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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
Purtroppo per Delmastro questi due spiacevoli episodi erano solo la premonizione del vero martirio che lo attendeva. Oggi a Delmastro si contesta la frequentazione e l’associazione in affari con una famiglia, i Caroccia, la quale, in base alle sentenze, sarebbe stata individuata come prestanome del boss di un clan di Afragola che ha trapiantato le sue attività dalla Campania a Roma.
Il boss in questione è Michele Senese. A completare il quadro e a conferire una sorta di circolarità alla vicenda, va rilevato che il Senese è detenuto in regime di 41bis. Un sottosegretario con delega alle carceri che si è particolarmente esposto per la difesa del regime del 41bis, si ritrova oggi a dover rendere conto di rapporti con dei prestanome di un detenuto al 41bis.
La cosa può apparire strana solo se si dimentica che molti dei detenuti al 41bis dispongono oggettivamente di un potere contrattuale; ciò in base ai beni ed ai patrimoni in loro possesso tramite affidatari o prestanome. L’entità di questi beni e di questi patrimoni è tale che esiste addirittura un’agenzia di diritto pubblico, vigilata dal ministero degli Interni, che è specializzata nella loro riconversione e nel loro riutilizzo. Tanto per chiarire che si tratta di vero business, occorre considerare il ruolo di aziende come Lega delle Cooperative nella gestione dei beni sequestrati.
In nome dell’ideologia emergenzialista si è giustificato per decenni un buco nero come il 41bis, quindi non ci si può stupire se dall’emergenza cronica emergono dei liquami. Ovviamente queste emersioni sono dovute a motivi strumentali e occasionali di faida affaristica e, di conseguenza, nulla assicura che si faccia realmente chiarezza. Altrettanto strumentale ed estemporanea appare la scelta di cacciare Delmastro dal governo e di farne un capro espiatorio della sconfitta referendaria; come se il ruolo di kamikaze del 41bis fosse l’effetto di una mera vocazione personale di Delmastro. Basterebbe un po’ di realismo per osservare che la mancanza di trasparenza del regime del 41bis, combinandosi con la disponibilità di beni occultati da parte di detenuti mafiosi, non poteva che condurre ad esiti del genere.
A proposito degli innumerevoli affari della famiglia Caroccia, l’agenzia ANSA ha riciclato il termine di “galassia”; un termine che tre anni or sono fu molto inflazionato per descrivere l’ambiente anarchico da cui Cospito proveniva e di cui, secondo i media, sarebbe stato ideologo e leader. Pochi giorni fa sono morti in circostanze misteriose due anarchici, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, che a detta dei media sarebbero stati in relazione con Cospito. Per definire i due anarchici morti come bombaroli ai media è bastato che gli investigatori dichiarassero che “non escludono” che i due stessero preparando un ordigno esplosivo. La storia dei bombaroli lascia quindi il tempo che trova. Come sia davvero andata, forse non lo sapremo mai. Isabelle Attard ricordava che nel periodo più buio della scelta da parte di alcuni anarchici della cosiddetta “propaganda del fatto”, i morti furono meno di duecento; e ciò è bastato per screditare l’anarchismo. I milioni di morti causati dalla democrazia non fanno invece che renderla sempre più amata; neppure il recente massacro delle bambine iraniane ne ha scalfito più di tanto il mito. In base alla narrativa mediatica, quasi tutti gli iraniani sono felici e gioiosi per le bombe che gli piovono addosso, perché gli portano la democrazia.
Il documento finale del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso venerdì 13 è stato oggetto di accuse ingiuste e ingenerose da parte di molti commentatori. In particolare si è rimproverato al documento di non prospettare scelte chiare. In realtà, al di là dei rituali nonsensi della comunicazione ufficiale, il documento delinea una scelta precisa ed univoca: l’Italia entra nel conflitto, ma dichiarando di non entrarci, in modo da poter presentare la partecipazione al conflitto stesso come l’effetto inevitabile dell’aggressione russa e iraniana. Insomma, l’importante è che si possa dire: “Maestra, è stato lui a cominciare”.
La testata online “Open” svolge le funzioni di organo ideologico del Quirinale; e infatti ha già cominciato ad illustrare i termini della minaccia iraniana alla nostra sicurezza. Il caso in oggetto riguarda gli attacchi con droni contro la base aeronautica italiana di Ali Al Salem in Kuwait. Il sottosegretario Mantovano, l’Ammiraglio Cavo Dragone e il generale Camporini attribuiscono gli attacchi all’Iran, il quale vorrebbe intimidirci in modo da dissuaderci dall’aiutare gli Stati Uniti e Israele. I tre intervistati quindi confermano che esiste da parte nostra l’intenzione di aiutare USA e Israele; e ci si fa anche capire che, lungi dal dissuaderci, questi attacchi rafforzeranno la nostra determinazione bellicistica.
