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"Per la propaganda del Dominio, nulla può giustificare il terrorismo; in compenso la lotta al terrorismo può giustificare tutto."

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Di comidad (del 19/01/2020 @ 00:20:54, in In evidenza, linkato 1709 volte)
Premessa obbligata: i lavoratori del settore bancario godono di una situazione del tutto privilegiata rispetto ai lavoratori di altri settori. Ugualmente, l’impatto delle trasformazioni attuali sta distruggendo piano piano questi privilegi. Sotto gli occhi di tutti le profonde trasformazioni del settore: tassi zero o sottozero quindi poco business, sofferenze bancarie che affliggono i bilanci, riduzione strutturale della presenza storica sul territorio (cioè le filiali), informatizzazione-digitalizzazione che distrugge posti di lavoro. Tutte cose risapute, e come al solito meccanismo delle parti che dura da circa venti anni, la colpa è dei lavoratori e del loro costo.
Può essere vero che i lavoratori bancari costano troppo rispetto a quanto producono, il problema è il genere di lavoro che essi si trovano a svolgere. Il denaro di per sé è un oggetto immateriale, le attività bancarie connesse alla sua gestione (pagamenti-introiti, credito, investimenti) ben si prestano a una ben meno costosa gestione informatica-digitale. Curioso osservare l’accanimento sul tema del costo del lavoro, al confronto della sufficienza con cui si considerano i cosiddetti manager che permettono una organizzazione e decisioni manageriali sbagliate o addirittura fraudolente: ma si sa, la storia la scrivono i vinti e la colpa è sempre del più debole: i lavoratori bancari sono il bersaglio.
Dal momento di svolta (crisi 2007/2008) il settore ha perso 26mila addetti e oggi ne conta circa 280mila destinati a inevitabili future riduzioni già annunciate (vedi notizie di Unicredit meno ottomila addetti). In Europa si stimano 470mila gli addetti persi, ed è notizia recente che Deutsche Bank ha un piano di riduzione di 18mila.
È triste dirlo, ma sono perdite annunciate e irrecuperabili. I sindacati di fronte a questa situazione sembrano come gli esperti di pastorale quando parlano della gente che non va più a messa: tante spiegazioni e interpretazioni e tentativi di vie nuove un irraggiungibile risultato: nel futuro così come le chiese continueranno a svuotarsi, allo stesso modo il settore bancario ridurrà il numero di addetti. In banca non si assume in misura consistente, e i lavoratori attualmente in carico finora non sono stati mai licenziati direttamente, piuttosto sono oggetto di trattamenti alternativi tipo esodo volontario (se non lo accetti, rischio trasferimento altra sede e lavoro ingrato).
Recentemente i sindacati sono usciti dal nuovo contratto nazionale con una serie di micro cambiamenti (ottimizzazioni) e con un aumento di 190 euro l’anno ovvero qualcosa meno che un euro per giorno lavorativo: qualcuno canta vittoria, qualcun altro ammette la realtà, e cioè che la situazione è grama. L’impressione è che siano le aziende ovvero ABI ad avere in mano il pallino della decisione, i sindacati sono a cercare di minimizzare i danni, bene fanno ma poco hanno da pesare sul piatto della contrattazione. In questo modo gli argomenti addotti dai sindacati sono colorati di propaganda: “mantenimento del numero di occupati”, “più formazione”, “più assunzioni”, e pure sorprendentemente “una scuola per manager”.

