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"La privatizzazione è un saccheggio delle risorse pubbliche, ma deve essere fatta passare come un salvataggio dell’economia, e i rapinati devono essere messi nello stato d’animo dei profughi a cui è stato offerto il conforto di una zuppa calda. Spesso la psico-guerra induce nelle vittime persino il timore di difendersi, come se per essere degni di resistere al rapinatore fosse necessario poter vantare una sorta di perfezione morale."

Comidad (2009)
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Di comidad (del 28/05/2015 @ 01:23:15, in Commentario 2015, linkato 196 volte)
L'immagine del Renzi "dittatore" sembra l'ovvio coronamento della collana di "successi" che egli ha riscosso negli ultimi mesi, dal Jobs Act all'Italicum, sino all'approvazione alla Camera della "riforma" della Scuola. Un'opposizione che dipingeva Renzi come ciarlatano e cialtrone, sembra oggi ricredersi e cominciare finalmente a prendere sul serio il personaggio; e affibbiargli l'epiteto di "dittatore" costituisce implicitamente un modo di celebrarne l'immagine.
In realtà Renzi rimane quel piccolo cialtrone che era sembrato sin dall'inizio, e l'effetto ottico dell'ingigantirsi della sua immagine è solo il risultato di una serie di errori comunicativi delle stesse opposizioni. Renzi è solo il Buffone di Turno, mentre da più di venti anni la vera dittatura è quella delle organizzazioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la NATO. Tutti i governi-fantoccio che si sono succeduti in Italia in questi anni hanno mostrato una linea di continuità nelle proprie azioni. I trattati internazionali sono una forma di guerra a bassa intensità che distrugge l'indipendenza di un Paese e lo asservisce agli interessi del lobbying multinazionale.
Non si era affatto aspettato Renzi per distruggere l'istruzione pubblica, ci avevano già pensato i ministri Berlinguer e Gelmini. L'ultima pseudo-riforma si muove sulla stessa linea della destabilizzazione e del caos, con norme che vanno oltre il limite del ridicolo volontario. Si attribuisce al preside la facoltà di assumere a sua discrezione, ma poi gli si vieta di assumere personale a lui legato da rapporti di parentela e di coniugio. Il divieto è facilmente aggirabile con l'espediente dello scambio di favori tra presidi, ma con quel divieto si è anche ammesso che gli abusi sono impliciti nella norma. Il pasticcio giuridico arriva al paradosso di costituire una discriminazione verso i parenti dei presidi, esclusi per principio anche se in possesso dei titoli necessari. Qualcuno ha ironizzato sul fatto che non si sia vietato di assumere le amanti, ed in effetti la norma si presta, più che a favoritismi parentali, a vere e proprie forme di prossenetismo a favore delle gerarchie ministeriali, che sono le vere padrone dei presidi, oggi vincolati alle singole scuole da contratti triennali.
L'equivoca figura del preside tenutario distrae però dalla vera trappola del DDL, quell'articolo 21 - ora diventato articolo 22 - che attribuisce al governo la delega per ulteriori decreti applicativi sulla Scuola nei prossimi mesi. Il vero cambiamento atteso è l'attribuzione dell'ultimo anno delle superiori all'Università, in vista della creazione di College all'americana che si occupino della preparazione pre-universitaria, erogata a pagamento o a credito. Gli intoppi dell'edilizia universitaria hanno determinato una dilazione dei tempi; ma, quando i Campus come quello di Bologna saranno pronti, si verrà messi di fronte al fatto compiuto. Allo stesso modo non si era aspettato Renzi per eliminare i diritti del lavoro, dato che aveva già provveduto il ministro Sacconi, così come l'articolo 18 era già stato svuotato dalla Fornero. L'Italicum è un broglio elettorale legalizzato; ma la totale indifferenza che Renzi sta mostrando per la tradizionale base elettorale del PD (insegnanti in primis), dimostra che, quanto a brogli, l'Italicum e tutte le altre leggi elettorali passate, presenti e future, sono l'ultimo dei problemi.
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Di comidad (del 21/05/2015 @ 01:57:19, in Commentario 2015, linkato 614 volte)
Una notizia della prima settimana di maggio ha avuto uno scarso rilievo mediatico, sebbene fosse direttamente attinente all'attuale progetto governativo di "riforma" della Scuola. Il TAR del Lazio ha accolto un ricorso del sindacato SNALS contro la riduzione delle ore di laboratorio negli Istituti tecnici e professionali decisi dalla "riforma" Gelmini di sei anni fa. Il TAR ha riconfermato una sentenza di condanna dell'operato del Ministero dell'Istruzione già emessa nel 2013 e, constatando che il MIUR non aveva dato seguito alle decisioni della magistratura amministrativa, ha commissariato lo stesso MIUR con un commissario ad acta.
