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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
LA GUERRA SANTA TRA IL PARADISO ISLAMICO E IL PARADISO FISCALE
Il buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani, rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità. Ovviamente non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato. Il punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato. Era inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano, come invece era accaduto nel giugno scorso. Si deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci aveva spedito anche la famiglia. Il ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua questione privata. Se Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri cercarle. Crosetto è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della Difesa, Leonardo SpA, che è presente in tutte le edizioni di quella grande vetrina delle armi che è l’Airshow che si svolge a Dubai. In base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal novembre dello scorso anno Leonardo SpA sta allestendo un insediamento industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali. Nulla di strano perciò che il ministro della Difesa Crosetto fosse a Dubai in veste informale per fornire i suoi buoni uffici per la conclusione del mega-affare. Se bisognava poi fornire una copertura al carattere ufficioso e riservato della missione d’affari di Crosetto, non appare tanto strana neppure la presenza della sua famiglia, a conferire l’apparenza di una vacanza.
Chi pensasse che Crosetto stesse a Dubai a gestire il flusso dei soldi, sarebbe fuori strada. In realtà è il flusso di soldi a gestire Crosetto. Se si sta in quel giro, non ci si può tirare indietro. In tutta la vicenda di questa assurda guerra, l’unico elemento costante è il flusso dei soldi. Uno dei maggiori donatori alle campagne elettorali di Donald Trump è Miriam Adelson. Questa signora è un interessante ibrido mitologico, poiché combina le caratteristiche di “imprenditore del gioco d’azzardo” (cioè proprietaria di casinò) e di “filantropo”, in quanto gestisce un giro di donazioni per organizzazioni non profit di “beneficenza” a favore degli insediamenti di coloni israeliani in Cisgiordania. Pare che il missilino iraniano che sabato scorso ha beccato nove coloni israeliani, abbia bruscamente interrotto proprio una riunione di beneficenza; il che confermerebbe ciò che dice Trump sulla malvagità del regime iraniano. Ora, cosa hanno in comune il gioco d’azzardo e la beneficenza? Hanno in comune il fatto di essere strumenti privilegiati di riciclaggio di denaro, in quanto consentono entrambi di spostare grosse somme di denaro senza la pezza d’appoggio della fornitura di una merce o di un servizio a giustificare la transazione. Rispetto al gioco d’azzardo, la beneficenza ha più virtù, infatti si avvantaggia dell’immunità fiscale.
A conferma del fatto che Miriam Adelson non rappresenta un esempio isolato ma, al contrario, è l’esponente di uno schema ricorrente e consolidato, c’è il caso di un altro proprietario di casinò e filantropo, Irving Moskowitz, anche lui benefattore e donatore degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Il quotidiano “Times of Israel” ha celebrato con toni accorati e nostalgici la memoria dell’illustre biscazziere/benefattore prematuramente scomparso a soli ottantotto anni. Impressionante come siano commoventi i soldi.
Alcune organizzazioni palestinesi hanno obiettato che questo palese e sfacciato giro di evasione fiscale e di riciclaggio di denaro va a finanziare l’apartheid e il genocidio in Cisgiordania, perciò non potrebbe essere considerato beneficenza. Ma è una questione di punti di vista.
Mentre gli sciiti retrogradi e oscurantisti aspirano al paradiso islamico, i sionisti si fabbricano il loro paradiso fiscale, costituito dalle non profit. In questi giorni una pattuglia di iraniani di mestiere fa la spola tra le città italiane per pregare di bombardare l’Iran in nome della libertà. Insomma, le bombe dovrebbero cadere lì, ma intanto questi “iraniani” se ne starebbero al sicuro qui; solo i nostri media non notano la stranezza della cosa. Ovviamente per la gran parte degli iraniani la vera minaccia è esistenziale, poiché non si tratta della fine del regime clepto-clericale, bensì di quello che è il vero obiettivo israeliano, cioè la balcanizzazione, la dissoluzione dell’Iran in tante entità tribali in perenne conflitto tra loro; insomma, un'altra Siria, un'altra Libia. Ma per Israele preservare il flusso di denaro è altrettanto esistenziale. Qui infatti non si tratta di scelte da ponderare caso per caso in base al grado di consapevolezza e alla volontà: se stai nel giro del denaro, per te la pace rappresenta una minaccia esistenziale, perchè soltanto se la sopravvivenza di Israele è continuamente messa in pericolo da Israele stesso, si riesce a mobilitare una tale quantità di soldi. La narrativa occidentalista ci fa credere che la minaccia alla pace provenga dal mitico dittatore pazzo, e forse invece il problema è il donatore pazzo. Infatti le ONG non profit che veicolano soldi verso Israele, proliferano come metastasi. Sono centinaia e centinaia; e non si riesce nemmeno ad aggiornare il loro numero poiché se ne aggiungono sempre di nuove.
