Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la Meloni avrebbe dovuto reagire inoltrando una protesta diplomatica, nella quale si sarebbe dovuto far presente all’interlocutore il carattere di ufficialità di certe foto, per cui non si posa per una foto con un governante straniero se si ritiene che gli elementi di tensione prevalgano, quindi non ha senso affermare di averlo fatto solo come favore personale; poi addirittura rinfacciando quello stesso favore. L’appello estemporaneo della Meloni all’orgoglio nazionale, dire che l’Italia non chiede e non implora, fallisce nel tentativo di ricondurre la questione nei termini istituzionali; semmai determina quell’inghippo comunicativo che consiste nel ribadire attraverso la negazione. D’altra parte, se la Meloni avesse reagito rimanendo nell’ambito delle procedure istituzionali, ciò comunque avrebbe determinato oggettivamente un paradosso comunicativo, cioè il contestare a Trump di non star facendo politica ma pubbliche relazioni; una contestazione che si sarebbe estesa all’intera farsa del G/7, e quindi alla stessa Meloni.
Trump può essere considerato un caso estremo, ma non è atipico, e neppure eccezionale; semmai rientra nel processo di de-istituzionalizzazione a cui assistiamo da decenni. Il concetto di istituzione implica necessariamente il senso della continuità della funzione; invece l’unica continuità sta nei comportamenti extra-istituzionali. Trump insulta il suo predecessore Biden quasi tutti i giorni, con ciò dimostrando di fregarsene del suo dovere di tutelare la funzione presidenziale. D’altra parte anche Biden non si è fatto mancare niente in termini di comportamento extra-istituzionale; dagli insulti verso capi di Stato stranieri agli sbaciucchiamenti sulla testa della Meloni (sempre lei). Del resto nell’ottica delle pubbliche relazioni è inevitabile che si tenda ad alzare ogni volta l’asticella pur di essere notati.
Per de-istituzionalizzazione si intende la commistione e la confusione tra pubblico e privato, altalenando tra l’uno o l’altro in base al vantaggio del momento. Il continuo saltabeccare dal diritto pubblico a quello privato, determina oggettivamente uno spazio di extra-legalità, e addirittura di impunità legale. Non ha altro senso il trasformare in società per azioni delle aziende a capitale pubblico. Ma in Italia abbiamo assistito soprattutto alla de-istituzionalizzazione della Sanità e della Scuola attraverso il mito della ”aziendalizzazione”. Ovviamente la Sanità e la Scuola non sono mai diventate aziende, poiché il loro prodotto non è quantificabile; ma il senso dell’operazione era appunto creare spazi di manovra per lobby d’affari attraverso una privatizzazione strisciante. In effetti la locuzione “privatizzazione strisciante” può essere considerata un sinonimo di de-istituzionalizzazione. In questa logica svanisce la nozione di politica e tutto si riduce agli affari e alle pubbliche relazioni che li promuovono.
Non si può dire però che la de-istituzionalizzazione sia un fenomeno relativamente recente; appare semmai come una sorta di latenza di quella finzione giuridica detta “Stato”. Ad esempio, a Trump si è giustamente contestato di aver de-istituzionalizzato la diplomazia usando come negoziatori degli immobiliaristi suoi soci, come Whitkoff e Kushner (quest’ultimo anche genero di Trump). Witkoff e Kushner sarebbero gli ideatori dell’affare immobiliare del resort di Gaza. Ma alle origini del conflitto in Palestina troviamo proprio gli affari immobiliari.
Alla fine dell’800 il sionismo pratico consisteva appunto negli investimenti immobiliari dei Rothschild in Palestina; investimenti operati tramite agenzie ebraiche create e finanziate dagli stessi Rothschild. La gran parte dei terreni palestinesi fu venduta ai Rothschild dalla famiglia greco-libanese dei Sursock, che li aveva a sua volta acquistati dall’impero ottomano, che ha dominato la Palestina fino al 1918. I Sursock in Palestina furono dei proprietari molto assenteisti, e ciò indica che siano stati soltanto dei prestanome e degli intermediari in tutto l’affare. Se per uno Stato risulta politicamente sconveniente vendere direttamente qualcosa a Tizio, allora vende a Caio perché lo rivenda a Tizio.
