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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Nell’attuale sistema di potere i governi non detengono alcuna funzione direttiva o progettuale nei confronti della società, ma svolgono il ruolo di meri organi di smistamento di denaro pubblico nei confronti delle lobby d’affari, diventate i soli veri player sul campo. I rituali della fintocrazia prevedono comunque che ciascun governo spacci sempre la stessa merce con delle diverse etichette ideologiche fittizie, riconducibili alla pantomima tra destra e sinistra.
Quando si tratta di Scuola, il ministro- spacciatore di turno ha a disposizione un enorme repertorio di slogan e di riferimenti fasulli per gettare fumo negli occhi. Nel 2009 la ministra Gelmini spacciò la “riforma” scolastica intitolata abusivamente a suo nome, dichiarando che con essa si chiudeva una volta per tutte con il ’68; uno spauracchio che allora era ancora una delle “bestie nere” preferite dalla propaganda dei governi addetti ad attingere all’elettorato più retrivo ed a prenderlo per i fondelli. Oggi siamo in epoca di trumpismo, quindi il babau ufficiale contro il quale il governo “de destra” deve fingere di indirizzare gli strali è, ovviamente, il politicamente corretto. L’improbabile figuro che oggi si fa passare abusivamente per ministro dell’Istruzione, è Giuseppe Valditara; il quale ci assicura che avrà effetti mirabolanti il ridenominare come formazione scuola-lavoro (FSL) quella che prima si chiamava alternanza Scuola-lavoro, e poi successivamente evocata con il politicorretto, quanto criptico, acronimo PCTO. In realtà cambia poco, anzi nulla; infatti si tratta sempre di distribuire denaro pubblico alle imprese private, con il pretesto della preparazione dei giovani al lavoro. Imprese “private”, che però prendono soldi pubblici; quindi non è imprenditoria, ma “prenditoria”.
Quelle che da alcuni decenni vengono spacciate per riforme della Scuola, sono in effetti pura destabilizzazione, poiché non tengono minimamente conto della complessità di un apparato che coinvolge milioni di persone. Il grado di improvvisazione e di cialtroneria con cui viene affrontato ogni aspetto che riguarda l’istruzione, è evidente anche quando ci si riferisce ai modelli passati, per cui si parla della riforma di Giovanni Gentile come se questi avesse creato un sistema da zero. Gli attuali ministri dell’Istruzione (o sedicenti tali) lanciano provvedimenti velleitari e destabilizzanti mascherando ogni problema con l’imbonimento. La continuità sostanziale tra l’imbonitore/destabilizzatore Valditara e gli imbonitori/destabilizzatori che lo hanno preceduto, sta anche nell’idea fissa di sabotare l’istruzione tecnica; ciò in base alla solita narrativa di elevare l’istruzione tecnica, e persino l’istruzione professionale, all’Olimpo di un fantomatico liceo quadriennale, invece che quinquennale come adesso. La narrativa fa acqua, dato che l’istruzione tecnica era un sistema costruito nei decenni dall’epoca di Francesco Crispi e, fino a una ventina di anni fa, era considerata anch’essa una Scuola di élite, che sfornava ragionieri, geometri e periti industriali o agrari; gente che poteva accedere ad un albo professionale e stilare perizie valide nei tribunali. Il vero obiettivo di queste riforme è infatti di ricondurre tutta l’istruzione superiore al grande calderone della “High School” all’americana; quella che costringe gli studenti a pagare di tasca propria, o a indebitarsi, per accedere ad una istruzione minimamente qualificante.
Il primo tentativo esplicito di azzerare il più che secolare edificio dell’istruzione tecnica in Italia, fu compiuto all’epoca della Gelmini, ma il percorso era già stato avviato in modo subdolo e surrettizio dal ministro “de sinistra” Luigi Berlinguer, con la sua riforma del 2000, che istituiva la laurea triennale, o laurea breve; per cui la stessa istruzione che una volta poteva essere fornita da un liceo, o da un istituto tecnico, o da un magistrale, veniva delegata all’Università, ovviamente con costi almeno decuplicati per accedervi.
L’altra polpettona avvelenata della riforma Berlinguer era l’autonomia scolastica; un eufemismo accattivante per veicolare un altro eufemismo, cioè l’aziendalizzazione della Scuola. Il sottostante di questo mare di retorica libertaria o efficientistica, è sempre quello: delegittimare l’istruzione pubblica con il pretesto di aderire al territorio ed alle esigenze del mercato del lavoro; ma se così fosse non si cercherebbe di sabotare l’istruzione tecnica, che è stata storicamente decisiva per creare i quadri delle industrie. Col pretesto del “mercato” si è invece trasformata la scuola in un veicolo per distribuire soldi pubblici alle imprese del territorio; tutte chiamate a partecipare alla spartizione del bottino della formazione. Il problema è che il lobbying d’affari si attesta sul binomio rubare-mistificare, ma trova difficoltà ad organizzare razionalmente e ordinatamente i suoi furti; di qui la coazione a ripetere sempre le stesse riforme, ma scritte così male da risultare spesso inapplicabili.
