|
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
La questione di chi sia effettivamente al comando tra USA e Israele nell’aggressione americano-sionista all’Iran e al Libano, è basata su un presupposto erroneo, cioè credere ancora che siano i governi o gli Stati a guidare le politiche di un paese. In realtà oggi nell’area euro-americana i veri attori in campo sono le lobby d’affari. Attori non vuol dire decisori, poiché le lobby sono dispositivi automatici e unidirezionali, senza sterzo e retromarcia. Le lobby sono trasversali ai governi e agli Stati, e possono così occupare le organizzazioni sovranazionali come la NATO e la UE. Israele stesso non ha le caratteristiche formali per essere considerato uno Stato, ed esiste soltanto in funzione della proiezione lobbistica esterna. Il caso di ELNET (European Leadership Network) è piuttosto istruttivo, dato che si tratta di una organizzazione “non governativa” che persegue specificamente gli interessi di una entità coloniale, quella israeliana, e ne cura i rapporti tra la NATO e la UE; e si tratta di attività che non solo in base al diritto internazionale, ma alla legalità tout court, dovrebbero essere esclusiva delle diplomazie ufficiali. Nel momento in cui la politica estera dei vari paesi viene privatizzata tramite le ONG e le fondazioni, non esiste più un confine che possa indicare ciò che è corruzione e ciò che non lo è. Insomma, un paradiso per cleptocrati.
A rinforzare questa condizione di extra-legalità, c’è infatti il dettaglio che ONG e fondazioni hanno uno status di non profit, quindi i loro giri di denaro sono esentasse; l’ideale per l’evasione fiscale ed il riciclaggio di denaro; ciò che in inglese si chiama “money laundering”. Per favorire i passaggi in lavatrice, ELNET ha un suo doppio, un’altra fondazione non profit, Friends of ELNET, che convoglia fiumi di soldi verso il suo alter ego. A sua volta Friends of ELNET è il collettore di denaro di altre innumerevoli fondazioni non profit. Una volta che il denaro è stato immesso in questo circuito, è impossibile accertarne la provenienza e la destinazione.
In tale contesto capita di sentire ammettere dai governi di non contare nulla. Pochi giorni fa in parlamento il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è esibito in una sorta di “fintocrazia pride”, cioè ha rivendicato orgogliosamente di essersi regolato esattamente come tutti i governi italiani che lo hanno preceduto rispetto alla questione delle basi militari statunitensi. In realtà il fatto che esistano dei trattati internazionali, segreti o riservati, che regolano l’uso delle basi militari statunitensi, di per sé non implica che dal punto di vista giuridico non ci sia adito per una interpretazione del trattato caso per caso. Invece Crosetto sembrava persino vantarsi in parlamento della propria irrilevanza.
Il problema è che i paesi che vengono invece indicati come esempi di gelosa custodia delle propria sovranità e dei propri interessi, non esprimono performance molto più brillanti di Crosetto o Meloni. Qualche giorno fa il presidente turco Erdogan, insieme con il presidente francese Macron, ha ribadito che il cessate il fuoco debba riguardare anche il Libano, che è da decenni sotto i bombardamenti israeliani; bombardamenti che però negli ultimi giorni hanno raggiunto livelli parossistici, tali da determinare circa un milione di profughi. Le aggressioni israeliane al Libano, con i più vari pretesti, sono cominciate negli anni ’70, ma non si erano mai spinte fino a configurare una pulizia etnica dei libanesi, prospettando loro la scelta tra sfollare o andare incontro al genocidio.
A consentire la pulizia etnica da parte di Israele in Libano, è stata la scomparsa del paese che faceva da contrappeso e da fattore di stabilizzazione nell’area, cioè la Siria degli Assad. L’atteggiamento di Erdogan riguardo alla Siria è sempre stato all’insegna della doppiezza: da un lato il presidente turco ha armato le milizie ribelli di Al Qaeda e Al Nusra (e ha condotto anche lucrosi traffici di contrabbando con loro); dall’altro lato Erdogan ha continuamente intorbidato le acque con finte offerte di dialogo e collaborazione verso Assad.
Una volta caduto Assad e insediato in Siria un governo fantoccio di Ankara, Erdogan è diventato oggettivamente il responsabile dell’equilibrio dell’area; una responsabilità dalla quale si è sistematicamente sottratto, consentendo a Israele di occupare senza ostacoli il sud della Siria fino alle porte di Damasco. Le milizie jihadiste (o pseudo tali) agli ordini di Erdogan non si sono mai difese da Israele, ma hanno costantemente rivolto la propria ostilità verso Hezbollah, che si è trovato tra due fuochi. I media ci avevano raccontato che Israele aveva praticamente stroncato Hezbollah; ora invece scopriamo che Hezbollah è vivo e vegeto. Oggi infatti sono le milizie filo-turche al governo a Damasco a temere di essere prese alle spalle dagli sciiti iracheni.
Il ministro degli Esteri turco ha scoperto improvvisamente che, nonostante tutti i favori elargiti a Israele, anche la Turchia è finita nella lista nera degli obiettivi da eliminare; e non soltanto nella lista nera di Netanyahu, ma dell’intera classe politica israeliana, sia maggioranza che opposizione. A questo punto sorge il sospetto che il velleitarismo imperiale di Erdogan, ed anche il suo compulsivo doppiogiochismo, non siano una strategia, bensì il mero riflesso della confusione mentale di un mitomane.
