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SI PARLA DI DUE POPOLI E DUE STATI, CIOÈ DI NULLA
Di comidad (del 30/11/2023 @ 00:15:32, in Commentario 2023, linkato 7979 volte)
Ieri, 29 novembre, ricorreva l’ennesimo anniversario della famigerata Risoluzione numero 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU sulla suddivisione della Palestina in due Stati, uno ebraico ed uno arabo-palestinese. La fondazione ufficiale dello Stato di Israele avvenne l’anno successivo, nel maggio del 1948, dopo la cosiddetta “prima guerra arabo-israeliana”. Non è il caso di sforzarsi a confutare ancora una volta la versione corrente dei fatti, secondo la quale i cattivissimi vicini arabi avrebbero convinto i palestinesi a non proclamare il proprio Stato ed avrebbero anche scatenato una guerra poi ignominiosamente perduta. Si prescinda per una volta dalle narrative e si guardi semplicemente una carta geografica in cui sia illustrato il piano dell’ONU di suddivisione dei territori. Al presunto Stato palestinese erano stati assegnati tre lembi di terra separati (uno dei quali poi perso per strada), per cui il collegamento tra quelle tre parti sarebbe stato inevitabilmente affidato ad eventuali “corridoi” in territorio israeliano. La risoluzione 181 assegnava quindi alla popolazione palestinese il ruolo di un ostaggio nelle mani di Israele.
La soluzione “due popoli due Stati” in queste settimane è stata rilanciata da più parti, ma si tratta di una finzione, della fiaba che si racconta al pupo per tenerlo tranquillo; solo che il pupo non può starsene tranquillo ad ascoltare la fiaba, visto che viene massacrato da settantacinque anni. Qualcuno dirà che ci sono altri esempi nella storia di Stati che non avevano una continuità territoriale, come la Prussia o il Pakistan, ma in quei casi c’era ab origine un nucleo territoriale solido e militarmente attrezzato; e, nel caso del Pakistan, comunque ciò non bastò per tenere insieme i pezzi. La Risoluzione 181 fu ratificata a maggioranza dall’Assemblea dell’ONU, non dal Consiglio di Sicurezza, e ciò aggrava l’ipocrisia collettiva di quella scelta, che di fatto consentiva la nascita dello Stato di Israele ma non dello Stato palestinese. Sarebbe quindi il caso di smetterla col mantra secondo cui l’ONU avrebbe pronunciato risoluzioni belle e buone ma purtroppo senza la forza per imporle. L’ONU è stata non solo complice ma artefice del crimine.
Si potrebbe obiettare che se davvero lo Stato palestinese non avesse mai avuto alcuna reale possibilità di nascere, allora non si spiegherebbero i famosi accordi di Oslo del 1993 e del 1995, che accettavano l’ipotesi dei due Stati e furono firmati dal primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. In realtà Rabin era un militare, ed anche molto competente, perciò sapeva benissimo che quella pacificazione con i palestinesi aveva un carattere formale e che un qualsiasi Stato palestinese sarebbe rimasto nel migliore dei casi nella condizione di un protettorato o di un bantustan. Ma proprio perché era un militare competente, Rabin si era reso conto di non potersi permettere più una situazione di belligeranza permanente. La prima guerra del Golfo nel 1991 aveva dimostrato che Israele è particolarmente vulnerabile agli attacchi missilistici. Nella guerra del 1991 si verificò il primo e clamoroso fallimento del costosissimo sistema antimissile “Patriot” contro dei missili iracheni che erano delle repliche delle V2 che Wernher von Braun lanciava su Londra tra il 1944 ed il 1945. Ciò significa che in un territorio ristretto come quello israeliano degli attacchi missilistici concentrati potrebbero eliminare l’intero sistema delle infrastrutture. Mentre negli USA non si è mai potuto prendere atto di quel fallimento del “Patriot”, poiché avrebbe disturbato gli affari della multinazionale Raytheon, in Israele lo si è potuto ammettere tranquillamente.

