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"Per la propaganda del Dominio, nulla può giustificare il terrorismo; in compenso la lotta al terrorismo può giustificare tutto."

Comidad
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 17/09/2017 @ 00:42:09, in Documenti, linkato 3565 volte)
Gianfranco Marelli
L’AMARA VITTORIA DEL SITUAZIONISMO, Storia critica dell’Intenationale Situationniste 1957-1972
MIMESIS/ETEROTIPIE

Amara vittoria, quella di divenire mito. Quasi delle Cassandre del Novecento, i situazionisti hanno presagito l’alienazione quotidiana, l’anestetica del mercato, le bulimie di un’epoca pericolosamente tesa alla superficialità. Nell’anniversario dell’Internazionale Situazionista (1957), Gianfranco Marelli traccia in un saggio che bilancia perfettamente la narrazione con la puntualità delle fonti, un dettagliato ritratto di uno dei movimenti più emblematici del Secolo Breve.

Qui di seguito riportiamo l’EPILOGO del libro.

Sì, da quando scrissi le poche righe di presentazione del mio lavoro a Guy Debord nel freddo inverno del 1994, mi sono più volte chiesto se il situazionista parigino mi avrebbe risposto e cosa avrebbe scritto se non si fosse suicidato. Confesso che, in questi lunghi decenni in parte dedicati a ricercare nuove fonti, nuovi testi critici in grado di farmi comprendere aspetti e sfumature dell’Internationale Situationniste, allora non colti per incapacità personale e mancanza di indizi più prossimi, originali, inediti, per indagare sul variopinto gruppo di persone che l’animarono, ho provato a darmi delle risposte. Variavano a seconda del mio umore: propositive e stimolanti rispetto a quanto ero riuscito a condurre a termine; negative e demolitrici su quanto avevo scritto, affidandomi a documenti raccolti con paziente difficoltà in quanto problematico era separare loglio e grano, soprattutto ad un anno di distanza dalla morte di chi era ormai considerato non più soltanto il padre putativo dell’ultima avanguardia di artisti e di intellettuali del XX secolo, ma il maître a penser che grazie al concetto di “spettacolo” aveva saputo interpretare la contemporaneità di un sistema economico-produttivo trasformatosi in una dimensione sociale totalizzante tale da cambiare il modo d’intendere la vita quotidiana dinnanzi alle possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico e dal progresso scientifico.

Se Debord non ebbe il tempo di rispondermi, o più realisticamente non trovò allora il motivo per farlo, altre risposte sono state date al mio libro e altri libri hanno cercato di fornirne svariate, complesse e contraddittorie alla domanda che nel corso di questi sessant’anni che ci separano dalla Conferenza di Fondazione dell’Internationale Situationniste [Cosio d’Arroscia, 28 luglio 1957] è sempre emersa con forza incipiente: cos’è il “situazionismo”? Del resto Vaneigem non si sentì costretto ad ammettere che tutta l’ideologia modernista si può disinvoltamente chiamare “situazionismo”, dal momento che «tutto quello che noi abbiamo detto sull’arte, il proletariato, la vita quotidiana, l’urbanismo lo spettacolo si trova ripreso ovunque, tranne l’essenziale»(1)?
In realtà non è mai mancato l’essenziale ogni volta che è stato approntato uno studio sul situazionismo; ciò che, il più delle volte, ha peccato di riduzione eccessiva e smodata del fenomeno è stato l’averne proposto l’essenzialità così da poterlo catalogare in una specifica critica dell’ideologia, dell’urbanistica, della psicogeografica, della politica radicale, dell’estetica, e via classificando. A seconda dei momenti storici – vicini o distanti da quello che i situazionisti avevano interpretato come “l’inizio di una nuova epoca” – l’analisi critica del pensiero e della pratica situazionista ha finito per evidenziare quei tratti essenziali che meglio corrispondevano ad una interpretazione artistica, sociologica, filosofica dell’Internationale Situationniste in modo da permetterne una lettura del passato, non certo il suo utilizzo presente, per non correre il rischio di giudicare sbagliata – o perlomeno ambigua e parziale – la teoria situazionista che aveva voluto scommettere sulle possibilità rivoluzionarie della sua epoca.

