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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 22/10/2020 @ 00:01:18, in Commentario 2020, linkato 6048 volte)
I media mainstream si sono premurati di farci sapere che l’emergenza Covid è stata, ed è, una vera pacchia per le multinazionali del web. Ad esempio, la multinazionale della distribuzione Amazon si è avvantaggiata della messa fuori gioco del commercio tradizionale accumulando venticinque miliardi di dollari di profitti in più, un incremento che supera il PIL di tanti piccoli Stati. Come sempre, questo tipo di notizie sui ricchi che diventano sempre più ricchi, mentre i poveri sprofondano, viene fornito con un’evidente ambiguità.
Siamo in una fase storica in cui il senso critico nei confronti del potere è quasi scomparso, isolato in alcune “nicchie” screditate che i media usano per additarle al ludibrio dell’opinione pubblica come esempi di irrazionalità da cui tenersi alla larga. La ridicolizzazione del dissenso è solo il preliminare minaccioso della sua criminalizzazione, perciò il dissenso viene etichettato come negazionismo, complottismo e quindi, per proprietà transitiva, come antisemitismo e nazismo. Il dissenso è accettato finché finge di essere tale, si attiene a obiezioni marginali e non mette in questione la narrazione ufficiale. Le critiche più bene accette sono quelle sull’inefficienza e sull’inettitudine, basta che non si parli dei veri interessi in gioco. Mezzo secolo fa un episodio come la strage di Piazza Fontana suscitò invece dubbi e sospetti e fu percepito da gran parte dell’opinione pubblica come un attacco alle classi subalterne nel quale avevano agito sia soggetti interni che forze imperialistiche.
D’altra parte il clima anti-establishment del quinquennio 1968-1972 rappresentò appunto un’eccezione. Già nel 1973 passarono senza difficoltà due finte emergenze, cioè il “colera” di Napoli e le fake news sul blocco delle forniture di petrolio da parte dei Paesi arabi. Questa seconda “emergenza” giustificò il primo grande esperimento sociale di grave limitazione alla libera circolazione delle persone, in base alla solita retorica moralistica dei “sacrifici dolorosi ma necessari”.
Il vittimismo padronale accredita la fiaba di un capitalismo perennemente assediato da masse ribelli, avide e insaziabili, mentre la realtà è che l’opposizione politica e sociale è quasi sempre rimasta allo stadio episodico e transitorio. Anche i dati più stridenti possono essere assorbiti nella narrazione ufficiale, perciò arrivano le notizie sulle fortune delle multinazionali del digitale in epoca di Covid, senza che ciò susciti dubbi sulla natura di quest’emergenza e senza che quasi nessuno faccia due più due. Anzi, tutto ciò può diventare persino il veicolo di un latente messaggio “educativo” sull’ineluttabile, darwiniana, giustizia naturale: nei periodi difficili, i deboli devono soccombere mentre i forti si rafforzano.
La storia reale del capitalismo dice però il contrario. L’accumulazione e la concentrazione del capitale sono avvenute tramite processi di pauperizzazione forzata di gran parte della popolazione, in modo da eliminare la concorrenza e procurarsi forza-lavoro a bassissimo costo. A dispetto della retorica darwiniana, senza il sostegno della mano pubblica, quei processi di pauperizzazione delle masse e di concentrazione del capitale non avrebbero mai potuto realizzarsi, quindi la competizione di mercato non c’entra nulla. Adam Smith si era inventato la “mano invisibile del mercato” per distrarre dalla mano visibilissima dei poteri pubblici che derubano i poveri per assistere i ricchi. Sino al XVIII secolo molti “economisti” ammettevano tranquillamente che la povertà è assolutamente necessaria allo sviluppo del capitale; infatti nella storia del capitalismo i periodi di stagnazione e deflazione (le cosiddette “crisi”) prevalgono sulle fasi di sviluppo.

Il concetto di economia può rappresentare un’utile astrazione in funzione dell’analisi, ma rimane comunque un’astrazione. I veri soggetti in campo sono le lobby con i loro business. Il lobbying spesso non ha neppure bisogno di concertare nulla poiché sono gli stessi interessi affaristici a fare da punto di aggregazione. In questa fase infatti non si riscontra neppure una particolare conflittualità o concorrenza tra le multinazionali occidentali del digitale e le loro omologhe orientali, dato che sono tutte impegnate ad espandersi a spese degli operatori buttati forzosamente fuori dal mercato tramite i lockdown e tutte le altre pretestuose limitazioni alla mobilità delle persone che li hanno seguiti.
La criminalizzazione del dissenso, il vittimismo padronale, il binomio emergenzialismo-sacrifici, la deflazione, la pauperizzazione dei lavoratori e del ceto medio, l’assistenzialismo statale per i ricchi, sono tutti schemi comportamentali ricorrenti che rappresentano la normalità del capitalismo, anche se la narrativa ufficiale riesce a spacciare le poche eccezioni contrarie come se fossero la regola.

