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F.A.I.-S.A.S.S. : SETTANTA ANNI SOTTO SOSPETTO
Di comidad (del 22/10/2016 @ 01:44:29, in Documenti, linkato 2381 volte)
Settanta, anzi settantun anni, di anarchismo organizzato si sono sviluppati all’ombra del sospetto che l’organizzazione costituisse una forma di deroga dall’identità anarchica. Pirandellianamente ognuno percepisce se stesso in base a come viene percepito dall’opinione pubblica, perciò se l’anarchia viene considerata dai più come disorganizzazione, l’organizzazione a sua volta non può essere ritenuta anarchica, e tale opinione finisce per influenzare indirettamente anche chi non la condivida sul piano teorico. L’ombra del sospetto perciò ha oscurato la visuale anche degli stessi anarchici organizzati, i quali spesso non si sono resi conto che i rischi di degenerazione autoritaria derivano soprattutto da una colonizzazione ideologica dall’esterno da parte di reclamizzate dottrine pseudo-eco-utopistiche che si spacciano come eredi dell’anarchismo storico.

Il fatto è che persino chi si identifica in un progetto di anarchismo organizzato, non considera l’organizzazione stessa come una mera “conditio sine qua non” per un’azione collettiva, bensì come una risorsa in termini di potenza. La Piattaforma dei Comunisti Anarchici del 1926 arrivava ad attribuire il prevalere dei bolscevichi sulle altre correnti del socialismo russo alla loro superiore organizzazione. Questo luogo comune gode ancora di una sua indiscutibilità, persino tra i critici della Piattaforma. Nella sua autobiografia il regista spagnolo Luis Buńuel, militante della CNT-FAI, riconfermò questo luogo comune, attribuendo la sconfitta dell’anarchismo spagnolo alla sua mancanza di organizzazione a fronte della rigorosa disciplina dei comunisti di fedeltà sovietica.

Per la verità oggi si sa con certezza che le cose non stanno proprio così. Documenti dell’archivio di Stato tedesco de-segretati una decina di anni fa, hanno confermato quanto si poteva già supporre a lume di buonsenso, e cioè che l’aiuto tedesco nei confronti di Lenin non si limitò a fornirgli un treno per tornare in patria, ma si concretizzò in versamenti di milioni di marchi, con una tranche di cinque milioni nell’aprile del 1917. Nel 2007 il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha banalizzato queste informazioni parlando di “rivoluzione comprata”. In realtà Lenin non era né un fantoccio né un venduto ma, dal suo punto di vista, poteva ritenere di aver sfruttato una contraddizione interna all’imperialismo. Ma il punto non è questo. Non era infatti l’organizzazione, o il mitico centralismo democratico, il punto di forza dei bolscevichi, ma il fatto di avvantaggiarsi di un’ingerenza esterna al territorio russo. Da questa posizione di forza dei bolscevichi si svilupparono tutta una serie di rendite di posizione, come il fatto che una cordata di lobby di affari di import di materie prime si andasse ad agganciare al carro del probabile vincitore. Si tratta con tutta evidenza delle stesse lobby che hanno corroso dall’interno l’esperienza del cosiddetto “socialismo reale” e lo hanno condotto alla fine misera che sappiamo.
Lo stesso discorso vale per la Spagna del 1936, dove i comunisti poterono avvantaggiarsi dei finanziamenti sovietici, magari non particolarmente generosi, ma sufficienti a far acquisire una posizione di forza che consentisse di agganciare lobby massoniche interessate a bloccare le collettivizzazioni operate dalla CNT-FAI.

Il potere quindi non è una ramificazione o un radicamento sociale, non è organizzazione, ma è una rendita di posizione che si esprime a partire da una posizione di forza acquisita a causa di un’ingerenza esterna. In questo senso il colonialismo non è soltanto una forma del potere, ma è il paradigma del potere.
L’idea comune è che il potere si sviluppi per spinte endogene, cioè per contraddizioni economiche interne ad una società, contraddizioni che favoriscono la discriminazione sociale e quindi l’instaurarsi di un dominio di classe; ma questa idea non ha un riscontro storico. Nell’antichità un popolo ne conquistava un altro e ne diventava la casta dominante, e persino la divinità: gli Spartiati sopra e gli Iloti sotto. Ma del resto anche l’imperialismo americano vanta le sue divinizzazioni, basti pensare a Steve Jobs. L’imperialismo contemporaneo preferisce il colonialismo indiretto dell’imposizione di trattati militari e commerciali alla pratica dell’occupazione diretta di un territorio, ma non si rinuncia mai del tutto a qualsiasi opzione. Nella ex Jugoslavia i rancori etnici avrebbero potuto rimanere latenti in eterno se non fossero arrivati il denaro tedesco ed il denaro saudita a far saltare gli equilibri di forze; ma ad un certo punto nel 1999 la NATO ha ritenuto di intervenire direttamente per strappare un pezzo di territorio alla Serbia in modo da insediarvi lo Stato fantoccio del Kosovo.

La fiaba che di solito ci viene raccontata è quella degli ideali che vengono irreggimentati dall’organizzazione, dell’organizzazione che poi diventa burocrazia, e della burocrazia che alla fine spegne gli ideali. Giuseppe De Rita ha raccontato persino la storia dell’Unione Europea in base ai canoni di questa fiaba, dimenticandosi quindi di dettagli come l’imperialismo della NATO, che imponeva l’europeismo già nell’articolo 2 del Patto Atlantico del 1949, oltre che dell’ingerenza costante delle lobby finanziarie multinazionali. Robetta.
La cosiddetta “globalizzazione”, cioè il potere che si costituisce come “bolla” oligarchica e irresponsabile al di fuori e al di sopra dei territori, non costituisce quindi un inedito storico, ma è la forma normale di funzionamento del potere stesso. Il fatto che un’opposizione si radichi in un territorio non costituisce di per sé un elemento che possa mettere in crisi le bolle oligarchiche, poiché anche queste a loro volta possono comprarsi delle complicità nei territori. Basti pensare alla saldatura storica tra le mafie e la NATO.
La risorsa dell’anarchismo non è il territorio in sé, ma l’anarchismo stesso, cioè la possibilità di demistificare il potere. Lo scontro di classe non è un mai un fatto interno ad un Paese : lo sa l’operaio che vive sotto il ricatto della delocalizzazione, come dovrebbe saperlo l’insegnante che ha di fronte un Dirigente Scolastico addestrato al “management” dalla multinazionale IBM.