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L’INEFFICIENZA È L’ALIBI DELL’AVARIZIA
Di comidad (del 13/04/2023 @ 00:10:28, in Commentario 2023, linkato 7780 volte)
In Italia ti devi preoccupare se i governi ti tolgono qualcosa, ma soprattutto c’è da allarmarsi quando sembra che vogliano darti qualcosa, poiché immancabilmente se la riprenderanno, in più trattenendosi persino gli interessi, per cui alla fine ti ritroverai due passi indietro rispetto al punto di partenza. La riproduzione di questo schema di potere si è puntualmente verificata nel caso dei cosiddetti Reddito di Cittadinanza e Superbonus. Si tratta della consueta sceneggiata con la quale l’oligarchia nostrana esercita la propria avarizia; un canovaccio teatrale che ormai si recita a soggetto con assoluta disinvoltura, e che ha come inevitabile corollario la litania delle colpevolizzazioni e delle recriminazioni moralistiche, come il mantra del “volevate prendere il sussidio per starvene sdraiati sul divano”, oppure del “volevate farvi la casa gratis”. Stavolta la messinscena a sfondo espiatorio è così ben riuscita che non c’è stato bisogno neppure dell’alibi europeo, o di dare la colpa alla micragna tedesca. Non ci si è preoccupati di nascondere il fatto che l’avarizia messa in campo è tutta di matrice italica, cioè proviene interamente dall’oligarchia nostrana e dall’opinione pubblica che le fa da sponda.
Nell’analizzare la tribù italica, l’antropologo culturale noterà infatti che nella riproduzione di questo schema di dominio una funzione fondamentale di supporto e rilancio comunicativo è svolta dalla pubblica opinione, la quale trova una sorta di infantile rassicurazione nel sentirsi raccontare sempre la stessa fiaba e nel ripeterla a propria volta. Non conta che la fiaba non abbia lieto fine, che anzi risulti squallida ed avvilente; l’aspetto gratificante consiste nel fatto che la fiaba riconfermi il risaputo ed il già visto, e si concluda sempre con la stessa sentenza morale.
Nel conflitto sociale lo squallore è un’arma, un napalm comunicativo, cioè un’intossicazione narrativa ed emotiva che tende a disarmare psicologicamente l’avversario attraverso un drastico abbassamento del livello comunicativo. Il Buffone di Arcore ed i suoi sodali hanno dimostrato più volte l’efficacia dello squallore come stile comunicativo; poiché, se per certi versi lo squallore è sconcertante, per altri aspetti invece è rassicurante, dato che non richiede sforzo di comprensione. Il Buffone ci racconta la fiaba secondo cui sarebbero la “sinistra”, e i perfidi “comunisti”, a volerci costringere a diventare migliori; mentre al Buffone piacciamo come siamo. In tal modo il Buffone è riuscito a farsi percepire come un Padre Nobile, un Nonno della Repubblica, che, in quanto nonno, mette in scena per la famiglia la propria agonia, vera o finta che sia.

Ma anche questa rappresenta appunto l’ennesima fiaba. Il compianto Oliviero Beha osservava che il Buffone di Arcore nel contesto italiano svolge un’importante funzione di distrattore e parafulmine, come se assumesse su di sé l’esclusiva di tutta una serie di comportamenti, dal conflitto di interessi ai rapporti sfacciati con la mafia; comportamenti che in effetti sono caratteristica anche di personalità al di sopra di ogni critica. Si può dire altrettanto per lo stile comunicativo dello squallore. La sguaiataggine è più frequentata dalla destra, ma non è assolutamente una sua esclusiva; anzi, è uno stile che è trasversale a tutti gli schieramenti politici ed a tutte le cosiddette istituzioni, poiché non può esistere un modo pulito e pacato di negare l’evidenza, perciò l’unica soluzione è quella di sbracare, di gelare l’interlocutore con la spudorata esibizione della propria abietta arroganza. Nel corso della psicopandemia si è visto come la sedicente “sinistra” sia riuscita a coniugare l’aulica retorica collettivistica e palingenetica con un drastico abbassamento del livello comunicativo, per cui abbiamo udito persino colti ed insospettabili intellettuali di “sinistra” paragonare il green pass alla patente di guida, e plaudire al paradosso demenziale degli “ambienti immuni per immunizzati”. Abbiamo assistito anche a sentenze della Consulta e della Cassazione che avevano la stessa compostezza e solennità di uno sputo in faccia. Il contribuente (quello povero, perché quello ricco trova il modo di eludere il fisco) paga lautamente dei giudici per fargli compiere lo sforzo di sentenziare che i deboli hanno sempre torto ed i potenti sempre ragione.
Nel momento in cui i rapporti di forza sono completamente squilibrati a favore delle lobby d’affari, cessa non solo l’illusione dello Stato di Diritto, ma persino quella dello Stato, perciò lo sbracamento diventa il mainstream. Enrico Mentana vent’anni fa definiva Emilio Fede come l’AIDS del giornalismo italiano; ma nel periodo psicopandemico e nell’attuale periodo bellico, Mentana non ha esitato ad adottare lo stesso registro comunicativo infimo ed ammiccante di colui il quale era considerato un paria del telegiornalismo. Il giornalismo “nobile” sta così diventando indistinguibile rispetto quello triviale, per cui oggi sono annoverati tra i “nobili” dei giornalisti come Feltri o Sallusti, considerati degli osceni gaglioffi sino a qualche anno fa.