Alla normalità e quotidianità del capitalismo appartengono anche fenomeni come la commistione di interessi pubblici e privati (ipocritamente chiamata “conflitto di interessi”) e la cosiddetta “porta girevole” tra incarichi pubblici e incarichi nel privato. Il lobbying è il “movimento reale” (per dirla alla Marx) che supera non solo l’astrazione dell’economia ma anche quella dello Stato. Le lobby sono infatti trasversali al pubblico e al privato. Spesso l’indignazione e la denuncia per i casi di “porta girevole” tra pubblico e privato, come nel recentissimo caso di Pier Carlo Padoan, rappresentano anch’esse un modo ambiguo per far apparire come scandalo o anomalia ciò che invece è perfettamente consono alla logica del capitalismo, cioè la simbiosi tra apparati pubblici e interessi privati. C’è persino chi invoca nuove leggi contro la “porta girevole”, come se queste leggi non esistessero già, solo che non vengono applicate. Negli USA lobbying e porta girevole sono stati legalizzati, in Europa invece non ancora.
Il punto è che il  lobbying non fagocita solo il potere politico ma anche la magistratura, altrimenti nel caso di Padoan ci si sarebbe già accorti che il Codice Penale, all’articolo 324, prevede il reato di interesse privato in atti di ufficio. Padoan, da ministro dell’Economia ha elargito miliardi pubblici per il salvataggio di Monte dei Paschi di Siena, ed ora l’ex ministro è approdato al consiglio di amministrazione di Unicredit, cioè la stessa banca a cui è stato offerto di rilevare MPS. Qui siamo ben oltre il semplice conflitto di interessi, ma per il momento a Padoan non è pervenuto neanche un avviso di garanzia.
 
Di comidad (del 15/10/2020 @ 00:14:07, in Commentario 2020, linkato 6397 volte)
Il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ci ha spiegato indirettamente il motivo per cui nel Sacro Occidente non è stato ancora scoperto il vaccino per il Covid. Zaia ha annunciato che l’emergenza Covid è una guerra e che la sua Regione è pronta ad attrezzarsi con le armi per la battaglia. A detta di Zaia una ventina di multinazionali farmaceutiche è già in grado di produrre tutti i tamponi necessari per l’autodiagnosi di massa, in modo da consentire ad ogni cittadino di sapere se risulta o meno positivo al virus.
L’emergenzialismo è una droga sia per il potere, sia per il business, perciò con l’emergenza Covid  il protagonismo/autonomismo delle Regioni del Nord è riuscito a mettersi in cordata con il lobbying delle multinazionali farmaceutiche. Il vaccino per il Covid sarebbe un business una tantum, mentre con i tamponi è possibile allestire un consumismo di massa a tempo indeterminato: un ottimo motivo per protrarre l’emergenza sine die. Più a lungo si terrorizza la popolazione, più i cittadini correranno a compiere l’autodiagnosi, ripetendola tutte le volte che i telegiornali spareranno le loro bordate di cifre allarmistiche sul contagio.
L’annunciato consumismo dei tamponi riconferma uno dei consueti schemi critici sul capitalismo: la riduzione delle persone a consumatori. Su questa critica si è costruito un corollario molto insidioso e cioè che il capitalismo si fondi su una desocializzazione, un’atomizzazione degli individui.
Questo corollario si basa su una valutazione pregiudizialmente positiva sulla socialità, oppure su un gioco semantico per il quale si ritengono autenticamente “sociali” solo le forme di cooperazione umana finalizzate al “bene comune”, un’altra categoria a sua volta suscettibile di infinite interpretazioni.
In realtà non esiste società senza socialità ed anche la guerra sarebbe impensabile senza cooperazione; così pure altre espressioni deteriori di aggregazione umana, come il mobbing sui luoghi di lavoro, un fenomeno sociale per cui il gruppo aggredisce metodicamente un singolo individuo. Il mobbing ha un suo ascendente storico nel sacrificio umano, che non è un semplice rituale ma un rapporto sociale complesso, nel quale il singolo è appunto immolato al bene comune. Ma il sacrificio poteva essere anche collettivo, per cui una comunità si autoinfliggeva pene, penitenze e pratiche espiatorie. Che il capitalismo non sia né asociale né amorale, ma che fondi il suo potere su una morale sociale di tipo sacrificale, rappresenta una tale evidenza che dovrebbe essere persino superfluo dimostrarlo.
Emergenze e sacrifici rappresentano il classico binomio inscindibile. L’emergenzialismo sul Covid in effetti non ha inventato nulla, chiama le masse a sacrificare libertà e benessere per il bene comune, costringendo tutti ad indossare una sorta di cilicio, quell’attrezzo espiatorio che è la mascherina. Come il cilicio, la mascherina rende affannosa e penosa una cosa spontanea come la respirazione e, in più, appanna pure gli occhiali. Il cilicio però si indossava sotto i vestiti, mentre la mascherina la si porta in faccia, in modo da consentire il controllo e l’eventuale riprovazione dell’opinione pubblica per chi non la indossa, oppure non la indossa a dovere. La paura del Covid può allentarsi e svanire per effetto dell’abitudine, mentre il senso di colpa per eventuali comportamenti antisociali ha la capacità di insediarsi nella coscienza e di inquisirla a tempo pieno.

