"
"Il capitalismo non è altro che il rubare ai poveri per dare ai ricchi, e lo scopo della guerra psicologica è quello di far passare il vampiro per un donatore di sangue; perciò il circondarsi di folle di bisognosi da accarezzare, può risultare utile ad alimentare la mistificazione."

Comidad (2009)
"
 
\\ Home Page
Benvenuto nel blog del COMIDAD:

Home Page
 
Di comidad (del 21/03/2019 @ 00:17:13, in Commentario 2019, linkato 6269 volte)
In queste settimane l’opinione pubblica italiana ha avuto la “sorpresa” di scoprire il “putiniano” Matteo Salvini in versione ultra-amerikana, in una polemica con i 5 Stelle a causa dell’adesione al memorandum per la nuova Via della Seta, una rete di infrastrutture che dovrebbe attraversare tutta la massa continentale eurasiatica e africana. Molti commentatori in vena di ridicolo si sono scatenati nel rinfacciare al Presidente del Consiglio Conte il presunto “sgarbo” fatto agli USA per non averne preliminarmente chiesto l’assenso prima di aderire al memorandum. In realtà gli USA sono al corrente da anni, come tutti, del progetto di nuova Via della Seta, perciò se avessero visto un pericolo effettivo per una firma italiana al memorandum si sarebbero premurati di farcelo sapere per tempo.
Nonostante ciò la piaggeria di politici e commentatori nei confronti degli USA è arrivata al punto da paventare un’insidia alla “collocazione europea e atlantica” dell’Italia a causa della firma del memorandum che comporterebbe (senti, senti) persino rischi di colonizzazione cinese e di appropriazione dei nostri know how. Si tratta chiaramente di forzature, esagerazioni o palesi sciocchezze.
L’Europa è stata inserita dai Cinesi come possibile partner del progetto infrastrutturale in parte per ovvi motivi di bon ton internazionale, in parte perché fosse meno evidente e plateale il vero obbiettivo dell’iniziativa, che non è la penetrazione in Europa bensì in Asia ed in Africa. La Cina ha infatti la possibilità di integrare al suo sistema economico una serie di Paesi ricchi in materie prime ma poverissimi in infrastrutture. Il buco nero della deflazione europea tiene schiacciate verso il basso tutte le potenzialità di sviluppo dei Paesi dell’Asia occidentale, del Pacifico, oltre che dell’Africa.
Se il progetto è così malvisto dalle élite mondialiste non è perché la nuova Via della Seta comporti una sfida diretta al dominio americano, dato che la Cina non possiede né la potenza militare, né la potenza marittima per insidiare a breve-medio termine lo statu quo internazionale. Che i Cinesi sperino di diventare nelle prossime generazioni la potenza egemone al livello globale, non solo è possibile ma addirittura probabile. La concezione asiatica del rapporto col tempo è notoriamente diversa da quella occidentale, perciò progettare a cinquanta o cento anni può rientrare nella visione di un capo di governo. Non a caso una delle prelibatezze della gastronomia cinese consiste nel gustare uova invecchiate di cento anni. Ma l’importanza di queste differenze culturali non va neppure esagerata al punto da supporre che i dirigenti cinesi siano talmente “cinesi” da trattare i rapporti internazionali in base alla stessa relazione col tempo che hanno con un uovo o con un bonsai.
La stessa idea circa la Cina come superpotenza emergente, in grado di soppiantare in prospettiva pluridecennale gli USA, va ridimensionata di parecchio. Per molti secoli la Cina è stata la massima potenza economica, militare e tecnologica, mentre la Russia non esisteva ancora, eppure le grandi steppe dell’Asia non sono mai state annesse al Celeste Impero, che semmai ha pensato a difendersi dalle invasioni dei popoli nomadi. Oltre certi limiti, la demografia non è più una spinta ma un freno.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 14/03/2019 @ 00:55:13, in Commentario 2019, linkato 7200 volte)
Quando si dice il complottismo. Il presidente venezuelano Maduro ha accusato gli USA di aver provocato ad arte gli attuali black out di energia elettrica in Venezuela. Maduro è notoriamente un paranoico, infatti ha affidato i proventi del petrolio venezuelano alle banche USA e l’oro venezuelano alle banche inglesi. Si è visto con quali risultati.
I sistemi di centralizzazione della rete distributiva dell’energia elettrica, in uso da una ventina d’anni a questa parte, rendono molto più agevole evitare black out ma, al tempo stesso, rendono altrettanto agevole provocare black out pilotati; perciò le accuse di Maduro, sebbene non siano necessariamente vere, sono comunque plausibili. Al di là di come siano andate effettivamente le cose in questa specifica circostanza, c’è da osservare che gli USA possono vantare una notevole esperienza in fatto di black out organizzati a bella posta.
Sul caso dell’azienda elettrica californiana Enron, verificatosi all’inizio degli anni 2000, esiste ormai una notevole documentazione probatoria e persino nastri registrati. È risultato che gli amministratori della Enron si servissero di questi black out per creare finte emergenze, che diventavano il pretesto per riscuotere fondi pubblici. I fondi pubblici, a loro volta, determinavamo un’euforia sui mercati borsistici, per cui il titolo Enron schizzava alle stelle.
