Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Se
le immagini circolate la scorsa settimana del poliziotto picchiato da manifestanti fossero provenute da Teheran invece che da Torino, se ne sarebbe data una interpretazione opposta. Infatti lo stesso governo e lo stesso capo dello Stato che qualche settimana fa plaudivano agli insorti iraniani che ammazzavano trecento poliziotti, oggi si indignano per il poliziotto italiano che riceve qualche pugno e qualche calcio da parte di manifestanti nostrani. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale è certamente facilissimo manipolare le immagini di un video in modo da creare una inestricabile commistione tra vero e falso che sia funzionale al vittimismo poliziesco. Purtroppo le manipolazioni più insidiose non sono quelle della moderna tecnologia, bensì quelle intrinseche agli schemi di potere, per cui non è tanto importante ciò che si vede, bensì il modo in cui viene narrato.
La Meloni è andata a far visita al poliziotto in fin di vita e, rinnovando il miracolo di Lazzaro, lo ha fatto risorgere più in forma di prima. Eppure non sono passati neanche cinque anni dai tempi in cui la Meloni, dai banchi dell’opposizione, accusava il governo Draghi di “strategia della tensione” allo scopo di criminalizzare le manifestazioni contro il green pass.
Toccava al ministro degli Interni dell’epoca, Lamorgese, respingere le accuse rivolte agli agenti della DIGOS di aver agevolato, e persino diretto, i manifestanti di Forza Nuova nell’assalto alla sede della CGIL. D’altra parte le due ultime lettere dell’acronimo DIGOS indicano appunto le “operazioni speciali”, per cui non ci sarebbe neppure tanto da stupirsi se tra quei compiti istituzionali “speciali” fossero comprese la provocazione e la mistificazione.
In quell’ottobre del 2021 era Andrea Delmastro ad accusare la Lamorgese di raccontare frottole, come quando la ministra aveva spiegato che gli agenti di polizia in incognito all’assalto di una camionetta della polizia stavano in realtà verificando
il “movimento ondulatorio” del veicolo. Delmastro non se la prendeva con gli agenti DIGOS coinvolti in quelle torbide vicende, e pretendeva invece di sapere da chi avessero preso ordini.
In realtà Delmastro sa benissimo che in queste cose non c’è affatto bisogno che qualcuno dia ordini a qualcun altro, perciò non si può raccontare ogni volta la fiaba sui poveri poliziotti sacrificati agli intrighi della politica. La polizia ha i suoi confidenti e i suoi informatori, e ogni “informatore”, se vuole risultare “produttivo” e guadagnarsi la pagnotta, è costretto a diventare agente provocatore. Che Forza Nuova e CasaPound siano filiali della DIGOS, è il segreto di Pulcinella; ma i paradossi determinati dal meccanismo di informazione/provocazione insito nel sistema della sorveglianza sono tali e tanti che è stato necessario legalizzarli a posteriori.
La legge 80/2025 all’articolo 31 ha introdotto modifiche all’articolo 17 della legge 124/2007 in modo da consentire ai servizi di “intelligence” non solo di infiltrare ma anche formare e dirigere gruppi terroristici. La legge del 2007 e la legge del 2025 sono state varate da governi di colore diverso, ma entrambe hanno l’intento di dilatare la sfera discrezionale a disposizione dei servizi segreti; i quali “servizi” a chiacchiere dipenderebbero dal governo, ma nella realtà sono spesso in grado di fare loro i governi e i presidenti della repubblica. Il concetto di ordine pubblico è meramente mitologico, e quello di repressione quindi è quantomeno inappropriato; e comunque il termine “repressione” è obsoleto in un’epoca nella quale non ci sono più vere opposizioni sociali. Il problema è che la sorveglianza manipola il suo oggetto e ne determina la destabilizzazione.
Delmastro si è altruisticamente sacrificato per la trasparenza; infatti si è preso una condanna in primo grado per rivelazione di segreti d’ufficio. La rivelazione era che il regime carcerario del 41bis è un metodo non di repressione ma di manipolazione del fenomeno mafioso, dato che i detenuti vengono opportunamente messi in contatto e intercettati durante l’ora d’aria.
Oggi i ruoli risultano invertiti, perciò è il governo Meloni, nella persona dell’attuale ministro degli Interni, Piantedosi, a santificare l’operato delle forze di polizia e la loro ricostruzione dei fatti.
Piantedosi accusa la manifestazione per Askatasuna di avere uno scopo eversivo e addirittura potenzialmente terroristico di attacco all’ordine democratico; perciò Piantedosi rifiuta la distinzione tra manifestanti violenti e manifestanti pacifici, denunciando che da parte di questi ultimi ci sarebbero stati vari livelli di connivenza con coloro che si sono scontrati con la polizia. Come ci sono vari livelli di connivenza con i violenti, ci sono di conseguenza anche vari gradi di potenziale terroristico; quindi l’accusa di terrorismo di fatto può colpire chiunque, e ciò proprio in base ad una fattispecie di contiguità col terrorismo. Ciò che Piantedosi ha esposto è un appello ai facinorosi e, in definitiva, un vero e proprio programma di guerra civile. Ma non è colpa di Piantedosi, e se al posto suo ci fosse un ministro di “sinistra” le cose non cambierebbero di molto, e magari si tornerebbe a cinque anni fa, quando la minaccia terroristica proveniva dalle brigate no-vax. Il punto è che la sorveglianza stessa comporta come logico esito e conseguenza la guerra civile.
In base alla dottrina esposta da Piantedosi, si potrebbe dire che si diventa terroristi anche per semplice vicinanza, per una sorta di contaminazione. Un’ulteriore conseguenza determinata da questa dilatazione della categoria di terrorismo, è che, potendo condannare chiunque, si può anche assolvere chiunque. Alla fine può capitare perciò che l’ex ricercato per terrorismo Al Jolani (alias Al Sharaa), attuale presidente della Siria, venga invitato al prestigioso Forum di Davos, e che poi sia lui a rifiutare di andarci. Forse ha avuto paura di contaminarsi. Tutti terroristi equivale infatti a nessun terrorista.
Ecco perché persino Al Sharaa può permettersi di fare lo schizzinoso.