La narrazione dello squallore ha i suoi risvolti e le sue varianti; se si conosce il trucco però si capisce facilmente dove si vuole andare a parare; anzi, ce lo dicono proprio loro, come si è visto nella vicenda del Recovery Fund e del PNRR. La fiaba suonava così: la burbera Europa stavolta è stata generosa e ci ha elargito la bellezza di duecentonove miliardi, una quantità di soldi che non avevamo mai visto tutta assieme. Ma era già scritto nel libro del destino che tutti quei soldi non avremmo saputo meritarceli, che non saremmo stati neppure capaci di spenderli. La burbera Europa era stata generosa ma vigile, perciò ha preteso progetti precisi e tempi certi; condizioni che ovviamente non siamo stati capaci di soddisfare. Vi sembra abbastanza squallida come narrazione? Vi sono già cascate le braccia? Abbiate un attimo di pazienza, perché sulla torta dello squallore non poteva mancare la ciliegina, come l’esternazione del presidente della Regione Veneto, che è sbottato con un altro prevedibile mantra: “Se non sanno spendere i soldi, li diano a noi”. Sbracamenti in serie per dissimulare nonsensi e grossolane falsità.

In realtà se si considera la cifra che ogni anno il nostro Tesoro rastrella vendendo BOT e BTP, i duecentonove miliardi non sono tanti; considerando inoltre che oltre centottanta miliardi del Recovery Fund consistono appunto in prestiti, offerti per di più a condizioni molto meno convenienti di quelle dei vari programmi di acquisto di titoli pubblici e privati che la Banca Centrale Europea ha condotto in grande stile fino all’anno scorso e che continua ora in tono minore, ma comunque continua. Se c’è una vera dipendenza è quella nei confronti di quei programmi di acquisto della BCE, non certo nei confronti della barzelletta del Recovery Fund. Ma la BCE non sta sorreggendo l’Italia, bensì il baraccone dell’euro, perciò la vera origine dell’avarizia va cercata qui, non nei mitici “vincoli esterni”.
L’oligarchia dell’Italietta è la più avara del mondo e proviene dall’esperienza di più di centocinquanta anni di politica della “lesina”, nella quale uno degli espedienti più usati è stato quello dell’alibi dell’inefficienza, della presunta incapacità di spendere i fondi stanziati; fondi che sin dall’inizio si intendeva tenere bloccati. Non per niente si è sempre agevolata la carriera di quei funzionari pubblici abbastanza privi di scrupoli da violare leggi e regolamenti pur di ostacolare gli investimenti. Insomma, è tutto l’opposto di ciò che ci viene narrato: non è vero che non si spende perché ci sono troppe regole; anzi, spesso si violano le regole pur di non spendere. Quando il primo governo Prodi istituì l’obbligo scolastico fino ai sedici anni, nel Sud molti Provveditori, pur di tagliare classi, non lo applicarono, sostenendo persino che tale obbligo non sussistesse. Quei Provveditori non furono mai perseguiti dal governo e tantomeno dalla magistratura.
L’avarizia non può confessare di essere tale e perciò mette in campo un’avvilente narrazione di incapacità e inettitudine a spendere. Non si può mettere nero su bianco che una certa parte della nazione è destinata al sottosviluppo allo scopo di evitare che si importino troppe materie prime; infatti un eccesso di importazioni comporterebbe una svalutazione della moneta nazionale che danneggerebbe i creditori. Al di là di tutte le leggende sull’importanza dello sviluppo economico nel capitalismo, la realtà è che la lobby dei creditori è sempre la più forte; ed è meglio sacrificare lo sviluppo che svalutare i crediti di chi ha prestato soldi agli Stati ed alle famiglie. Si sapeva perciò fin dall’inizio che i programmi di spesa del PNRR non sarebbero stati attuati e che la colpa sarebbe stata scaricata sulla solita “inefficienza”.
Mentre Conte e Travaglio possono vantare la limpida coerenza di chi si è sempre bevuto fin dagli albori la fandonia del Recovery Fund, il partito della cosiddetta “premier” sta invece esibendo un tipo di coerenza più sordido, cioè quello di chi sta lì apposta per offrire la propria complicità all’establishment adottando di volta in volta il pretesto ad hoc. La mistificazione nazionalista-sovranista attribuisce la responsabilità dei nostri mali allo straniero, quindi indirettamente assolve l’oligarchia nostrana. Due anni fa Meloni e soci potevano anche esprimere scetticismo e diffidenza circa l’effettiva consistenza delle promesse del Recovery Fund; mentre oggi ai loro padroni fa comodo la narrazione del tutto opposta, cioè accreditare un nuovo disastro nazionale legato all’inadempienza sugli impegni del PNRR; in parole povere, una nuova emergenza in grado di giustificare altre estorsioni e vessazioni ai danni della popolazione. Anzi, ancora meglio che giustificare, poiché si lascerà all’opinione pubblica forcaiola il compito di invocare i tagli più severi e punitivi.