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Pamuk
Di comidad (del 15/05/2008 @ 10:32:41, in Commenti Flash, linkato 1766 volte)
Lo scrittore turco Oran Pamuk, nel bel libro dedicato alla sua città "Istanbul", inserisce un capitolo sulla classe agiata del suo paese dagli anni '50 in poi: "I ricchi". In quelle pagine Pamuk ci offre qualche squarcio illuminante sui rapporti tra ricchezza e criminalità:

"Un altro motivo per cui i ricchi di Istanbul della mia infanzia nascondevano il loro patrimonio fra le pareti e dietro le porte, e non avevano né collezioni né musei, era la paura giustificata, che i loro beni venissero considerati "contaminati". Poiché lo stato e la burocrazia si intrufolano avidamente ovunque si produca ricchezza ed è impossibile diventare agiati senza l'aiuto dei politici, tutti possono immaginare che anche nel passato del ricco più "onesto" ci siano macchie e punti oscuri." E ancora sull'origine di queste ricchezze:

"I ricchi di Istanbul della mia infanzia e giovinezza, più che essere persone solide che avevano guadagnato o continuavano a guadagnare grazie alla loro creatività o alle trovate commerciali, erano individui arricchitisi all'improvviso, che avevano colto la grande occasione anche per la corruzione che c'era tra lo stato e la burocrazia, e passavano il resto della loro vita a tentare di nascondere ( dopo gli anni Novanta questa paura è notevolmente calata), proteggere e, alla fine, giustificare la loro ricchezza. Non essendovi alcuna attività intellettuale dietro le loro fortune, queste persone non avevano una grande predisposizione per i libri o la lettura, né per altre occupazioni, come ad esempio gli scacchi."
 
Ma Pamuk accenna anche agli effetti "provincializzanti" e gerarchizzanti del colonialismo culturale ed economico dell'Occidente:

"L'unica impresa che questi nuovi ricchi di Istanbul, pavidi e senza idee, giustamente impauriti dallo stato e spesso incapaci di trasmettere i loro guadagni alle generazioni successive, riuscivano a realizzare, per dare legittimità al loro patrimonio e sentirsi meglio, era farsi vedere più europei di quello che realmente erano. Usavano a questo scopo i vestiti, gli oggetti che compravano in Europa e le ultime scoperte della tecnologia occidentale ( dagli spremiagrumi ai rasoi elettrici): se li mostravano e tornavano a casa felici."
 
In realtà lo stesso Pamuk finisce per essere vittima dell'abbaglio occidentalista, facendo credere che da qualche parte esista un capitalismo originato da creatività e capacità intellettuali, indipendente da complicità politiche e criminali. E infatti, a proposito degli armatori di Istanbul, afferma:

"[...] a loro non piaceva la scoperta occidentale della libera concorrenza, ma preferivano intimidire gli avversari con le loro bande, e quando si stancavano, ogni tanto, di uccidere, vivevano brevi periodi di pace dandosi in sposa le figlie, a vicenda, proprio come i principi medievali[...]"

Per Pamuk il fatto che la concorrenza non esista in Turchia diventa, illogicamente, la prova che allora la concorrenza debba per forza esistere da qualche altra parte. Pamuk cade cioè in un atteggiamento simile aquello di tanti intellettuali italiani, che sono capaci di vedere la realtà solo quando parlano del proprio Paese, ma poi prendono per buoni tutti i miti propagandistici imposti dalle potenze colonialistiche. Il "vero" capitalismo non è mai direttamente visibile ai nostri poveri occhi mortali, perché si trova sempre "altrove".