Le condanne penali inflitte agli amministratori della Enron, successivamente ammorbidite, non hanno scalfito minimamente il modello Enron che continua ad imperare. Più significative della stessa Enron, sono probabilmente le tante “Enron” che non hanno subìto la rara disavventura di essere state scoperte. Dopo il caso Enron, nel 2003, anche New York subì un altro black out di grandi proporzioni. Rispetto al black out accaduto a New York nel 1977, quello del 2003 fu rose e fiori, tanto che il giornalista filoamericano Giuliano Ferrara ne paragonò gli effetti ad un picnic. In realtà, se è vero che nel 2003 non vi furono i saccheggi e le migliaia di arresti del 1977, il bilancio finale degli effetti del black out fu di undici morti. Cifre analoghe hanno consentito oggi ai media di descrivere un Venezuela nel caos.
Ma, soprattutto, nel caso dei black out del 2003 (ve ne fu uno anche in Italia), le spiegazioni ufficiali sono state del tutto inconsistenti e i risvolti affaristici sono rimasti nell’ombra. Nei periodi in cui il sistema finto-emergenziale non è nella fase virulenta e quindi il sistema mediatico non è del tutto irreggimentato dagli interessi delle lobby, anche la stampa mainstream si concede qualche deroga al suo conformismo, perciò, episodicamente, è stato possibile leggere certe amare riflessioni sul capitalismo reale, così come risulta dal paradigma Enron, persino sulle castigatissime colonne del “Corriere della Sera”.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 07/03/2019 @ 00:10:08, in Commentario 2019, linkato 7243 volte)
I media ci narrano che il Partito Popolare Europeo è in agitazione per le posizioni xenofobe di uno dei suoi membri, il primo ministro ungherese Viktor Orban, resosi protagonista di un virulento attacco personale contro il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, accusato di voler distruggere l’identità europea con l’immigrazione. Alcuni esponenti del PPE hanno già chiesto l’espulsione del partito dello stesso Orban dal gruppo parlamentare europeo.
La sceneggiata in sé è poco appassionante, semmai risulta interessante il fatto che l’Ungheria non corra alcun rischio reale di invasione migratoria, ciò a causa della sua debolissima moneta, il fiorino. Quella stessa moneta debole che attira capitali e delocalizzazioni, non è infatti in grado di attirare migranti. Il lavoratore migrante può far fruttare i suoi magrissimi guadagni soltanto attraverso il cambio da una moneta forte ad una moneta debole, un cambio che moltiplica il potere d’acquisto. Se la moneta fosse già debole in partenza, il povero migrante non potrebbe spedire nulla a casa, non potrebbe mantenere la famiglia, non potrebbe nemmeno ripagare il debito contratto per sostenere la spesa della migrazione.
L’Ungheria possedeva già un “muro” invalicabile contro i migranti, cioè la sua debole moneta. Il muro vero e proprio quindi non serve all’Ungheria ma ai suoi Paesi limitrofi, come l’Austria e la Germania. Orban perciò si fa bello davanti al proprio elettorato spacciandosi per l’argine ad un’inesistente invasione e, al tempo stesso, si incarica del lavoro sporco di impedire il passaggio di migranti per conto dei suoi vicini.
La migrazione è solo un anello della finanziarizzazione, cioè della libera circolazione dei capitali, ma su quella Orban non apre bocca, dato che, per ora, è proprio lui uno dei miracolati dal sistema della mobilità dei capitali. La vera spada di Damocle sospesa sull’Ungheria è infatti che l’attuale afflusso di capitali esteri si trasformi improvvisamente in deflusso lasciando il deserto economico. Orban attira capitali esteri drogando il sistema con periodiche svalutazioni del fiorino e continue diminuzioni delle tasse, ma non è detto che il gioco possa riuscirgli all’infinito. L’Orban che cacciava il Fondo Monetario Internazionale dall’Ungheria è ormai un pallido ricordo ed ora invece c’è l’Orban che ha trasformato il proprio Paese in un ostaggio dei capitali stranieri.
Niente di strano nel fatto che Orban cerchi di coprire il proprio asservimento al capitale straniero con la solita propaganda contro gli stranieri deboli, cioè i migranti. Il vero problema è che il mito fasullo dell’invasione accomuna sia gli xenofobi che gli xenofili, sia gli “animabruttisti” come Orban e Salvini, sia gli “animabellisti” della sedicente “sinistra”. Spiegare ad uno di “sinistra” che non è in atto alcuna invasione migratoria, chiarirgli che il migrante non può permettersi di recidere il legame con la madre patria se non a costo di rinunciare all’effetto-cambio, significa deluderlo amaramente poiché gli si sottrae la preziosa occasione di dare sfogo alla propria nobiltà d’animo. Bisogna credere all’invasione perché ti mette alla prova, ti dà modo di dimostrare che non sei razzista e magari nemmeno sessista e specista.