Non sappiamo se i droni che hanno attaccato siano stati effettivamente lanciati dall’Iran oppure siano dei false flag. Sappiamo invece di un risvolto patetico, cioè che il comandante italiano della base è molto triste perché gli hanno distrutto un drone Predator di fabbricazione americana, ma in forza all’aeronautica italiana. Un’altra cosa è certa, e cioè che l’attacco ha svolto una notevole funzione didascalica, dato che la stragrande maggioranza del popolo italiano non sapeva nulla del fatto che avessimo approfittato della guerra del Golfo del 1991 per piazzarci stabilmente in Kuwait insieme con gli americani, con i quali si condividono le basi; ciò senza neanche la foglia di fico giuridica di un peace keeping marca ONU. L’Italietta pacioccona si rivela ancora una volta sensibile al richiamo della foresta del caro vecchio imperialismo.
Il tema dell’interesse nazionale è sempre fuorviante, poiché valuta gli eventi nell’ottica di un astratto interclassismo. Il conflitto con la Russia e le sanzioni verso di essa hanno certamente danneggiato le popolazioni europee, ma hanno entusiasmato le nostrane oligarchie affaristiche che hanno visto la possibilità di partecipare alla spartizione della Russia. Con l’Iran non è diverso. Le oligarchie affaristiche non ragionano in termini di benessere e di crescita economica; anzi, negli schemi comportamentali delle cosche d’affari l’opportunità del colonialismo predatorio prevale su qualsiasi altro stimolo. La guerra nel Golfo Persico comporta un disastro economico, ma anche l’appetito imperialistico di spartirsi l’Iran. Sul piano razionale i rischi non compensano i vantaggi, ma qui si tratta di comportamenti e non di ragionamenti. I ragionamenti possono semmai servire per cercarsi degli alibi o per allestire i soliti giochi delle parti. Per smascherare certe finzioni, è sufficiente constatare l’euforia bellicista che già pervade i media e la politica. Ora che Trump sta ordinando agli altri paesi NATO di entrare nel conflitto contro l’Iran, sembrerebbe che i “partner” gli stiano opponendo un diniego. Ma, quando si tratta degli europei, il no non significa no. Il cialtrone Trump per un verso fa il miles gloriosus e dall’altro lancia avvertimenti da gangster agli europei, pretendendo che, in cambio della sua “protezione” lo aiutino a sbloccare Hormuz. Non possono mancare i risvolti grotteschi: gli USA non hanno dragamine affidabili poiché la loro cantieristica navale è da tempo al disastro; ma, d’altro canto, non è neppure certo che le mine ci siano davvero, per cui la questione risulta fumosa. Non per niente ci si è infilato Macron, e infatti non si sa a fare cosa; forse a cercare pretesti e occasioni per entrare apertamente in guerra spacciandosi per l’aggredito.
Non solo gli USA, anche Israele si è buttato nell’impresa dell’attacco all’Iran senza adeguata preparazione. Ora pare che all’appello dell’IDF manchi qualcosa come centomila riservisti che si rifiutano di andare a combattere Hezbollah; proprio quello che, secondo i media occidentali, Israele aveva già eliminato nel 2024. Sembra proprio che USA e Israele diano per scontato che gli europei si faranno gradualmente coinvolgere nel conflitto contro l’Iran; e forse USA e Israele su questo non hanno torto. Per l’Europa l’approccio suprematista e colonialista non è una scelta, è un riflesso condizionato.
Alla fine l’Italietta potrà sempre giustificarsi seguendo il mistificatorio copione già imposto mediaticamente; un copione con le sue false opzioni e con le sue fasulle opposizioni dialettiche, che conducono tutte al medesimo risultato. Si può assecondare chi dice che gli USA sono i nostri principali complici … pardon, alleati; e che ci hanno occupato … pardon, liberato, ottanta anni fa. Sembra il titolo di un romanzo: ottanta anni di gratitudine. Come se la gratitudine fosse un movente consistente anche solo per otto secondi. Oppure si potrà dare retta a chi ribatte che gli USA ci hanno costretto, o che ci siamo inchinati a novanta gradi. Ma saranno comunque novanta gradi di alibi per il nostro colonialismo.
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