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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il concetto di ateismo è filosoficamente difficile da maneggiare, poiché per negare l’esistenza di qualcosa occorrerebbe preliminarmente definire quel qualcosa. Insomma, per diventare atei bisognerebbe prima essere teologi. Forse non vale la pena di fare tutto questo sforzo, visto che la religione è anzitutto un fenomeno umano; anzi, un po’ troppo umano. L’inattendibilità umana scredita la religione molto di più della inattendibilità divina, perciò è risultato ancor più velleitario voler sostituire la religione trascendente con una religione dell’uomo. Ogni religione è infatti una relazione tra esseri umani, i quali di solito provvedono a smentirsi da soli.
Il 12 dicembre scorso il “Santo Padre” ha concesso una udienza ai “membri del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica”, ovvero i servizi segreti, quelli che oggi si fanno chiamare AISI ed AISE. La notizia è riportata dal Bollettino della Santa Sede.
Il 15 ottobre 2025 si è celebrato il centenario della fondazione del sistema unificato di “intelligence”. Il Servizio Informazioni Militare è stato fondato all’epoca delle cosiddette Leggi fascistissime, e infatti fu largamente coinvolto nella persecuzione degli antifascisti. Il governo ha conferito ampio risalto a questa imbarazzante ricorrenza, e sul sito del governo si trova anche la conferma della notizia dell’udienza papale del 12 dicembre scorso.
Va riconosciuto che il ghost writer che ha scritto il discorso a papa Prevost ha fatto veramente salti mortali per evitare di cadere nel ridicolo, ma forse l’impresa era al di là delle capacità di chiunque. Per quanto nel discorso vi siano qua e là richiami realistici alle “tentazioni” che possono derivare dalla gestione di un enorme potere di ricatto, per di più avvolto dal segreto di Stato, poi ogni cautela del linguaggio papale viene oggettivamente smentita dal contesto celebrativo, che finisce per avallare quel potere eccessivo. Nel corso dell’udienza il papa ha detto anche che in alcuni paesi spesso la Chiesa è “vittima” dei servizi di intelligence; allora tanto più occorreva evitare l’impressione di stare a compiacere un potenziale carnefice. Per quanto possa apparire paradossale, l’evidenza di un condizionamento o di una infiltrazione della gerarchia cattolica da parte di servizi segreti, sarebbe una scoperta dell’acqua calda; ma, al tempo stesso, una catastrofe comunicativa, dato che anche la gran parte dell’opinione pubblica cosiddetta laica sta al gioco delle parti di fingere di credere che la Chiesa cattolica sia una autorità morale dotata di autonomia. Il rituale comporta infatti che pezzi di establishment, come la Chiesa, o anche la magistratura, si pongano di tanto in tanto in posa di contropotere. Questa narrazione dei poteri separati che si fanno da contrappeso a vicenda, ovviamente non è realistica, dato che i ricatti incrociati e i conflitti di interesse riconducono tutto ad un’unica melma; però la narrativa è tale poiché può attingere alla realtà, ma non se ne fa vincolare.
C’è inoltre nel testo letto da Prevost durante l’udienza una serie di richiami al rispetto della dignità umana, ma alla fine le esortazioni morali lasciano il tempo che trovano, mentre il messaggio prevalente è che la Chiesa e i servizi segreti fanno parte del medesimo establishment. Non per niente alla fine del discorso arriva anche il ringraziamento per i tanti servigi che i servizi hanno reso al Vaticano.
I media enfatizzano gli episodici appelli di Prevost alla pace o al diritto internazionale, o il fatto che l’altro giorno abbia stigmatizzato le iperboli scurrili e sanguinarie di Trump. Ma se si guarda alle relazioni tra i vari potentati, ci si accorge che papa Prevost è molto meno impegnato dei suoi predecessori a far finta di essere in polemica con l’establishment di cui fa parte; anzi, non ci prova nemmeno, per cui traspare il suo sfacciato cameratismo verso i potenti; come a ribadire che fanno tutti parte dello stesso club. Dato che i sionisti sono sempre più suscettibili, e si allarmano facilmente anche per le critiche di facciata, Prevost è corso immediatamente ai ripari invitando personalmente alla inaugurazione del suo pontificato il rabbino Noam E. Marans, il direttore degli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee. Qui non c’entrano le relazioni interreligiose: se metti insieme “american” e “jewish”, il senso dell’invito di Prevost è una resa incondizionata al colonialismo sionista, anche se Netanyahu da anni sta maltrattando i prelati cattolici.
La stampa americana era possibilista sulla eventualità dell’elezione di un papa statunitense, ma le probabilità a riguardo erano considerate scarse a causa dell’influenza imperialistica degli USA. Il gioco delle parti prevedeva infatti che si seguisse un cerimoniale dei pesi e contrappesi, per cui i papi dovevano provenire da nazioni minori, in modo da esprimere figure in grado di muoversi sul filo della ambiguità comunicativa, come Bergoglio. Una spiegazione di ciò è che oggi vi è da parte dell’imperialismo americano-sionista una crescente difficoltà nell’esercitare un controllo materiale, e quindi si ripiega ossessivamente sul controllo della narrazione; al punto da non sopportare neppure una finta opposizione. Un’altra spiegazione è che i principali attori non sono gli Stati o i governi, bensì le lobby; in particolare la lobby degli appalti militari, che ha come agenzia di pubbliche relazioni i neocon, e la lobby del riciclaggio di denaro, che ha trovato il suo alibi mitologico nel sionismo. Le due lobby si sono saldate, diventando quasi indistinguibili. Come tutte le lobby, esse si fondano sul movimento di denaro, il quale percepisce come impedimento ogni rituale che possa ritardarne, anche di poco, la velocità di circolazione. Vi è comunque una evidente contraddizione in questa impazienza, dato che le finte opposizioni sono fondamentali proprio per mantenere il controllo della narrazione.