Il sionismo nasce come collettore di denaro e tale è rimasto, visto che Israele sarebbe uno “Stato”, ma non ha neppure tentato di rispettare quel minimo di finzione giuridica, per cui non si è mai dato una forma definita; infatti si è guardato bene dallo scrivere una Costituzione. Le continue guerre fanno affluire soldi col pretesto di difendere il diritto di Israele ad esistere; ma, al tempo stesso, le continue guerre fanno crollare il valore degli immobili in Israele. All’inizio del 2026 sulla stampa israeliana sono apparsi vari
articoli-marchetta che incoraggiavano gli investitori dicendo che, dopo anni di calo, il mercato immobiliare dava segni di ripresa; ma poi a fine febbraio hanno ricominciato a piovere i missili.
Il sionismo, per la sua stessa natura di canale finanziario, è costretto ad espandersi investendo altrove. Cipro è ormai una colonia immobiliare israeliana; ma l’Italia non è da meno, visto che ci sono investimenti immobiliari israeliani in Puglia, Sicilia,Toscana e Piemonte.
In Valsesia sono preoccupati per l’arrivo di questi danarosi coloni che stanno mettendo su delle enclave che escludono la popolazione locale, creando un embrione di apartheid. La stampa locale ha cercato di imbonire la popolazione e convincerla che la colonizzazione sionista fosse una bella opportunità per la valle, ma non ha funzionato. Sono quindi arrivate “provvidenziali” letterine anonime di minaccia, per cui ora gli insediamenti sionisti possono anche ottenere la protezione poliziesca e la criminalizzazione preventiva di qualsiasi protesta.
La stessa ufficializzazione del sionismo è avvenuta attraverso un atto extra-istituzionale.
La famosa Dichiarazione di Balfour del 1917 è infatti la lettera privata del primo ministro britannico al barone Rothschild. Come è noto, nella sua lettera Balfour dichiarava che il Regno Unito conferiva un riconoscimento agli insediamenti ebraici in Palestina; il che, tradotto in soldoni, voleva dire che gli inglesi erano disposti a proteggere gli investimenti immobiliari di Rothschild (ovviamente in cambio di qualche “provvigione”, che però è stata omessa nella lettera). Ma la vera “perla” della dichiarazione di Balfour, ciò che la rende un ossimoro diplomatico, consiste nell’autorizzazione del ministro Balfour a rendere pubblica quella lettera privata. Se si voleva riconoscere pubblicamente il sionismo, perché non farlo con un atto pubblico? Ma pare che gli affari immobiliari non vadano d’accordo con la trasparenza.
C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo ad un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso.
Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.
L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale. A quel punto la questione europea si riduceva ad un gioco delle parti con le sinistre (o sedicenti tali), che difendevano l’euro e l’UE per non cadere nell’orrido nazionalismo. Ma le nazioni, e persino gli Stati, sono delle astrazioni, mentre le lobby sono aggregati di interessi effettivi. Le lobby non si sentono legate alle proprie nazioni, bensì a lobby affini, e ciò spiega la tendenza autocoloniale che consiste nella ricerca di “vincoli esterni” con cui tenere a bada le classi subalterne. La lobby più potente in assoluto è quella dei creditori, perché ha il vantaggio di non dover pensare: il denaro segue il denaro, e perciò pensa già a tutto lui, e basta accodarsi a lui. Non è l’economia a comandare, ma il giro dei soldi; che, una volta avviato, non trova un decisore politico in grado di interromperlo. Lo si è visto con il flusso di finanziamenti all’Ucraina, della quale ci si racconta che è molto corrotta, come se non si sapesse che qualsiasi flusso di soldi implica inevitabilmente un feedback; perciò è ovvio che una gran parte dei soldi spediti in Ucraina ritorna al mittente per essere riciclata in conti bancari alle Isole Cayman.
La rendita di posizione del lobbying sulla politica consiste appunto in questo automatismo, mentre elaborare ed applicare strategie è un’arte. Il lobbying invece fa pubbliche relazioni, e quindi può propinare spot e slogan spacciandoli per strategie, come si è visto negli USA con la lobby delle armi e del riciclaggio nota come neocon.
Non è un caso che la reazione dei mitici “mercati” nostrani all’annuncio dell’ultimo aumento dei tassi da parte della Banca Centrale Europea, sia stata
una lievitazione del valore di tutti i titoli delle banche italiane. Tassi di interesse più alti significano più profitti per le banche, e ciò spiega l’euforia delle Borse per i loro titoli. Tra i maggiori azionisti delle banche italiane ed europee, ci sono ovviamente i soliti fondi di investimento, come Blackrock.
