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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il dibattito sulle prospettive dell’intelligenza artificiale spazia in un ventaglio piuttosto ampio, che va dal “palladivetrismo” da talk-show fino a proiezioni seriamente argomentate. Accerteremo nei prossimi anni se l’IA sarà stata capace di mantenere le sue promesse di spalancare nuove frontiere tecnologiche e, al tempo stesso, di attuare le sue minacce di distruzione di posti di lavoro. Per il momento ci tocca accontentarci delle evidenze, dei dati di fatto.
Secondo le ricerche pubblicate dal Massachusetts Institute of Technology, soltanto il 5% delle aziende di IA è attualmente in grado di produrre profitti. A fronte di profitti così esigui, le valutazioni dei titoli azionari di queste aziende risultano chiaramente gonfiate; infatti è entrata nell’uso comune l’espressione “bolla dell’intelligenza artificiale”.
Vedremo quando, oppure se, la bolla scoppierà. Il dato certo è che a gonfiare la bolla non sono semplicemente le manovre speculative e tantomeno le aspettative di futuri profitti delle aziende IA. Se Blackrock e il suo braccio nell’IA, Nvidia, continuano ad investire in queste aziende è, evidentemente, perché ritengono che i mancati profitti saranno compensati da qualcos’altro. In realtà alla base di tutto il castello speculativo c’è sempre il caro vecchio denaro pubblico. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha stanziato circa duecentocinquanta miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’IA. Circa cinquanta miliardi di dollari sono stati dati alle imprese in forma esplicita di sgravi fiscali e di sussidi. Una cifra molto maggiore, duecento miliardi, è stata invece distribuita sotto l’etichetta generica di fondi pubblici per la ricerca.
Tra l’amministrazione Biden e l’amministrazione Trump c’è piena continuità nel flusso di denaro pubblico, tanto che ormai si può parlare non di intelligenza artificiale, bensì di finanza artificiale. Le piattaforme per l’intelligenza artificiale sono state costruite con denaro pubblico e successivamente privatizzate, sempre a spese del contribuente; ovviamente il contribuente povero, visto che nei confronti delle aziende tutte le amministrazioni da un lato abbassano le aliquote fiscali e, dall’altro lato, consentono di eludere anche quel poco che rimane attraverso gli sgravi fiscali. Il governo federale finanzia anche l’export delle tecnologie IA e alimenta una serie di conflitti di interesse, dato che sono gli stessi manager delle aziende che beneficiano dei soldi pubblici a stabilire a chi e come indirizzarli. Per gonfiare i bilanci le aziende allestiscono delle partite di giro autoreferenziali creando ad hoc delle startup. Del resto è il motivo per cui esistono le startup, che sono aziende fittizie create sull’alibi dell’innovazione. Tutto ciò non può essere definito come intervento statale nell’economia; anzi, lo Stato si rivela inesistente come soggetto politico-istituzionale, dato che qui non c’è progettualità economica, bensì soltanto affarismo. La dicotomia tra eccomia e affari non potrebbe essere più stridente, visto che il criterio assoluto è il tornaconto immediato di lobby pronte a giustificare l’indecenza con la suggestione pubblicitaria. Le aziende private incassano soldi pubblici in nome della parola magica, “innovazione”, poi creano una sponda esterna (la startup) in cui investirli, in modo che alla fine i soldi possano rientrare a casa come se fossero profitti di mercato. Chiunque osi esprimere un accenno di perplessità nei confronti di questo regime predatorio del denaro pubblico, viene immediatamente zittito e intimidito con altre parole magiche: “sicurezza nazionale”. Gli slogan preferiti dalla cleptocrazia sono appunto “sicurezza” e “innovazione”.
Negli anni ’60 e ’70 era ostico spiegare che la nozione di impresa capitalistica non poteva essere ridotta alla sola fabbrica, ma che occorreva coglierne anche le implicazioni finanziarie e di lobbying, cioè il rapporto delle imprese private col denaro pubblico. Oggi, grazie alla maggiore disponibilità di dati, occorrerebbe addirittura andare oltre e riconoscere che non è l’impresa capitalistica a fare lobbying, bensì che ci sono lobby trasversali tra pubblico e privato che usano l’impresa capitalistica come elemento di canalizzazione e smistamento del denaro pubblico. La stessa impresa privata si rivela una finzione. In questo contesto la parola “liberismo” non è altro che una nuvola di oppio che avvolge una realtà molto più prosaica, fatta di assistenzialismo per ricchi e di cleptocrazia. Non soltanto bolle speculative, ma anche bolle narrative: infatti in epoca Covid abbiamo visto come la potenza narrativa del lobbying abbia potuto ancora una volta allestire i suoi psicodrammi e cambiare le carte in tavola. Tutte le politiche adottate in nome dell’emergenza pandemica hanno favorito la concentrazione della ricchezza ed il trasferimento massiccio di denaro pubblico alle corporation multinazionali; eppure gran parte della “sinistra” ha vissuto il lockdown e la coercizione vaccinale come una rivalsa simbolica dell’interesse collettivo contro il mitico “liberismo”. Punire le presunte velleità liberiste dei poveri era più urgente che impedire ai ricchi di diventare più ricchi.
