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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il mitico accordo ottenuto da Trump sulla Groenlandia non aggiunge assolutamente nulla a quanto già era pienamente nella disponibilità degli USA. Nulla di strano che i danesi abbiano celebrato l’accordo come una loro vittoria, visto che lascia invariato il dato attuale; infatti la Groenlandia è sotto l’esclusivo controllo militare degli USA da più di ottanta anni. Per quanto riguarda poi le terre rare e le altre risorse minerarie, quelle sono sempre state a disposizione delle multinazionali USA; sennonché investire in ricerche ed estrazioni minerarie in Groenlandia è particolarmente costoso e rischioso a causa dello spessore della crosta glaciale. Vale per la Groenlandia ciò che vale per il Venezuela: le corporation multinazionali sono disposte ad investire soltanto se il governo federale sussidia l’operazione e garantisce finanziariamente per costi e rischi. L’attitudine delle corporation a privatizzare i profitti e socializzare costi e perdite, è ormai talmente sgamata che nessuno si è bevuto la retorica distopica e catastrofista dei CEO delle aziende dell’IA; si è capito invece all’istante dove andavano a parare, cioè pretendere che i governi elargiscano sussidi e protezioni alle aziende dell’IA col pretesto della sicurezza nazionale.
Se si analizzano i risultati effettivi dell’aggressione di Trump al Venezuela al di là delle suggestioni mediatiche, anche in quel caso ci si accorge che gli USA non hanno ottenuto nulla di più di ciò che Maduro aveva già offerto prima di essere sequestrato; persino la vendita del petrolio in dollari era impedita dalle sanzioni USA e non dalle fisime del governo di Caracas. La propaganda non è più una delle componenti della politica, ma soppianta integralmente la politica, per cui le iniziative non sono mirate a ottenere un risultato reale, ma per l’effetto scenico: uno spot pubblicitario per vendere il mito della superpotenza americana. L’esibizione di una immagine vincente può essere in parte funzionale a spingere gli investitori esteri a continuare a comprare i titoli del Tesoro USA; ma è soprattutto il diversivo esterno di una cleptocrazia concentrata al suo interno a spremere i contribuenti poveri.
Sarebbe interessante individuare il periodo in cui nel cosiddetto Occidente il ruolo delle pubbliche relazioni ha cominciato a debordare. L’ideologia liberale è nata tra il ’600 e il ’700 per tutelare gli interessi dei ceti proprietari contro la pressione fiscale dei monarchi; quindi niente tasse senza rappresentanza parlamentare. I vari apologeti della proprietà privata, come John Locke, ci narravano di un parlamento “buono” a difesa della libertà contro l’assolutismo dei monarchi. Fin qui niente di strano; anzi, è del tutto fisiologico che una ideologia offra una rappresentazione idealizzata degli interessi di una parte. Del resto c’era un po’ di fondamento nel vittimismo dei proprietari fondiari che si lamentavano dell’avidità e della arroganza di sovrani pronti a sperperare denaro in guerre dinastiche e in sfarzo regale. Il problema quindi non sta nel liberalismo classico, ma nel cosiddetto neoliberalismo (o neoliberismo: i due termini sono alternati e ormai usati come sinonimi). Il cosiddetto neoliberalismo si affaccia alla metà degli anni ’70 del secolo scorso con Milton Friedman, che può essere considerato l’autore che fa da anello di passaggio dalla rappresentazione idealizzata degli interessi di una parte al vero e proprio imbonimento fraudolento che sovverte completamente i fatti. Friedman avalla la spregiudicatezza narrativa affermando che per “cambiare”, cioè per privatizzare e concentrare la ricchezza, è necessario approfittare delle crisi, che siano reali o “percepite”. Insomma per saccheggiare le risorse pubbliche va benissimo inventare emergenze fittizie.
Ma Milton Friedman è famoso anche per un altro aforisma: “Non ci sono pasti gratis”. Con il cosiddetto neoliberalismo il vittimismo dei ricchi non è più rivolto verso monarchi che li vorrebbero tassare, bensì verso i poveri che pagano per reggere il sistema. In altre parole, il neoliberalismo, alias neoliberismo, èl’assistenzialismo per i ricchi che si lamenta di un presunto assistenzialismo per i poveri. L’aforisma di Friedman infatti è incompleto; la forma compiuta dovrebbe essere: non ci sono pasti gratis per i poveri; in compenso ci sono abbuffate gratis per i ricchi. Vediamo come funziona il gioco.
