Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il diritto di manifestazione è una di quelle enunciazioni fumose che nessuna carta costituzionale si fa mancare. L’inghippo sta nel limitare il diritto al manifestare “pacificamente”, come se chi organizza una manifestazione avesse lui la gestione e il controllo dell’ordine pubblico; anzi, se si allestisce un servizio d’ordine allo scopo di impedire l’infiltrazione di provocatori, già per questo ci si mette fuori della legalità. Il controllo e la gestione dell’ordine pubblico spetterebbero esclusivamente alla polizia, che però è a sua volta uno strumento intrinsecamente contraddittorio con il proprio fine istituzionale. Tutte le polizie si creano la loro rete di confidenti e informatori e, per mera logica di produttività, ogni informatore tende a diventare automaticamente un agente provocatore, altrimenti rischia di non avere nulla su cui informare. Funziona così anche sui posti di lavoro, dove i dirigenti che vogliono fregare qualcuno non hanno nessun bisogno di organizzare complotti. Basterà infatti convocare qualche dipendente per chiedere informazioni sul loro collega. Chi si sente gratificato dalla funzione ispettiva non vorrà deludere le attese, perciò farà di tutto per stuzzicare il soggetto da controllare in modo da aver qualcosa da riferire al capo.
In concreto il “diritto” di manifestazione è un’arma in più per il potere, che così ha la possibilità di identificare gli oppositori quando si mostrano in piazza e di criminalizzare le opposizioni grazie ai tafferugli. L’ordine pubblico si rivela nei fatti come un pretesto, un alibi o un mito; la realtà è che il controllo stesso da parte delle cosiddette “forze dell’ordine” determina destabilizzazione. Il potere quindi non è un soggetto “terzo” che dirime i conflitti e risolve i problemi; anzi, il potere crea esso stesso i problemi che poi sarebbe chiamato a risolvere. Si è detto giustamente che, dopo aver avallato il genocidio e il terrorismo da parte di Israele e USA, non si ha più nessun titolo morale per condannare la violenza di piazza. Ma il problema va oltre, poiché nessun potere è in grado di discernere tra la violenza spontanea e quella generata dalle incongruenze del sistema di controllo; persino le stesse polizie non sarebbero sempre in grado di distinguere.
Uno “Stato” che destabilizza è una contraddizione in termini; infatti lo Stato come soggetto politico-istituzionale non esiste, rimane una chimera giuridica, per cui i suoi apparati sono animati dalle lobby, che sono i veri attori in campo. Il mito della terzietà si dissolve davanti all’evidenza dei conflitti di interesse; dato che, in base al meccanismo della porta girevole, spesso sono gli stessi lobbisti a svolgere il ruolo di decisori politici. Le lobby sono trasversali agli Stati, il che spiega l’apparente paradosso degli USA al guinzaglio di Israele e dell’Europa asservita ai desiderata di Zelensky. Le lobby sono macchine comportamentali che si costituiscono su un giro di denaro alimentato e “lavato” soprattutto tramite le sponde estere, per cui non soltanto gli Stati, ma persino i governi, diventano fittizie astrazioni.
Oggi il ministro
Crosetto dichiara orgogliosamente alla BBC che non può assecondare l’opinione pubblica che si lamenta per le spese militari e per il caro carburanti, perché come ministro deve difendere i cittadini dalla minaccia russa, anche se non ne sono consapevoli. Come già i vaccini, le armi sono una merce a particolare valenza etica. Bergoglio diceva che vaccinarsi è un atto d’amore, perciò anche comprare armi non è da meno. Chi sa amare versa volentieri soldi alle multinazionali, farmaceutiche o degli armamenti a seconda dei casi. In astratto il discorso sembra commovente, sennonché Crosetto è un ex (ex?) “consulente”, cioè un lobbista, della maggiore industria italiana di armi, mentre i cittadini che si lamentano sono i pagatori; cioè la loro lamentela non riguarda solo la destinazione del denaro, ma il fatto che lo devono sborsare tramite le tasse; specialmente IVA e accise, cioè quelle che colpiscono soprattutto i più poveri.
Specialmente da parte della sedicente “sinistra”, si parla troppo spesso di fisco invocando un ruolo riequilibratore dello Stato, una redistribuzione per cui chi ha di più deve dare di più. Insomma il fisco come un Robin Hood che toglie ai ricchi per dare ai poveri.
La premessa del discorso è una narrazione completamente campata in aria: la società lasciata a se stessa produce le disuguaglianze tra ricchi e poveri, per cui si chiede allo Stato di riportare equità. In realtà il “ricco” è tale non per virtù propria, ma perché ha preso soldi pubblici, la cui gran parte è spremuta dai poveri; quindi l’elemosina funziona all’incontrario di come si crede.
Visto che si sta a parlare di armi, non basta osservare che il compratore delle armi è il governo e quindi il denaro è pubblico. Leonardo SpA non si limita a ricevere soldi in cambio di un prodotto che fornisce.
Leonardo SpA percepisce finanziamenti pubblici a fondo perduto, che quindi non deve restituire, in base a semplici “promesse”, a “progetti”, come quello Nemesi per le fusoliere degli aerei.
Poi ci sono i “fondi europei”, che sono soldi dei contribuenti; e l’Italia è contributore netto della UE, cioè versa all’Europa più di quanto incassa.
