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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di comidad (del 13/12/2018 @ 00:17:29, in Commentario 2018, linkato 1335 volte)
Mentre viene annunciata prossimamente una nuova ondata recessiva, la Commissione Europea riesce a tenere inchiodato il governo Conte alla questione di un ridicolo 0,5 in più o meno di deficit. Il paradosso della artificiosa scarsità di denaro (il “non ci sono i soldi”) a fronte di una capacità produttiva diventata invece praticamente illimitata, costituisce il capolavoro mistificatorio della lobby della deflazione.
La lobby della deflazione è un tipico caso di “troppo evidente per essere visto”. Le grandi multinazionali bancarie ed i grandi fondi di investimento hanno un chiaro interesse a tenere l’economia reale in condizione di stagnazione: lo scopo è quello di evitare ogni fiammata inflazionistica che possa incrinare il valore dei crediti ed ogni incremento del PIL che, aumentando il gettito fiscale, renda i governi meno dipendenti dai prestiti dei grandi investitori.
I componenti di una lobby non hanno bisogno di riunirsi o di scambiarsi gli auguri di natale per riconoscersi come una coalizione di interessi. Nelle multinazionali bancarie e nei fondi di investimento si alleva un personale che gestisce con pieno automatismo quegli interessi. Questo personale possiede (per dirla alla Foucault) i “saperi”, ma anche gli agganci, che gli consentono di accedere alle gerarchie delle organizzazioni sovranazionali come il FMI, l’OCSE, la Banca Mondiale, il WTO e la Commissione Europea. Il meccanismo della “porta girevole” assicura a questo personale di alternare carriere nel pubblico e nel privato, ovviamente sempre all’insegna degli stessi interessi privati.
Le lobby infatti sono trasversali ed occupano tutti gli spazi a disposizione. Il senso dello Stato è il senso di un’astrazione e potevano avercelo Platone o Hegel. Il senso della lobby ha invece l’impellenza dei tornaconti personali, dei ricatti incrociati e dell’odio per l’uguaglianza.
Gran parte del dibattito rimane invece ancora fissata alla coppia “capitalismo e/o Stato”, con esiti teorico-pratici spesso poco convincenti. Una delle tesi oggi prevalenti è quella definita con acritico intento liquidatorio come “rossobrunista”. Gli esponenti di questa corrente politico-culturale individuano nello Stato nazionale l’unico possibile argine al capitalismo mondialista ed iper-finanziario. Si tratterebbe di promuovere il “pubblico” senza preoccuparsi dell’etichetta di destra o di sinistra di chi lo promuove.
Si tratta però anche di capire se “capitalismo” e Stato” siano nomi che indicano fenomeni precisi, oppure siano invece astrazioni che prescindono dai dati concreti.