Il concetto di ateismo è filosoficamente difficile da maneggiare, poiché per negare l’esistenza di qualcosa occorrerebbe preliminarmente definire quel qualcosa. Insomma, per diventare atei bisognerebbe prima essere teologi. Forse non vale la pena di fare tutto questo sforzo, visto che la religione è anzitutto un fenomeno umano; anzi, un po’ troppo umano. L’inattendibilità umana scredita la religione molto di più della inattendibilità divina, perciò è risultato ancor più velleitario voler sostituire la religione trascendente con una religione dell’uomo. Ogni religione è infatti una relazione tra esseri umani, i quali di solito provvedono a smentirsi da soli.
Il 12 dicembre scorso il “Santo Padre” ha concesso una udienza ai “membri del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica”, ovvero i servizi segreti, quelli che oggi si fanno chiamare AISI ed AISE. La notizia è riportata dal Bollettino della Santa Sede.
Il 15 ottobre 2025 si è celebrato il centenario della fondazione del sistema unificato di “intelligence”. Il Servizio Informazioni Militare è stato fondato all’epoca delle cosiddette Leggi fascistissime, e infatti fu largamente coinvolto nella persecuzione degli antifascisti. Il governo ha conferito ampio risalto a questa imbarazzante ricorrenza, e sul sito del governo si trova anche la conferma della notizia dell’udienza papale del 12 dicembre scorso.
Va riconosciuto che il ghost writer che ha scritto il discorso a papa Prevost ha fatto veramente salti mortali per evitare di cadere nel ridicolo, ma forse l’impresa era al di là delle capacità di chiunque. Per quanto nel discorso vi siano qua e là richiami realistici alle “tentazioni” che possono derivare dalla gestione di un enorme potere di ricatto, per di più avvolto dal segreto di Stato, poi ogni cautela del linguaggio papale viene oggettivamente smentita dal contesto celebrativo, che finisce per avallare quel potere eccessivo. Nel corso dell’udienza il papa ha detto anche che in alcuni paesi spesso la Chiesa è “vittima” dei servizi di intelligence; allora tanto più occorreva evitare l’impressione di stare a compiacere un potenziale carnefice. Per quanto possa apparire paradossale, l’evidenza di un condizionamento o di una infiltrazione della gerarchia cattolica da parte di servizi segreti, sarebbe una scoperta dell’acqua calda; ma, al tempo stesso, una catastrofe comunicativa, dato che anche la gran parte dell’opinione pubblica cosiddetta laica sta al gioco delle parti di fingere di credere che la Chiesa cattolica sia una autorità morale dotata di autonomia. Il rituale comporta infatti che pezzi di establishment, come la Chiesa, o anche la magistratura, si pongano di tanto in tanto in posa di contropotere. Questa narrazione dei poteri separati che si fanno da contrappeso a vicenda, ovviamente non è realistica, dato che i ricatti incrociati e i conflitti di interesse riconducono tutto ad un’unica melma; però la narrativa è tale poiché può attingere alla realtà, ma non se ne fa vincolare.
C’è inoltre nel testo letto da Prevost durante l’udienza una serie di richiami al rispetto della dignità umana, ma alla fine le esortazioni morali lasciano il tempo che trovano, mentre il messaggio prevalente è che la Chiesa e i servizi segreti fanno parte del medesimo establishment. Non per niente alla fine del discorso arriva anche il ringraziamento per i tanti servigi che i servizi hanno reso al Vaticano.
I media enfatizzano gli episodici appelli di Prevost alla pace o al diritto internazionale, o il fatto che l’altro giorno abbia stigmatizzato le iperboli scurrili e sanguinarie di Trump. Ma se si guarda alle relazioni tra i vari potentati, ci si accorge che papa Prevost è molto meno impegnato dei suoi predecessori a far finta di essere in polemica con l’establishment di cui fa parte; anzi, non ci prova nemmeno, per cui traspare il suo sfacciato cameratismo verso i potenti; come a ribadire che fanno tutti parte dello stesso club. Dato che i sionisti sono sempre più suscettibili, e si allarmano facilmente anche per le critiche di facciata, Prevost è corso immediatamente ai ripari invitando personalmente alla inaugurazione del suo pontificato il rabbino Noam E. Marans, il direttore degli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee. Qui non c’entrano le relazioni interreligiose: se metti insieme “american” e “jewish”, il senso dell’invito di Prevost è una resa incondizionata al colonialismo sionista, anche se Netanyahu da anni sta maltrattando i prelati cattolici.
La stampa americana era possibilista sulla eventualità dell’elezione di un papa statunitense, ma le probabilità a riguardo erano considerate scarse a causa dell’influenza imperialistica degli USA. Il gioco delle parti prevedeva infatti che si seguisse un cerimoniale dei pesi e contrappesi, per cui i papi dovevano provenire da nazioni minori, in modo da esprimere figure in grado di muoversi sul filo della ambiguità comunicativa, come Bergoglio. Una spiegazione di ciò è che oggi vi è da parte dell’imperialismo americano-sionista una crescente difficoltà nell’esercitare un controllo materiale, e quindi si ripiega ossessivamente sul controllo della narrazione; al punto da non sopportare neppure una finta opposizione. Un’altra spiegazione è che i principali attori non sono gli Stati o i governi, bensì le lobby; in particolare la lobby degli appalti militari, che ha come agenzia di pubbliche relazioni i neocon, e la lobby del riciclaggio di denaro, che ha trovato il suo alibi mitologico nel sionismo. Le due lobby si sono saldate, diventando quasi indistinguibili. Come tutte le lobby, esse si fondano sul movimento di denaro, il quale percepisce come impedimento ogni rituale che possa ritardarne, anche di poco, la velocità di circolazione. Vi è comunque una evidente contraddizione in questa impazienza, dato che le finte opposizioni sono fondamentali proprio per mantenere il controllo della narrazione.
Ringraziamo Cassandre
|