Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il recentissimo caso fantavirus dimostra come ci sia in giro una gran sete di “normalità”, cioè di quelle finte emergenze sanitarie che si auto-alimentano attraverso l’effetto sponda tra l’allarmismo mediatico e i movimenti di denaro. Non per niente le Borse e i media (le prime “gazzette”) sono nati e cresciuti praticamente insieme nel corso del XVII secolo, in base al meccanismo per cui si droga il mercato azionario drogando l’informazione, e viceversa. Un’ulteriore variabile è il capitalismo “filantropico”, cioè
il capitalismo delle fondazioni “non profit”, come la Rockefeller Foundation, che ormai svolgono un ruolo decisivo nel condizionare la politica sanitaria. Si determina così una combinazione esplosiva tra i profitti di Borsa delle corporation farmaceutiche e la possibilità di evadere le tasse grazie alle immunità fiscali che la legislazione accorda al non profit.
Oltretutto le sentenze della Corte Suprema statunitense hanno più volte confermato che le donazioni in denaro sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di espressione e di parola. Lo diceva anche Eduardo Scarpetta: il denaro è la voce dell’uomo.
Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, le donazioni possono addirittura avvalersi della protezione dell’anonimato. Ciò comporta non soltanto la possibilità di evadere il fisco, ma persino di riciclare denaro; e tutto legalmente.
Il denaro non ha bisogno di pianificare, organizzare o cospirare, poiché è come il Pifferaio di Hamelin: gli basta suonare e muoversi per incantare e farsi seguire. A questo punto non deve sorprendere che le fondazioni private siano diventate dei soggetti di politica estera in funzione del business. La scorsa settimana
il presidente della Heritage Foundation è andato dal nostro ministro dello Sviluppo Economico per promuovere “collaborazione scientifica, culturale, tecnologica, economica e produttiva”, cioè affari; il che sembrerebbe contraddittorio per una “non profit”. Non lo è affatto, poiché le fondazioni riconoscono di essere delle lobby con lo scopo di condizionare la politica e la spesa pubblica. Rispetto ai partiti politici, le fondazioni hanno però il vantaggio di poter mobilitare e riciclare denaro esentasse in piena disinvoltura e senza il rischio di incorrere in sanzioni legali. Il politico che riscuote la tangente sugli appalti mantiene un certo ruolo preminente; mentre col sistema delle donazioni la politica diventa a norma di legge una cinghia di trasmissione del lobbying.
Peccato che in questo momento in cui c’è tanta nostalgia delle emergenze fittizie, stia invece incombendo una vera emergenza a causa dell’aggressione di USA e Israele all’Iran. Per lo Stretto di Hormuz infatti passano non soltanto petrolio e gas, ma anche altre materie prime essenziali; perciò ad ogni ora che passa, aumenta il rischio di una recessione economica e di una carestia globale. D’altra parte le emergenze vere possono essere causate da emergenze fittizie, e anche stavolta c’entra il “non profit”.
La Foundation for Defence of Democracies (FDD) è un “think tank” non profit che si dichiara apartitico e specializzato su temi di politica estera e di sicurezza. Questa “specializzazione” dei think tank non profit come la FDD consiste nell’inventare nemici, e nel promuovere guerre e appalti per armamenti. Mentre la pace è a costo zero e quindi non interessa ai lobbisti, la guerra comporta invece un flusso di denaro pubblico; e il bello è che il fatto di essere guerrafondai viene premiato con esenzioni fiscali e l’opportunità di sottrarsi ai tracciamenti di denaro. Insomma, se partecipi alla crociata, ti guadagni il paradiso … fiscale. La FDD dichiara di non accettare donazioni da governi stranieri; ma, in base alle sentenze della Corte Suprema, le donazioni sono anonime e non possono essere tracciate. La FDD è un think tank neoconservatore, ma collabora spesso e volentieri con la Heritage Foundation, che si ispira al conservatorismo tradizionale. Negli ultimi decenni i think tank neoconservatori come la FDD sono stati determinanti nel creare
il mito della minaccia nucleare iraniana, e sin dall’inizio hanno fatto lobbying contro l’accordo di Obama sul nucleare iraniano del 2015 (il JPCOA), convincendo alla fine Trump a uscire dall’accordo nel 2018.