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Di comidad (del 06/12/2018 @ 01:40:15, in Commentario 2018, linkato 2301 volte)
Come era prevedibile (e previsto), il governo Conte si è lasciato invischiare nella logica (o nell’illogica) del negoziato con la Commissione Europea, offrendo di sé un’immagine di debolezza e remissività, ridando così fiato alla forsennata propaganda della lobby della deflazione con le sue fosche previsioni sulla crescita economica. Come era prevedibile (e previsto) le previsioni apocalittiche non provengono soltanto dalla solita Goldman Sachs, dato che la lobby della deflazione è riuscita ad allineare contro il sostegno alla domanda interna anche congreghe di piccoli e medi imprenditori che si sono riuniti a Torino. La distinzione tra finanza ed economia reale è valida sul piano astratto, ma sta di fatto che i mitici “imprenditori” rimangono un ceto del tutto privo di una propria coscienza di classe autonoma dal dominio imperialistico.
Si dice spesso che oggi la distinzione tra destra e sinistra è superata, ma le cose stanno un po’ diversamente. Scomparsa la sinistra, attualmente il confronto è tra una destra finanziaria, elitaria e mondialista da una parte ed una destra industrialista e nazionalista dall’altra. Tra i tanti punti deboli di questa destra nazionalista c’è proprio l’inaffidabilità nazionale dei padroncini, i quali vedono nella distribuzione del reddito sempre uno spauracchio insopportabile e quindi convergono sulle posizioni deflazionistiche della finanza mondialista, per la quale ogni prospettiva di “crescita” è come il fumo negli occhi.
Un aumento deciso del PIL incrementerebbe infatti le entrate fiscali e quindi renderebbe i governi meno dipendenti dai prestiti esteri. È ovvio che queste cose i “Mercati” (cioè i grandi investitori istituzionali) non le ammettano apertamente ed, anzi, si dichiarino “preoccupati” per la scarsa crescita. Sarebbe come pretendere che un tale che speri di ereditare dalla zia le dicesse candidamente di tirare le cuoia al più presto per lasciargli i soldi. Al contrario, l’avido nipote si dichiarerebbe “preoccupato” per la salute della zia in modo da insinuarle subdolamente qualche pensiero negativo.
La sfida meramente velleitaria e ideologica del governo Conte ha sortito però, indirettamente, degli effetti sociali anche all’estero. I grandi moti di piazza in Francia indicano che basterebbero poche parole d’ordine chiare per riattivare una stabile opposizione sociale. Manca però il soggetto in grado di lanciare queste parole d’ordine, cioè un movimento operaio e sindacale, che è stato liquidato già dagli anni ‘70. Tale liquidazione è avvenuta ad opera della cosiddetta “sinistra” ed il fatto curioso è che ciò sia stato ottenuto usando la mitologia operaia (la “operaiolatria”, come diceva Camillo Berneri) in funzione antioperaia.
Stranamente i movimenti operai erano nati senza il “supporto” di una mitologia della classe operaia come “classe universale”, una classe che, secondo il mito, sarebbe in grado di interpretare i bisogni dell’umanità come genere e di succedere alla borghesia nel dominio del mondo in base ad una predeterminata linea di progresso. La nascita del movimento operaio fu in gran parte estranea a queste ubbie e tutto si centrava invece sulla questione del salario, il cui aumento costituiva il fattore principale di redistribuzione del reddito. Si poteva anche essere operaisti, socialisti e comunisti senza una mitologia operaia e senza neppure dover credere che esista una forma economica omogenea detta “capitalismo”. Solo con la nascita alla fine dell’800 dei grandi partiti socialdemocratici queste mitologie sono diventate dogma, salvo poi essere cancellate di colpo e senza rimpianti dalla “sinistra” un secolo dopo. La cosa grave è che nel corso degli anni ’80 e ’90 anche le sinistre cosiddette “radicali” hanno finito per considerare con orrore la lotta salariale, in quanto sospetta di “deficit etico”.

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Di comidad (del 29/11/2018 @ 00:17:11, in Commentario 2018, linkato 2404 volte)
Riscrivere il passato è sempre in funzione del presente. Da quindici anni il giornalista Giampaolo Pansa riscrive la storia della Resistenza in un’ottica anticomunista. Ormai i suoi libri non li compra e non li legge più nessuno, ma essi sono ugualmente l’occasione per articoli e per talk-show, cioè per propaganda; una propaganda contro un comunismo che pure, ufficialmente, non esisterebbe più. L’ultima fatica di Pansa è sulla vicenda di un partigiano di fede cattolica ucciso forse (forse!) da altri partigiani di fede comunista.
Il senso di questa ulteriore operazione editoriale-mediatica è quello di accreditare l’immagine di un comunismo aggressivo e rampante, tutto proiettato durante la guerra civile a porre le basi per una presa del potere ad ogni costo. Una guerra civile è un fenomeno particolarmente caotico in cui possono confluire tante componenti: velleità minoritarie, rivalità e vendette personali, ecc. Quando però si analizza la politica di un partito non si può prescindere dalle sue scelte di fondo. È su quel criterio che si valuta se vi sia stato o meno un progetto di presa del potere.
Con la famosa “Svolta di Salerno” dell’aprile del 1944, Palmiro Togliatti (o, per meglio dire, Stalin) gettò sul tavolo un elemento che cambiava lo scenario politico avviando una politica di unità nazionale, dai monarchici ai comunisti, nell’ambito della Resistenza. Ma c’è un fatto meno evidenziato, eppure decisamente più importante, che era accaduto nel febbraio del ‘44. Era stata infatti l’Unione Sovietica la prima a concedere un formale riconoscimento diplomatico al governo di Badoglio insediato a Salerno; la politica di unità nazionale di Togliatti ne era stata la ovvia conseguenza pratica. Sino a quel riconoscimento sovietico, il governo di Salerno non era considerato un interlocutore da nessuno, quindi stava messo persino peggio del governo di Salò quanto a legittimità internazionale. In quel periodo perciò l’Italia era stata seriamente a rischio di uno smembramento analogo a quello che si sarebbe poi operato sulla Germania.
Se Stalin avesse davvero pensato ad una presa del potere in Italia, avrebbe assecondato quelle ipotesi di divisione dell’Italia tra uno Stato del Nord ed uno del Sud. Ogni ipotesi di confronto militare con gli Anglo- Americani avrebbe avuto infatti un minimo di consistenza esclusivamente al Nord, dove erano concentrate le forze partigiane comuniste e dove queste avrebbero avuto la possibilità di un collegamento via terra non solo con la resistenza jugoslava ma anche con i rifornimenti sovietici. Al Sud invece ci sarebbe stato l’impari confronto con la Marina statunitense. Stalin quindi, sin da allora, aveva puntato invece su un’Italia unita, tradizionale partner commerciale della Russia.

