Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Capita persino a Trump di dire ogni tanto qualcosa di concreto; infatti qualche giorno fa ha dichiarato che sarebbe suo
obbiettivo raggiungere il trilione e mezzo di dollari in spese militari, il che significa millecinquecento miliardi secondo la nozione anglosassone di trilione; un aumento di oltre il 50% rispetto al bilancio attuale di circa novecento miliardi. Trump dice che grazie ai dazi è aumentato il gettito fiscale (i dazi sono tasse sui consumi), per cui sarebbe ora possibile costruire un “esercito da sogno”. In realtà con questa cifra di spesa militare a sognare di più sono gli appaltatori del Pentagono.
Non sarà possibile arrivare a un trilione e mezzo con le sole entrate fiscali, perciò occorrerà fare altro debito pubblico, che l’anno scorso ha sforato
la cifra record di 37 trilioni (trentasettemila miliardi) di dollari. Per evitare il default il limite del debito è stato dilatato di altri cinque trilioni.
Se si seguono i soldi si capisce anche chi comanda veramente negli USA: infatti il capo della sottocommissione senatoriale al bilancio federale (quella che gira il rubinetto dei soldi) è il neoconservatore Lindsey Graham. Lo schema neocon è quello di muovere i soldi, che nel loro movimento determineranno i fatti compiuti, e le narrazioni ideologiche faranno da decorativo o, al più, da spot pubblicitario.
In base alla narrazione pseudo-ideologica i neocon dovrebbero essere i più accaniti nemici di Trump, e invece ne sono i maggiori sostenitori. Gli osservatori americani riscontrano che la promessa di Trump di aumentare del 50% le spese militari
fa “sbavare” il leader neocon Lindsey Graham.
Graham è esattamente nella condizione della faina che amministra la stia dei polli, dato che è un lobbista dichiarato di uno dei maggiori appaltatori del Pentagono, cioè la Boeing.
In un viaggio a Taiwan Graham ha pubblicamente sollecitato il primo ministro taiwanese ad acquistare aerei Boeing prodotti nel suo collegio elettorale in Carolina del Sud. Il dettaglio buffo è che per senso di cortesia l’interprete cinese aveva omesso di tradurre questa frase così spudorata che faceva apparire Graham come un piazzista. Il fatto ha procurato molte critiche all’interprete, non a Graham.
L’annessione della Groenlandia sembra una bizza di Trump, invece trova il suo maggiore sostenitore e imbonitore proprio in Lindsey Graham. Le motivazioni strategiche addotte da Graham per giustificare l’annessione della Groenlandia sono fesserie, dato che la Russia e la Cina non hanno le risorse per occupare un territorio così vasto e così a ridosso degli USA. Nessuno può sostituire gli USA nel ruolo di superpotenza globale e si tratta di riconoscere che quel ruolo è stato dovuto alle circostanze effimere e irripetibili determinatesi dopo la seconda guerra mondiale. Dal punto di vista strategico i vantaggi per gli USA di acquisire la sovranità sulla Groenlandia sono meno di zero, dato che Washington già può disporne a piacimento; cioè si va ad umiliare inutilmente un fedelissimo paese vassallo; ma, soprattutto, ad affrontare da soli le spese della militarizzazione e dello sfruttamento minerario.
Costruire infrastrutture in un clima estremo comporta costi imprevedibili, per cui ci sarebbe tutto il vantaggio economico a scaricarne una parte sulla Danimarca, sulla UE e sulla NATO.
Il problema è che gli USA hanno superato quella soglia di indebitamento oltre la quale risparmiare diventa inutile, perché le entrate fiscali non consentono più da sole di pagare gli interessi sul debito, per cui l’unica soluzione per pagare i debiti è fare altri debiti. Per questo occorre esibire potenza, ostentare grandeur per suggestionare gli investitori e indurli a puntare su quello che si presenta come il più forzuto.
Oggi la Cina non crede più alla potenza ed alla solvibilità degli USA e comincia a scaricarne i titoli del debito pubblico, perciò per gli USA diventa urgente spendere per piegare gli eventi e mettere tutti di fronte ai fatti compiuti, in modo da far leva sul conformismo.
Il militarismo USA è un grande spot pubblicitario, che deve sostenere non solo il business delle armi, ma soprattutto il debito. Per non lesinare sulla spesa militare è fondamentale non lesinare sui nemici, per cui Graham sostiene sia l’attacco al Venezuela che quello all’Iran.
I pretesti addotti da Graham sono così demenziali che al confronto Trump sembra un intellettuale; e infatti, per capire cosa faranno gli USA, conviene saltare Trump e rivolgersi direttamente a Graham.
C’è voluto qualche giorno perché il lessico si adeguasse a quanto effettivamente accaduto a Caracas. Nelle prime ore era toccato di udire la parola “cattura” persino da parte di insospettabili voci di opposizione; solo dopo si è passati a termini più appropriati come rapimento o sequestro. Del resto siamo nell’epoca della neolingua; non a caso i colpi di Stato ora vengono chiamati “regime change”.