...

Continua a leggere...

 
Di comidad (del 28/02/2019 @ 00:00:32, in Commentario 2019, linkato 8226 volte)
Molti commentatori si sono chiesti quale necessità vi fosse di affibbiare gli arresti domiciliari ai genitori di Matteo Renzi. Forse non c’erano necessità giudiziarie, ma sicuramente vi era opportunità dal punto di vista comunicativo. Una semplice incriminazione, dati i trascorsi dei due soggetti, non avrebbe fatto notizia e sarebbe passata quasi inosservata. Grazie all’arresto c’è stato invece lo scoop. Il risultato comunicativo è il discredito ulteriore del PD attraverso la persona del suo principale boss, perciò un’eventuale caduta del governicchio Conte non potrebbe vedere candidarsi il PD come guida o componente della successione. Oggettivamente l’operato della magistratura costituisce ancora una volta un tirare la volata ad un governo “tecnico” a guida di Carlo Cottarelli.
L’amarezza dimostrata da Renzi è sembrata andare oltre l’ovvio dramma personale, come se egli in questa circostanza si fosse sentito fregato. La linea del “popcorn”, il sabotaggio dell’accordo di governo tra il PD e i 5 Stelle, è stata probabilmente suggerita a Renzi facendogli credere che in tal modo sarebbe stato lasciato in pace dal punto di vista giudiziario; invece così non è stato ed a Renzi non resta altra opzione che continuare a recitare la stessa parte.
Con la pesante condanna inflitta a Roberto Formigoni tramonta anche ogni prospettiva di un cambio di dirigenza in Forza Italia, un partito ancora legato ai resti mummificati del Buffone di Arcore. Formigoni era infatti l’uomo della “Compagnia delle Opere”, cioè la sola cosca industrial-finanziaria in grado di rilevare Forza Italia dalla dipendenza da Mediaset. Una volta che i “populisti” saranno stati fatti fuori dall’accumularsi dei dati economici negativi, la strada sarà spianata per Cottarelli.
Ormai è lecito dubitare di tutto, anche dei dati Istat che parlano di recessione in atto e di emergenza incombente. Tutto appare sin troppo provvidenziale ai fini di un commissariamento del Paese.
Che vi sia un lobbying mediatico e giudiziario, nemmeno tanto occulto, che grida “Cottarelli”, dovrebbe essere chiaro agli oppositori parlamentari del governo Conte; oppositori condannati invece a continuare la loro messinscena dell’additare un governo di bassissimo profilo come una minaccia per la sopravvivenza della specie umana. Dovrebbe anche risultare evidente che non è previsto spazio per la tradizionale mediazione politica nell’attuale piano di diretta colonizzazione dell’Italia da parte delle istituzioni sovranazionali come la BCE ed il FMI. Qui si dimostra la cronica incapacità della “politica” di far politica, cioè di uscire dai giochi di ruolo e di affrontare il vero nemico, quello non dichiarato, quello che anzi si presenta come l’operatore del “salvataggio” del Paese attraverso l’asettica chirurgia dei conti pubblici.

...

Continua a leggere...

 

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (2)
Bollettino (7)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (52)
Commentario 2017 (52)
Commentario 2018 (52)
Commentario 2019 (12)
Commenti Flash (61)
Documenti (44)
Falso Movimento (2)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (6)
Links (1)
Storia (7)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/03/2019 @ 00:00:02
script eseguito in 59 ms