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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Contrariamente a quanto ci si poteva attendere, non vi è stato un eccessivo interesse da parte degli analisti e dell’opinione pubblica per stabilire se l’ultimo presunto attentato a Trump fosse autentico, o una pagliacciata, oppure un’autentica pagliacciata. La domanda più frequente infatti non è stata il classico “cui prodest?”, bensì l’ancor più classico “a chi importa?”. Insomma, la questione della sorte di Trump non appassiona quasi nessuno; semmai sorgono questioni lessicali di non poco conto. In base ai precedenti determinati dalla stessa amministrazione Trump, bisognerebbe capire come catalogare l’eventuale tentativo di eliminare l’attuale presidente. Come attentato, oppure come “attacco di decapitazione”?
Nessun organo internazionale ha pronunciato una formale condanna del sequestro di Maduro e dell’assassinio di Khamenei, e gli USA sono un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; quindi, dati i precedenti, eliminare capi di Stato o di governo non può più essere considerato un atto illegale o terroristico, bensì una normale prassi politica.
D’altra parte ci si potrebbe chiedere se il termine “decapitazione” si possa applicare all’eventuale eliminazione di Trump. Il dubbio è lecito, e non solo perché Trump appare fuori di testa, ma soprattutto a causa della crescente evidenza che Trump non è il “capo”. Gran parte della narrativa mediatica dell’ultimo anno ha presentato come una sorpresa il fatto che Trump parli e agisca come un neoconservatore, e che i neoconservatori come Lindsey Graham siano determinanti nel dettargli le scadenze. In realtà la dipendenza della comunicazione di Trump dagli schemi neocon, era già evidente dall’inizio, come dimostrano anche gli articoli del 2017 dell’economista Thomas Palley. Non era difficile capire che l’antiglobalismo di Trump fosse solo un circo mediatico per catturare il voto degli operai e degli ex operai.
Dalla narrativa neocon Trump ha ripreso soprattutto il rifiuto del senso del limite, quindi il ritenere che i problemi siano dovuti al “troppobuonismo”, all’essersi legati le mani per amore del politicamente corretto. In parole povere, si tratta del solito vittimismo del bullo, per cui ogni aggressione che si commette dovrebbe essere il risarcimento per immaginari torti ricevuti in passato. Un discorso demenziale, ma del tutto funzionale a ciò che i neocon devono fare, cioè lobbying d’affari per gli appalti degli armamenti e per il giro di riciclaggio sui soldi, pubblici e privati, indirizzati verso Israele. La scienza politica ha sempre dato per scontato che gli Stati e i governi siano soggetti politico-istituzionali definibili in base ad un quadro legale-razionale, oppure ideologico. Il lobbying smentisce questo assioma, mostrando come attorno ad un giro d’affari si aggreghi una cordata che ha un funzionamento da dispositivo automatico e unidirezionale. Il lobbying è un’attività predatoria; ma, a differenza di una rapina in banca, non ha bisogno di un piano preventivo e di un numero definito di componenti della banda. L’ecosistema del lobbying è la confusione, la dissoluzione dei ruoli istituzionali, e anche dei confini tra pubblico e privato, e tra legale e illegale. Il lobbying è pervasivo e si riproduce per conformismo e imitazione, perciò non ha neppure bisogno di un pieno livello di consapevolezza, al punto da rappresentare e percepire se stesso come in uno spot pubblicitario. Per capire cosa sia la comunicazione del lobbista, basta ascoltare Lindsey Graham: nessun riferimento a dati di fatto o cronologie degli eventi, soltanto slogan e, come unico richiamo concreto, il meccanismo dei soldi da mettere in moto.
Il guaio però è che si finisce per vivere solo nel proprio spot, e ciò spiega l’insofferenza dei neocon e di Trump verso le organizzazioni internazionali, che sarebbero invece un caposaldo ancora indispensabile per l’imperialismo statunitense. Ad esempio, negli anni ’90 gli USA hanno imposto l’istituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). In nome di una presunta “libertà di commercio”, fino al 2019 il WTO ha funzionato come una struttura di finto arbitrato, fondato sul legare le mani ad alcuni e lasciarle libere ad altri. La leggenda trumpiana è che con le sue “regole” il WTO abbia favorito l’ascesa economica della Cina. Nel 2019 Trump ha bloccato l’attività di presunto arbitrato del WTO, oltre a violarne le regole imponendo dazi. In questi sette anni però la Cina ha continuato a crescere sul piano industriale, e gli USA a regredire. Il WTO quindi non c’entra, e la deindustrializzazione statunitense è dovuta ai privilegi fiscali e finanziari delle corporation.
In questi anni purtroppo si è creata una contro-narrativa di “opposizione” che interpreta la schizofrenia statunitense come la reazione (scomposta o particolarmente astuta, a seconda delle valutazioni) ad una presunta “sfida multipolare” da parte dei cosiddetti BRICS. Se si esce dal fumo della suggestione e si guarda all’effettivo comportamento dei singoli paesi che compongono i BRICS, ci si accorge che la realtà è l’esatto opposto; che non c’è mai stata alcuna sfida multipolare, e che i paesi BRICS collaborano tra loro il meno possibile, in funzione di mera sopravvivenza al comportamento dissociato e aggressivo degli USA. App moderne per favorire i pagamenti internazionali erano già tecnicamente disponibili da prima del 2019; ma c’è voluto il furore sanzionatorio e predatorio degli USA nell’ultimo quinquennio perché ci si decidesse a varare un sistema internazionale BRICS Pay.