Le cleptocrazie sono sempre esistite, ma nell’ultimo mezzo secolo si sono dotate di un apparato di pubbliche relazioni e di un sistema di organizzazioni sovranazionali che sono a tutti gli effetti loro agenzie di lobbying. Il saccheggio del denaro pubblico da parte delle lobby d’affari ha trovato il suo maggiore addetto alle pubbliche relazioni in Milton Friedman; colui che già dagli anni ’70 aveva fornito alibi e slogan affinché la Scuola potesse diventare una gallina dalle uova d’oro a disposizione della cleptocrazia. Si trattava semplicemente di ammantare il furto del denaro pubblico con la retorica efficientistica e con la parola magica: “mercato”. Anche molti oppositori finiscono per subire la suggestione, e chiamano con lo pseudonimo mitizzante di “neoliberismo” ciò che è prosaicamente cleptocrazia.
Ci si domanda da più parti se Trump sia davvero stupido o pazzo, oppure se dietro le sue esternazioni vi sia una strategia. Nel suo miglior film, Groucho Marx pronunciò la sua più famosa battuta: “Parla come un idiota e ha la faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota”. Insomma, non sempre l’apparenza inganna. Il percorso da seguire non è quello psicologico o psichiatrico; bensì, ancora una volta, il sentiero dei soldi; cioè capire se le condizioni strutturali del finanziamento elettorale consentano che negli USA vi sia effettivamente una direzione politica, qualcosa di simile a una strategia.
Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema ha riconfermato la giurisprudenza che si era già consolidata nel corso degli anni. Le sentenze della Corte hanno equiparato le donazioni elettorali da parte delle società e dei privati alla libertà di espressione, sancita dal Primo Emendamento, quello che impedisce al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola o di stampa. Quindi, secondo i giudici della Corte Suprema, corrompere i politici non è soltanto legale, ma deve essere considerato un diritto costituzionale. Una giurisprudenza del genere ovviamente è un ossimoro, in quanto pone una ovvia obiezione: e se anche una tale sentenza fosse l’effetto di “donazioni”, ovvero comprata? D’altra parte i giudici della Corte Suprema potrebbero rispondere che, secondo la loro lettura della Costituzione, convincerti e comprarti sono la stessa cosa.
In base ad una ermeneutica della Costituzione in chiave cleptocratica, la giurisprudenza della Corte Suprema estende anche alle società a fini di lucro tutti i diritti della persona, compreso il diritto all’obiezione per motivi religiosi. Il Quattordicesimo Emendamento fu approvato dopo la guerra civile per impedire la schiavitù; ma anche quell’emendamento è stato utilizzato per ritenere incostituzionale qualsiasi norma che potesse limitare i movimenti delle corporation. La retorica liberista o neoliberista potrà giustificare tutto ciò in base alla mitologia del mercato, per cui le corporation sarebbero le depositarie della facoltà di creare ricchezza; e, di conseguenza, ogni limitazione impoverirebbe la società nel suo complesso. Ovviamente sono tutte fesserie, affermazioni arbitrarie che non hanno alcuna corrispondenza con i fatti.
Nel momento in cui le corporation non trovano alcuna limitazione, per loro la via più breve e più semplice per arrivare alla ricchezza non sarà crearla, bensì prenderla, quindi saccheggiare il denaro pubblico. Come è noto, la maggior parte delle corporation, da Google ad Amazon, da Microsoft a SpaceX, dipende in grande quota dagli appalti pubblici; ma in questo caso vige ancora la finzione di uno scambio tra il cosiddetto privato e la pubblica amministrazione. Dove invece il meccanismo si rileva nella sua oscena crudezza, è nel caso dei sussidi alle imprese. Si sta parlando di ciò che negli Stati Uniti viene chiamato “corporate welfare”, cioè assistenza sociale per benestanti, o assistenzialismo per ricchi. La gran parte del denaro pubblico che scorre verso i privati, non ha un solido sottostante che possa giustificarlo, ma è basata su generici auspici: ti do i soldi in modo che tu (chissà, forse) faccia questo o quello. A questo punto non è nemmeno più credibile la distinzione tra pubblico e privato, e neppure tra uno Stato e l’altro, cioè si sono create delle lobby sovranazionali e trasversali tra amministrazioni federali, o statali, e le multinazionali. Sono ovviamente lobby finalizzate al saccheggio del denaro pubblico, anche se hanno i loro addetti alle pubbliche relazioni come i Neocon, grandi produttori di fiabe imperialistiche. L’assoluta incapacità di elaborare una strategia che vada oltre il semplice saccheggio del denaro pubblico, non riguarda perciò soltanto i politici, parlamentari o presidenti che siano; ma anche e soprattutto gli apparati, il cosiddetto “Deep State”, oppure, più banalmente, burocrazia. Il welfare per ricchi implica anche che ci siano sempre meno tasse per i ricchi, perciò il termine “contribuente” perde la sua connotazione interclassista e si identifica con le classi subalterne.
Con varie argomentazioni è stato sostenuto che Trump non è pazzo, ma indebitato. I debiti possono fare effettivamente impazzire; gli USA hanno un debito al 98% del PIL; ma, grazie agli ultimi sgravi fiscali ai ricchi e all’aumento delle spese militari decisi dall’amministrazione Trump, il debito pubblico è stimato in crescita almeno al 117% nei prossimi anni. Insomma, si è ormai perduta la possibilità di ripagare gli interessi sul debito con le normali entrate fiscali, per cui l’unica prospettiva è ripagare gli interessi sul debito facendo altri debiti. Ma il punto è che il sistema cleptocratico dominato dai “donors” è basato specificamente sulla espansione del debito pubblico e sul saccheggio del denaro pubblico, quindi risulta intrinsecamente non razionale; e, in definitiva, può esprimere solo clown come Trump.
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