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FIAT: AFFARI PRIVATI CON DENARO PUBBLICO
Di comidad (del 23/05/2009 @ 14:50:41, in Documenti, linkato 1140 volte)
Tratto da Umanità Nova, n.19 del 17 maggio 2009, anno 89

La domanda che corre in questo periodo sui media a proposito delle acquisizioni operate dalla FIAT, riguarda la sorte degli stabilimenti italiani. Che fine faranno Pomigliano, e persino Mirafiori?
Ottime domande in sé, ma assolutamente non pertinenti con quanto sta avvenendo in questi giorni. L’ipotesi che l’acquisizione della Chrysler - o l’eventuale acquisizione della General Motors tedesca -, possa avere come corrispettivo il sacrificio di una parte delle maestranze italiane, rientra invece nella retorica sacrificale, quella che si rivolge allo strato più oscuro e barbarico del senso comune. Quella che sembra all’inizio una domanda sensata, avvia solo un gioco al massacro a cui l’opinione pubblica viene chiamata a partecipare.
È giusto sacrificare Mirafiori alla salvezza e alla grandezza della Patria? Sondaggio! Chi vota sì? Chi vota no? Telefonate al numero, ecc., ecc.
Perché sacrificare uno stabilimento storico come Mirafiori? Non è meglio sacrificare uno stabilimento del sud come Pomigliano? Puntata di “Report”: è vero che c’è la camorra a Pomigliano?
Odio antioperaio e razzismo antimeridionale possono convergere, fingere di contrapporsi o semplicemente alternarsi in una discussione all’infinito, apparentemente urgente e fondata, ma, in effetti, del tutto fuori luogo.
In realtà, non esiste sacrificio che l’Amministratore delegato Sergio Marchionne possa imporre ai lavoratori FIAT, che sia in grado di pagare la sua attuale avventura americana. L’unico che può pagarla è il governo, attingendo alla spesa pubblica, come è sempre accaduto in tutto ciò che ha riguardato la FIAT.
Nata verso la fine dell’800, la FIAT conobbe già nella culla i vantaggi dei primi sussidi statali e dei primi appalti pubblici per le forniture per l’esercito. La vicinanza e l’amicizia con Casa Savoia degli aristocratici Agnelli, favorivano - chissà perché - la vittoria nelle gare d’appalto e assicuravano loro l’attenzione premurosa dei governi.
La costruzione di nuovi stabilimenti costituiva un ottimo pretesto per lottizzare terreni agricoli attorno a Torino, per trasformali in aree edificabili; così, già nei primi anni del ’900, la FIAT era diventato il maggiore speculatore immobiliare italiano. Non tutte le speculazioni riuscivano sempre bene, anzi alcune portavano l’azienda sull’orlo della rovina, ad un passo da quel baratro da cui la mano soccorrevole dello Stato era sempre pronta a riprenderla. Un capitolo a sé, ma non meno interessante, riguarda i regali di cui la Fiat è stata fatta oggetto, dall’Alfa Romeo al “Corriere della Sera”.
La storia della FIAT è quella di un bambino viziato, di un piccolo lord, a cui lo Stato ha pagato sempre tutto, compresi i vestitini alla marinara.
Anche adesso che la famiglia Agnelli è stata in parte fatta fuori ed in parte marginalizzata nella gestione della FIAT, non si è spenta questa predilezione governativa per l’azienda.
In tutta la vicenda mediatica FIAT di queste settimane il governo è invece - ma solo in apparenza - il grande assente. È chiaro che se i soldi pubblici elargiti dal governo italiano non fossero i garanti e i pagatori di tutte queste acquisizioni effettive o eventuali della FIAT, non si spiegherebbero gli entusiasmi di Barack Obama, e a Sergio Marchionne non sarebbe stato concesso neppure di fiutare il portone della Chrysler o della Opel; anzi non sarebbe stato preso sul serio neanche per l’acquisto di una fabbrica di biciclette.
In passato, quando aziende italiane hanno cercato di aprirsi spazi all’estero, ciò non gli è stato concesso. Negli anni ’70 la Montedison riuscì ad acquistare con “soldi veri” un’azienda chimica statunitense, ma il governo federale bloccò l’operazione in base ad una norma che impedisce l’acquisto di aziende americane da parte di potenze straniere ostili; e ciò nonostante l’Italia fosse, come purtroppo è tutt’oggi, un “alleato” della NATO. Sorti analoghe hanno avuto tentativi in terra straniera da parte dell’Enel, a cui i “soldi veri” pure non hanno mai fatto difetto. Allora, cos’ha di particolare Marchionne per essere così bene accetto negli USA (a parte, forse, il suo tesserino della CIA)?
Il fascino che la FIAT è oggi in grado di esercitare all’estero non riguarda la sua consistenza o il suo prestigio come azienda, semmai il contrario. Ciò che i media fanno passare per un’offensiva trionfale all’estero dell’industria italiana, costituisce esclusivamente un’operazione coloniale nei confronti dell’Italia, per la quale oggi la spesa pubblica italiana viene asservita agli interessi dei colonizzatori. Nei suoi centoventi anni di storia, la FIAT è sempre stata una sanguisuga della spesa pubblica italiana, ma da ora non svolge più questo ruolo di sanguisuga per sé, bensì per conto delle multinazionali statunitensi.
Comidad