Dopo l’assassinio di Rabin però si è fatto finta di poter trovare la soluzione al problema con un sistema antimissile ancora più costoso del “Patriot”, il cosiddetto “Iron Dome”. Come al solito a pagare il conto è stato lo Zio Sam, infatti in base alle fonti ufficiali del Congresso statunitense il “contributo” ammonterebbe a più di tre miliardi di dollari. L’antimissile “Iron Dome” ha mostrato più volte malfunzionamenti anche nei confronti di attacchi con i missili artigianali di Hamas. In base alle stime più recenti, ma non verificabili in ufficiali capitoli di spesa, il costo di ogni missile del sistema “Iron Dome” sarebbe “sceso” a quaranta o cinquantamila dollari. Ammesso che questa valutazione ottimistica dei costi sia attendibile, è evidente la sproporzione tra la spesa enorme che comporta il sistema “Iron Dome” ed il “low cost” della minaccia che dovrebbero fronteggiare. A questo punto non è questione di essere pacifisti, anzi, un militare sarà il primo a rendersi conto dell’insostenibilità del sistema; a meno che non sia in conflitto di interessi, come l’attuale segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, che stava nel consiglio di amministrazione di Raytheon.
La leggenda di un Rabin colomba pacifista non ha un fondamento concreto; basti ricordare che nella guerra del 1967 era Capo di Stato Maggiore e si era reso responsabile dell’uccisione di centinaia di prigionieri egiziani, oltre che dell’attacco col napalm alla nave statunitense USS Liberty, causando trentaquattro morti tra i marinai, un episodio che dimostra che da sempre gli israeliani prima sparano poi, eventualmente, vedono chi è. Rabin era in grado di capire che con gli accordi di Oslo in effetti non stava concedendo nulla e rimaneva un falco in attesa di rapporti di forza più favorevoli. La leggenda del pacifista conferì a Rabin una popolarità internazionale e lo portò, come al solito, al premio Nobel per la pace. Purtroppo la leggenda faceva comodo anche ai suoi avversari interni che avevano così un pretesto per assassinarlo. Per Israele la pantomima dei “due popoli e due Stati” è a rischio zero per quanto riguarda la sicurezza ed il controllo del territorio, ma va contro il paradigma emergenzialista in base al quale enfatizzando o inventando minacce e pericoli fai arrivare più soldi. Una volta avviata la macchina del lobbying tutto va in automatico, per cui perplessità e considerazioni realistiche verranno travolte dagli slogan e dagli spot pubblicitari. Dopo l’assassinio di Rabin, colpevole di essere militarista ma non lobbista, il nuovo astro della politica israeliana è stato Benjamin Netanyahu, tuttora in carriera di primo ministro dopo oltre venticinque anni, grazie al fatto di essere un collettore di soldi. Netanyahu è infatti sopravvissuto ed ha prosperato nonostante il disprezzo unanime di cui è fatto oggetto, anche da parte dei suoi alleati politici. La contiguità politica di Netanyahu con i mandanti dell’assassinio di Rabin non lo ha per niente scalfito. Neppure lo hanno danneggiato l’amicizia e la collaborazione con il reverendo evangelico statunitense Jerry Falwell, il fondatore della “Moral Majority”. Falwell era infatti un noto antisemita, ed aveva anche lanciato la profezia secondo cui l’Anticristo sarebbe stato un ebreo.
Falwell era antisemita ma non antisionista, tutt’altro; infatti era un finanziatore del sionismo; e si sa che il denaro è il miglior deodorante. Fino alla sua morte nel 2007 Jerry Falwell rimase il principale esponente del sionismo cristiano negli USA, mentre invece il suo figlio omonimo, e suo successore alla guida del business evangelico, nel 2020 è stato scalzato grazie al solito scandalo sessuale. Il caso di Jerry Falwell dimostra che in politica il lobbying, cioè il flusso di denaro, prevale sempre sulla visione strategica come quella di un Rabin, ed anche sul fanatismo ideologico, come quello dei sionisti e padri fondatori dello Stato di Israele. Prima del rapporto personale e di affari con Netanyahu, Falwell infatti era stato supporter finanziario di Menachem Begin, già capo del gruppo terroristico Irgun e poi primo ministro israeliano. Negli anni ’90 il partito di Begin, il Likud, era ormai talmente assuefatto all’afflusso di soldi che accolse la leadership di Netanyahu come il drogato accoglie il pusher. All’inizio degli anni ’80 il sionismo evangelico era già la componente principale della “Israel lobby”, in grado di decidere la composizione del Congresso e del Senato attraverso il controllo di milioni di voti e di un flusso di finanziamenti elettorali. Grazie al denaro degli evangelici si è potuta avviare la colonizzazione dei territori della Cisgiordania; ed anche di Gaza, fino a che il primo ministro Sharon tra il 2004 ed il 2005 non dovette ritirarsi prendendo atto che mantenere quell’occupazione comportava troppe spese e troppe perdite tra i suoi soldati. Fu una delle ultime volte in cui un governo israeliano prese decisioni in base ad una valutazione dei costi e dei rapporti di forza.