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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Abbiamo appena scoperto che l’amministrazione Trump ha attaccato l’Iran perché non si aspettava di dover sostenere una vera guerra. Il fatto può sembrare strano per una amministrazione che aveva appena ribattezzato il dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra; ma strano non è, infatti vale lo schema per cui meno ci credi e più la spari grossa, cioè si esagera per autosuggestionarsi così da suggestionare gli altri. Al di là dei suoi intendimenti, uno come Trump è sempre stato un abitante dello spot neocon, dato che comunica per iperboli e agisce per rilanci e bluff. Il bullimperialismo USA non ha strategia, ma si riduce ad uno schema comportamentale.
Lo schema è rintracciabile in altri contesti, anche nella comunicazione di persone che affermano di disprezzare Trump, o addirittura, come Carlo Calenda, lo accusano di essere un asset russo. Calenda è generalmente considerato un imbecille, e ciò porta a sottovalutare quello che dice, o a replicargli in base a qualche luogo comune edificante. Nella vicenda della tentata censura ai danni degli artisti russi alla Biennale di Venezia, molti commentatori hanno reagito alla censura come se stessero giocando la partita del cuore, appellandosi alla libertà di espressione e alla libertà della cultura; tutte cose mitiche, mai esistite da nessuna parte. Se si fosse invece prestata attenzione alle tesi di Calenda, si sarebbe individuato il vero bandolo della questione, cioè il trucco di dilatare a tal punto il concetto di guerra da poterci infilare tutto e il contrario di tutto. Si parla tanto di pacifinti, ma ci sono soprattutto i guerrifinti come Calenda, cioè quelli che possono interpretare la parte degli indomiti combattenti sempre in trincea, sparando però a bersagli comodi e inermi come gli atleti handicappati russi, o i gatti russi o gli artisti russi; oppure, meglio ancora, i “putiniani”, cioè praticamente chiunque. Quando invece si tratta di rischiare di morire sul serio, allora ci si manda gli ucraini; magari pagando qualcuno per dare la caccia ai renitenti alla leva che si nascondono nelle cantine.
Il militarismo dei guerrifinti è comunque pericoloso, poiché è basato sul presupposto che la controparte stia al gioco e che non reagisca mai alle provocazioni. Finora ha funzionato, dato che Putin e soci hanno confinato il confronto militare con la NATO al solo territorio ucraino; ma non è detto che sia così per sempre. Il militarismo dei guerrifinti è pericoloso anche perché crea un’industria degli armamenti funzionale agli arricchimenti delle cosche d’affari e disfunzionale alla vera guerra. L’ipertrofia finanziaria dell’industria degli armamenti alimenta con i suoi spot un’illusione di potenza che conduce a gettarsi irresponsabilmente in avventure belliche in base all’erroneo presupposto che si tratti di brevi passeggiate. Gli USA hanno speso centinaia di miliardi di dollari per delle portaerei che si stanno rivelando inadatte e inutili per la guerra moderna. L’Italietta non è affatto immune da questa sindrome. Nel nostro paese alligna una delle più importanti industrie delle armi in Europa, cioè Leonardo SpA, di cui il governo detiene la quota azionaria di controllo. Come al solito, gli eccessi retorici indicano che qualcosa non torna. Leonardo SpA ha invaso il settore dell’istruzione non solo per razziare i fondi pubblici dell’Alternanza Scuola-Lavoro, ma anche per trasformare l’istruzione in un grande palcoscenico nel quale mandare in onda lo spot della “innovazione”.