I legami della FDD con Israele sono fin troppo noti e conclamati, ma nel lobbying il denaro non è solo un mezzo; anzi, il fascino che esercita Israele è indissociabile dall’enorme flusso di denaro che la sopravvivenza di Israele comporta. I soldi statunitensi indirizzati a Israele tornano in gran parte alla base di partenza, sia con appalti per armamenti,
sia con donazioni ai parlamentari.
Di recente Netanyahu, in una intervista a “60 minuti”, ha affermato che Israele intende rendersi gradualmente indipendente dal finanziamento statunitense. Ovviamente la dichiarazione è retorica e serve solo a raggirare quei contribuenti americani che sono stufi di finanziare le guerre sioniste. Il 18 maggio scorso sul sito della FDD un articolo rassicurava il popolo dei lobbisti pro-Israele, dimostrando che le dichiarazioni di Netanyahu sulla futura indipendenza economica e finanziaria della colonia sionista non avevano alcuna base realistica; per cui non c’è nulla da temere per il giro dei soldi tra Washington e Tel Aviv.
Abbiamo appena scoperto che l’amministrazione Trump ha attaccato l’Iran perché non si aspettava di dover sostenere una vera guerra. Il fatto può sembrare strano per una amministrazione che aveva appena ribattezzato il dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra; ma strano non è, infatti vale lo schema per cui meno ci credi e più la spari grossa, cioè si esagera per autosuggestionarsi così da suggestionare gli altri. Al di là dei suoi intendimenti, uno come Trump è sempre stato un abitante dello spot neocon, dato che comunica per iperboli e agisce per rilanci e bluff. Il bullimperialismo USA non ha strategia, ma si riduce ad uno schema comportamentale.
Lo schema è rintracciabile in altri contesti, anche nella comunicazione di persone che affermano di disprezzare Trump, o addirittura, come Carlo Calenda, lo accusano di essere un asset russo. Calenda è generalmente considerato un imbecille, e ciò porta a sottovalutare quello che dice, o a replicargli in base a qualche luogo comune edificante. Nella vicenda della tentata censura ai danni degli artisti russi alla Biennale di Venezia, molti commentatori hanno reagito alla censura come se stessero giocando la partita del cuore, appellandosi alla libertà di espressione e alla libertà della cultura; tutte cose mitiche, mai esistite da nessuna parte. Se si fosse invece prestata attenzione alle
tesi di Calenda, si sarebbe individuato il vero bandolo della questione, cioè il trucco di dilatare a tal punto il concetto di guerra da poterci infilare tutto e il contrario di tutto. Si parla tanto di pacifinti, ma ci sono soprattutto i guerrifinti come Calenda, cioè quelli che possono interpretare la parte degli indomiti combattenti sempre in trincea, sparando però a bersagli comodi e inermi come gli atleti handicappati russi, o i gatti russi o gli artisti russi; oppure, meglio ancora, i “putiniani”, cioè praticamente chiunque. Quando invece si tratta di rischiare di morire sul serio, allora ci si manda gli ucraini; magari pagando qualcuno per dare la caccia ai renitenti alla leva che si nascondono nelle cantine.