Ha suscitato imbarazzo il fatto che all’ultima conferenza per la sicurezza di Monaco il segretario di Stato USA, Marco Rubio, abbia riciclato il concetto di colonialismo indicandolo come valore da recuperare. A parte le ovvie considerazioni sull’inconsistenza di Rubio (un personaggio degno di nota solo per essere cognato di un narcotrafficante), va anche detto che, al di là delle ipocrisie ufficiali, il colonialismo non è mai tramontato. Sono state in parte superate le forme dirette di colonialismo, però con la rilevantissima eccezione della colonia sionista in Medio Oriente. Il colonialismo di stampo ottocentesco è stato in gran parte superato non per eccesso di bontà da parte occidentale, come vorrebbe far credere Rubio, bensì a causa del costo eccessivo che comporta l’occupazione dei territori.
Lo stesso concetto di “Occidente” non è altro che un eufemismo che sta ad indicare il suprematismo e il colonialismo delle tribù bianche su quelle di colore. C’è una tendenza a “sinistra” a immaginarsi un occidentalismo scevro da implicazioni razziste e colonialiste, ma purtroppo non si può maneggiare il concetto di Occidente senza prendersi tutto il pacchetto. Si è avuto un ulteriore riscontro di questa concezione suprematista e tribale nel 2011, quando Rossana Rossanda ci informò che, non potendo essere considerato nostro amico, Gheddafi andava eliminato. Insomma, o con noi o contro di noi. Certo, la Rossanda si premurò di precisare che sarebbe stato preferibile eliminare Gheddafi senza un intervento militare, ma alla fine bisogna accontentarsi di quello che passa il convento. I mentecatti come Trump e Rubio dicono le scurrilità già dall’incipit del loro discorso, e quindi si fanno sgamare subito; mentre con gli intellettuali di “sinistra”, come Rossanda e Flores d’Arcais, occorre aspettare qualche frase, ma alla fine l’esito è sempre quello.
Il cosiddetto diritto internazionale e le istituzioni sovranazionali sono considerati un patrimonio della civiltà occidentale, e infatti si sta parlando di strumenti del colonialismo o dell’autocolonialismo. Giorgia Meloni è stata giustamente sbertucciata per aver riconfermato l’aurea regola per la quale la missione segreta di ogni sovranista è la propria sottomissione. Ma, per quanto sia ripugnante che la Meloni vada a strisciare ogni volta alla corte dell’inquilino di turno alla Casa Bianca, neanche si può seriamente invocare l’articolo 11 della Costituzione (secondo il quale ogni cessione di sovranità andrebbe fatta in condizioni paritarie con gli altri paesi), come argomento per sostenere che non si può partecipare al Board of Peace di Trump.
A parte il fatto che con un ministro degli Esteri come Tajani non puoi mica pretendere di partecipare al Congresso di Vienna, il vero problema è che il concetto di sovranità risulta farlocco e funzionale ad operazioni surrettizie di autocolonialismo. Si parla di sovranità soltanto in funzione della sua cessione senza condizioni; infatti le cessioni di sovranità da parte dell’Italia in relazioni non paritarie sono già state fatte. L’ONU non è un’organizzazione paritaria, in quanto vi sono cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, i soli cinque dotati del diritto di veto: USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito; cioè i paesi vincitori della seconda guerra mondiale. Kaja Kallas non sapeva che la Cina è tra i paesi vincitori della seconda guerra mondiale e per questo è membro permanente del Consiglio di Sicurezza, ma va scusata perché proprio quel giorno che se ne parlava ha fatto assenza alla lezione di educazione civica. Si dirà che l’ONU conta molto relativamente. Sì, ma l’ONU serve a dare legittimità e vernice giuridica ad agenzie coloniali molto più potenti, come il Fondo Monetario Internazionale, che è appunto un’agenzia specializzata e autonoma dell’ONU, ma con sede a Washington e non a New York. Il FMI è creditore di centinaia di paesi e controlla l’economia dell’Africa e dell’America Latina; e persino dell’Europa, e infatti è parte (insieme con la Commissione europea e la BCE) della famigerata Troika che può commissariare per debiti tutti i paesi dell’UE. Mentre all’ONU ci sono cinque paesi con diritto di veto, nel FMI ce n’è uno solo con questa prerogativa; ovviamente si tratta degli USA, che, detenendo per statuto una quota di partecipazione superiore al 15%, possono bloccare ogni decisione sgradita, dato che per passare richiederebbe più dell’85%. La continua invocazione dell’articolo 11 ricorda quindi la chiusura della stalla quando i buoi non ci sono mai stati.
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