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PER L’ESTABLISHMENT L’ANTISEMITISMO È IL NEMICO IDEALE
Di comidad (del 04/07/2024 @ 00:10:46, in Commentario 2024, linkato 6473 volte)
Non c’è nulla di strano nel fatto che oggi la gran parte della gioventù preferisca radicalizzarsi politicamente a destra invece che a sinistra. L’essere di destra consente infatti di recitare tutte le parti in commedia, di dichiararsi anti-establishment e di agire a difesa dell’establishment, di dire tutto ed il suo contrario. In questa ebbrezza di libertà illimitata, le destre si sono messe a cavalcare anche il politicamente corretto ed a processare Ilaria Salis dall’alto del pulpito della moralità e della legalità. Ma, come si è visto già in Ungheria, alla destra il prendersela con la Salis non porta fortuna, poiché, a furia di atteggiarti a campione del politicamente corretto, poi rischi di ritrovarti in casa gli esattori del politicamente corretto, cioè gli infiltrati di Fanpage, che si precipitano a scoprire l’acqua calda, cioè che sei fascio-nostalgico e antisemita. Comunque niente di grave.
La sinistra infatti se la passa molto peggio, poiché gli esattori del politicamente corretto vi si infiltrano senza alcun bisogno di avere mandanti; sono infiltrati autoprodotti ed autogestiti, agenti di una colonizzazione ideologica che si investono da soli della missione di scrutarti per capire se, sotto sotto, sei un cospirazionista, o un rossobrunista, o un dogmatico, o un sessista, o uno specista, o, meglio ancora, un antisemita. In questi mesi le destre si sono schierate senza esitazioni con Israele e si sono messe a caccia di antisemiti nella sinistra; cosa che ha consentito a Fanpage di rilevare la presunta contraddizione tra i proclami sionisti di Fratelli d’Italia e l’acrimonia antiebraica dei suoi militanti. In realtà a sbagliarsi è Fanpage, dato che non esiste alcuna contraddizione tra antisemitismo e filosionismo. L’antisemitismo politico nasce nella prima metà dell’800 come tentativo di critica del cosmopolitismo finanziario, sulla base dell’icona dell’ebreo internazionale Rothschild che schiavizza gli Stati nazionali con il debito. Ma, proprio perché identifica l’ebraismo con il cosmopolitismo, l’antisemita non è affatto disturbato dal sionismo, tutt’altro; poiché, diventando nazione, gli ebrei devono concentrarsi in una guerra di conquista a spese dei popoli vicini. All’antisemita va benissimo che arabi ed ebrei si ammazzino tra loro.
A rilanciare l’antisemitismo come critica dell’usurocrazia finanziaria fu l’industriale Henry Ford, con una serie di articoli, poi riuniti e ripubblicati col titolo “L’Ebreo Internazionale”. In quegli scritti Ford propinava l’epopea di un capitalismo “buono” e produttivo che conduceva l’eterna lotta contro un capitalismo “cattivo”, finanziario e speculativo, in mano agli ebrei. Per reggere questa rappresentazione deve giocare continuamente sulla confusione semantica, per cui l’ebreo è, a seconda delle esigenze retoriche del momento, un’etnia, o una cultura o un simbolo, o tutte e tre le cose insieme. Il banchiere Rothschild è ebreo, ma, visto che ci sono anche tanti banchieri cristiani, allora evidentemente il capitalismo finanziario è un ebraismo che funziona anche senza ebrei.