Il militarismo dei guerrifinti è comunque pericoloso, poiché è basato sul presupposto che la controparte stia al gioco e che non reagisca mai alle provocazioni. Finora ha funzionato, dato che Putin e soci hanno confinato il confronto militare con la NATO al solo territorio ucraino; ma non è detto che sia così per sempre. Il militarismo dei guerrifinti è pericoloso anche perché crea un’industria degli armamenti funzionale agli arricchimenti delle cosche d’affari e disfunzionale alla vera guerra. L’ipertrofia finanziaria dell’industria degli armamenti alimenta con i suoi spot un’illusione di potenza che conduce a gettarsi irresponsabilmente in avventure belliche in base all’erroneo presupposto che si tratti di brevi passeggiate. Gli USA hanno speso centinaia di miliardi di dollari per delle portaerei che si stanno rivelando inadatte e inutili per la guerra moderna. L’Italietta non è affatto immune da questa sindrome. Nel nostro paese alligna una delle più importanti industrie delle armi in Europa, cioè Leonardo SpA, di cui il governo detiene la quota azionaria di controllo. Come al solito, gli eccessi retorici indicano che qualcosa non torna.
Leonardo SpA ha invaso il settore dell’istruzione non solo per razziare i fondi pubblici dell’Alternanza Scuola-Lavoro, ma anche per trasformare l’istruzione in un grande palcoscenico nel quale mandare in onda lo spot della “innovazione”.
Nel 2024, insieme con Unicredit, Banco BPM, ENEL Italia e Autostrade per l’Italia, la Leonardo ha messo su una
Fondazione per la Scuola Italiana. Si tratta ovviamente della solita non profit esentasse, che dovrebbe raccogliere finanziamenti privati da investire nell’istruzione in collaborazione col Ministero; infatti il ministro Valditara ha ufficialmente benedetto la Fondazione e la relativa partnership tra pubblico e privato. Sembra tutto idilliaco, ma il problema è che i privati fanno la Formazione Scuola-Lavoro riscuotendo a loro volta dei fondi pubblici; soldi che dovrebbero essere tassati, dato che figurano come pagamento di un servizio. Ma, attraverso il non profit, si crea un meccanismo di immunizzazione fiscale. Gli appassionati di fantadidattica disputano tra loro, dividendosi tra chi è convinto che l’istruzione pubblica sia andata in malora per colpa del buonismo e dell’inclusione, oppure chi sostiene che non si è stati capaci di includere abbastanza; ciò senza considerare che ormai siamo in piena cleptocrazia, quindi tutte le istituzioni pubbliche (ivi comprese le magistrature civili, penali, amministrative e contabili) vengono svuotate della loro funzione originaria e riconvertite a lobby d’affari, trasversali al pubblico e al privato.
Negli USA si sono accorti in parecchi che Trump fa dichiarazioni ai media in tempi e modi che consentono ai suoi complici di speculare in Borsa con l’insider trading. Certe manifestazioni di arroganza cleptocratica non sono però esclusive degli USA. Le cosiddette “startup” sono nuove aziende che nascono col pretesto di qualche business attorno a presunte tecnologie innovative; e proprio questa estemporaneità le rende particolarmente adatte al riciclaggio di denaro sporco. Ma ancora più interessante è
l’uso delle startup per manipolare il mercato azionario; infatti è facilissimo gonfiare il valore di una startup se questa accredita la propria nascita in base a promesse di innovazione tecnologica; promesse che poi si rivelano del tutto fumose.
Un altro espediente per gonfiare artificialmente il valore delle startup consiste nel conferirgli pubblici riconoscimenti con premi prestigiosi. Manco a dirlo, proprio Leonardo SpA è specializzata in questo tipo di operazioni di pubbliche relazioni (qualcuno direbbe: manipolazione del mercato).
Esiste un Premio Leonardo Startup che conferisce riconoscimenti ad aziende nate da poco. Ovviamente questi riconoscimenti gonfiano il valore azionario delle startup premiate; oltretutto chi sapesse in anticipo quali siano le startup insignite dell’ambito premio Leonardo, potrebbe utilizzare l’informazione per comprarne le azioni appena prima che ne lieviti il valore.
Ringraziamo Mario C. Passatempo