Friedman ha scritto lo spot pubblicitario, ma Margaret Thatcher ne fu la prima interprete; non solo interprete, ma anche personaggio confezionato ad uso dei media. La rivoluzione “neoliberista” della Thatcher fu spacciata dai media come un taglio delle spese e una riduzione delle tasse. In realtà il taglio delle tasse fu attuato soltanto a favore dei ricchi; mentre il carico fiscale, nel complesso aumentato, fu spostato sull’IVA e sulle accise, quindi a carico dei contribuenti più poveri. Il dominio della Thatcher finì a causa del suo eccesso di zelo. La sedicente nemica delle tasse cadde nel 1990 per aver introdotto un’altra tassa: la Poll Tax, che era una riedizione della antica tassa di capitazione, cioè una tassa comunale fissa e uguale per tutti, da pagare per il mero fatto di esistere. Le rivolte contro la Poll Tax coinvolsero anche molti elettori conservatori; perciò il governo conservatore di Major, succeduto alla Thatcher, sostituì la Poll Tax con la Council Tax, una specie di IMU. Due anni dopo in Italia, durante il periodo natalizio, il governo Amato introdusse lo stesso tipo di tassa (all’epoca si chiamava ICI); ciò a riprova del fatto che le contrapposizioni tra destra e sinistra sono pantomime da campagna elettorale.
Ma il capolavoro della Thatcher fu il modo in cui vennero attuate le privatizzazioni dei monopoli pubblici, praticamente regalati ai privati. Con il pretesto fumoso di favorire un “capitalismo popolare”, le azioni dei monopoli pubblici furono gettate sul mercato sotto prezzo. Con la consueta faccia tosta che li caratterizza, gli agiografi della cosiddetta “Lady di Ferro” ci narrano che il generoso sogno della Thatcher di creare un capitalismo popolare purtroppo si infranse: i monopoli pubblici finirono nelle grinfie dei grandi gruppi finanziari privati, che sono i soli ad avere il tempo e le risorse per poter rastrellare con tutta calma le azioni a basso prezzo, fino a quando non sia conveniente farne risalire il valore. Secondo la fiaba della Thatcher, il fantomatico “capitalismo popolare” avrebbe dovuto rendere irreversibili le privatizzazioni, impedendo ai governi laburisti di nazionalizzare nuovamente. In realtà a rendere irreversibile il processo è il fatto che le istituzioni del cosiddetto “Stato” si sono strutturate in lobby trasversali tra pubblico e privato e tra legale ed illegale: è la funzione pubblica stessa a diventare lobby delle privatizzazioni.
Una delle tecniche più usate e abusate dai media per bloccare una informazione che possa disturbare la narrativa ufficiale, è quella di enfatizzare gli aspetti già risaputi per distrarre dal dato inedito. Che il governo israeliano fosse stato messo al corrente da più parti di un imminente attacco di Hamas, risultò evidente immediatamente dopo il 7 ottobre del 2023. Altri aspetti della narrativa ufficiale sul 7 ottobre si sono sgonfiati immediatamente, come la storia degli sgozzamenti di bambini e degli stupri; inoltre è risultato che molte delle uccisioni la cui responsabilità era attribuita ad Hamas, erano invece state causate della famigerata “direttiva Hannibal”, applicata dall’IDF anche ai civili israeliani e non soltanto ai militari. La vera novità rappresentata dalla inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz di qualche giorno fa, consiste nello smontare uno dei maggiori alibi per giustificare il genocidio a Gaza. Nei giorni immediatamente successivi il Qatar aveva già prospettato al governo israeliano la possibilità di un rilascio senza condizioni da parte di Hamas di tutti gli ostaggi civili (che poi erano i soli ostaggi, dato che i militari andavano considerati prigionieri di guerra). L’attacco israeliano a Gaza non aveva quindi nulla a che vedere con la liberazione degli ostaggi. Le modalità dell’attacco israeliano a Gaza già indicavano un totale disprezzo per la vita dei cosiddetti ostaggi; oggi però i nostri media hanno una evidenza in più da omettere.