Nel 2024, insieme con Unicredit, Banco BPM, ENEL Italia e Autostrade per l’Italia, la Leonardo ha messo su una Fondazione per la Scuola Italiana. Si tratta ovviamente della solita non profit esentasse, che dovrebbe raccogliere finanziamenti privati da investire nell’istruzione in collaborazione col Ministero; infatti il ministro Valditara ha ufficialmente benedetto la Fondazione e la relativa partnership tra pubblico e privato. Sembra tutto idilliaco, ma il problema è che i privati fanno la Formazione Scuola-Lavoro riscuotendo a loro volta dei fondi pubblici; soldi che dovrebbero essere tassati, dato che figurano come pagamento di un servizio. Ma, attraverso il non profit, si crea un meccanismo di immunizzazione fiscale. Gli appassionati di fantadidattica disputano tra loro, dividendosi tra chi è convinto che l’istruzione pubblica sia andata in malora per colpa del buonismo e dell’inclusione, oppure chi sostiene che non si è stati capaci di includere abbastanza; ciò senza considerare che ormai siamo in piena cleptocrazia, quindi tutte le istituzioni pubbliche (ivi comprese le magistrature civili, penali, amministrative e contabili) vengono svuotate della loro funzione originaria e riconvertite a lobby d’affari, trasversali al pubblico e al privato.
Negli USA si sono accorti in parecchi che Trump fa dichiarazioni ai media in tempi e modi che consentono ai suoi complici di speculare in Borsa con l’insider trading. Certe manifestazioni di arroganza cleptocratica non sono però esclusive degli USA. Le cosiddette “startup” sono nuove aziende che nascono col pretesto di qualche business attorno a presunte tecnologie innovative; e proprio questa estemporaneità le rende particolarmente adatte al riciclaggio di denaro sporco. Ma ancora più interessante è l’uso delle startup per manipolare il mercato azionario; infatti è facilissimo gonfiare il valore di una startup se questa accredita la propria nascita in base a promesse di innovazione tecnologica; promesse che poi si rivelano del tutto fumose.
Un altro espediente per gonfiare artificialmente il valore delle startup consiste nel conferirgli pubblici riconoscimenti con premi prestigiosi. Manco a dirlo, proprio Leonardo SpA è specializzata in questo tipo di operazioni di pubbliche relazioni (qualcuno direbbe: manipolazione del mercato). Esiste un Premio Leonardo Startup che conferisce riconoscimenti ad aziende nate da poco. Ovviamente questi riconoscimenti gonfiano il valore azionario delle startup premiate; oltretutto chi sapesse in anticipo quali siano le startup insignite dell’ambito premio Leonardo, potrebbe utilizzare l’informazione per comprarne le azioni appena prima che ne lieviti il valore.
Ringraziamo Mario C. Passatempo
Contrariamente a quanto ci si poteva attendere, non vi è stato un eccessivo interesse da parte degli analisti e dell’opinione pubblica per stabilire se l’ultimo presunto attentato a Trump fosse autentico, o una pagliacciata, oppure un’autentica pagliacciata. La domanda più frequente infatti non è stata il classico “cui prodest?”, bensì l’ancor più classico “a chi importa?”. Insomma, la questione della sorte di Trump non appassiona quasi nessuno; semmai sorgono questioni lessicali di non poco conto. In base ai precedenti determinati dalla stessa amministrazione Trump, bisognerebbe capire come catalogare l’eventuale tentativo di eliminare l’attuale presidente. Come attentato, oppure come “attacco di decapitazione”?
Nessun organo internazionale ha pronunciato una formale condanna del sequestro di Maduro e dell’assassinio di Khamenei, e gli USA sono un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; quindi, dati i precedenti, eliminare capi di Stato o di governo non può più essere considerato un atto illegale o terroristico, bensì una normale prassi politica.
D’altra parte ci si potrebbe chiedere se il termine “decapitazione” si possa applicare all’eventuale eliminazione di Trump. Il dubbio è lecito, e non solo perché Trump appare fuori di testa, ma soprattutto a causa della crescente evidenza che Trump non è il “capo”. Gran parte della narrativa mediatica dell’ultimo anno ha presentato come una sorpresa il fatto che Trump parli e agisca come un neoconservatore, e che i neoconservatori come Lindsey Graham siano determinanti nel dettargli le scadenze. In realtà la dipendenza della comunicazione di Trump dagli schemi neocon, era già evidente dall’inizio, come dimostrano anche gli articoli del 2017 dell’economista Thomas Palley. Non era difficile capire che l’antiglobalismo di Trump fosse solo un circo mediatico per catturare il voto degli operai e degli ex operai.
