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I PRIMATI DELLA MENZOGNA EUROPEA
Di comidad (del 19/12/2019 @ 00:41:15, in Commentario 2019, linkato 5908 volte)
A proposito del successo elettorale del sostenitore della “hard Brexit”, Boris Johnson, i media si sono ancora una volta sprecati in metafore gastrointestinali, analogamente al caso del cialtrone Trump, che pure aveva incassato due milioni di voti in meno rispetto alla sua rivale Clinton ed era stato eletto solo in base al sistema americano dei collegi elettorali di serie A e di serie B. La finzione mediatica impone di classificare gli spostamenti elettorali esclusivamente in base al voto di opinione, eppure nel caso inglese sarebbe molto più realistico pensare a passaggi di pacchetti di voto organizzato invece che a “movimenti di pancia” dell’elettorato. Il fatto che Jeremy Corbyn abbia perso anche in tradizionali feudi elettorali laburisti del nord, che pure avevano tenuto di fronte ai massacri liberisti di Tony Blair, confermerebbe l’ipotesi che nella vittoria di Boris Johnson sia intervenuta la manina soccorrevole dell’establishment, allo stesso modo in cui era avvenuto per il cialtrone Trump.
La mitologia sulla democrazia inglese rende difficile accettare che nella presunta “Patria della Libertà” funzionino meccanismi alla siciliana. Gli Inglesi però tra di loro certe cose se le dicono ed infatti l’Inghilterra può vantare il suo Leonardo Sciascia, cioè il suo narratore di mafia. Nella quadrilogia di romanzi “Red Riding Quartet” dello scrittore inglese David Peace (diventata una trilogia nella versione cinematografica), si parla esplicitamente del ruolo politico della mafia che domina il nord dell’Inghilterra, una mafia che controlla persino le forze di polizia locale. Dagli stessi romanzi si viene a sapere che quella mafia, almeno sino a qualche tempo fa, appoggiava elettoralmente esponenti del Partito Laburista.
Sarebbe molto più ovvio quindi supporre che sia l’oligarchia inglese, sia l’establishment che le sta attorno, restino convinti della validità della scelta della Brexit e siano determinati ad appoggiarla. Certe anglofilie dei “sovranisti” e certi loro inni alla democrazia britannica, sono perciò fuori luogo. Chi ha deciso di andarsene dall’Unione Europea non è genericamente il “popolo inglese”, bensì chi lo comanda. L’oligarchia inglese pensa da sempre in termini di potenza e quindi non può accettare che nell’Europa continentale si affermi una potenza egemone, che sia la Francia o che sia la Germania. È tutto da vedere se questo ragionare in termini di potenza imperiale abbia ancora un fondamento oggettivo, ma sta di fatto che soggettivamente per l’oligarchia inglese relazionarsi in questi termini, rappresenta un riflesso condizionato, un automatismo comportamentale. Bisognerebbe poi valutare quanto l’attuale egemonia tedesca rappresenti soltanto l’aspetto più esteriore e strumentale dell’edificio UE.
Per un’Unione Europea che si rappresenta come il migliore dei mondi possibili, la Brexit è un rospo difficile da digerire, perciò sino all’ultimo si è voluto credere ad una possibile marcia indietro e i media ci hanno propinato sino all’altro ieri la fiaba di un popolo inglese confuso e pentito. È chiaro comunque che l’Unione Europea non può fare a meno di mentire poiché, prima di rappresentare un’egemonia tedesca, è soprattutto un apparato di lobbying finanziario; ed il lobbismo comunica in termini esclusivamente pubblicitari. Dal punto di vista del lobbying finanziario, l’Unione Europea è un pieno successo, poiché si è riusciti a subordinare molti Stati alla “disciplina dei Mercati”, cioè agli interessi di alcune multinazionali del credito. In questo senso gli insistenti paragoni tra l’Unione Europea e l’Unione Sovietica, paragoni rilanciati da esponenti della politica inglese, sono del tutto fuorvianti.

L’Unione Sovietica infatti mentiva in quanto costretta sulla difensiva, poiché percepiva il proprio fallimento; alla fine l’URSS è crollata per l’incapacità del Partito Comunista e dell’Armata Rossa di contenere l’assalto del lobbying commerciale all’interno. Un lobbying interno che nel luglio del 1989 riuscì a compattarsi e rafforzarsi al punto da imporre a Gorbaciov l’istituzione della multinazionale Gazprom. La coincidenza della data della fondazione di Gazprom con la caduta pochi mesi dopo del Muro di Berlino, non può essere casuale.
L’improbabile paragone con l’URSS, indica che l’Unione Europea riesce ancora a dissimulare moto bene i suoi veri scopi e, di conseguenza, i suoi successi camuffati da “errori”. Il sistema del lobbying pseudo-europeista stende la sua rete di menzogne e diversivi, costringendo i suoi più o meno improvvisati avversari a rimanervi impigliati.
Per anni la polemica politica si è accentrata sull’irrilevante questione del 3% di deficit di bilancio o sugli “zero virgola” del deficit e del debito, con relative procedure di infrazione/distrazione, mentre si preparava intanto un piattino come la “riforma” del MES. La stessa questione del MES non sfugge ai diversivi ed alle minimizzazioni, come se il tutto si riducesse all’esigenza tedesca di salvare Deutsche Bank. Si perde così di vista la funzione principalmente deflazionistica di questo nuovo “Fondo Monetario Europeo”.
Il dibattito politico e mediatico si appunta sull’eufemismo della “austerità”, che nasconde l’interesse della grande finanza al permanere della condizione di stagnazione economica. Da decenni ci si racconta dei vantaggi della moneta unica che avrebbe preservato dall’inflazione i salari ed assicurato per anni a Paesi come l’Italia dei bassi tassi di interesse. In realtà quei bassi tassi di interesse hanno favorito l’indebitamento, mentre la mancanza di inflazione ha preservato soprattutto il valore dei crediti delle multinazionali finanziarie nei confronti di Stati e di individui sempre più indebitati. Intanto i salari crollavano per vie diverse dall’inflazione, poiché la disoccupazione e le delocalizzazioni azzeravano il potere contrattuale dei lavoratori. La micidiale combinazione di bassi tassi di interesse e di bassa inflazione è il grande segreto che si cela sotto il manto della menzogna europea.