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PER COLONIZZARE BISOGNA DENIGRARE
Di comidad (del 01/08/2019 @ 00:17:44, in Commentario 2019, linkato 7272 volte)
Qualche rara volta nella sua storia, il sindacato cattolico CISL ha persino svolto davvero la funzione di sindacato dei lavoratori; adesso però la CISL si è completamente riconvertita al ruolo di Chiesa del culto di Sergio Marchionne buonanima. In linea col sindacato cattolico, il quotidiano cattolico “Avvenire” ha celebrato la ricorrenza dell’oscura scomparsa di Marchionne pubblicando con deferenza il testo di un suo discorso davanti agli studenti della Bocconi.
Il testo si segnala come esempio di retorica denigratoria, in cui la FIAT e l’Italia pre-Marchionne sono descritte come una manica di inetti e parassiti. Magari sarà anche vero, ma allora occorrerebbe spiegare come mai, non avendo le spalle coperte da un sistema industriale all’altezza, lo stesso Marchionne sia riuscito ad ipnotizzare Obama, che gli avrebbe concesso una fiducia esclusivamente ad personam. Un po’ troppo difficile da credere.
Se il tono di Marchionne fosse stato meno denigratorio nei confronti della propria azienda e del suo Paese di riferimento, forse ci si sarebbe anche bevuta la storia del manager FIAT andato alla conquista degli USA; ma, messa così, tutta l’operazione assume un senso inverso: non è stata la FIAT a rilevare la Chrysler, bensì la Chrysler a fagocitare la FIAT, per usarla come serbatoio di risorse per la propria ristrutturazione.
Il bello è che l’Italia del dopo-Marchionne farebbe ancora più schifo di quella del prima, almeno stando a quanto affermano i seguaci del culto del manager buonanima. Marchionne sarebbe infatti rimasto un “incompreso”: l’Italia non se lo sarebbe saputo meritare.
In un articolo altrettanto celebrativo su “Forbes”, si narra di un giornalista italiano che avrebbe confidato al collega americano che Marchionne avrebbe salvato non solo la FIAT, ma l’intera economia italiana. L’articolista americano non ci fa il nome di quel cialtrone da lui incontrato, né si dilunga sui dettagli del presunto salvataggio dell’economia italiana. Tutto ciò che riguarda Marchionne, va creduto per fede.
La religione di Marchionne presenta le stesse contraddizioni di tutte le religioni, che ci salvano, ma poi in realtà non ci salvano, perché all’inferno ci finiamo lo stesso. Le contraddizioni e le menzogne però non implicano mancanza di senso; anzi, il senso è evidente. Pirandello diceva che non si è mai così sinceri come quando si mente, poiché mentendo si rivelano le intenzioni più profonde. La denigrazione di un Paese è in funzione della sua colonizzazione con il pretesto del salvataggio; ma il salvataggio non può realizzarsi mai, altrimenti non si giustificherebbe più la persistenza della colonizzazione.

Nel campo della propaganda non si inventa nulla, gli schemi ricorrono e sono sempre quelli, e la denigrazione è uno dei principali. In un articolo sul ”Primato Nazionale” si cerca di demolire le pretese dei neoborbonici circa un Sud preunitario prospero e sviluppato.
L’articolista ci presenta invece il quadro di un Meridione preunitario sottosviluppato, analfabeta e in preda al brigantaggio. Anche in questo caso magari sarà proprio così, ma rimangono comunque domande inevase. Il sottosviluppo di un Paese giustifica la sua invasione, conquista e annessione? No, se a detta dello stesso articolista, il Sud faceva schifo allora e continua a fare schifo adesso.
Se poi l’annessione era in funzione del bene supremo dell’Unità Nazionale, che senso ha rivendicare una nazionalità di cui un pezzo significativo dimostra da sempre di non esserne per niente degno? Anche in questo caso forse il nonsenso è solo apparente; e dietro l’enfasi denigratoria fa capolino il solito colonialismo.
Il problema è che l’unità nazionale non è affatto quell’idea così pura che i nazionalisti vorrebbero accreditare; anzi, il nazionalismo ha in sé una discreta dose di ambiguità, in quanto non esclude affatto la possibilità di gerarchie interne a carattere etnico o razziale. La potenza della nazione comporta anche l’esigenza di disporre di colonie interne, territori che facciano sia da cuscinetto contro eventuali invasioni, sia da mercato interno, sia da riserva di manodopera e di risorse finanziarie. Devono essere territori la cui irredimibile abiezione garantisca per l’eternità il loro status di colonie. Che il Sud preunitario fosse ricco o povero, perciò non è poi così rilevante. È molto più facile infatti sottomettere e spremere i poveri che non i ricchi.

L’apologia del regno borbonico viene oggi considerata da molti come una seria minaccia all’unità nazionale e, secondo il “Primato Nazionale”, dietro questi nostalgismi ci sarebbe la manina della “finanza apolide”. Può darsi ma, a ben guardare, si potrebbe dire altrettanto della polemica antiborbonica, che ha un doppio taglio, un evidente risvolto antitaliano. È un luogo comune infatti ritenere che siano stati i borbonici a conquistare il Nord Italia, a “meridionalizzarlo”, e non viceversa. Di questo luogo comune si fece portatore Paolo Villaggio nell’occasione dell’inondazione di Genova nel 2011. Il razzismo antimeridionale implica inevitabilmente un razzismo antitaliano.
La “finanza apolide” non teme affatto il nazionalismo, poiché può facilmente manipolarne le contraddizioni ideologiche. Il colonialismo interno rende infatti vulnerabili alle suggestioni propagandistiche del colonialismo dall’esterno. La denigrazione del Sud diventa il veicolante per denigrare l’intera Italia e consegnarla al colonizzatore di turno. Come si può prendere sul serio l’Italia, visto che nell’Italia c’è il Sud?
Nel 2010 la grancassa mediatica presentò il piano Marchionne per Pomigliano d’Arco come l’unica alternativa alla camorra, come se Pomigliano non avesse mai avuto una sua storia industriale, come se lo stabilimento Alfasud avviato dal 1968 fosse stato un corpo estraneo, una specie di regalo invece che una restituzione. In quel caso i media non rimossero la memoria del Sud preunitario, bensì la memoria del ‘900. L’Alfa Romeo era nata infatti agli inizi del ‘900 per la fusione della fabbrica milanese Alfa con le aziende meccaniche dell’industriale campano Nicola Romeo, che aveva una fabbrica anche a Pomigliano. Quando non c’erano gli smartphone e certe notizie non erano controllabili in tempo reale, se citavi in pubblico questo dettaglio della storia dell’Alfa Romeo, nessuno ti credeva e passavi pure da scemo. Oggi invece te la cavi con le solite minimizzazioni.