Acclarato che Maduro e sua moglie sono stati oggetto di un sequestro di persona, bisognerà capire che fine possano fare le accuse di narcotraffico nei loro confronti, dato che la difesa sarebbe fin troppo facile. Nel 1993 la CBS riportò la notizia secondo cui la CIA aveva spedito negli USA tonnellate di cocaina dal Venezuela; ciò nell’ambito di una
“operazione antidroga” (sic!). Era stata proprio la CIA a convincere il personale delle unità antidroga venezuelane a partecipare al traffico. Il caso finì complessivamente a tarallucci e vino;
ci fu una volata di stracci per cui qualche dirigente della CIA fu costretto a dimettersi per andare a ricoprire posti più remunerati in aziende private, ed anche agenti di polizia venezuelani vennero indagati nel loro paese. Con questi precedenti è molto difficile che Maduro possa subire un processo pubblico, per cui l’amministrazione Trump dovrà inventarsi qualcosa. Questo è probabilmente il motivo per cui viene tenuta in ostaggio anche la moglie di Maduro, in modo da poter costringere il marito a rispettare il copione.
Se non ricattato sui sentimenti, Maduro potrebbe facilmente tirarsi fuori anche dal contenzioso per il petrolio, ricordando che già nel 1977, più di venti anni prima di Chavez, vi furono tentativi di nazionalizzazione del petrolio venezuelano e di allineamento ai prezzi OPEC. La solita CIA cercò a suo tempo di screditare i politici venezuelani che avevano osato contrariare le multinazionali statunitensi, affermando che negli anni ‘60 era la stessa CIA a pagarne i servizi. La notizia di fonte CIA era plausibile; ma non rilevante: può darsi che i politici venezuelani si fossero prima venduti e poi ravveduti; oppure, più probabilmente, che avessero trovato chi li pagava meglio. Sta di fatto che la crescente
difficoltà degli USA di gestire il petrolio venezuelano era evidente dagli anni ’70, e quindi non è stata dovuta a cause ideologiche come il neo-bolivarismo di Chavez. L’ossessione anglo-americana per i “regime change” è un autoinganno per aggirare problemi oggettivi come l’insufficienza di capitali da investire nei paesi che si vorrebbe colonizzare. Il regime più filo-statunitense dell’America Latina è in Argentina, dove è stato insediato il motosegaiolo Milei, un fantoccio della CIA confezionato a tavolino e lanciato tramite manipolazioni elettorali e mediatiche. Eppure per l’estrazione e raffinazione delle sue materie prime,
l’Argentina dipende molto più dagli investimenti cinesi che da quelli statunitensi; ed è questo il motivo oggettivo per cui il dollaro perde terreno nei confronti dello yuan. Trump ripete spesso che vuole prendersi il petrolio e le terre rare; in tanti si suggestionano e poi lo ripetono appresso a lui, dimenticando che tra il dire e il fare c’è di mezzo una cosa che si chiama investimenti. Nonostante le aggressioni militari, le manipolazioni e le infiltrazioni della CIA, gli USA non riescono ad ovviare al fatto di non avere più un apparato industriale in grado di assorbire l’offerta di materie prime e di trasformarle prima in prodotti e poi in capitali da reinvestire. I sogni porno-affaristici di Trump trovano un insormontabile ostacolo nell’eccessiva dipendenza degli USA dai capitali altrui.
La vera novità non consiste nel banditismo statunitense, bensì nel ruolo della sedicente Europa, che è l’ideologa e l’istigatrice di Trump. La criminalizzazione di Chavez e Maduro è un prodotto originale europeo, con delle vette non trascurabili.
Nel 2019 Mattarella pronunciò una reprimenda verso il governo Conte, colpevole di essere rimasto neutrale nella vicenda del tentato golpe contro Maduro. Il discorso di Mattarella non consisteva in un mero allineamento alla posizione dell’amministrazione Trump di allora, bensì in una vera e propria apologia del golpismo, in quel caso identificato tout court con la “democrazia”, mentre il governo di Maduro era considerato “violenza”. Trump è considerato un sociopatico narcisista e va incontro al disprezzo perché esegue ciò che persone come Mattarella sanno teorizzare con tale sagacia da riscuotere la generale ammirazione. Per Mattarella è sempre Capodanno, una perenne occasione per una pedagogia democratica che si concretizza immancabilmente in iniziative facinorose di vendetta sociale e razziale contro le classi e i popoli inferiori. L’europeismo non ha nulla di cooperativo e costruttivo, è una rivendicazione suprematista che non accetta mediazioni, al punto di essere disposti a umiliarsi nei confronti degli USA pur di non scendere a compromessi con i popoli inferiori. Le oligarchie europee hanno riscontrato una identità politica comune nella rancorosa nostalgia del colonialismo ottocentesco e, come ha detto Merz, hanno trovato in personaggi screditati come Trump o Netanyahu i sicari per compiere il “lavoro sporco” di restaurare la supremazia bianca. Ma mentre Merz e la von der Leyen ancora indulgono in velleitarismi porno-affaristici alla Trump, il messaggio di Mattarella si concentra sull’aspetto punitivo, e ciò lo rende molto più cupo e inquietante.
Mattarella riserva a se stesso il ruolo del maestro spirituale, mentre ad altri spetta invece di andare incontro alle brutte figure.
Il governo Meloni si è spinto a definire “legittimo” l’attacco di Trump al Venezuela, poiché sarebbe lecito difendersi dalla “guerra ibrida”, nella quale andrebbe annoverato appunto il narcotraffico attribuito a Maduro.
Questa trovata della difesa dalla minaccia ibrida è un espediente retorico con il quale si può giustificare qualsiasi aggressione; ma, ancora una volta, non è farina del sacco della Meloni, bensì di Mattarella,
che ce l’ha spiegato nel novembre scorso. Colpevole di fare ciò che Mattarella ha ordinato e teorizzato, alla Meloni spetta il vituperio, mentre invece Mattarella viene celebrato dai media per la sua “sapienza”e persino visto come
l’argine ad un governo a lui allineato.