In effetti – come da più parti è stato evidenziato – si sono potute distinguere tre fasi nelle quali l’interpretazione data dell’I.S. è stata dettata dalle conseguenze che si sono volute trarre al fine di valorizzarne l’essenzialità oggettiva di un pensiero pratico da sempre in bilico tra il recupero e il riutilizzo. La prima interpretazione ha posto l’accento sul progetto politico che i situazionisti avevano cercato di praticare, dando vita ad un nuovo tipo di organizzazione rivoluzionaria. Questa lettura, iniziata a cavallo del ’68 e proseguita fino alla fine degli anni ’70, ebbe un obiettivo ben preciso: salvare il salvabile di un’esperienza che nei quindici anni trascorsi ha rappresentato il tentativo di superare l’arte realizzandola nella progettualità organizzativa dei consigli operai, finalizzata alla trasformazione radicale della società attraverso l’autogestione generalizzata. Gli avvenimenti che – a partire dalla seconda metà degli anni ’60 – caratterizzarono il grande e complesso movimento di contestazione dei valori costituenti la società consumistica, inevitabilmente finirono per influenzare anche l’analisi storica sull’Internationale Situationniste, individuando ed esaltando in essa gli aspetti premonitori della crisi di consenso al sistema socio-economico, così da porre soprattutto attenzione alla critica della vita quotidiana e alla lotta contro ogni forma di alienazione e di separazione connessa sia al dominio dello spettacolo della merce, sia al sacrificio imposto dall’ideologia rivoluzionaria rappresentata dallo spettacolo del rifiuto; in tal modo l’esperienza situazionista è sembrata l’esperienza di un’avanguardia artistica trasformatasi in un’organizzazione di teorici della rivoluzione, convinti che gli obiettivi da perseguire e gli strumenti con i quali ottenerli procedessero da una rivolta contro il funzionalismo in architettura e l’abolizione di un’estetica effimera, volta a fare dell’arte un momento separato della propria vita, fino ad una trasformazione radicale dell’ambiente urbano per la costruzione di situazioni in cui l’arte di vivere sarebbe stata il solo modo per realizzare l’arte della propria vita. Sono stati questi gli anni in cui la notorietà dell’I.S. coincideva con la sua partecipazione al Maggio francese ed il suo rappresentarsi diversa nella pratica da qualsiasi formazione di estrema sinistra le conferiva un’aura rivoluzionaria al passo coi tempi, tanto da riconoscersi nei modi e nei metodi dissacranti, violenti e provocatori con i quali i situazionisti regolavano i conti al proprio interno e con i gruppi attigui ad essa. La sua intransigenza nei rapporti diventò un mito per i prositu che, nell’estremizzarne il comportamento in un contesto storico dove l’onda lunga della contestazione progressivamente rifluiva, li condusse a spiaggiarsi sulla battigia marginalista della teorizzazione soggettiva del rifiuto del lavoro, del furto, dell’illegalità, della droga e finanche della lotta armata come risposte ad una realtà che si chiudeva su se stessa di fronte alla repressione organizzata dallo Stato e al progressivo recupero delle lotte sociali entro l’alveo riformista.