La cosa più interessante però è vedere come la BCE ha giustificato l’aumento dei tassi decorso dal 17 giugno. Si tratterebbe di una misura per tamponare gli effetti inflazionistici del blocco del Golfo Persico. In realtà non è affatto dimostrabile che l’aumento dei tassi possa contenere i prossimi effetti inflazionistici; quel che risulta certo, è che
l’aumento dei tassi va a compensare la perdita del valore dei crediti che si era determinata a causa dell’inflazione passata. Che poi la decisione della BCE comporti un calo ulteriore della produzione e della occupazione, non appare rilevante, e non sembra turbare gli “esperti”.
Al contrario, la BCE è stata molto lodata per aver agito ”tempestivamente” in questa circostanza, cioè di non aver aspettato troppo, come nel 2022; quando, per reagire al blocco delle materie prime russe imposto dalle sanzioni USA-UE, la BCE aveva atteso qualche mese per decidersi ad alzare i tassi di interesse. Ci narrano che esiste uno strumento infallibile per contrastare gli effetti negativi delle guerre, e lo strumento è quello di fare l’interesse delle banche. Viene il sospetto che anche gli “esperti” abbiano delegato il pensiero al denaro. Le multinazionali del credito e le banche in genere non sono “amate” dal pubblico, ma ciò che conta è che non si esca mai dalla loro narrativa. Il superbonus fiscale è stato criminalizzato perché permetteva alle imprese di creare circuiti di autofinanziamento, ed alla fine tutta la pubblica opinione ha accettato la versione favorevole alla lobby dei creditori. Contrariamente ai sogni interclassisti, gli imprenditori non reagiscono facendo coalizione con i lavoratori, bensì tendono a rivalersi su di loro abbassando i salari; il che va bene alle banche, dato che i lavoratori sono costretti a chiedere prestiti per effettuare qualsiasi acquisto di rilievo.
I bassi salari deprimono la domanda e generano altra disoccupazione, determinando una spirale di deindustrializzazione; la stessa impresa “privata” si è strutturata come fenomeno assistito dai governi con sovvenzioni e sussidi. In una economia organicamente depressa dal suprematismo del credito, si rivela irrealistica e fiabesca l’idea che l’impresa possa sopravvivere nel mitico “mercato”.
Il cosiddetto capitalismo è basato non solo sul denaro pubblico, ma anche sulle informazioni che i funzionari pubblici passano agli operatori di Borsa per manipolare le transazioni finanziarie. Chi ha saputo in anticipo dell’aumento dei tassi da parte della BCE, ha potuto speculare sui titoli bancari in base alla certezza che il loro valore sarebbe aumentato di lì a poco.
Il politicamente corretto era nato come una igiene del linguaggio; è stato però ristrutturato in una tecnica di intossicazione comunicativa per non affrontare la questione degli effetti depressivi del suprematismo del credito. Senza lo sviluppo economico, ed il conseguente ascensore sociale, è impossibile integrare gli immigrati; il politicorretto invece finge che si possa risolvere il problema con l’accoglienza e con il contrasto alla xenofobia. I falsi avversari del politicorretto, cioè quelli della “destra identitaria”, la mettono sul piano delle identità etniche che non possono mescolarsi. In realtà la disintegrazione sociale non riguarda solo i migranti, ed era cominciata almeno un decennio prima delle grandi ondate migratorie, per cui già dagli anni ‘80 dei quartieri con popolazioni di puro ceppo italico si erano costituiti di fatto in enclave.
Mentre impedisce l’integrazione dei migranti, il suprematismo del credito alimenta anche la spinta migratoria. Alle monetine nazionali, la lobby dei creditori preferisce le monetone sovranazionali, quelle che non perdono mai di valore e quindi non rischiano di compromettere il valore dei crediti. Per lo stesso motivo, i debitori trovano nelle monetone un moltiplicatore dei loro problemi. La cosa strana è che le destre non hanno mai parlato degli effetti del sovra-indebitamento sulla spinta migratoria. Per le destre la soluzione per contenere la spinta migratoria sarebbe sempre quella violenta, cioè la deportazione. Negli USA si effettuano deportazioni di massa dagli anni ’30 del secolo scorso, il che non ha mai allentato la pressione migratoria; però i safari anti-immigrati erano divertenti, almeno per gli psicopatici. Più interessante sarebbe parlare di monetone, che infatti sono indirettamente un fattore essenziale per aumentare la spinta migratoria. Risulta infatti da molti studi scientifici che
i migranti sono dei sovra-indebitati, e che tale condizione di sovra-indebitamento si riscontra in ogni fase; prima di partire, durante il viaggio, e dopo l’arrivo a destinazione. La meta obbligata del migrante è sempre un paese dotato di monetona, una valuta che consenta con il cambio di far aumentare il valore dei magri guadagni allorché li si spedisce al paese di origine.