Le norme anti-burqa contenute nell’ultimo decreto del governo sulla Scuola rappresentano un espediente per prendere i classici due piccioni con una fava. Su un problema inesistente il governo allestisce per la sua base elettorale uno spot pubblicitario a sfondo pornografico; anzi, sadomaso, lasciando fantasticare su chissà quale calvario di vessazioni a carico degli odiati mussulmani.
Ma il risultato più sostanzioso del diversivo burqa è quello di far perdere di vista il vero scopo della ennesima “riforma” della Scuola, che porta abusivamente il nome del fantoccio di turno al ministero della ex Istruzione.
La sedicente riforma cerca infatti di avviare il meccanismo per ridurre il corso di studi superiore a soli quattro anni, in modo da tagliare in termini di personale e di edilizia scolastica. Con le modifiche al sistema dell’istruzione tecnica i soldi pubblici rimasti potranno essere regalati alle imprese private in nome della mitica FSL (Formazione Scuola Lavoro). Grazie alla FSL gli imprenditori privati hanno il doppio vantaggio di incassare soldi pubblici e di poter utilizzare manodopera a costo zero (schiavi). Si dice imprese “private”, ma in realtà è un sistema che dipende dal rapporto organico con istituzioni pubbliche. Pubblico e privato sono finzioni giuridiche, cortine fumogene di lobby trasversali che si creano il loro giro di affari.
A proposito di diversivi e di finzioni giuridiche, arriva a proposito la discussione sul DDL antisemitismo, peraltro già approvato al senato. Scopo dichiarato del DDL è vietare di mettere in questione il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Va dato atto al DDL di non vietare di fare obiezioni sul diritto all’elusione fiscale ed al riciclaggio di denaro, cioè esattamente ciò che regge la baracca del sionismo. Tutto il sistema degli insediamenti coloniali in Cisgiordania si finanzia attraverso
un giro di società non profit. Il governo statunitense è ufficialmente contrario agli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Con Trump la posizione è diventata più ambigua, ma all’epoca di Obama l’amministrazione USA chiedeva al governo israeliano di non espandere gli insediamenti. Sta di fatto che anche durante la presidenza Obama il regime fiscale consentiva di detrarre le donazioni a favore delle società non profit che finanziano gli insediamenti coloniali. Il fascino del non profit sta nelle detrazioni fiscali di cui beneficiano i donatori, per cui non c’è da stupirsi che sorgano centinaia di associazioni non profit per sostenere Israele. Non sorprende neppure il fatto che il sionismo sia diventato un business, alimentando il sionismo cristiano, che ha come principale attività la raccolta di donazioni pro Israele. Il mito religioso di supporto è che la riconquista della Terrasanta da parte degli ebrei preluderebbe all’Armageddon ed al ritorno di Cristo. Più soldi arrivano e più la nozione geografica di Israele si dilata, quindi ora non si colloca più dal mare al Giordano, bensì dal Nilo all’Eufrate. Dipenderà dalla quantità delle donazioni se si affermeranno letture ancora più estensive della definizione biblica di Israele; non dovrebbero esserci difficoltà a riguardo, visto che il Nilo nasce in Burundi e l’Eufrate in Turchia. Se poi Cristo non tornasse, ci si potrebbe consolare in altro modo, poiché il non profit è pur sempre un paradiso. Paradiso fiscale, ovviamente.
Negli USA vige anche il diritto al completo anonimato delle donazioni alle fondazioni benefiche; un diritto ribadito in
una sentenza della Corte Suprema del 2021, che ha dichiarato le donazioni protette dal primo emendamento, quello che garantisce il diritto alla libertà di parola. L’anonimato non consente detrazioni fiscali, ma in compenso apre spazi per il riciclaggio di denaro. Una grande quantità di soldi può sparire nell’anonimato delle donazioni e poi riapparire “lavata” per vie traverse, specialmente tramite sponde all’estero, che rendono quasi impossibile il tracciamento.
Sarà un caso, ma Israele attira moltissima beneficenza. Non è una barzelletta: ci sono persino
iniziative per raccogliere milioni di dollari in donazioni per sostenere la salute ed il benessere mentale degli israeliani, che in questo periodo risultano particolarmente stressati. Ben Gvir quindi ha ragione a fare il pazzo, visti i soldi che attira.
Esiste anche un nesso preciso tra la beneficenza pro Israele e il gioco d’azzardo. Il nome arcinoto in questo campo è quello di Miriam Adelson, un medico di origine israeliana che ha ereditato numerosi casinò ed è tra i principali finanziatori (“donors”) delle campagne elettorali di Trump. Siamo davanti ad uno schema ricorrente della cleptocrazia. Un altro esempio di medico, filantropo e magnate del gioco d’azzardo è quello di Irving Moskowitz, che è stato uno dei principali finanziatori dei coloni israeliani. Moskowitz è morto nel 2016, ma i suoi eredi hanno proseguito sia il business del gioco d’azzardo in California, sia l’attività filantropica pro Israele.
Il Los Angeles Times del 2019 riportava la notizia secondo cui il casinò dei Moskowitz era stato effettivamente accusato di riciclaggio, ma il contenzioso giudiziario si è concluso con una multa di poco più di tre milioni di dollari. In precedenza il casinò aveva già ricevuto altre multe di entità minore per lo stesso motivo, sebbene non ci sia nessun riscontro che le abbia effettivamente pagate. Grazie alle sue credenziali di esperto di riciclaggio internazionale, Moskowitz ha potuto riscuotere milioni di dollari in sussidi comunali; denaro pubblico elargito in più occasioni e con le più varie motivazioni. Il filantropo Moskowitz aveva avviato la sua attività di biscazziere nel 1995, ma non con denaro proprio, bensì grazie a cinque milioni e mezzo di dollari di fondi pubblici, di cui soltanto la metà da restituire.