Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il DDL antisemitismo sembra procedere inesorabilmente verso l’approvazione definitiva e c’è chi, come il costituzionalista Zagrebelsky, fa notare che l’introduzione di questa legge sortirà l’effetto contrario, dato che prospetta uno status speciale per gli ebrei e quindi li espone a diffidenze e rancori. L’osservazione di Zagrebelsky in sé è valida, ma rimane nell’ambito della questione dell’antisemitismo, che è un diversivo rispetto all’effettiva funzione del DDL, che non è censoria, bensì emergenzialista, cioè rientra negli schemi ricorrenti e negli automatismi comportamentali della cleptocrazia. La criminalizzazione della critica e del dissenso non è funzionale alla loro totale eliminazione, bensì alla loro trasformazione in emergenze e minacce, per “riciclarli” nella produzione di gerarchie e privilegi.
Il DDL in via di approvazione adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998.
L’IHRA è direttamente finanziata dagli oltre trenta Stati che ne fanno parte, tra cui c’è anche l’Italia. L’IHRA a sua volta distribuisce una parte di questi soldi pubblici agli amici degli amici,
allo scopo di finanziare progetti “educativi”. Oltre trenta governi hanno creato e finanziato una organizzazione internazionale allo specifico scopo di definire l’antisemitismo ed i mezzi per combatterlo; quindi se il nostro parlamento non approvasse il DDL, ciò significherebbe dar torto non soltanto ai soldi spesi per quasi trenta anni, ma soprattutto a quelli ancora da spendere, cioè al flusso di denaro pubblico ora in corso ed a quello che si prospetta per il futuro.
La denominazione originaria dell’IHRA era Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research. “Task force” è una locuzione di origine militare che indica una unità operativa chiamata a risolvere un’emergenza oppure a contrastare una specifica minaccia. Secondo la definizione, la task force dovrebbe esistere ed agire in funzione di uno specifico problema e successivamente essere sciolta; il che significherebbe dire addio a carriere e stipendi. Nulla di strano perciò nel fatto che le minacce si perpetuino e le emergenze si cronicizzino, in modo da assicurare lunga vita alle task force, che si configurano come stipendifici e privilegifici a spese del denaro pubblico. La cleptocrazia agisce in modo ripetitivo e scontato; era quindi del tutto prevedibile e consequenziale che il modello si affermasse e che le task force tendessero a proliferare. Nel marzo del 2015 il Consiglio Europeo, l’organo dell’Unione Europea che riunisce tutti i capi di governo, ha istituito
l’East StratCom Task Force, un organismo addetto a contrastare le fake news provenienti dalla Russia. Ma non c’è soltanto l’East StratCom Task Force. Per la lotta alle fake news l’UE ha creato una vera e propria rete di enti finanziati da quella grande gallina dalle uova d’oro che è il contribuente.
Ma non basta mai. Secondo l’agenzia ANSA del 30 settembre scorso: “Il Centro europeo per la resilienza democratica ha lanciato la prima fase della sua piattaforma dedicata alle parti interessate, con l'avvio della collaborazione con l'Osservatorio europeo sui media digitali (EDMO) e la Rete europea per gli standard di fact-checking (EFCSN). Il Centro, che riunisce Stati membri e istituzioni UE, punta a sviluppare soluzioni concrete per rafforzare la capacità dell'Unione di prevenire e affrontare le minacce alle democrazie”.
Si tratta di salvare la democrazia e quindi non si può badare a spese; e tantomeno si può sottilizzare sulla trasparenza delle spese.
L’obbiettivo dichiarato è reclutare e finanziare anche altri soggetti privati e ONG per contrastare le minacce ibride russe. Nei prossimi giorni il Centro europeo per la lotta alle fake news lancerà un bando per coloro che sono pronti a scoprirsi fact-checker.
Le norme anti-burqa contenute nell’ultimo decreto del governo sulla Scuola rappresentano un espediente per prendere i classici due piccioni con una fava. Su un problema inesistente il governo allestisce per la sua base elettorale uno spot pubblicitario a sfondo pornografico; anzi, sadomaso, lasciando fantasticare su chissà quale calvario di vessazioni a carico degli odiati mussulmani.
Ma il risultato più sostanzioso del diversivo burqa è quello di far perdere di vista il vero scopo della ennesima “riforma” della Scuola, che porta abusivamente il nome del fantoccio di turno al ministero della ex Istruzione.
La sedicente riforma cerca infatti di avviare il meccanismo per ridurre il corso di studi superiore a soli quattro anni, in modo da tagliare in termini di personale e di edilizia scolastica. Con le modifiche al sistema dell’istruzione tecnica i soldi pubblici rimasti potranno essere regalati alle imprese private in nome della mitica FSL (Formazione Scuola Lavoro). Grazie alla FSL gli imprenditori privati hanno il doppio vantaggio di incassare soldi pubblici e di poter utilizzare manodopera a costo zero (schiavi). Si dice imprese “private”, ma in realtà è un sistema che dipende dal rapporto organico con istituzioni pubbliche. Pubblico e privato sono finzioni giuridiche, cortine fumogene di lobby trasversali che si creano il loro giro di affari.
