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MENTRE SI PARLA DI CRISI, SI CONTINUA A PRIVATIZZARE
Di comidad (del 02/04/2009 @ 01:25:30, in Commentario 2009, linkato 1047 volte)
Uno degli aspetti più strani dell’attuale regime berlusconiano consiste nel fatto che alcuni settori di opinione pubblica si ostinano a considerare la posizione di Giulio Tremonti all’interno del governo di cui fa parte, come quella di una sorta di oppositore. In quest’ultimo anno si è consolidato un gioco delle parti mediatico fra Berlusconi e Tremonti, in cui il primo rilascia dichiarazioni di un ottimismo meschino ed irritante, mentre il secondo veste i nobili panni del critico della globalizzazione, arrivando a prendersela con sette segrete come gli “Illuminati”, che avrebbero imposto al mondo la globalizzazione stessa.
Una trasmissione televisiva come Annozero, che molti considerano acriticamente come critica nei confronti del regime, si è trasformata in un vero e proprio “Tremonti show”, in cui il ministro dell’Economia si lancia in ardite analisi degli sviluppi della crisi e degli errori passati che li avrebbero determinati; errori tra cui Tremonti annovera l’eccessiva ingerenza dei privati nella gestione dell’economia. Attraverso questo illusionismo mediatico, Tremonti continua a ricevere stima da molti antiberlusconiani, ed è persino divenuto l’oggetto di speranze di cambiamento.
In realtà prendersela con gli Illuminati è molto più comodo che chiamare la cosa con il suo vero nome, cioè Fondo Monetario Internazionale. È in quella sede che sono passate quasi tutte le scelte che poi sono state riassunte nel contraddittorio slogan della globalizzazione. Ed è sempre da quella sede che partono ancora adesso gli impulsi e le istruzioni a proseguire, nonostante la strombazzata crisi economica planetaria, nella strada delle privatizzazioni.
Mentre sui media si discute di nazionalizzare le banche, di fatto Giulio Tremonti, con il suo Decreto divenuto la Legge 133/2008, è riuscito ad imporre la privatizzazione dei patrimoni immobiliari delle Università e dei beni del Demanio dello Stato, e persino la privatizzazione della gestione delle risorse idriche, che è come dire che ha privatizzato l’acqua. Sui media che fanno ascolto e opinione, finora nessuno ha contestato a Tremonti questa sua contraddizione o, per meglio dire, questo suo atteggiamento truffaldino.
Intanto incombe anche un'altra ondata di privatizzazioni, quella dei servizi della Pubblica Amministrazione, promosse dal ministro Brunetta. Nonostante l'abietta impresentabilità del personaggio, Brunetta gode all’interno dei media di una posizione di privilegio analoga a quella di Tremonti, ed anche lui è visto da alcuni settori di opinione pubblica come qualcosa di “altro” rispetto a Berlusconi, una specie di opposizione ispirata a valori di efficienza e moralizzazione.
Il cosiddetto “federalismo fiscale” si sta risolvendo in una ulteriore privatizzazione, quella della esazione fiscale appaltata ad agenzie private regionali. Manco a dirlo, la privatizzazione della esazione fiscale è promossa da una formazione politica anch’essa presentata dai media come una sorta di opposizione interna al governo Berlusconi, cioè la Lega Nord.
Insomma, Berlusconi ha all’interno del governo da lui diretto una miriade di “oppositori”, che fanno però esattamente ciò che lui vuole, cioè privatizzare.
L’onere finanziario di questi business di privatizzazione ricade interamente sulle casse dello Stato, dato che oggi gli imprenditori privati non dispongono di “soldi veri”, e se li aspettano proprio dal governo: parola della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.
Tutto questo accade mentre si parla di crisi economica e di misure anti-crisi. Il paradosso non può essere avvertito dalla popolazione semplicemente perché i media non ne parlano; e ciò è logico se si considera che i media appartengono tutti ai gruppi affaristici che sono interessanti al business delle privatizzazioni.
I gruppi affaristici italiani sono comunque in coda in questa ondata di business, promossi soprattutto dalle multinazionali e dal loro braccio politico, il FMI. C’è inoltre da considerare che il business dell’acqua non è comparabile con quello del petrolio. Non si tratta qui di importare una risorsa energetica alle proprie condizioni, ma di privare la popolazione di una risorsa che ha già. Non si tratta dunque di indurre ad un consumo, ma di creare artificialmente una condizione di povertà, per poterne poi ricattare la popolazione.
La privatizzazione dell’acqua implica perciò un vero e proprio racket, che sarebbe inattuabile senza un sovrappiù di violenza e di militarizzazione del territorio; quindi è improbabile che la facciata dello Stato di Diritto possa reggere di fronte alla gestione di business del genere.