Ringraziamo Cassandre
Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage giuridici o con soluzioni extragiudiziali, in modo da evitare di incorrere nell’ingiunzione paradossale contenuta in una storiella molto popolare fino a qualche decennio fa: “Non pensare agli orsi bianchi”. Magari uno non ci aveva mai pensato in vita sua, ma, una volta che è arrivato questo comando, non si potrà più fare a meno di pensare agli orsi bianchi.
Il DDL contro l’antisemitismo approvato in senato lo scorso 5 marzo incorre esattamente nel paradosso del pubblicizzare proprio le tesi che si vorrebbe proibire, come il negare il diritto all’esistenza di Israele. Questo divieto diventa un modo per mettere la pulce nell’orecchio a tanti che finora avevano pensato che l’ovvia soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse quella dei “due popoli, due Stati”. Ci sono anche altri paradossi innescati da questo divieto. Nel caso che il DDL contro l’antisemitismo venga approvato in via definitiva, chiunque volesse negare il diritto all’esistenza di Israele potrebbe richiamare questa tesi citando proprio la legge che la proibisce. Un altro paradosso è che non si può più negare il diritto di Israele a esistere, ma risulta invece ancora lecito negare il diritto all’esistenza di tutti gli altri Stati, compresi quelli che vietano ai loro cittadini di negare il diritto di Israele ad esistere.
Un’altra delle tesi vietate dal DDL riguarda l’accostamento di Israele alla Germania nazista, per cui Israele sarebbe l’unico paese a cui non si possa applicare la “reductio ad Hitlerum”, senza la quale oggi risulta quasi impossibile parlare. Beninteso, la “reductio ad Hitlerum” può trovare fondamento nel fatto che il potere procede per stratificazioni, per cui nessun regime viene mai completamente superato. Lo stesso nazismo non fu un prodotto originale, bensì ereditò tecniche coloniali britanniche, come i campi di concentramento; ed anche le biopolitiche già applicate negli USA e nei paesi scandinavi nel corso degli anni’ 20, come la sterilizzazione dei malati di mente. In questo senso si può dire che il fascismo ed il nazismo non possono tornare perché non se ne sono mai andati; così come non se ne sono mai del tutto andati neppure il feudalesimo e l’assolutismo. Ciò non toglie che l’accostamento tra Israele e la Germania nazista sia effettivamente fuorviante. La Germania nazista era un paese economicamente e militarmente indipendente; intrattenne molteplici collaborazioni con multinazionali americane, ma furono l’industria tedesca e, soprattutto, il fisco tedesco a reggere lo sforzo bellico ed anche le pratiche di sterminio e genocidio. Israele invece può commettere i suoi crimini solo grazie al contribuente americano, che è quello che da decenni gli garantisce flussi di armamenti e di finanziamenti. Del resto i dati a riguardo sono del tutto pubblici e dichiarati.
In questo senso è persino pleonastico parlare di lobby israeliana, poiché Israele stesso è una lobby, cioè non può fare a meno di diramarsi in altri paesi e condizionarne la politica. Anche in questo caso non c’è nulla di segreto o di riservato. Dal 2024 in Italia abbiamo una nostra versione locale dell’AIPAC statunitense, cioè la ELNET (European Leadership Network), la cui “mission” ufficiale è quella di “allevare” i politici italiani a ritenere indispensabile il rapporto con Israele. In questa opera educativa nei confronti dei nostri parlamentari rientrano i viaggi in Israele ed i soggiorni in hotel di lusso.
Il lobbying è un sistema di corruzione, cioè crimine organizzato, ma si avvale di un livello legale che, oltre alla lobby propriamente detta, si estende alla forma della ONG o della fondazione non profit. Le donazioni ad ELNET sono infatti deducibili dalle tasse, sono quindi equiparate alla beneficenza. Ogni emergenza, come quella del 7 ottobre, ha ovviamente incrementato le donazioni. Il lobbying non è uno strumento neutro che possa essere ugualmente utilizzato per fini diversi. Il lobbying è intrinsecamente bellicista ed emergenzialista, poiché soltanto guerre ed emergenze possono mobilitare denaro velocemente allentando i controlli. Lo Stato come soggetto politico-istituzionale rimane una chimera, perciò esso si riduce a una finzione giuridica che dovrebbe conferire sintesi ad un coacervo di apparati, a loro volta disomogenei e disfunzionali al proprio interno. La lobby invece è un dispositivo automatico direzionato ad un unico scopo, cioè mobilitare denaro; quindi le lobby sono i veri attori in campo.
L’emergenza cronica attira verso Israele sempre più fondi; d’altra parte se da un lato la condizione di continua insicurezza attira fondi, dall’altro lato questa stessa insicurezza non rende conveniente reinvestire tutto in Israele. Accade così che i fondi esteri che vanno verso Israele, tornano all’estero come investimenti israeliani. La Puglia, la Sicilia e la Toscana sono coinvolte in questi investimenti israeliani, che riguardano non solo il settore immobiliare, ma anche l’agricoltura e l’energia fotovoltaica. La disponibilità finanziaria degli investitori israeliani determina un divario di potenza nei confronti della popolazione locale, e quindi oggettivamente un processo di colonizzazione.
Ringraziamo Mario C. “Passatempo”
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