A proposito di diversivi e di finzioni giuridiche, arriva a proposito la discussione sul DDL antisemitismo, peraltro già approvato al senato. Scopo dichiarato del DDL è vietare di mettere in questione il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Va dato atto al DDL di non vietare di fare obiezioni sul diritto all’elusione fiscale ed al riciclaggio di denaro, cioè esattamente ciò che regge la baracca del sionismo. Tutto il sistema degli insediamenti coloniali in Cisgiordania si finanzia attraverso
un giro di società non profit. Il governo statunitense è ufficialmente contrario agli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Con Trump la posizione è diventata più ambigua, ma all’epoca di Obama l’amministrazione USA chiedeva al governo israeliano di non espandere gli insediamenti. Sta di fatto che anche durante la presidenza Obama il regime fiscale consentiva di detrarre le donazioni a favore delle società non profit che finanziano gli insediamenti coloniali. Il fascino del non profit sta nelle detrazioni fiscali di cui beneficiano i donatori, per cui non c’è da stupirsi che sorgano centinaia di associazioni non profit per sostenere Israele. Non sorprende neppure il fatto che il sionismo sia diventato un business, alimentando il sionismo cristiano, che ha come principale attività la raccolta di donazioni pro Israele. Il mito religioso di supporto è che la riconquista della Terrasanta da parte degli ebrei preluderebbe all’Armageddon ed al ritorno di Cristo. Più soldi arrivano e più la nozione geografica di Israele si dilata, quindi ora non si colloca più dal mare al Giordano, bensì dal Nilo all’Eufrate. Dipenderà dalla quantità delle donazioni se si affermeranno letture ancora più estensive della definizione biblica di Israele; non dovrebbero esserci difficoltà a riguardo, visto che il Nilo nasce in Burundi e l’Eufrate in Turchia. Se poi Cristo non tornasse, ci si potrebbe consolare in altro modo, poiché il non profit è pur sempre un paradiso. Paradiso fiscale, ovviamente.
Negli USA vige anche il diritto al completo anonimato delle donazioni alle fondazioni benefiche; un diritto ribadito in
una sentenza della Corte Suprema del 2021, che ha dichiarato le donazioni protette dal primo emendamento, quello che garantisce il diritto alla libertà di parola. L’anonimato non consente detrazioni fiscali, ma in compenso apre spazi per il riciclaggio di denaro. Una grande quantità di soldi può sparire nell’anonimato delle donazioni e poi riapparire “lavata” per vie traverse, specialmente tramite sponde all’estero, che rendono quasi impossibile il tracciamento.
Sarà un caso, ma Israele attira moltissima beneficenza. Non è una barzelletta: ci sono persino
iniziative per raccogliere milioni di dollari in donazioni per sostenere la salute ed il benessere mentale degli israeliani, che in questo periodo risultano particolarmente stressati. Ben Gvir quindi ha ragione a fare il pazzo, visti i soldi che attira.
Esiste anche un nesso preciso tra la beneficenza pro Israele e il gioco d’azzardo. Il nome arcinoto in questo campo è quello di Miriam Adelson, un medico di origine israeliana che ha ereditato numerosi casinò ed è tra i principali finanziatori (“donors”) delle campagne elettorali di Trump. Siamo davanti ad uno schema ricorrente della cleptocrazia. Un altro esempio di medico, filantropo e magnate del gioco d’azzardo è quello di Irving Moskowitz, che è stato uno dei principali finanziatori dei coloni israeliani. Moskowitz è morto nel 2016, ma i suoi eredi hanno proseguito sia il business del gioco d’azzardo in California, sia l’attività filantropica pro Israele.
Il Los Angeles Times del 2019 riportava la notizia secondo cui il casinò dei Moskowitz era stato effettivamente accusato di riciclaggio, ma il contenzioso giudiziario si è concluso con una multa di poco più di tre milioni di dollari. In precedenza il casinò aveva già ricevuto altre multe di entità minore per lo stesso motivo, sebbene non ci sia nessun riscontro che le abbia effettivamente pagate. Grazie alle sue credenziali di esperto di riciclaggio internazionale, Moskowitz ha potuto riscuotere milioni di dollari in sussidi comunali; denaro pubblico elargito in più occasioni e con le più varie motivazioni. Il filantropo Moskowitz aveva avviato la sua attività di biscazziere nel 1995, ma non con denaro proprio, bensì grazie a cinque milioni e mezzo di dollari di fondi pubblici, di cui soltanto la metà da restituire.