\\ Home Page : Articolo : Stampa
I CONFINI MESSI A SALVINI
Di comidad (del 03/08/2017 @ 02:05:33, in Commentario 2017, linkato 3843 volte)
Sarebbe improprio parlare di “crisi” del PD e del renzismo, in quanto si sta parlando di esperienze politiche nate già morte, programmate per consumarsi in brevi lassi di tempo. Le esperienze politiche si valutano anche in base alle “opposizioni” che suscitano e sono proprio queste opposizioni a mancare.
Il leader in pectore del nuovo centrosinistra, l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, è pienamente rappresentativo di queste false alternative già destinate al declino senza mai essersi rette in piedi. In uno dei suoi discorsi di auto-candidatura, Pisapia si è prodotto in una “presa di posizione” sul tema dei diritti del lavoro e dell’articolo 18, ricorrendo alla stessa identica pseudo-aneddotica che aveva caratterizzato il Renzi del 2013, anche lui all’epoca “contrario” all’abolizione dell’articolo 18. Pisapia ha narrato di una sua presunta esperienza di sindaco a contatto con potenziali investitori stranieri, nessuno dei quali avrebbe opposto difficoltà ad investire in Italia a causa dell’articolo 18, semmai per la “burocrazia” e le “le lentezze della Giustizia”.
È difficile immaginare degli investitori stranieri davvero preoccupati per le disfunzioni della Giustizia, dato che, se la Giustizia funzionasse, sarebbero tutti in galera da tempo. Non è solo in Italia che le “lentezze” della Giustizia assicurano l’impunità ai potenti e, se non bastano quelle, ci pensa la pavidità dei magistrati. Se ne sono visti di cavilli nelle sentenze a favore delle multinazionali. La magistratura gode del privilegio mediatico di essere santificata in blocco a causa del sacrificio di pochi eroi; il contrario di ciò che avviene per gli insegnanti, rispetto ai quali pochi sfaticati servono a screditare tutti gli altri. Del resto gli insegnanti costituiscono un ottimo bersaglio fisso per campagne mediatiche ostili, dato che la categoria docente è la più vincolata ideologicamente alla vigente parodia del politicamente corretto, dalla mitologia europea alla retorica della “legalità”.
Ma il vero paradosso della posizione di Pisapia consiste nel considerare un errore l’abolizione dell’articolo 18 in funzione dell’assunto che agli investitori ciò non interessava. Ne consegue che per Pisapia devono essere comunque gli investitori a dover dettare la linea politica e quindi il compito della politica non è mediare tra interessi diversi, bensì quello di scrutare gli autentici desiderata degli “investitori”.
L’opinione progressista non è in grado di cogliere queste incongruenze poiché, in base alla vigente parodia del politicamente corretto, l’avere forti convinzioni è sempre sospettabile di intolleranza e dogmatismo; e ciò sarebbe disdicevole per un “animabellista”. Non ci sarà quindi da stupirsi se un domani Pisapia adottasse anche lui misure contrarie ai diritti del lavoro, ovviamente in nome dell’antidogmatismo. Anche l’imminente colpo di Stato in Venezuela, ad opera del Dipartimento di Stato USA e delle sue ONG, sta trovando un terreno favorevole nell’opinione pubblica occidentale, perciò anche un golpismo di “sinistra” contro il “dittatore” di turno potrà vantare le sue giustificazioni in considerazione della necessità di non essere “dogmatici”. Si è visto nel 2011 con l’interventismo anti-Gheddafi cosa sia capace di inventarsi la “sinistra” fanatica dell’antidogmatismo.

In questo contesto non c’è da stupirsi se l’aggressività comunicativa di Salvini all’insegna del politicamente scorretto riscuota più consensi. Ma Salvini può facilmente affondare il coltello nel burro irrancidito di una politica attaccata alla parodia del politicamente corretto, o nell’ipocrisia codina di giornalisti come Rampini e Padellaro, costretti a far finta di credere ad una fesseria conclamata come il Russiagate.
Il problema è che la retorica antimigratoria di Salvini non solo santifica i confini nazionali ma si arresta ai confini nazionali. Una politica che si ponga come massimo obiettivo quello di alzare muri o chiudere porti, è una politica che si autolimita al controllo sui corpi e non si azzarda ad entrare nel campo minato del controllo sui capitali. Eppure sono proprio i capitali a muovere i corpi.
Il rapporto tra diaspora migratoria e microfinanza è stato ampiamente teorizzato e programmato; e ciò non nei verbali segreti di combriccole di buffoni come il Bilderberg o la Trilateral, bensì in documenti ufficiali delle istituzioni sovranazionali. In un documento della Banca Mondiale del 2006, reperibile su internet, si fa esplicito riferimento al controllo della migrazione attraverso le pratiche della microfinanza, cioè la “inclusione” finanziaria forzata dei migranti. Il prefisso “micro” non deve fuorviare poiché si sta parlando di grossi business. Nel documento della WB vengono schematicamente delineate le opportunità di business a partire dal target femminile. Visto che la migrazione ha prodotto un gran numero di famiglie transnazionali, anche i milioni di rimesse dei migranti costituiscono una preda per le operazioni della grande finanza. La Banca Mondiale parla persino del ruolo delle ONG nella finanziarizzazione delle masse da spingere alla diaspora con la trappola del microcredito ai poveri. I poveri sono costretti ad emigrare non perché poveri, ma perché sono indebitati con le ONG e l’emigrazione rappresenta l’unica chance di pagare i debiti. Quando le ONG “salvano” i migranti in mare, in realtà stanno salvando i propri crediti.

Miliardi di poveri nel mondo vengono sfruttati e controllati attraverso il microcredito che rappresenta il vero business del futuro, quello verso cui i capitali corrono senza ritegno. In questo mega-business ai danni dei poveri, le ONG costituiscono solo il veicolo e lo strumento delle grandi multinazionali del credito. Nel 2009 è stata nientemeno che JP Morgan ad ospitare il grande evento di lancio della campagna mondiale per il microcredito. La notizia è reperibile su internet, quindi non c’è nulla di segreto, c’è solo molto conformismo nel far finta di non vedere. Anche di fronte all’evidenza ci sarà sempre l’imbecille che ti accuserà di “complottismo”, ma alla fine l’evidenza qualcosa dovrebbe pur contare.
Salvini eccita il suo elettorato “animabruttista” prospettandogli l’esperienza ludica del dare la caccia ai migranti, perché la caccia ai capitali sarebbe meno divertente e più pericolosa, perciò la lascia ai posteri. La parodia del politicamente corretto impone di far finta di credere che la migrazione costituisca un fenomeno spontaneo; ma la destra “politicamente scorretta” rimane anch’essa nei confini di questo falso mantra.