Nell’attuale sistema di potere i governi non detengono alcuna funzione direttiva o progettuale nei confronti della società, ma svolgono il ruolo di meri organi di smistamento di denaro pubblico nei confronti delle lobby d’affari, diventate i soli veri player sul campo. I rituali della fintocrazia prevedono comunque che ciascun governo spacci sempre la stessa merce con delle diverse etichette ideologiche fittizie, riconducibili alla pantomima tra destra e sinistra.
Quando si tratta di Scuola, il ministro- spacciatore di turno ha a disposizione un enorme repertorio di slogan e di riferimenti fasulli per gettare fumo negli occhi. Nel 2009 la ministra Gelmini spacciò la “riforma” scolastica intitolata abusivamente a suo nome, dichiarando che con essa si chiudeva una volta per tutte con il ’68; uno spauracchio che allora era ancora una delle “bestie nere” preferite dalla propaganda dei governi addetti ad attingere all’elettorato più retrivo ed a prenderlo per i fondelli. Oggi siamo in epoca di trumpismo, quindi il babau ufficiale contro il quale il governo “de destra” deve fingere di indirizzare gli strali è, ovviamente, il politicamente corretto. L’improbabile figuro che oggi si fa passare abusivamente per ministro dell’Istruzione, è Giuseppe Valditara; il quale ci assicura che avrà effetti mirabolanti il ridenominare come formazione scuola-lavoro (FSL) quella che prima si chiamava alternanza Scuola-lavoro, e poi successivamente evocata con il politicorretto, quanto criptico, acronimo PCTO. In realtà cambia poco, anzi nulla; infatti si tratta sempre di distribuire denaro pubblico alle imprese private, con il pretesto della preparazione dei giovani al lavoro. Imprese “private”, che però prendono soldi pubblici; quindi non è imprenditoria, ma “prenditoria”.
Quelle che da alcuni decenni vengono spacciate per riforme della Scuola, sono in effetti pura destabilizzazione, poiché non tengono minimamente conto della complessità di un apparato che coinvolge milioni di persone. Il grado di improvvisazione e di cialtroneria con cui viene affrontato ogni aspetto che riguarda l’istruzione, è evidente anche quando ci si riferisce ai modelli passati, per cui si parla della riforma di Giovanni Gentile come se questi avesse creato un sistema da zero. Gli attuali ministri dell’Istruzione (o sedicenti tali) lanciano provvedimenti velleitari e destabilizzanti mascherando ogni problema con l’imbonimento. La continuità sostanziale tra l’imbonitore/destabilizzatore Valditara e gli imbonitori/destabilizzatori che lo hanno preceduto, sta anche nell’idea fissa di sabotare l’istruzione tecnica; ciò in base alla solita narrativa di elevare l’istruzione tecnica, e persino l’istruzione professionale, all’Olimpo di un fantomatico liceo quadriennale, invece che quinquennale come adesso. La narrativa fa acqua, dato che l’istruzione tecnica era un sistema costruito nei decenni dall’epoca di Francesco Crispi e, fino a una ventina di anni fa, era considerata anch’essa una Scuola di élite, che sfornava ragionieri, geometri e periti industriali o agrari; gente che poteva accedere ad un albo professionale e stilare perizie valide nei tribunali. Il vero obiettivo di queste riforme è infatti di ricondurre tutta l’istruzione superiore al grande calderone della “High School” all’americana; quella che costringe gli studenti a pagare di tasca propria, o a indebitarsi, per accedere ad una istruzione minimamente qualificante.
Il primo tentativo esplicito di azzerare il più che secolare edificio dell’istruzione tecnica in Italia, fu compiuto all’epoca della Gelmini, ma il percorso era già stato avviato in modo subdolo e surrettizio dal ministro “de sinistra” Luigi Berlinguer, con la sua riforma del 2000, che istituiva la laurea triennale, o laurea breve; per cui la stessa istruzione che una volta poteva essere fornita da un liceo, o da un istituto tecnico, o da un magistrale, veniva delegata all’Università, ovviamente con costi almeno decuplicati per accedervi.
L’altra polpettona avvelenata della riforma Berlinguer era l’autonomia scolastica; un eufemismo accattivante per veicolare un altro eufemismo, cioè l’aziendalizzazione della Scuola. Il sottostante di questo mare di retorica libertaria o efficientistica, è sempre quello: delegittimare l’istruzione pubblica con il pretesto di aderire al territorio ed alle esigenze del mercato del lavoro; ma se così fosse non si cercherebbe di sabotare l’istruzione tecnica, che è stata storicamente decisiva per creare i quadri delle industrie. Col pretesto del “mercato” si è invece trasformata la scuola in un veicolo per distribuire soldi pubblici alle imprese del territorio; tutte chiamate a partecipare alla spartizione del bottino della formazione. Il problema è che il lobbying d’affari si attesta sul binomio rubare-mistificare, ma trova difficoltà ad organizzare razionalmente e ordinatamente i suoi furti; di qui la coazione a ripetere sempre le stesse riforme, ma scritte così male da risultare spesso inapplicabili.
Le cleptocrazie sono sempre esistite, ma nell’ultimo mezzo secolo si sono dotate di un apparato di pubbliche relazioni e di un sistema di organizzazioni sovranazionali che sono a tutti gli effetti loro agenzie di lobbying. Il saccheggio del denaro pubblico da parte delle lobby d’affari ha trovato il suo maggiore addetto alle pubbliche relazioni in Milton Friedman; colui che già dagli anni ’70 aveva fornito alibi e slogan affinché la Scuola potesse diventare una gallina dalle uova d’oro a disposizione della cleptocrazia. Si trattava semplicemente di ammantare il furto del denaro pubblico con la retorica efficientistica e con la parola magica: “mercato”. Anche molti oppositori finiscono per subire la suggestione, e chiamano con lo pseudonimo mitizzante di “neoliberismo” ciò che è prosaicamente cleptocrazia.
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