Gli effetti pratici della sentenza sono tutti da verificare; anzi, dati i precedenti, c'è da dubitare che gli effetti vi siano. Il TAR ha preso atto del controsenso di un'istruzione tecnica che non assicura l'istruzione tecnica, e quindi ha salvato ufficialmente la faccia; ma, con gli opportuni tempi giudiziari, ha anche consentito che il nuovo sistema previsto dalla "riforma" Gelmini andasse a regime. La notizia è comunque istruttiva, poiché dimostra che la "riforma" Gelmini non aveva affatto delineato un nuovo modello di Scuola, ma si era limitata a svuotare il modello precedente frodando famiglie e studenti, e obbligandoli a rivolgersi all'Università per accedere ad un'istruzione tecnica, ovviamente a pagamento.
Non si trattava quindi di una riforma, ma di una semplice operazione di lobbying universitario, e anche del lobbying bancario connesso al business dei prestiti agli studenti. Mentre lo spazio mediatico era a suo tempo occupato da diversivi come il grembiulino o il "seppellimento del '68", silenziosamente il governo liquidava uno dei capisaldi del modello di istruzione italiana - l'istruzione tecnica - che risaliva ai tempi post-unitari, e persino pre-unitari. Persino il termine "riforma" costituiva esso stesso un diversivo rispetto ai veri obiettivi, dato che la cosiddetta riforma non proponeva alcuna nuova forma. Si tratta di una logica da pubbliche relazioni caratteristica del lobbying, per la quale un business sordido viene ammantato di motivazioni ideali, spesso contenenti altri risvolti di possibile distrazione rispetto al quadro reale.
Non sussiste un serio motivo per ritenere che le cose stiano diversamente per ciò che riguarda la "Buona Scuola" di Renzi, il quale, tra i politici degli ultimi anni, è quello che denota più chiaramente le caratteristiche antropologiche del lobbista puro. I media sono occupati dalle discussioni sulla figura del cosiddetto "preside sceriffo", un epiteto che costituisce un vero nonsenso, dato che non corrisponde minimamente al testo del DDL, né al contesto in cui tale tipo di dirigente scolastico dovrebbe operare. Viene il sospetto che l'espressione "preside sceriffo" sia stata un'imbeccata mediatica organizzata per intossicare la comunicazione delle opposizioni, ed anche per compiacere gli istinti vendicativi contro gli insegnanti che si annidano nella parte peggiore dell'opinione pubblica, quella che va in euforia ogni volta che avverte il tanfo di macelleria sociale.
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Di comidad (del 14/05/2015 @ 03:24:19, in Commentario 2015, linkato 393 volte)
Ha suscitato molta impressione l'ondata di riprovazione che nei social network ha investito i tafferuglisti che si sono scontrati con la polizia in occasione dell'Expo milanese. Occorre però domandarsi se questa ondata esprima davvero un'opinione diffusa, oppure sia soltanto un effetto della manipolabilità degli stessi social network.
In questo periodo è di moda irridere alla "rivoluzione da tastiera"; d'altra parte la tastiera ha costituito davvero una rivoluzione, anche se nello stretto ambito dell'informazione. Nel 1999 internet era ancora poco diffuso, perciò l'aggressione della NATO contro la Serbia poté avvalersi di un supporto propagandistico assolutamente incontrastato. Molte riviste di opposizione, in nome del libero dibattito, diedero inoltre largo spazio alle tesi anti-Milosevic, in modo che alla fine gli spazi si chiusero per quei pochi che avrebbero voluto esprimere un dissenso. Se si confronta quanto accaduto negli anni della guerra nella ex Jugoslavia con la vicenda della Libia prima e della Siria poi, si può valutare quanto la possibilità di usare internet abbia inciso nel formare un'opinione contraria alla guerra; un'opinione certamente minoritaria, ma comunque documentata, e spesso tale da mettere in crisi la propaganda ufficiale. Lo stesso accadde per l'Iran, con le mistificazioni legate ai nomi di Neda e Sakineh, lanciate sì su internet, ma sulla stessa rete poi demistificate. Gli interessi affaristici legati ad Internet hanno reso sinora poco praticabili i piani di irreggimentazione della rete, perciò, per ora, questa nicchia di informazione sopravvive. L'aspetto molto più manipolabile della rete riguarda invece i commenti, che possono essere lanciati a centinaia e migliaia, senza però che ci sia la reale possibilità di un controllo delle fonti; quindi pochi operatori di professione possono creare l'impressione di un'ondata di opinione.
C'è quindi da dubitare dell'ipotesi che gli scontri di Milano abbiano davvero suscitato tanto sdegno. Si possono anche avanzare tutti i sospetti possibili e immaginabili sull'effettiva natura dei cosiddetti Black Bloc. Ma la questione delle infiltrazioni e delle provocazioni da parte della polizia e dei servizi segreti può costituire un valido motivo per demistificare le emergenze di ordine pubblico e di terrorismo, ed anche per screditare ipotesi di lotta armata; ma certo non potrebbe essere usata a sostegno di una "condanna della violenza". Un sistema di potere che irride alle manifestazioni pacifiche e spesso le aggredisce, che equipara le critiche a sabotaggi, che concepisce ogni "riforma" come un atto di guerra civile contro una categoria, che etichetta inoltre come "populismo" qualsiasi espressione elettorale contraria allo strapotere degli organismi sovranazionali, è di fatto un potere che chiude la strada ad ogni mediazione sociale.