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Di comidad (del 16/01/2020 @ 00:13:25, in Commentario 2020, linkato 5302 volte)
Se una settimana fa la guerra tra USA e Iran appariva inevitabile, ora la prospettiva di escalation militare sembra allontanarsi. La reazione ultra-contenuta alle provocazioni statunitensi del governo iraniano ha assunto anche risvolti gravi, come la scelta sconsiderata di continuare i voli civili pur di simulare una “normalità” che non c’era. È uno di quei casi in cui voler tenere a tutti i costi un atteggiamento “responsabile” scivola nell’irresponsabilità (per il PD c’è di che riflettere).
La guerra però continua sul piano della propaganda, accreditando l’immagine, non sostenuta da notizie certe, di un Iran in rivolta contro il regime. Si tratterebbe di capire che attendibilità possa accampare una “opposizione” interna che assuma come referente proprio gli USA, facendo finta di credere che il bersaglio dell’aggressività statunitense sia il regime, quando invece è l’Iran stesso. I precedenti delle riconversioni ideologiche della Russia e della Libia, rimaste comunque bersagli degli USA, non avrebbero insegnato nulla. Un “Occidente” malato di senso di superiorità continua ad inventarsi avversari ideologici che non ha, prestando fede alla fiaba del regime religioso in Iran, omettendo il dettaglio che attualmente al potere in Iran è tornata l’ala clepto-clericale, legata agli affari, che ha fatto fuori i laico-nazionalisti di Ahmadinejad. Attualmente in Iran i benestanti hanno già uno standard di vita occidentale, con i loro frigoriferi e le loro BMW, quindi con i conflitti la religione non c’entra. Lo stesso Isis-Daesh ha sempre avuto il suo nerbo nel personale proveniente da istituzioni laicissime come il partito Baath iracheno e la Guardia Repubblicana di Saddam Hussein; un personale spodestato dagli USA e poi riciclato dagli stessi USA in funzione antisiriana ed anti-iraniana con le trasfusioni del denaro saudita. Si sottovaluta enormemente il potere del denaro quando lo si fraintende come semplice avidità di denaro, mentre invece i flussi di denaro creano la corrente di fatti e di opinioni a cui poi si tende ad adeguarsi, ritenendola la “realtà” tout court.
La finzione di uno scontro ideologico tra regimi alimenta nelle “sinistre radicali” opportunismi e falsi “equidistantismi”, che poi finiscono per pendere dal lato di chi possiede maggiore potenza propagandistica. L’opinione pubblica “occidentale” viene adesso addestrata ad invocare un intervento armato per tutelare i diritti umani in Iran contro una presunta “repressione”, la cui narrazione mediatica ricorda moltissimo i trascorsi del 2011 in Libia. Si comincia persino a rimproverare al cialtrone Trump di non essere in grado di mantenere la promessa di “proteggere” il popolo iraniano dal suo regime. Si ripete il copione del 2011, quando i media ci narravano di un “Occidente” troppo esitante di fronte al suo dovere morale di difendere i diritti umani nel mondo. Tra poco si arriverà persino ad accusare CialTrump di non essere abbastanza bellicista.

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Di comidad (del 09/01/2020 @ 00:29:02, in Commentario 2020, linkato 6940 volte)
L’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli USA è stato raccontato dai media secondo i criteri classici della disinformazione, cioè palesi menzogne ed altrettanto palesi contraddizioni. Uno degli addetti a questa disinformazione, il giornalista dei servizi segreti Maurizio Molinari, ha mescolato presunte motivazioni personali del cialtrone Trump con considerazioni pseudo-strategiche attribuite agli USA. Secondo Molinari, CialTrump non poteva subire passivamente l’assalto della folla all’ambasciata USA di Baghdad per non pagarne lo scotto in termini elettorali. Pare infatti che si preparino elezioni nell’Iowa (immaginiamoci quindi cosa succederà quando ci saranno le elezioni in Ohio).
Ammesso che l’ordine sia partito davvero dal presidente, è difficile credere che il Pentagono sia disposto ad assecondare senza un tornaconto le mire elettorali di CialTrump o di chiunque altro ed avrebbe avuto mille modi per non obbedire. La stessa motivazione elettoralistica appare poi quantomeno forzata. C’è sì il precedente di Carter non rieletto per gli ostaggi all’ambasciata di Teheran ma, se è per questo, c’è un precedente opposto anche più clamoroso, del settembre del 2012 quando, nel pieno della campagna presidenziale per la sua rielezione, Obama si vide ammazzare l’ambasciatore Christopher Stevens a Bengasi. Obama però fu rieletto senza problemi ed il caso Stevens fu insabbiato con un rapporto finale che se la cavava con qualche critica molto generica alle forze armate per non aver ben difeso l’ambasciatore. Come insabbiatori gli Americani sono bravissimi anche loro.
Molinari ricorre al luogo comune dell’americano che non si fa saltare la mosca al naso, un mito funzionale sia al filoamericanismo più demenziale, sia all’antiamericanismo naif, cioè quello che si risolve nel credere che il problema degli Americani sia di essere rimasti cowboy. Il vero antiamericanismo consiste invece nel riconoscere che gli Americani sono esattamente come tutti gli altri e si atteggiano a suscettibili e vendicativi o fanno finta di nulla a seconda delle convenienze.
L’altra motivazione offerta da Molinari riguarderebbe l’esigenza degli USA di rilanciare la “deterrenza” nei confronti dell’Iran. Qui ci troviamo di fronte all’uso a sproposito di un parolone. “Deterrenza” significherebbe dimostrazione di forza per dissuadere un avversario. Nel caso dell’assassinio di Soleimani non c’è stata però alcuna dimostrazione di forza, semmai di slealtà verso il governo iracheno, presunto “alleato”, dato che l’attentato è avvenuto all’aeroporto di Baghdad, cioè mentre il bersaglio era senza protezione e non mentre se ne stava in una roccaforte dei Pasdaran iraniani.
Esattamente due anni fa Soleimani era stato avvertito dal Mossad di essere un bersaglio ed il messaggio era abbastanza chiaro: se ti attieni all’aspetto militare non ci interessa farti fuori, ma se continui a tessere relazioni diplomatiche in Medio Oriente, allora aspettati il peggio perché anche gli USA hanno dato luce verde all’esecuzione. Soleimani ha scelto di continuare i suoi giri diplomatici con i conseguenti rischi di farsi trovare allo scoperto. Al di là della retorica del coraggio e del martirio, non avrebbe potuto fare altro, perché se sei il capo gli altri vogliono trattare personalmente con te e non con un vice.
L’uccisione di un Soleimani in versione diplomatica e non militare non ha avuto alcuna incidenza sui rapporti di forza in campo, semmai crea nell’opinione pubblica mediorientale il sospetto che gli USA abbiano dovuto far fuori Soleimani col tradimento dato che non ne erano capaci con la potenza. La decisione del parlamento iracheno di allontanare le truppe straniere è solo simbolica e non ha alcun effetto pratico, ma comunque toglie agli USA l’ultima foglia di fico legale per la loro presenza in quell’area .