Quando si tratta di fondi europei Leonardo SpA non si fa mancare nulla; ciò in base al solito finanziamento dei “progetti”, quindi si ricevono soldi non in cambio di prodotti, ma di buone intenzioni. A onor del vero,
la più beneficiata dai fondi europei è Rheinmetall, l’azienda tedesca omologa di Leonardo SpA. Rheinmetall prende soldi pubblici da Bruxelles, ma non per la fornitura di munizioni, bensì sulla fiducia, come incentivo e incoraggiamento a produrre munizioni, che poi, una volta prodotte, andranno pagate di nuovo.
Gli economisti puri e duri sono pronti ad indignarsi per i sussidi agli agricoltori o agli autotrasportatori. Ma ci si dimentica troppo spesso del welfare a favore delle multinazionali. Ovviamente non sono mai esistiti sistemi che non fossero fondati sull’assistenzialismo e sul parassitismo; ma il gioco può reggere finché non cominciano ad aumentare indefinitamente i prezzi dell’energia e i tassi di interesse: due condizioni incompatibili con le guerre e le sanzioni. Ma le lobby sono dispositivi automatici, quindi non sono in grado di porsi problemi di compatibilità.
Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con forme di conflittualità simulata.
La bistrattata Italietta ha sempre dimostrato un’eccellenza nel produrre sistemi politici aberranti. Non a caso il fascismo è un’invenzione italiana, anche se ovviamente si potrebbe questionare a lungo sul grado di originalità dell’invenzione. Il fascismo viene spesso banalizzato nella nozione di dittatura, tralasciando ciò che del fascismo è stato ereditato e metabolizzato dagli attuali regimi democratici, cioè le tecniche di animazione ed intrattenimento delle masse ; insomma tutto ciò che può essere definito fintocrazia.
La fintocrazia non è un’esclusiva italiana; tutt’altro. Abbiamo visto proprio in questi giorni come il gioco delle parti tra Trump e Zelensky, con i media al seguito, sia riuscito a trasformare la routine in evento epocale; cioè
un ordinario e limitato accordo sul gasolio tra USA e Russia è stato enfatizzato oltre ogni misura, trasformato in psicodramma e presentato, a seconda dei punti di vista, come un “tradimento”, oppure come una riaffermazione della priorità dell’interesse nazionale. Per ridimensionare certe esagerazioni, basterebbe considerare che i paesi europei, Italia compresa, nonostante le sanzioni stanno continuando ad acquistare ed importare GNL russo.
D’altra parte è molto difficile credere che all’estero ci siano delle capacità di creare scontro fittizio paragonabili a quelle che si sono viste qualche mese fa con il referendum costituzionale sulla Giustizia. La questione della separazione delle carriere tra PM e giudice ha mobilitato e spaccato l’opinione pubblica. Si è detto giustamente che alla sconfitta del progetto di revisione costituzionale ha contribuito un voto antigovernativo tout-court, che non aveva alcuna attinenza col contenuto del quesito referendario. Ciò è sicuramente vero, ma questa aggiunta di voti non si sarebbe potuta verificare senza il trascinamento emotivo dovuto al pathos che ha caratterizzato la scadenza referendaria. Moltissime persone si sono battute allo spasimo per difendere un fantasma: la legalità.
Qualche giorno fa
un’inchiesta di Fanpage ha messo in evidenza come un’associazione “Cristiani per Israele” (che pare percepisca anche fondi pubblici) sta finanziando gli insediamenti illegali dei coloni israeliani in Cisgiordania. In casi del genere la magistratura e le agenzie di controllo sui crimini finanziari hanno parecchi alibi per chiudere un occhio. La finalità di “beneficenza” del non profit consente infatti a certe associazioni di indirizzare i fondi verso un destinatario fittizio, come può essere una mensa per i poveri, gestita a sua volta da un’altra non profit. L’associazione dei Cristiani per Israele ci assicura infatti che tra gli israeliani pullulano i poveri bisognosi. Con la beneficenza e il non profit la legislazione ha creato effettivamente una “twilight zone” criminogena ad uso dell’elusione fiscale e del riciclaggio di denaro; un’illegalità legalizzata che consente alla magistratura di far finta di non vedere.
Sono invece più di cinque anni che le maggiori banche europee, tra cui UniCredit e Intesa San Paolo, stanno operando investimenti negli insediamenti coloniali israeliani. Gli investimenti non sono beneficenza, cioè si indirizzano a specifici soggetti economici, che possono essere imprese agricole, industriali o finanziarie; tutte imprese che, per il diritto internazionale, sono da considerare abusive e illegali, cioè soggetti del tutto nulli al di fuori del territorio israeliano. Se si investe in soggetti giuridicamente nulli, come si possono incassare legalmente dei profitti per quegli investimenti? Qui non c’è la solita partita di giro tra varie organizzazioni non profit che permette di dissimulare il reato di riciclaggio.
Qui c’è l’evidenza di un reato che non potrebbe neppure essere commesso senza un grado di complicità istituzionale tale da garantire di per sé l’immunità legale.
Il paradosso della legge è che crea l’illegalità e quindi un legame molto più forte della legge stessa: la complicità nel crimine. Ciò vale anche per gli apparati del cosiddetto Stato. Non è la legge a tenere uniti i poliziotti, ma la solidarietà che deriva dai tanti reati commessi insieme nell’esercizio delle proprie funzioni.