Dalla narrativa neocon Trump ha ripreso soprattutto il rifiuto del senso del limite, quindi il ritenere che i problemi siano dovuti al “troppobuonismo”, all’essersi legati le mani per amore del politicamente corretto. In parole povere, si tratta del solito vittimismo del bullo, per cui ogni aggressione che si commette dovrebbe essere il risarcimento per immaginari torti ricevuti in passato. Un discorso demenziale, ma del tutto funzionale a ciò che i neocon devono fare, cioè lobbying d’affari per gli appalti degli armamenti e per il giro di riciclaggio sui soldi, pubblici e privati, indirizzati verso Israele. La scienza politica ha sempre dato per scontato che gli Stati e i governi siano soggetti politico-istituzionali definibili in base ad un quadro legale-razionale, oppure ideologico. Il lobbying smentisce questo assioma, mostrando come attorno ad un giro d’affari si aggreghi una cordata che ha un funzionamento da dispositivo automatico e unidirezionale. Il lobbying è un’attività predatoria; ma, a differenza di una rapina in banca, non ha bisogno di un piano preventivo e di un numero definito di componenti della banda. L’ecosistema del lobbying è la confusione, la dissoluzione dei ruoli istituzionali, e anche dei confini tra pubblico e privato, e tra legale e illegale. Il lobbying è pervasivo e si riproduce per conformismo e imitazione, perciò non ha neppure bisogno di un pieno livello di consapevolezza, al punto da rappresentare e percepire se stesso come in uno spot pubblicitario. Per capire cosa sia la comunicazione del lobbista, basta ascoltare Lindsey Graham: nessun riferimento a dati di fatto o cronologie degli eventi, soltanto slogan e, come unico richiamo concreto, il meccanismo dei soldi da mettere in moto.
Il guaio però è che si finisce per vivere solo nel proprio spot, e ciò spiega l’insofferenza dei neocon e di Trump verso le organizzazioni internazionali, che sarebbero invece un caposaldo ancora indispensabile per l’imperialismo statunitense. Ad esempio, negli anni ’90 gli USA hanno imposto l’istituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). In nome di una presunta “libertà di commercio”, fino al 2019 il WTO ha funzionato come una struttura di finto arbitrato, fondato sul legare le mani ad alcuni e lasciarle libere ad altri. La leggenda trumpiana è che con le sue “regole” il WTO abbia favorito l’ascesa economica della Cina. Nel 2019 Trump ha bloccato l’attività di presunto arbitrato del WTO, oltre a violarne le regole imponendo dazi. In questi sette anni però la Cina ha continuato a crescere sul piano industriale, e gli USA a regredire. Il WTO quindi non c’entra, e la deindustrializzazione statunitense è dovuta ai privilegi fiscali e finanziari delle corporation.
In questi anni purtroppo si è creata una contro-narrativa di “opposizione” che interpreta la schizofrenia statunitense come la reazione (scomposta o particolarmente astuta, a seconda delle valutazioni) ad una presunta “sfida multipolare” da parte dei cosiddetti BRICS. Se si esce dal fumo della suggestione e si guarda all’effettivo comportamento dei singoli paesi che compongono i BRICS, ci si accorge che la realtà è l’esatto opposto; che non c’è mai stata alcuna sfida multipolare, e che i paesi BRICS collaborano tra loro il meno possibile, in funzione di mera sopravvivenza al comportamento dissociato e aggressivo degli USA. App moderne per favorire i pagamenti internazionali erano già tecnicamente disponibili da prima del 2019; ma c’è voluto il furore sanzionatorio e predatorio degli USA nell’ultimo quinquennio perché ci si decidesse a varare un sistema internazionale BRICS Pay.
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