L’altro punto debole della pur veritiera rappresentazione della schiavitù del debito è infatti che il creditore è nulla senza l’esattore, cioè i governi. Si torna quindi al famoso “Stato nazionale”, quello che si incarica del lavoro sporco di riscuotere i sospesi. Va chiarito che non tutti gli antisemiti usano argomenti razzisti e cospirazionisti; anzi, all’epoca di Pino Rauti si portava il discorso tutto sul piano culturale, spiegando come l’ebraismo - in quanto apolide, materialista e privo di trascendenza - fosse intrinsecamente congeniale al dominio della finanza internazionale. Se sei uno che si affeziona alle astrazioni, ti sembra pure un discorso che fila; poi però, quando devi spiegare come mai la circolazione dei capitali l’abbiano inventata i Cavalieri Templari con la lettera di cambio e le banche siano nate a Firenze e Genova, allora devi ricorrere ad un ebreo metafisico che sta in cielo, in terra e in ogni luogo. Per un ovvio riflesso di autodifesa la cultura liberale ha sempre valorizzato mediaticamente solo le “critiche” che in realtà non criticano, che non mettono in discussione i miti fondanti della narrazione liberale, cioè la separazione tra pubblico e privato, ed anche la separazione tra legale ed illegale. Nel caso di un George Soros è grazie all’antisemitismo che puoi invertire il rapporto causa-effetto ed attribuire il suo ruolo al fatto che sia ebreo. In realtà la formazione del personaggio era quella di un informatore dei nazisti, quindi un soggetto servile e ricattabile. Niente di più logico che un tipo del genere venisse reclutato dalla CIA per fare da prestanome e sponda privata per manipolazioni del mercato borsistico che sono alla portata solo di agenzie governative. Ma la stessa operazione di sponda esterna la CIA l’ha fatta anche con l’arianissimo Jeff Bezos, e ciò spiega la porta girevole delle carriere tra apparati governativi e Amazon. Ogni potere comporta automaticamente un margine di abuso, per cui è ovvio che qualcuno ne approfitti e si formino delle lobby d’affari, trasversali tra pubblico e privato, e tra legale ed illegale. Il problema è la fiaba liberale, che ci narra di un mondo idilliaco dove la funzione pubblica e l’impresa privata non dovrebbero intrecciarsi perché non sta bene; ma è talmente scontato che invece accada, che il super-complotto ci vorrebbe semmai per impedirlo. In questo senso l’antisemitismo è la “critica” più comoda per l’establishment, dato che l’antisemitismo continua a idealizzare lo Stato e l’impresa privata ed attribuisce la loro corruzione alla pervasiva influenza ebraica.
Che sia per colpa della cospirazione ebraica oppure a causa della contaminazione culturale ebraica, se l’ebreo ormai è dappertutto, sopra gli Stati e dentro gli Stati, allora c’è poco da fare, rassegniamoci. Alla fine scopriamo che Meloni e soci risultano coerenti anche su questo punto, in quanto hanno un alibi di ferro, anzi una giustificazione per ogni loro opportunismo. Si può quindi accusare la finanza ebraica ed, al tempo stesso, vantarsi della “fiducia dei mercati”. L’antisemitismo è innocuo sul piano teorico e quindi conformista sul piano pratico, perciò per l’establishment è il nemico perfetto.
Il politicamente corretto ci rappresenta l’antisemita come uno che vive un odio furioso che lo consuma; invece è il contrario, è contento e sereno: se il cosiddetto “ebreo” (in senso stretto o in senso lato) è in condizione di debolezza lo si fa fuori, ma se il cosiddetto “ebreo” è in posizione di forza, allora ci si inchina. Per questo motivo, in omaggio ai rapporti di forza, dopo la seconda guerra mondiale le camicie nere sono diventate camicie a stelle e strisce, ed hanno anche collaborato con ex partigiani nell’organizzazione Gladio.
C’è ancora chi idealizza la destra e crede che abbia dei valori assoluti e dei saldi principi, per quanto aberranti e retrivi. Un valore, un principio, uno solo, quello sì, c’è. Sono piovute le critiche sulla Sorella d’Italia per aver lasciato smembrare la sacra Nazione con l’autonomia “differenziata”. Proprio in questi giorni ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Julius Evola, il famoso filosofo della destra. Marcello Veneziani lo ha ricordato accennando al suo pensiero, ed ha saltabeccato sul concetto evoliano di “uomo differenziato” senza soffermarcisi più di tanto e senza notare che qualche giorno fa era stata approvata l’autonomia “differenziata”. Chi ha voluto caratterizzare questa forma di autonomia regionale con il termine “differenziata” non ha scelto la parola a caso; l’ha pescata dal repertorio del filosofo e del cantore della disuguaglianza. Memore di quella guida morale, la Meloni non si è fossilizzata sul concetto di nazione ma ha scelto la disuguaglianza. Come molte altre leggi l’autonomia differenziata non crea affatto un ordinamento, bensì provoca destabilizzazione per determinare occasioni di abuso; è una delle tante leggi specificamente criminogene. Solo nella fiaba liberale la legge implica la legalità.