Seguì il periodo catacombale, coincidente con gli anni ’80, caratterizzatosi dall’esegesi ortodossa dei testi situazionisti ad opera di vere e proprie confraternite preoccupate di salvaguardare l’immagine sacra dell’Internationale Situationniste e a fare di Guy Debord IL situazionista, attorniato da pochi e fedeli discepoli. In questa tempra, il “mistero” di un’organizzazione elitaria, formata da geni, si tradusse in un “capitale simbolico” investito con maestria nello spettacolo mediatico e produsse una cortina di fumo che offuscò il pensiero situazionista, riducendolo ad un guazzabuglio di teorie marxiste e libertarie rinverdite con sprazzi di critica post-moderna alle forme del linguaggio popular, tanto da farlo coincidere con le esperienze espressive più alternative manifestatesi con il movimento del ’77 attraverso le nascenti “radio libere”, e con il Punk inglese e l’autoproduzione del materiale underground di provenienza artistico-musicale. Quest’ultimo esempio fu essenzialmente la risposta anglo-americana al mal francese che permeò gli anni ’80 – “anni d’inverno” come li definì Felix Guattari – in cui al prevalere dell’intransigenza nel rievocare l’eredità trasmessa dall’I.S., coltivandone la purezza teorica fra i vari gruppi, riviste, e centri di documentazione in perenne contrasto per spartirsi il prezioso tesoro, si preferì un’apertura disinvolta ed ecumenica a tutte le espressioni artistiche e culturali caratterizzate da un generico rifiuto dello spettacolo, sino a ripetere lo stantio e desueto spettacolo del rifiuto che l’esperienza della II Internazionale Situazionista aveva già dato prova durante i primi anni ’60.

Terza ed ultima fase: la rinascita. Intrapresa all’inizio degli anni ’90 e protrattasi sino a nostri giorni, mira a sottolineare quanto il situazionismo sia un pensiero filosofico immediatamente traducibile in una filosofia di vita e rappresenti il nuovo spirito del capitalismo, non più ascetico, autoritario, repressivo, bensì edonistico, permissivo, trasgressivo. Riprendendo la tesi di Boltanskj e Chiappello sul legame tra la critica sociale e la critica artistica come aspetto fondante il processo di rinnovamento compiuto dal capitalismo (2), il rinato interesse per il situazionismo ha evidenziato quanto i valori di autonomia individuale, creatività, nomadismo, gioco, siano stati riutilizzati all’interno del processo economico e abbiano determinato la svolta dell’apparato produttivo capitalista, trasformando il ruolo del lavoratore cognitivo nella figura dell’artista, sempre più soggetto ad un’autonomia precaria, costretto a mettersi in gioco e a costruirsi un mestiere/situazione al punto da ricominciare la propria esperienza lavorativa ovunque e a qualsiasi condizione, in una società divenuta oppressiva per il produttore e permissiva per il consumatore. Sicuramente un riutilizzo del situazionismo all’insaputa di molti situazionisti. Non certo però di coloro che approfittarono del loro trascorso nell’I.S. – foss’anche una semplice comparsa al suo interno, o una più probabile adesione esterna – per compiere folgoranti carriere come amministratori delegati di società multinazionali, direttori di palinsesti multimediali, se non addirittura consiglieri di ministeri per la qualità della vita di governi indistintamente di sinistra e di destra (3). Del resto ad essere folgorati dal nuovo spirito del capitalismo – come ben ci ha rammentato José Saramago – furono molti dei più accesi leader dei gruppuscoli extraparlamentari che «essendo stati a diciott’anni, non solo le ridenti primavere dello stile, ma anche, e forse soprattutto, esuberanti rivoluzionari decisi a rovesciare il sistema dei padri e metterci al suo posto il paradiso, beh, della fraternità, si ritrovano ora, con una fermezza per lo meno uguale, impoltroniti in convinzioni e prassi che, dopo esser passate, per riscaldare e render più flessibili i muscoli, per una delle tante versioni del conservatorismo moderato, hanno finito per sfociare nel più sfrenato e reazionario egoismo. In parole non tanto cerimoniose – chiosa sprezzante il poeta lusitano –, questi uomini e queste donne, davanti allo specchio della propria vita, sputano tutti i giorni sulla faccia di quel che sono stati lo scaracchio di quel che sono» (4).

