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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Ci si domanda da più parti se Trump sia davvero stupido o pazzo, oppure se dietro le sue esternazioni vi sia una strategia. Nel suo miglior film, Groucho Marx pronunciò la sua più famosa battuta: “Parla come un idiota e ha la faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota”. Insomma, non sempre l’apparenza inganna. Il percorso da seguire non è quello psicologico o psichiatrico; bensì, ancora una volta, il sentiero dei soldi; cioè capire se le condizioni strutturali del finanziamento elettorale consentano che negli USA vi sia effettivamente una direzione politica, qualcosa di simile a una strategia.
Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema ha riconfermato la giurisprudenza che si era già consolidata nel corso degli anni. Le sentenze della Corte hanno equiparato le donazioni elettorali da parte delle società e dei privati alla libertà di espressione, sancita dal Primo Emendamento, quello che impedisce al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola o di stampa. Quindi, secondo i giudici della Corte Suprema, corrompere i politici non è soltanto legale, ma deve essere considerato un diritto costituzionale. Una giurisprudenza del genere ovviamente è un ossimoro, in quanto pone una ovvia obiezione: e se anche una tale sentenza fosse l’effetto di “donazioni”, ovvero comprata? D’altra parte i giudici della Corte Suprema potrebbero rispondere che, secondo la loro lettura della Costituzione, convincerti e comprarti sono la stessa cosa.
In base ad una ermeneutica della Costituzione in chiave cleptocratica, la giurisprudenza della Corte Suprema estende anche alle società a fini di lucro tutti i diritti della persona, compreso il diritto all’obiezione per motivi religiosi. Il Quattordicesimo Emendamento fu approvato dopo la guerra civile per impedire la schiavitù; ma anche quell’emendamento è stato utilizzato per ritenere incostituzionale qualsiasi norma che potesse limitare i movimenti delle corporation. La retorica liberista o neoliberista potrà giustificare tutto ciò in base alla mitologia del mercato, per cui le corporation sarebbero le depositarie della facoltà di creare ricchezza; e, di conseguenza, ogni limitazione impoverirebbe la società nel suo complesso. Ovviamente sono tutte fesserie, affermazioni arbitrarie che non hanno alcuna corrispondenza con i fatti.
Nel momento in cui le corporation non trovano alcuna limitazione, per loro la via più breve e più semplice per arrivare alla ricchezza non sarà crearla, bensì prenderla, quindi saccheggiare il denaro pubblico. Come è noto, la maggior parte delle corporation, da Google ad Amazon, da Microsoft a SpaceX, dipende in grande quota dagli appalti pubblici; ma in questo caso vige ancora la finzione di uno scambio tra il cosiddetto privato e la pubblica amministrazione. Dove invece il meccanismo si rileva nella sua oscena crudezza, è nel caso dei sussidi alle imprese. Si sta parlando di ciò che negli Stati Uniti viene chiamato “corporate welfare”, cioè assistenza sociale per benestanti, o assistenzialismo per ricchi. La gran parte del denaro pubblico che scorre verso i privati, non ha un solido sottostante che possa giustificarlo, ma è basata su generici auspici: ti do i soldi in modo che tu (chissà, forse) faccia questo o quello. A questo punto non è nemmeno più credibile la distinzione tra pubblico e privato, e neppure tra uno Stato e l’altro, cioè si sono create delle lobby sovranazionali e trasversali tra amministrazioni federali, o statali, e le multinazionali. Sono ovviamente lobby finalizzate al saccheggio del denaro pubblico, anche se hanno i loro addetti alle pubbliche relazioni come i Neocon, grandi produttori di fiabe imperialistiche. L’assoluta incapacità di elaborare una strategia che vada oltre il semplice saccheggio del denaro pubblico, non riguarda perciò soltanto i politici, parlamentari o presidenti che siano; ma anche e soprattutto gli apparati, il cosiddetto “Deep State”, oppure, più banalmente, burocrazia. Il welfare per ricchi implica anche che ci siano sempre meno tasse per i ricchi, perciò il termine “contribuente” perde la sua connotazione interclassista e si identifica con le classi subalterne.
Con varie argomentazioni è stato sostenuto che Trump non è pazzo, ma indebitato. I debiti possono fare effettivamente impazzire; gli USA hanno un debito al 98% del PIL; ma, grazie agli ultimi sgravi fiscali ai ricchi e all’aumento delle spese militari decisi dall’amministrazione Trump, il debito pubblico è stimato in crescita almeno al 117% nei prossimi anni. Insomma, si è ormai perduta la possibilità di ripagare gli interessi sul debito con le normali entrate fiscali, per cui l’unica prospettiva è ripagare gli interessi sul debito facendo altri debiti. Ma il punto è che il sistema cleptocratico dominato dai “donors” è basato specificamente sulla espansione del debito pubblico e sul saccheggio del denaro pubblico, quindi risulta intrinsecamente non razionale; e, in definitiva, può esprimere solo clown come Trump.
