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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Le biografie sul senatore Lindsey Graham diffuse dopo la sua morte, concordano nel presentarlo come un oppositore di Trump successivamente diventato suo alleato, collaboratore o, addirittura, tutore. Se si analizza questa vicenda in termini oggettivi, senza fare processi alle intenzioni, si nota uno schema. Un senatore è noto come guerrafondaio e come esponente della lobby delle armi e, per questo motivo, diventa impopolare ed ineleggibile al di fuori dei distretti in cui si è potuto creare una clientela piazzando fabbriche di armi. Di conseguenza, chi riceve l’ostilità di un personaggio del genere ottiene immediatamente credito presso l’opinione pubblica esasperata dal pagare tasse allo scopo di finanziare appalti alle multinazionali delle armi; una esasperazione accentuata dal fatto che ormai la nozione di “contribuente” si identifica con i ceti subalterni, dato che ai ricchi e alle multinazionali si concedono varie forme di immunità fiscale. Un Trump appoggiato da Lindsey Graham non sarebbe mai stato un candidato vendibile; ma, una volta che Trump è stato eletto, Graham lo ha potuto gestire e indirizzare.
Gestirlo come? Anche qui non c’è da fare psicologismi, bensì guardare allo schema, che è quello del mettere davanti al fatto compiuto. Graham non si limitava a dettare la politica estera, ma la faceva direttamente lui, e senza alcun titolo o alcun mandato; poiché, in quanto lobbista delle armi (in particolare della Boeing) aveva un suo specifico potere contrattuale quando si recava all’estero. La sua posizione di lobbista era rafforzata dal conflitto di interessi con la sua carica di presidente della sottocommissione senatoriale al bilancio, cioè dove si decidono gli stanziamenti per appaltare la costruzione di armi. A proposito dell’attivismo di Graham, sono stati ricordati i suoi dieci viaggi a Kiev; l’ultimo viaggio due giorni prima di morire, per visitare una fabbrica di droni. Il fatto che la fabbrica sia stata colpita da missili russi ed alcune incongruenze negli orari dichiarati a proposito del ritorno di Graham a Washington, hanno alimentato l’ipotesi che Graham sia stato ucciso in quell’attacco missilistico.
Il mentore di Graham, il senatore John McCain, esercitava lo stesso attivismo fuori dai confini statunitensi; infatti era a Kiev nel 2014 nei giorni precedenti il colpo di Stato, e dal palco istigava la folla a pretendere l’ingresso nell’Unione Europea. Non sappiamo se l’Unione Europea abbia partecipato alla pianificazione del colpo di Stato di Maidan; il dato di fatto è che McCain, senza averne alcun titolo, ha coinvolto la UE. Del resto McCain, in quanto semplice senatore, non aveva alcuna legittimità neppure per fare la politica estera degli USA; però l’ha fatta. Non sappiamo se il presidente in carica nel 2014, Barack Obama, fosse d’accordo o meno con McCain; ma la linea politica era quella di McCain.
Il noto guerrafondaio McCain era stato il candidato avversario di Obama nel 2008, e quindi contribuì indirettamente ad accreditarlo come uomo di pace; tanto è vero che Obama fu insignito del premio Nobel per la pace per il solo fatto di essere stato eletto. Anche se sconfitto elettoralmente, McCain non si è fatto mancare nulla. Nel 2011 accusava Obama di non essere determinato e incisivo nella guerra contro la Libia; e infatti, insieme con il suo discepolo Lindsey Graham, andò a Bengasi a prendere direttamente contatto con i “ribelli” anti-Gheddafi. Lo stesso Gheddafi a cui McCain e Graham nel 2009 avevano cercato di vendere armi. Nel 2012 l’ambasciatore statunitense in Libia, Christopher Stevens, fu ucciso a Bengasi da quegli stessi ribelli. Nonostante i loro contatti con le milizie di Bengasi, McCain e Graham non hanno mai dovuto rendere conto di nulla per quel fattaccio; anzi, hanno potuto ergersi a giudici e censori della vicenda, dato che i responsabili ufficialmente erano solo Obama e la Clinton.
Pare irrimediabile il vantaggio che conferisce la tecnica del fatto compiuto, del procedere per abusi di potere, rispetto al percorso istituzionale. Una volta che si è determinato un nuovo dato di fatto, lo scenario e i relativi interessi in campo risultano cambiati, per cui chi ne avrebbe la competenza istituzionale non può ripristinare la situazione precedente. John McCain e Lindsey Graham erano dei mercanti d’armi, dei cleptocrati e dei criminali di guerra, impopolari in patria proprio per questo; ma anche una nostra icona nazionale, l’uomo a cui si deve gran parte dello sviluppo industriale italiano, Enrico Mattei, ha gestito per un quindicennio la politica estera italiana senza averne la legittimità, e con la stessa tecnica del mettere i governi davanti al fatto compiuto. Ciò che faceva Mattei poteva legittimarsi a posteriori come atto rivoluzionario per aggirare la sottomissione coloniale dell’Italia, dovuta sia alla sconfitta bellica, sia all’autocolonialismo degli oligarchi nostrani, sempre in cerca di “vincoli esterni” con cui ricattare le proprie classi subalterne. Oggi invece la tecnica del fatto compiuto corrisponde all’interesse della cleptocrazia ed è funzionale non all’aumento generale del reddito disponibile, bensì soltanto al trasferimento di reddito dalle classi subalterne alle multinazionali finanziarie.