Senza dubbio questa fase post-situ ha avuto al suo interno molte sfaccettature, e al riutilizzo tout-court del situazionismo in chiave neocapitalista si è sovrapposta un suo più edulcorato recupero come prodotto culturale, studiato nelle università, esposto nei musei, ma soprattutto venduto a caro prezzo a collezionisti privati e a biblioteche pubbliche. Dalla prima esposizione consacrata ai situazionisti al Centre Pompidou nel febbraio 1989, alla più recente svoltasi alla Bibliotèque nationale de France nel marzo 2013, passando per la riedizione dell’opera omnia di Debord presso Gallimard/ NRF nel 1991 sino all’acquisto del suo archivio nel 2009 da parte della BnF [dopo che lo Stato lo dichiarò tesoro nazionale, impedendone in tal modo la vendita all’università di Yale per la ragguardevole cifra di 2,7 milioni di euro a beneficio dell’inconsolabile vedova], il situazionismo è divenuto una merce molto preziosa da vendersi come “modernariato” nelle più prestigiose aste presenti su Internet. Svaporata in tal modo la sua funzione eversiva, ne è rimasta la funzione didattica che se da un lato ha promosso e incrementato uno studio accademico e scientifico meritorio di numerosi seminari, convegni e pubblicazioni specialistiche nei più svariati campi in cui il situazionismo ha condotto la propria critica, ugualmente ha stimolato una ricerca più prossima alla critica radicale che non ha scalfito la denuncia sullo spossessamento della vita da parte del sistema capitalista e sulla necessità di porvi rimedio attraverso pratiche di lotta a difesa dell’ambiente, dei suoi prodotti naturali, così da promuovere un sistema di relazioni di comunità autogestite in grado di contrastare l’anonimato dei grandi agglomerati urbani che al pari della lebbra infettano il globo terrestre.
Navigare nel mare della storia del situazionismo non è certo facile. Da più di vent’anni ci siamo avventurati al largo e, dotati di pochi punti di riferimento, abbiamo cercato di mantenere una rotta stabilita fin dall’inizio del viaggio e mano a mano aggiustata per tenere conto dei risultati del disincanto e degli approfondimenti suffragati dagli studi. La navigazione non è certo conclusa e, se apparentemente le acque sembrano meno agitate, l’analisi prosegue affinché – nel valorizzarne le immarcescibili potenzialità – si precisi quali aspetti del situazionismo l’amara vittoria farà ancora strame.
Ischia, agosto 2016

1) Raoul Vaneigem, Quelques précisions, documento del 21 aprile 1970 riprodotto in Débat d’orientation de l’ex-Internationale Situationndiste, Centre de recherche sur la question sociale, Paris 1974, p. 23.
2) Luc Boltanski, Ève Chiappello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano 2014, pp. 243-248; 280-284.
3) «I casi più rappresentativi sono quelli di Piet de Groof, membro dell’I.S. dal settembre 1957 all’autunno 1958 con lo pseudonimo di Walter Korun, diventato nel 1982 general-maggiore delle Forze aeree belge; di Anton Harstein (alias Toni Arno), membro dell’I.S. dall’inverno 1965 al luglio 1966, diventato cofondatore di Radio NRJ e attualmente rappresentante commerciale a Bucarest della multinazionale di telecomunicazioni ATDI; di René Viénet, membro dell’I.S. dal 1961 al 1971, negli anni 1980-90 uomo d’affari, rappresentante e consigliere a Taiwan delle più grandi società francesi (la banca Paribas, Cogema, Framatome, Total, etc. …)». Patrick Marcolini, Le mouvement situationniste. Une histoire intellectuelle, L’échappée, Paris 2013, p. 310.
4) Josè Saramago, Saggio sulla lucidità, Einaudi, Torino 2004, p. 95.
 
