Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Uno degli espedienti retorici più frequenti per giustificare il flusso di soldi e di armi che l’Unione Europea invia a Kiev, è che, al di là degli episodi di defezione, gli ucraini nel loro complesso starebbbero ancora dimostrando la volontà di resistere all’invasione russa. L’espediente retorico in oggetto è uno dei più ricorrenti nel mainstream ed è stato usato da vari opinion maker, da Sallusti a Mieli. In argomenti come questo l’inghippo è che si vanno a comparare elementi materiali e misurabili, come il denaro e le armi, con aspetti vaghi come la “volontà”. Anche ammettendo che tale volontà ucraina esista, ci si potrebbe comunque domandare se essa esisterebbe senza la prospettiva dei finanziamenti e delle armi che arrivano dall’estero.
Un altro dettaglio interessante è che
gran parte dei finanziamenti all’Ucraina è sostenuta da eurobond, cioè debiti a carico del bilancio europeo. Ciò significa che il pagamento degli interessi va a carico del contribuente; ovviamente il contribuente più povero, visto che le multinazionali non solo eludono il fisco, ma addirittura ricevono sussidi dai governi e dall’UE. I soldi raccolti con gli eurobond diventano a loro volta dei prestiti per Kiev; ma il pagamento dei debiti contratti in tal modo dall’Ucraina è subordinato al pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Russia. In altri termini, il debito ucraino verso l’UE risulterebbe solvibile soltanto nel caso in cui la Russia fosse indotta a supplicare la resa. Quando la Meloni diceva che stava scommettendo sulla vittoria dell’Ucraina, diceva la verità, nel senso che si puntavano dei soldi su un cavallo e che quei soldi sarebbero tornati indietro soltanto se il cavallo avesse vinto.
A questo punto però alla narrazione si aggiunge un ulteriore fattore di confusione, poiché ora ci si dice che per “vittoria” dell’Ucraina si intendeva il fatto di assicurare la capacità dell’Ucraina di continuare a resistere.
A suo tempo Crosetto usò la metafora delle medicine che si somministrano al paziente per farlo sopravvivere. Se questa è la prospettiva, il pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Russia diventa un’eventualità molto aleatoria e improbabile; quindi ciò che l’UE presenta come prestiti a Kiev, va inteso in realtà come finanziamento a fondo perduto. Dato che l’UE si sta indebitando per finanziare Kiev, ma non ha alcuna prospettiva di riavere indietro i soldi, è necessario un altro aggiustamento narrativo, cioè che
finanziamo l’Ucraina per difendere noi stessi da un’invasione russa, che sarebbe inevitabile una volta caduto l’argine ucraino.
Stando così le cose, non sarebbe l’UE ad aiutare l’Ucraina, bensì l’Ucraina che sta aiutando l’UE. Il rapporto di reciprocità per cui noi aiutiamo l’Ucraina e l’Ucraina aiuta noi, potrebbe risultare molto edificante dal punto di vista narrativo; sennonché ciò comporta un aumento esponenziale dei costi. All’ultimo Consiglio Europeo Zelensky ha chiesto altri settanta miliardi per il 2027; altrimenti l’Ucraina rischierebbe di non farcela. Secondo le cronache l’UE sarebbe spiazzata dalla richiesta di Zelensky, poiché pare che
questi settanta miliardi non si saprebbe dove trovarli. D’altra parte, in base alla stessa narrativa europea, Zelensky avrebbe pienamente diritto ad esigere quei soldi dai paesi che sta salvando dalle mire di Putin.
La richiesta di altri settanta miliardi da parte di Zelensky spiazza e scredita anche le dichiarazioni di Ursula von der Leyen di appena un mese prima, in base alle quali lo sblocco dei finanziamenti a Kiev era legato al procedere delle riforme anticorruzione. Insomma, se l’Ucraina avesse fatto la brava si sarebbe vista aumentata la paghetta. Ora si vede che quella era solo retorica in funzione di rabbonire e imbonire i contribuenti europei e che Zelensky è nelle condizioni di esigere, e soprattutto di ottenere, sempre più soldi. (5)
Ci si può quindi domandare se gli aiuti all’Ucraina continuino nonostante il fatto che sia corrotta, oppure se al contrario la corruzione costituisca un elemento di attrattiva poiché
il buco nero ucraino consente ad una parte dei soldi di ritornare in forma di mazzette alla burocrazia UE. La domanda non è arbitraria poiché lo scorso anno l’Ufficio Europeo per l’anti-frode ha scoperto che dei fondi europei per l’Ucraina avevano alimentato un giro di corruzione anche in Polonia.
La narrativa ufficiale sull’Ucraina si rivela volatile, sfuggente e intercambiabile, cioè slogan di pubbliche relazioni.
Alla variabilità della narrazione corrisponde un’unica e incrollabile invarianza, cioè il poco trasparente flusso di denaro, che non accenna a cessare o diminuire. A questo punto si pone il fondato dubbio che la stessa Ucraina sia un intercambiabile pretesto emergenziale, come lo sono stati il Covid e la crisi dello spread. Prima o poi la guerra in Ucraina dovrà finire, ma allora il contribuente scoprirà che, in base a qualche altro pretesto, continueranno le pressioni fiscali e i tagli al welfare. Già ai primi dell’800 l’economista Piercy Ravenstone smontava la mitologia del capitalismo e segnalava il suo intreccio col denaro pubblico; ma da circa mezzo secolo vi è stato un passo ulteriore. Le cosiddette democrazie occidentali si sono infatti riconvertite in cleptocrazie integrali, cioè non sono più in grado di porsi obbiettivi di sviluppo economico, bensì soltanto di saccheggio del denaro pubblico.