Tra l'altro le democrazie non rinunciano all'assassinio come normale strumento di lotta politica; anzi lo praticano con maggiore disinvoltura sotto la finzione dello Stato di Diritto. L'attuale Presidente della Repubblica aveva un fratello che è stato ucciso in circostanze rimaste ancora misteriose, ed inoltre tutta la storia della fine della cosiddetta Prima Repubblica è costellata di strani suicidi e di provvidenziali incidenti.
Ma nemmeno in questo settore l'Italia è più all'avanguardia. Il primo atto della rinata democrazia cecoslovacca fu l'assassinio nel 1992 dell'eroe nazionale Alexander Dubcek, contrario alla separazione del Paese e leader di un partito socialdemocratico considerato non abbastanza favorevole alle privatizzazioni. Quell'eroe della "Primavera di Praga" del 1968, che per venti anni il KGB non aveva osato toccare, fu eliminato sbrigativamente in "democrazia". Dubcek fu dapprima "incidentato", poi trasportato in un ospedale ceco incredibilmente lontano dal luogo dell'incidente, e successivamente privato delle necessarie cure. La magistratura ceca ignorò le proteste della famiglia di Dubcek ed affossò ogni indagine. Se le stesse circostanze si verificassero nell'attuale Russia, i media occidentali non esiterebbero ad incolpare Putin.
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Di comidad (del 07/05/2015 @ 02:54:09, in Commentario 2015, linkato 453 volte)
L'approvazione parlamentare in via definitiva della legge elettorale detta "Italicum" sortirà il prevedibile effetto di spostare le residue speranze di salvezza del principio di rappresentanza verso un eventuale diniego a firmare la legge da parte di Mattarella. La democrazia ha sempre un'ultima spiaggia verso cui guardare; perciò, dopo Mattarella, vi sarà ancora qualcos'altro, o qualcun altro, in cui sperare. Certo è che quel trionfo del principio di "governabilità" su quello di rappresentanza al quale non era riuscito a giungere un "uomo forte" come Craxi, è invece riuscito ad un personaggio palesemente inconsistente come Renzi.
La spiegazione di tutto sta proprio nell'attuale inconsistenza della stessa rappresentazione della politica, divenuta un intrattenimento ed una distrazione rispetto all'azione delle lobby multinazionali saldamente insediate negli organismi sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione mondiale per il Commercio, la Commissione Europea e, soprattutto, la NATO. L'ottusa impermeabilità alle critiche esibita da Renzi rappresenta un'ulteriore dimostrazione della scomparsa della politica, che, persino nello Stato assolutistico, svolgeva una funzione di mediazione. Renzi non si cura di dissensi e proteste, perché deve rispondere solo ai suoi padroni, cioè alle lobby multinazionali.
Il lobbying ha bisogno di nascondersi dietro gli slogan che si ammantano di grandi obiettivi, ma necessita anche di una drammatizzazione artificiosa che serva da alibi per spiegare perché questi clamorosi risultati promessi non vengano mai raggiunti. L'Expo di Milano è esemplare in questo senso, poiché, dopo tanto dispendio del pubblico denaro, occorrerà giustificare l'inutilità del tutto rispetto agli obiettivi dichiarati. Tramontati gli stupori e gli entusiasmi del XIX secolo, nell'attuale epoca dei voli intercontinentali e delle comunicazioni in tempo reale, gli Expo servono infatti soltanto ad esporre a figuracce il Paese organizzatore. Si sarebbe da tempo rinunciato a questo anacronismo, se non esistesse una agguerrita lobby degli Expo dedita al saccheggio della spesa pubblica.
Tra i tanti "meriti" dell'Expo che ci sono stati illustrati in questi giorni, commuove particolarmente la funzione pedagogica nei confronti dei giovani. In funzione dell'Expo è stato avviato il reclutamento di migliaia di ragazzi che si alterneranno come collaboratori volontari. Nelle interviste i giovani volontari spiegano che si tratta di una esperienza bellissima, dove si imparano tante cose, ed è un'esperienza che gli servirà per il futuro. Infatti, cosa ci potrebbe essere di più gratificante che imparare a lavorare felici, e soprattutto gratis, per note Opere Pie come Monsanto, Coca Cola, Mc Donald, eccetera?
In realtà, come al solito, il vero benefattore è il contribuente italiano, dal quale le multinazionali si sono presentate a riscuotere l'elemosina di incentivi, contributi e sgravi fiscali per concedere l'onore di partecipare all'Expo. Le cronache ci hanno in parte informato sul giro di corruzione legato all'Expo, ma non ci hanno detto nulla sui tanti furti rigorosamente legalizzati che l'Expo ha consentito.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


30/05/2015 @ 8.06.28
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