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SENZA DIGITALIZZAZIONE NON CI SAREBBE IL LOCKDOWN
Di comidad (del 29/10/2020 @ 00:33:54, in Commentario 2020, linkato 5860 volte)
In certi film di fantascienza si narra della catastrofe incombente per l’arrivo di un gigantesco meteorite o di un asteroide in rotta di collisione con la Terra; ma (guarda la fortunata combinazione) è stato appena inventato un missile, o qualche altro congegno, in grado di scongiurare il disastro. Nella vicenda della pandemia di Covid il film si è un po’ ripetuto. Non sarebbe stato possibile infatti affrontare i lockdown, e continuare a proporli ancora adesso, senza lo “smart working”, senza le videoconferenze, senza la didattica a distanza e, soprattutto, senza la diffusione a tappeto dello smartphone, che data da appena una decina d’anni. Prima della digitalizzazione diffusa, sarebbe stato impossibile, e impensabile, tenere in quarantena intere nazioni.
Una domanda allora può sorgere spontanea, cioè se si possa invertire il rapporto causa-effetto, ovvero quanto abbia inciso la rivoluzione delle forze produttive innescata dalla digitalizzazione nella scelta dei modi di fronteggiare la pandemia. Epidemie e pandemie ci sono, ci sono state e ci saranno; la questione è come gestirle.
La scienza non forniva risposte univoche a riguardo: c’erano medici che proponevano una gestione ordinaria della pandemia Covid ed altri che invece premevano per una gestione straordinaria ed emergenziale. I secondi per la verità apparivano un po’ in contraddizione con il loro status di “scienziati”, poiché negavano i progressi della scienza medica e dell’igiene pubblica di questi ultimi secoli, per proporre invece una soluzione medievale come la quarantena. La digitalizzazione ha quindi sortito un effetto regressivo, riciclando forme di irrazionalismo che sembravano definitivamente alle nostre spalle. La narrativa sulla nascita della nuova pandemia si è colorata così di immagini apocalittiche ed anche di iconografie gotiche, come quella dei mercati rionali della Cina, caratterizzati dalla losca promiscuità di uomini e pipistrelli.
I media hanno dato ovviamente molto più spazio e credito ai medici emergenzialisti ed alle loro suggestioni irrazionali. In Italia anche la politica ben presto si è accodata alla cordata dell’emergenza: prima le Regioni del Nord che hanno trovato un mezzo per rafforzare le loro istanze autonomiste/separatiste; e poi persino una Regione del Sud con un presidente particolarmente affetto da protagonismo. Il governo Conte bis, dapprima recalcitrante a proclamare il lockdown, poi si è gettato nell’impresa con entusiasmo crescente, incurante del crollo del PIL e della prospettiva di milioni di nuovi disoccupati.

Inizialmente isolata nella scelta avventurosa del lockdown, la bistrattata Italietta si è vista poi imitare da altri Paesi. Il fatto è che la digitalizzazione ha creato le condizioni per produrre una nuova arma per la guerra ibrida e a bassa intensità, utile sia per la guerra imperialistica, sia per la guerra di classe: il lockdown, appunto. Il primo ad utilizzare la nuova arma è stato il governo cinese, che se ne è servito per sedare la rivolta di Hong Kong; poi sono arrivati i separatisti del Nord Italia e il presidente francese Macron, che ha potuto così stroncare le proteste dei gilet gialli.
Figure un po’sordide, come quella di Bill Gates, lobbista sia dei vaccini sia del denaro digitale, hanno alimentato il sospetto che la pandemia sia stata il risultato di una pianificazione a vantaggio delle multinazionali farmaceutiche e del digitale. L’attività di mestatore di Bill Gates però potrebbe essere a sua volta inquadrata non come causa, bensì come effetto di uno spostamento dei rapporti di forza interni al capitalismo in favore del digitale.
Una multinazionale del digitale come Amazon ha visto crescere a dismisura i suoi profitti nell’epoca della pandemia. Lo spostamento massiccio di capitali di Borsa verso Amazon datava però a prima della pandemia, causando una crescita esponenziale del valore delle sue azioni. Questa concentrazione dei movimenti di capitale verso le multinazionali del digitale ha determinato un interesse diffuso degli investitori ad accelerare la digitalizzazione, per cui le coscienze degli operatori dei media e dei politici si sono adeguate ai nuovi rapporti di forza interni al capitale; quindi una quarantena di massa è diventata un’opzione praticabile, accettabile e immediatamente applicabile in funzione dei conflitti imperialistici e di classe, in base alla complementarietà e sinergia di guerra e business.

Non solo i capitali si muovono verso il digitale, ma anche i movimenti di capitale sono stati digitalizzati. I primi sistemi automatizzati di Borsa sono stati installati negli anni ’80. Nei decenni successivi i sistemi sono diventati sempre più rapidi e sofisticati. Attualmente gli investimenti azionari sono diretti e indirizzati da algoritmi che riproducono e anticipano le normali reazioni degli operatori di Borsa. Gli algoritmi vengono elaborati in base a criteri di psicologia comportamentale, prevedendo che gli investitori non agiscano razionalmente, bensì di riflesso, come i cani degli esperimenti di Ivan Pavlov. È davvero rassicurante constatare che la digitalizzazione abbia incorporato l’irrazionalità umana.
Nel medioevo l’invenzione della lettera di cambio consentì un’accelerazione dei movimenti di capitale, ponendo le basi della nascita e dell’affermazione della finanza moderna. Una lettera di cambio però viaggiava pur sempre alla velocità di un essere umano, mentre oggi la velocità di pensiero e di azione di un essere umano è surclassata di milioni di volte dalla velocità dei movimenti di capitale digitalizzati.
Mentre il primo lockdown è stato un rito collettivo di sottomissione, la prospettiva di un secondo lockdown sta già provocando una conflittualità sociale che coinvolge i soggetti condannati all’emarginazione ed alla disperazione. Viene da chiedersi se anche la repressione verrà digitalizzata.