Di comidad (del 16/04/2017 @ 01:40:33, in Documenti, linkato 1079 volte)
A proposito di un dibattito su natura e progresso

Il cuore, quest’oscuro fiore celestiale,
sboccia misteriosamente.
Non si darebbe quell’ombra per tutta quanta la luce.
Victor Hugo, Les Misérables

La premessa di ogni dibattito che si desideri più inclusivo e più stimolante per chiunque è intendersi sui concetti.
Può sembrare una banalità, ma dare per scontato che tutti e tutte siano d’accordo con una “certa” definizione dell’oggetto di cui discutiamo è speculare a chi ogni giorno vorrebbe convincerci che questo modo di vivere è l’unico esistente. Dunque imparare almeno a nutrire qualche dubbio sulle certezze oggi circolanti può essere un buon punto di partenza per ri-posizionare una discussione, e, in ogni caso, lo è per me.
Dunque muoverei qualche dubbio sulle certezze dei seguenti concetti: natura umana, artificio, tecnica, tecnologia, progresso, scienza, natura. Perché niente di queste sicure “cosalità” è al riparo dall’esercizio egemonico operato dai dominatori nel renderle così come sono, e non come potrebbero o non potrebbero essere.
Rosa Luxemburg scriveva che – al netto delle differenze politiche – quando un pensiero non si muove più ma si fissa, si immobilizza, allora si può ragionevolmente parlare di pensiero reazionario. Così abbiamo anche in prestito una definizione particolarmente azzeccata di reazionarismo: quanto mai opportuna, se pensiamo che i più grandi teorici nazisti e fascisti, oltre a quelli alla destra del fascismo e del nazismo, e oltre ancora a quelli della Nouvelle droite francese, parlano di nevrosi rivoluzionaria, definendo questa smania pruriginosa (sessuale?!) dei rivoluzionari di cambiare il mondo. E di fatti, per costoro l’unico movimento consentito è all’indietro, verso una rivoluzione conservatrice, la cui essenza risiede nell’antimodernismo e nel rifiuto del progresso, partendo dal presupposto che tutto ciò che muove in avanti crea una perdita, una mancanza. Dunque i rivoluzionari sono dei nevrotici castrati: ricordare ogni tanto il motivo dell’odio aiuta a posizionarsi con maggiore circospezione in terreni storicamente minati.
Uno dei problemi, oltre alla necessità di chiarirci tra noi il significato dei concetti di cui parliamo, è infatti la difficoltà che sperimentiamo a condurre una nostra battaglia su temi di grande complessità sui quali i più grandi rivoluzionari – marxisti, anarchici – si sono confrontati e, talvolta ma non sempre, scontrati.
Sono almeno 150 anni che il movimento rivoluzionario si divide sull’importanza della natura e il ruolo della scienza, basti pensare a quanto tale divisione attraversasse il populismo e il nichilismo russi fin dal 1860.
Quindi a coloro che oggi si chiedono il motivo di tanto discutere intorno alle biotecnologie, alla nostra “naturalità”, al progresso – come se tutto ciò non avesse a che fare con la rivoluzione sociale – potremmo ricordare i numerosi interventi di Errico Malatesta (ad esempio in “Pensiero e volontà”, per fare il primo esempio che mi viene in mente), gli scritti filosofici di Michail Bakunin, i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci e il primo libro del Capitale di Karl Marx. Potrebbero stupirsi di trovarvi riflessioni assai ricche, e, soprattutto, tutti e tutte noi impareremmo quanto a lungo e con quanti rimandi si è intervenuti per ridefinire, meglio situare, collocare, delimitare, approfondire questi stessi concetti, oggi frequentemente stiracchiati e sciabordati, spesso e volentieri (diciamoci la verità vera) a fini di posizionamento politico interno al movimento. Sinceramente un po’ di malinconia e di tristezza non può che emergere, al pensiero che Bakunin polemizzava con Auguste Comte e i positivisti, Malatesta discuteva di evoluzionismo, Kropotkin lavorava ad una sua posizione autonoma nel dibattito darwiniano dell’epoca, Gramsci criticava il pensiero dogmatico, Marx scopriva che la naturalità dell’essere umano sconfina nella sua restituzione mediata dal lavoro (anche questo è “Il Capitale”, oltre ad un testo determinista sulla fine del capitalismo).