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Di comidad (del 02/01/2020 @ 01:30:19, in Commentario 2020, linkato 5953 volte)
Il fatto apparentemente nuovo nella crisi libica è l’ingresso plateale della Turchia di Erdogan nel ruolo di salvatore del governo Sarraj minacciato dalle milizie del generale Haftar. È improbabile che Erdogan non fosse già coinvolto da tempo nella vicenda del caos libico; ora però il dato assume il tono di una rivalsa storica, poiché la Tripolitania e la Cirenaica, prima di diventare colonie italiane nel 1911 col nome romano di Libia, erano province dell’impero turco Ottomano.
In Italia uno dei mestieri più futili e frustranti è quello di ministro degli Esteri e, non a caso, l’incarico è stato affidato ad un personaggio come Luigi di Maio, che ha la vocazione del parafulmine, del colpevole di professione. Adesso che avrebbe il compito di preservare gli interessi dell’ENI in Libia dall’offensiva turca, Di Maio si trova esposto ai mordaci commenti degli analisti di politica estera che si divertono a prenderlo per i fondelli. Prima gli si consiglia di agire di concerto con la mitica Europa, poi lo si ridicolizza dicendo che ha perso il suo tempo, visto che l’Europa non conta nulla; gli si contesta di puntare su un cavallo sbagliato come Sarraj e dopo gli si rimprovera di far politiche dei “due forni” prendendo contatti con Haftar; e via di questo passo, a furia di consigli e sfottò.
Ciò che manca nei commenti mediatici è un minimo di valutazione realistica sui moventi dei principali attori. Se dopo otto anni dalla caduta di Gheddafi, la destabilizzazione in Libia non vede pause, c’è da sospettare che il caos faccia comodo a qualcuno.
I colossali investimenti statunitensi nel costosissimo petrolio ricavato dalla frantumazione delle rocce di scisto, potevano apparire del tutto antieconomici; ed in effetti, in condizioni di mercato stabili, lo sarebbero stati. La destabilizzazione delle tradizionali aree petrolifere come il Vicino-Medio Oriente e il Venezuela, con la conseguente incertezza cronica delle forniture, ha invece spalancato la strada al business statunitense del petrolio di scisto. Quest’anno per la prima volta dopo molti decenni, gli USA sono diventati esportatori netti di petrolio. Si tratta del primo vero segnale positivo per la bilancia commerciale USA, il cui gigantesco passivo non era stato scalfito dalla pioggia di dazi del cialtrone Trump. Ovviamente i media ci raccontano che, essendo diventati energeticamente indipendenti, gli USA non sono più tanto interessati al Vicino e Medio Oriente. La realtà è l’opposto: gli USA hanno uno specifico interesse commerciale a destabilizzare tutte le aree petrolifere tradizionali.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


21/01/2020 @ 15:44:30
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