Va detto che è del tutto inutile chiedersi quale effetto politico possano sortire queste notizie, poiché la risposta sarebbe fin troppo ovvia: nessun effetto. Non esiste l’eventualità che prove contrarie possano in qualche modo disturbare la narrativa ufficiale, come si è visto nel caso dell’attentato al gasdotto North Stream. Sempre contro l’evidenza, in Germania l’AFD viene rappresentata dai media come un partito antisistema. Il fatto che l’AFD abbia più volte preso posizioni esplicitamente filoisraeliane e sioniste, è del tutto irrilevante; anzi, dimostrerebbe addirittura che l’AFD è antisemita. Quale sia invece la realtà, lo dimostra il modo in cui l’AFD ha contestato al governo Merkel la decisione di consentire l’ingresso in Germania di quasi un milione di profughi siriani. Per come la questione viene impostata, sembrerebbe che la Merkel abbia visto un milione di siriani passare da quelle parti e li abbia invitati di sua iniziativa. Ci si potrebbe figurare la conversazione, con la Merkel che invita i siriani in Germania esortandoli a non essere timidi e a non fare cerimonie, mentre i siriani rispondono che non vorrebbero disturbare; ma, visto che la Merkel insiste, accettano l’invito. La realtà è che nel 2015 era in corso un'aggressione occidentale alla Siria per eliminare il regime di Assad, quindi prendersi il milione di siriani era necessario per non screditare la propaganda sulle finalità umanitarie dell’aggressione occidentale. Che l’eliminazione di Assad fosse funzionale al Grande Israele, risulta palese oggi che l’esercito israeliano occupa il sud della Siria. Grazie alle posizioni acquisite in Siria, l’esercito israeliano sta occupando anche il sud del Libano ed effettuando una pulizia etnica; il che comporta la prospettiva di altri milioni di profughi che premono alle porte dell’Europa. Di tutto questo non c’è traccia nella comunicazione dell’AFD, il che indica la pretestuosità della sua polemica sull’immigrazione; e dimostra che, seppure nell’AFD ci fossero antisemiti, sicuramente non ci sono antisionisti. Del resto è il sistema della fintocrazia, per cui vengono offerte all’elettorato alternative fittizie in modo che proceda indisturbato il pilota automatico del flusso dei soldi. Se Israele e l’Ucraina la finiscono con la guerra, finisce anche il giro dei soldi di cui sono al centro e che li mantiene in vita.
La narrativa ufficiale può fare a meno del riscontro dei fatti perché è un’epica basata sui ruoli; quindi un roleplay indifferente agli eventi, poiché qualsiasi evento è riletto soltanto in base al ruolo. Una volta stabilito che tizio assume il ruolo del nemico, ciò che fa o dice non ha alcuna importanza, poiché tutto verrà interpretato come sfida e minaccia da parte sua. Questa visione epica finisce per contagiare anche ambienti del dissenso, i quali si sono affezionati alla rappresentazione di una presunta “sfida dei BRICS”, oppure delle aspirazioni della Cina a soppiantare il dominio del dollaro. Questa narrativa a base di nemici, sfide e minacce procede per conto proprio, indifferente agli eventi ed alla loro cronologia. La realtà è che gli USA fanno tutto da soli e che il dominio del dollaro è stato affossato dalle loro stesse sanzioni. Dopo la raffica di sanzioni alla Russia imposte da USA e UE nel 2014, la Cina ed altri paesi rischiavano di non poter più approvvigionarsi di materie prime dalla Russia, quindi sono stati costretti ad escogitare metodi di pagamento alternativi alla rete SWIFT controllata dagli USA. C’è anche l’ulteriore paradosso per cui le sanzioni USA e UE hanno bloccato molti affari degli oligarchi russi e indebolito i loro intrecci con gli USA e l’Europa, aumentando di riflesso l’influenza dei militari sul Cremlino.
All’interno delle artificiose rappresentazioni epiche, ci sono le altrettanto artificiose contrapposizioni etiche, come quella tra interventismo e affari. I media hanno narrato il ritorno di Trump alla presidenza come una vittoria dell’affarismo sull’interventismo dei Neocon. Si è visto invece che la presidenza Trump è stata la più ligia ai voleri dei Neocon, tanto che a un certo punto il vero presidente USA era Lindsey Graham; il quale, tra l’altro, era un farneticatore più performante persino di Trump. La morte di Graham non ha cambiato nulla, poiché i Neocon non sono degli “idealisti”, bensì una lobby d’affari che agisce in automatico seguendo i soldi. Chiedersi se sia Israele a comandare gli USA o viceversa, non ha senso, poiché gli Stati non sono soggetti politici e i veri attori sono le lobby. La lobby neocon e la lobby sionista sono un’unica cosca d’affari. Il “nemico” non è una categoria epica o etica; è una categoria affaristica, un modo di organizzare il business delle armi e del movimento di capitali attorno alla difesa da minacce immaginarie. La “minaccia” crea quel clima emergenziale atto a saccheggiare il denaro pubblico scavalcando le procedure e sorvolando sui conflitti di interesse della cleptocrazia. In un sistema drogato di “minaccia”, è la minaccia stessa, con l’emergenza che determina, ad essere il regolatore e il sovrano. Chi obietta che gli affari delle lobby destabilizzano l’economia, diventa a sua volta un nemico e una minaccia alla sicurezza nazionale; quindi ogni critica contraria viene riconvertita in un rinforzo del meccanismo emergenziale.
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