Onestamente, di fronte agli immensi casini che l’inquinante, sfruttatore e putrescente sistema di sviluppo capitalistico sta provocando a tutti gli esseri senzienti e non della terra, forse sarebbe opportuno – per noi anarchici e anarchiche – comprendere quale posta in gioco ci stiamo giocando e utilizzare la nostra intelligenza, curiosità, senso critico, per muovere una radicale offensiva contro i padroni dello sfruttamento e del disastro, non per posizionarci tra di noi.
E di questo parliamo, poiché oggi il Politico è mero amministratore delle macerie che ha contribuito a spargere dappertutto, con buona pace (nel senso tombale del termine) dei riformisti o degli introvabili sinceri democratici.
C’è poi un’altra questione che mi pare niente affatto compresa e che invece ha molto a che fare con il modo con il quale stiamo elaborando i nostri pensieri: tutta questa luce bianca, tutta questa limpidezza, trasparenza che permea la superficie liscia e levigata delle argomentazioni su questi nodi, serve a rassicurarsi o ad aver ragione una volta per tutte? Questa smania di sistema, di conchiudere una riflessione come un fortino assediato, di strangolare le ombre, certo, fa molto radicale, ma a ben vedere dimostra anche la fragilità di alcuni Assoluti, che come insegnava Max Stirner, negano chi sei nominando cosa sei.
Non si tratta di non avere una posizione, al contrario, si tratta di averne milioni differenti le une dalle altre, come per fortuna solo gli anarchici e le anarchiche sanno fare, e mi chiedo se qualcun’altro oltre a me, in questa giravolta di Assoluti da difendere o negare, ha visto che fine ha fatto l’Unico che siamo.
Potremo discutere quanto vogliamo, su cosa siamo: le femministe ci spiegheranno che cosa è la Donna, i preti cosa è l’Anima e il Corpo da essa scissa (come una pustola fastidiosa), i razzisti e le differenzialiste cosa è la Differenza (sessuale, simbolica, spirituale, culturale, fate voi), altri cosa è la Natura, il Progresso, la Scienza etc.
Agli anarchici e alle anarchiche interessa ancora come gli Unici si relazionano, negano, rifiutano, sovvertono, negoziano il “cosa sono”?
Si è capito che libertà non è identità, e che identità non fa rima con individualità?
E se la libera individualità - irriducibile alle cose - fosse l’ombra maestosa e potente, negata, espropriata, de-naturalizzata, dall’odierno luminoso sistema capitalistico?
Se fosse in quel nocciolo duro da ricercare la spinta per distruggere questo progresso utile soltanto a mantenere questo sistema di sviluppo? Se la natura che ci sentiamo sfuggire dalle mani non fosse altro che la dis-connessione tra noi e la nostra vita sensibile, attaccata con armi di distruzione di massa linguistiche, tecnologiche, mercificanti? Se, insomma, scoprissimo che la nostra “natura” non è che un irriducibile niente magnificamente e individualmente trasformato da corpo e mente in una corsa contro il tempo di rivoluzioni, cambiamenti, volontà, desideri, passione, amore?
Se fossimo noi stessi a mancarci, come ci manca il fiato in una gabbia, o il nostro amore che non torna più? Se usassimo più poesia e meno tecnica per conoscerci, se saperci umani, naturali, artificiali, donne, uomini, trans, gay, lesbiche, black, colored – alla fine - non ci bastasse più?
E se fosse questa la guerra che ci è stata dichiarata dalla notte dei tempi, e avessimo – ancora una volta – sbagliato strada?

Martina Guerrini
Livorno, aprile 2017
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


20/11/2017 @ 08:39:13
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