In ogni fase del capitalismo la morale sacrificale è stata invocata come risposta alle emergenze. Alla fine degli anni ’70 la sconfitta della classe operaia è stata preparata attraverso l’imposizione di una morale sacrificale, chiamando i lavoratori occupati a sacrificarsi per fronteggiare l’emergenza economico-finanziaria, rinunciando agli aumenti salariali per favorire investimenti che creassero nuova occupazione. Nella  famosa intervista del 1978 rilasciata dall’allora segretario della CGIL, Luciano Lama, al quotidiano “la Repubblica”, quel concetto venne enunciato enfaticamente: se si voleva essere coerenti con l’obbiettivo di ridurre la disoccupazione, occorreva che i lavoratori occupati rinunciassero al miglioramento delle proprie condizioni.
Le affermazioni di Lama erano fondate su presupposti sballati, poiché imponevano una falsa dicotomia tra aumenti salariali e occupazione, mentre al contrario sono i salari operai ad alimentare la domanda interna che stimola l’offerta di sempre nuovi prodotti e servizi. La caduta dei salari ha infatti favorito la disoccupazione, che, a sua volta, ha fatto crollare il potere contrattuale dei lavoratori innescando un giro vizioso di stagnazione e pauperizzazione. Un altro presupposto sballato del discorso di Lama era che i risparmi sul costo del lavoro sarebbero stati utilizzati dalle imprese per nuovi investimenti e invece sono andati ad alimentare le speculazioni finanziarie. Eppure l’appello di Lama ai sacrifici riuscì a conquistare le coscienze degli operai e degli intellettuali, poiché sembrava prospettare un livello di moralità e socialità superiore: il sacrificio, appunto.
Nessuno si è stupito del fatto che l’attuale presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, abbia riproposto il mantra dei sacrifici. Qualcuno però si è indignato ed ha smascherato il senso delle dichiarazioni di Bonomi: noi facciamo i sacrifici e tu prendi i soldi dal governo, per cui i sacrifici dei poveri finiscono in assistenzialismo per ricchi. Bonomi potrebbe replicare che accettare l’umiliazione degli aiuti di Stato è il modo in cui gli imprenditori si sacrificano, rinunciando dolorosamente, in nome del bene comune, alla loro orgogliosa etica di capitalisti puri e duri. Magari, chissà, gli crederebbero pure.
Per quanto il nesso tra morale sacrificale ed assistenzialismo per ricchi sia stato ampiamente sgamato e smascherato da più parti, ciò rimane però confinato alla cronaca. Quando invece si va ad analizzare e criticare il “capitalismo” in genere, si torna ai luoghi comuni dello sfrenato individualismo e della selvaggia competizione dell’inesistente “libero mercato”. Il punto è che il capitalismo ha allestito un’efficace operazione di pubbliche relazioni, convincendo quasi tutti di essere una forma di dominio completamente nuova nella Storia. In realtà,come ogni forma di dominio, anche il capitalismo si regge sui fondamenti più arcaici della società.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


27/10/2020 @ 19:16:50
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