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Di comidad (del 22/11/2018 @ 00:36:38, in Commentario 2018, linkato 2560 volte)
La manifestazione torinese del 10 novembre dei presunti quarantamila Sì TAV è stata presentata dai media come un’ennesima rivolta della borghesia. Ci sono vari aspetti che fanno dubitare di tale interpretazione. Anzitutto c’è la genericità degli obiettivi. Perché mai degli imprenditori o dei professionisti dovrebbero mobilitarsi per una del tutto ipotetica prospettiva di “sviluppo”? Quali sarebbero i loro interessi direttamente coinvolti?
Non c’è infatti nessuna prova che la linea ad alta velocità attualmente in costruzione in Val di Susa abbia delle ricadute in termini di sviluppo. Semmai vi sono delle evidenze contrarie: le linee ferroviarie non riescono a ripagare i loro costi e, se già l’alta velocità si presenta come poco remunerativa per il traffico passeggeri, ancora più problematico è il business per il traffico merci. L’alta velocità è stata promossa soprattutto da banche francesi come BNP Paribas, ma attualmente la debacle del business dell’alta velocità è particolarmente evidente proprio nel Paese che più ci ha puntato, la Francia, dove il settore ferroviario è finanziariamente disastrato a causa di quegli investimenti sbagliati.
Certo, c’è il business degli appalti, ma riguarda solo alcuni “fortunati” e non certo il “popolo” imprenditoriale. C’è il business dei fondi europei, ma i costi “vivi” ricadono comunque sul sorvegliatissimo bilancio italiano, perciò quelle poche risorse a disposizione, gli imprenditori preferirebbero certamente vedersele elargire attraverso ulteriori sgravi fiscali.
Al contrario, dietro i No TAV non vi sono semplici istanze ambientaliste ma solidi “valori” borghesi, come, ad esempio, scongiurare la prospettiva di un crollo dei valori immobiliari in tutta la Val di Susa a causa del massacro ambientale. Non a caso il movimento No TAV è a base interclassista ed ha visto spesso in prima fila i sindaci.
L’impressione è quindi che il “Sì TAV” non sia un movimento ma un’artificiosa mobilitazione fabbricata ad hoc da Forza Italia, diventato il nuovo braccio armato della UE dopo la conversione al fondamentalismo europeistico da parte del Buffone di Arcore. Il tutto per poter giustificare decisioni già prese altrove e che prescindono dalla volontà dell’attuale governo (ammesso che l’attuale governo, come i precedenti, abbia una volontà).
Visti i passaggi di treni contenenti scorie nucleari attraverso il Piemonte, si è affacciato il sospetto che il buco nella montagna abbia come vero scopo il seppellirvi scorie radioattive derivanti sia dal nucleare civile che da quello militare. Per ora si tratta solo di un’ipotesi etichettata come ”complottista”, ma la sproporzione plateale tra i costi mostruosi del tunnel ed i suoi scarsi vantaggi effettivi, non può che legittimare il sospetto.

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


15/12/2018 @ 08:20:35
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