L’ex analista della CIA Larry Johnson ha affermato che l’unica spiegazione plausibile del viaggio a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, è quella che si sia trattato di andare a recuperare le salme di appartenenti all’agenzia che sono caduti nei combattimenti in Ucraina. Un dettaglio che conferma questa ipotesi è quello delle dimensioni del Boeing che ha portato Ratcliffe a Mosca; si tratta infatti di un velivolo militare in grado di reggere carichi pesanti come i carri armati, quindi anche il peso di un certo numero di bare. Un ulteriore dettaglio a sostegno dell’ipotesi dell’operazione umanitaria, è la contestuale presenza a Mosca di un diplomatico del Vaticano, che potrebbe aver svolto un ruolo di trattativa presso il ministero degli Esteri russo per favorire il rilascio delle salme degli agenti della CIA, in modo da restituirle alle loro famiglie. La presenza massiccia di personale CIA in Ucraina non è una supposizione, bensì un dato di fatto più volte riferito dalla comunicazione ufficiale, spesso legata alla stessa CIA, come il quotidiano New York Times; in Italia la principale agenzia di stampa, l’ANSA, ha ripreso con dovizia di dettagli le notizie sul radicamento della CIA in Ucraina fin dal 2014 (anche se c’è una documentazione desecretata che fa risalire la penetrazione della CIA in Ucraina addirittura agli anni ’50). Del resto non sarebbe realistico ritenere che, con un numero così elevato di addetti all’intelligence dislocati sul campo, la CIA non abbia dovuto subire delle perdite in Ucraina. Certo, si tratta di bazzecole rispetto ai milioni e milioni di soldati russi morti di cui ci narrano i nostri media.
Si potrebbe obiettare che Ratcliffe è il maggiore esponente di quello che viene chiamato “Deep State”, quindi potrebbe essere considerato il vero presidente degli Stati Uniti, certamente più importante degli uomini di paglia che si alternano alla Casa Bianca; perciò nessuno più di Ratcliffe avrebbe i titoli per avviare un negoziato con il Cremlino. L’obiezione parte da una premessa vera, ma poi travisa il ruolo del “Deep State”, che non è quello di scegliere e decidere, bensì di assicurare la continuità, la routine. Per sua definizione la burocrazia ostacola le politiche non omogenee con la perpetuazione del sistema; se poi la burocrazia si costituisce anche come lobby d’affari, allora l’ingranaggio si rafforza con l’influenza del denaro e si costituisce come establishment che conosce solo il moto inerziale. Palantir è soltanto la più importante delle aziende create e finanziate dalla CIA tramite la sua agenzia di investimenti, la In-Q-Tel. In effetti le aziende create e finanziate dalla CIA sono centinaia; tra l’altro l’elenco è stato reso noto soltanto in parte. Secondo la legge e il suo stesso statuto, la CIA non potrebbe operare sul suolo americano; evidentemente gli affari non sono considerati un modo di “operare”; il che ovviamente è ridicolo e dà l’idea dell’effettivo livello di serietà del sedicente controllo di legalità negli USA. Il nesso tra le aziende e il settore dello spionaggio e controspionaggio industriale, è inestricabile, almeno a quanto dichiara la legge 124/2007, varata dal governo Prodi. Non può esserci un confine tra il “proteggere” gli interessi economici e crearli, cioè fare affari. Inoltre nessuno meglio di un servizio segreto può manipolare i mercati finanziari usando notizie riservate, oppure creando notizie false.
Quasi tutti conoscono la fiaba su Jeff Bezos, che avrebbe fondato nel 1994 la sua azienda, poi chiamata Amazon, soltanto con gli spiccioli del suo salvadanaio. Nelle fiabe americane il luogo magico non è il bosco, ma il garage; infatti anche la fiaba di Bezos, come quella di tutti gli altri magnati del web, parte da un garage. Grazie alle vibrazioni positive del garage, nel 2013 Amazon ha ottenuto un contratto dalla CIA per la fornitura di servizi informatici. Quello è stato soltanto il primo dei contratti di Amazon con agenzie governative; ed è stato anche l’avvio di un carosello di porte girevoli di funzionari governativi verso carriere strapagate in Amazon. Tutta la storia del capitalismo va quindi demistificata e riletta in chiave di lobbying trasversale tra pubblico e privato; un lobbying di cui i servizi segreti costituiscono il perno ed il principale punto di aggregazione.
I servizi segreti sono una burocrazia particolare, che non solo catalizza il lobbying d’affari, ma può anche riprodurlo all’infinito; perciò i servizi segreti moltiplicano le opportunità per i conflitti di interesse ed anche per le porte girevoli tra carriere nel settore pubblico e nel settore privato. A differenza delle altre burocrazie, i servizi segreti non si limitano a tutelare i privilegi, ma li possono produrre in serie. La macchina del privilegio non può accettare mediazione, non prevede lo sterzo o la retromarcia; neppure il freno, poiché con lo stesso privilegio è in grado di fagocitare e corrompere, oppure isolare, qualsiasi tentativo di sottometterla ad una direzione politica.
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