La questione di chi sia effettivamente al comando tra USA e Israele nell’aggressione americano-sionista all’Iran e al Libano, è basata su un presupposto erroneo, cioè credere ancora che siano i governi o gli Stati a guidare le politiche di un paese. In realtà oggi nell’area euro-americana i veri attori in campo sono le lobby d’affari. Attori non vuol dire decisori, poiché le lobby sono dispositivi automatici e unidirezionali, senza sterzo e retromarcia. Le lobby sono trasversali ai governi e agli Stati, e possono così occupare le organizzazioni sovranazionali come la NATO e la UE. Israele stesso non ha le caratteristiche formali per essere considerato uno Stato, ed esiste soltanto in funzione della proiezione lobbistica esterna. Il caso di ELNET (European Leadership Network) è piuttosto istruttivo, dato che si tratta di una organizzazione “non governativa” che persegue specificamente gli interessi di una entità coloniale, quella israeliana, e ne cura i rapporti tra la NATO e la UE; e si tratta di attività che non solo in base al diritto internazionale, ma alla legalità tout court, dovrebbero essere esclusiva delle diplomazie ufficiali. Nel momento in cui la politica estera dei vari paesi viene privatizzata tramite le ONG e le fondazioni, non esiste più un confine che possa indicare ciò che è corruzione e ciò che non lo è. Insomma, un paradiso per cleptocrati.
A rinforzare questa condizione di extra-legalità, c’è infatti il dettaglio che ONG e fondazioni hanno uno status di non profit, quindi i loro giri di denaro sono esentasse; l’ideale per l’evasione fiscale ed il riciclaggio di denaro; ciò che in inglese si chiama “money laundering”. Per favorire i passaggi in lavatrice, ELNET ha un suo doppio, un’altra fondazione non profit, Friends of ELNET, che convoglia fiumi di soldi verso il suo alter ego. A sua volta Friends of ELNET è il collettore di denaro di altre innumerevoli fondazioni non profit. Una volta che il denaro è stato immesso in questo circuito, è impossibile accertarne la provenienza e la destinazione.
In tale contesto capita di sentire ammettere dai governi di non contare nulla. Pochi giorni fa in parlamento il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è esibito in una sorta di “fintocrazia pride”, cioè ha rivendicato orgogliosamente di essersi regolato esattamente come tutti i governi italiani che lo hanno preceduto rispetto alla questione delle basi militari statunitensi. In realtà il fatto che esistano dei trattati internazionali, segreti o riservati, che regolano l’uso delle basi militari statunitensi, di per sé non implica che dal punto di vista giuridico non ci sia adito per una interpretazione del trattato caso per caso. Invece Crosetto sembrava persino vantarsi in parlamento della propria irrilevanza.
Il problema è che i paesi che vengono invece indicati come esempi di gelosa custodia delle propria sovranità e dei propri interessi, non esprimono performance molto più brillanti di Crosetto o Meloni. Qualche giorno fa il presidente turco Erdogan, insieme con il presidente francese Macron, ha ribadito che il cessate il fuoco debba riguardare anche il Libano, che è da decenni sotto i bombardamenti israeliani; bombardamenti che però negli ultimi giorni hanno raggiunto livelli parossistici, tali da determinare circa un milione di profughi. Le aggressioni israeliane al Libano, con i più vari pretesti, sono cominciate negli anni ’70, ma non si erano mai spinte fino a configurare una pulizia etnica dei libanesi, prospettando loro la scelta tra sfollare o andare incontro al genocidio.
A consentire la pulizia etnica da parte di Israele in Libano, è stata la scomparsa del paese che faceva da contrappeso e da fattore di stabilizzazione nell’area, cioè la Siria degli Assad. L’atteggiamento di Erdogan riguardo alla Siria è sempre stato all’insegna della doppiezza: da un lato il presidente turco ha armato le milizie ribelli di Al Qaeda e Al Nusra (e ha condotto anche lucrosi traffici di contrabbando con loro); dall’altro lato Erdogan ha continuamente intorbidato le acque con finte offerte di dialogo e collaborazione verso Assad.
Una volta caduto Assad e insediato in Siria un governo fantoccio di Ankara, Erdogan è diventato oggettivamente il responsabile dell’equilibrio dell’area; una responsabilità dalla quale si è sistematicamente sottratto, consentendo a Israele di occupare senza ostacoli il sud della Siria fino alle porte di Damasco. Le milizie jihadiste (o pseudo tali) agli ordini di Erdogan non si sono mai difese da Israele, ma hanno costantemente rivolto la propria ostilità verso Hezbollah, che si è trovato tra due fuochi. I media ci avevano raccontato che Israele aveva praticamente stroncato Hezbollah; ora invece scopriamo che Hezbollah è vivo e vegeto. Oggi infatti sono le milizie filo-turche al governo a Damasco a temere di essere prese alle spalle dagli sciiti iracheni.
Il ministro degli Esteri turco ha scoperto improvvisamente che, nonostante tutti i favori elargiti a Israele, anche la Turchia è finita nella lista nera degli obiettivi da eliminare; e non soltanto nella lista nera di Netanyahu, ma dell’intera classe politica israeliana, sia maggioranza che opposizione. A questo punto sorge il sospetto che il velleitarismo imperiale di Erdogan, ed anche il suo compulsivo doppiogiochismo, non siano una strategia, bensì il mero riflesso della confusione mentale di un mitomane.
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