Se uno agisce senza mandato, mettendo tutti davanti al fatto compiuto, non può essere neutralizzato rimuovendolo dalla sua carica, visto che opera al di fuori di quella carica, cioè con colpi di Stato striscianti. L’unico modo diventa quello di eliminarlo fisicamente: un delitto di Stato per impedire i colpi di Stato striscianti. Ciò rende plausibile anche un’altra ipotesi, secondo la quale Lindsey Graham sarebbe stato bersaglio di un regolamento di conti interno. Ma si tratta appunto di ipotesi. Ciò che invece emerge come evidenza, è che la concezione di un potere legale-razionale, cioè basato su soggetti istituzionali precisi e su procedure definite, non ha alcun riscontro nella pratica.
Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo. Nella destra ci sono variabilità e volatilità dei temi e dei ruoli; l’unica invarianza è il culto della disuguaglianza, cioè la tendenza a interpretare le gerarchie sociali come gerarchie antropologiche. Si tratta di ideologie che funzionano a scatola cinese; per cui, strato dopo strato, si scopre che il nocciolo duro non è il “primato nazionale” strombazzato da CasaPound, bensì l’occidentalismo, cioè il sacro primato razziale delle sedicenti élite dell’Europa occidentale. L’occidentalismo ha soprattutto una funzione di gerarchizzazione interna, discriminando tra bianchi di serie A e bianchi di serie B, tra ceti dominanti e ceti subalterni. La guerra in Ucraina tra NATO e Russia ha agito da richiamo della foresta nei confronti delle destre pseudo-nazionaliste, dimostrando che la loro russofilia era un ripiego trasformistico. In questo senso non si può parlare di dicotomia tra liberaldemocrazia e nazifascismo, che sono entrambi involucri dello stesso imballaggio ideologico, della stessa scatola cinese del suprematismo occidentale.
Piuttosto c’è da chiedersi se la destra attuale vanti ancora certe capacità camaleontiche. Bisogna ricordarsi di cosa era capace di fare la Giorgia Meloni di appena sette anni fa, quando contrastava la migrazione dall’Africa ma, al tempo stesso, era diventata una leader panafricana e conduceva la lotta anticoloniale contro il franco CFA. La scarsa memoria conduce oggi a sopravvalutare personaggi che non possiedono assolutamente le stesse abilità mistificatorie, e devono vivere di rendita sulla suggestione mediatica. In particolare, la destra attuale appare troppo concentrata sulla caccia spicciola al migrante. La destra delle ronde e dei giustizieri ha il fiato corto, così come non portano lontano l’orgoglio eterosessuale e l’orgoglio fascio-nostalgico. Certe pagliacciate funzionano finché si gioca di sponda con il politicamente corretto e con l’antifascismo ufficiale. Il regime fascista non è caduto il 25 aprile del 1945, bensì il 25 luglio del 1943, ad opera di altri fascisti e dello stesso re che nel 1922 aveva messo Mussolini al governo. L’unico modo con cui la destra riesce ad accreditarsi presso i ceti subalterni, è attraverso la denuncia del ruolo della finanza globale nella destabilizzazione economica e quindi nella stessa migrazione. Sembra però che per le destre questa opzione si stia chiudendo. Poco più di un anno e mezzo fa, la rielezione di Donald Trump sembrava aver consacrato una sorta di ossimorica “internazionale nazionalista”, con Elon Musk a fare da santo e da icona di superuomo; e infatti lo abbiamo visto esibirsi in una nuova coreografia del saluto fascista. Questa impalcatura è crollata sotto la plateale evidenza di una disputa sulla spartizione del denaro pubblico per le spese militari. Nessuna delle grandi bolle finanziarie degli ultimi decenni ha vissuto di “spinta dei mercati”, ma è stata alimentata da sussidi pubblici; è così per la bolla dell’intelligenza artificiale, ed è stato così per la bolla del microcredito e per la bolla cosiddetta “green”.
La bolla finanziario-militare non fa eccezione; anzi, il dato è ancora più sfacciato. Si tratta di far pagare il riarmo non al mitico “mercato”, bensì alla spesa pubblica e al debito pubblico. A pagare gli interessi sul debito provvede il contribuente (quello povero ovviamente, perché le multinazionali eludono le tasse).
C’è anche da stabilire quanta parte del bottino debba andare alle multinazionali degli armamenti di oltre Atlantico. La Meloni ha scoperto che l’affinità ideologica non conta nulla di fronte all’evidenza dell’assistenzialismo per ricchi. La locuzione “finanza globale” è diventata un eufemismo per un ben più prosaico scannarsi per strappare appalti e sussidi pubblici. Per la destra i ricchi possono essere dipinti come “villain”, come dei geni del male alla George Soros, ma non possono essere individuati semplicemente come degli assistiti dal denaro pubblico, perché ciò smentirebbe le gerarchie antropologiche e dimostrerebbe che nessun oligarca è meglio del vituperato percettore del reddito di cittadinanza. La destra vive di odio per l’uguaglianza e di illusioni aristocratiche; perciò ammettere che l’uguaglianza è già un dato di fatto, e che questa uguaglianza purtroppo è al ribasso, non sarebbe digeribile. Elon Musk stesso ha contribuito a demolire il suo incantesimo aristocratico, dato che è una icona capitalista troppo accattona, troppo dipendente dai sussidi pubblici, cioè dall’elemosina dei contribuenti poveri.
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