli autentici desiderata degli “investitori”.
L’opinione progressista non è in grado di cogliere queste incongruenze poiché, in base alla vigente parodia del politicamente corretto, l’avere forti convinzioni è sempre sospettabile di intolleranza e dogmatismo; e ciò sarebbe disdicevole per un “animabellista”. Non ci sarà quindi da stupirsi se un domani Pisapia adottasse anche lui misure contrarie ai diritti del lavoro, ovviamente in nome dell’antidogmatismo. Anche l’imminente colpo di Stato in Venezuela, ad opera del Dipartimento di Stato USA e delle sue ONG, sta trovando un terreno favorevole nell’opinione pubblica occidentale, perciò anche un golpismo di “sinistra” contro il “dittatore” di turno potrà vantare le sue giustificazioni in considerazione della necessità di non essere “dogmatici”. Si è visto nel 2011 con l’interventismo anti-Gheddafi cosa sia capace di inventarsi la “sinistra” fanatica dell’antidogmatismo.

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Di comidad (del 27/07/2017 @ 00:53:35, in Commentario 2017, linkato 1214 volte)
In soccorso delle dichiarazioni di Renzi sul Fiscal Compact è arrivato il giudice costituzionale Giuliano Amato, il quale non si è limitato a criticare dal punto di vista economico quell’accordo europeo votato dal parlamento italiano nel 2012. Amato si è spinto infatti sino ad ipotizzare l’incostituzionalità della parte del Fiscal Compact accolta nella Costituzione, in quanto sancire il principio del pareggio di bilancio sarebbe in contrasto con quanto proclamato dai primi articoli della Carta Costituzionale.
In realtà l’incostituzionalità dell’inserimento del pareggio di bilancio nella Carta fondamentale è riscontrabile persino oltre questa considerazione di Amato, in quanto rappresenta un nonsenso giuridico per una Costituzione “democratica” la pretesa di dettare ai governi una specifica linea di politica economica e soltanto quella. Sarebbe altrettanto un assurdo se fosse stato costituzionalmente proclamato il principio contrario, cioè il disavanzo di bilancio. Al di là delle questioni costituzionali, per quello che contano, appare quantomeno strano che un ceto politico abbia accettato di limitare preventivamente la sua capacità di spesa, quindi il suo potere reale.
Anche dal punto di vista strettamente economico i nonsensi del Fiscal Compact si sprecano. Nel 2012 la spesa pubblica già rappresentava oltre il 50% del reddito nazionale. Di fronte a questa constatazione la risposta mainstream è quella di privatizzare. Sennonché le privatizzazioni non soltanto non vanno a beneficio dell’erario, risolvendosi in svendite o regali, ma soprattutto le privatizzazioni pesano per anni sulla spesa pubblica perché i privati vanno “sostenuti” con contributi e sgravi fiscali ogni volta che vanno ad incamerare un bene pubblico. Il liberismo è una fiaba pseudo-economica che presenta invariabilmente l’imprenditore come vittima del fisco e delle burocrazie statali, dimenticando quanto le imprese riscuotono in termini di pubblico denaro; anzi il liberismo spinge il vittimismo padronale sino a presentare persino i sussidi statali alle imprese come una forma di oppressione. Insomma, se si cerca un po’ di realismo, meglio la fiaba del Gatto con gli Stivali che le fiabe del liberismo.
Gli effetti depressivi dei tagli di spesa pubblica sono evidenti a distanza di sei anni dall’inizio della super-austerità; infatti, in base ai dati della Corte dei Conti, oggi la spesa pubblica rappresenta addirittura il 60% del reddito nazionale. È successo qualcosa di analogo con il debito pubblico, infatti in questi sei anni di super-austerità il rapporto tra debito sovrano e PIL è addirittura aumentato, superando il 130%.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


17/08/2017 @ 11:45:36
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