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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
L’ex analista della CIA Larry Johnson ha affermato che l’unica spiegazione plausibile del viaggio a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, è quella che si sia trattato di andare a recuperare le salme di appartenenti all’agenzia che sono caduti nei combattimenti in Ucraina. Un dettaglio che conferma questa ipotesi è quello delle dimensioni del Boeing che ha portato Ratcliffe a Mosca; si tratta infatti di un velivolo militare in grado di reggere carichi pesanti come i carri armati, quindi anche il peso di un certo numero di bare. Un ulteriore dettaglio a sostegno dell’ipotesi dell’operazione umanitaria, è la contestuale presenza a Mosca di un diplomatico del Vaticano, che potrebbe aver svolto un ruolo di trattativa presso il ministero degli Esteri russo per favorire il rilascio delle salme degli agenti della CIA, in modo da restituirle alle loro famiglie. La presenza massiccia di personale CIA in Ucraina non è una supposizione, bensì un dato di fatto più volte riferito dalla comunicazione ufficiale, spesso legata alla stessa CIA, come il quotidiano New York Times; in Italia la principale agenzia di stampa, l’ANSA, ha ripreso con dovizia di dettagli le notizie sul radicamento della CIA in Ucraina fin dal 2014 (anche se c’è una documentazione desecretata che fa risalire la penetrazione della CIA in Ucraina addirittura agli anni ’50). Del resto non sarebbe realistico ritenere che, con un numero così elevato di addetti all’intelligence dislocati sul campo, la CIA non abbia dovuto subire delle perdite in Ucraina. Certo, si tratta di bazzecole rispetto ai milioni e milioni di soldati russi morti di cui ci narrano i nostri media.
Si potrebbe obiettare che Ratcliffe è il maggiore esponente di quello che viene chiamato “Deep State”, quindi potrebbe essere considerato il vero presidente degli Stati Uniti, certamente più importante degli uomini di paglia che si alternano alla Casa Bianca; perciò nessuno più di Ratcliffe avrebbe i titoli per avviare un negoziato con il Cremlino. L’obiezione parte da una premessa vera, ma poi travisa il ruolo del “Deep State”, che non è quello di scegliere e decidere, bensì di assicurare la continuità, la routine. Per sua definizione la burocrazia ostacola le politiche non omogenee con la perpetuazione del sistema; se poi la burocrazia si costituisce anche come lobby d’affari, allora l’ingranaggio si rafforza con l’influenza del denaro e si costituisce come establishment che conosce solo il moto inerziale. Palantir è soltanto la più importante delle aziende create e finanziate dalla CIA tramite la sua agenzia di investimenti, la In-Q-Tel. In effetti le aziende create e finanziate dalla CIA sono centinaia; tra l’altro l’elenco è stato reso noto soltanto in parte. Secondo la legge e il suo stesso statuto, la CIA non potrebbe operare sul suolo americano; evidentemente gli affari non sono considerati un modo di “operare”; il che ovviamente è ridicolo e dà l’idea dell’effettivo livello di serietà del sedicente controllo di legalità negli USA. Il nesso tra le aziende e il settore dello spionaggio e controspionaggio industriale, è inestricabile, almeno a quanto dichiara la legge 124/2007, varata dal governo Prodi. Non può esserci un confine tra il “proteggere” gli interessi economici e crearli, cioè fare affari. Inoltre nessuno meglio di un servizio segreto può manipolare i mercati finanziari usando notizie riservate, oppure creando notizie false.
Quasi tutti conoscono la fiaba su Jeff Bezos, che avrebbe fondato nel 1994 la sua azienda, poi chiamata Amazon, soltanto con gli spiccioli del suo salvadanaio. Nelle fiabe americane il luogo magico non è il bosco, ma il garage; infatti anche la fiaba di Bezos, come quella di tutti gli altri magnati del web, parte da un garage. Grazie alle vibrazioni positive del garage, nel 2013 Amazon ha ottenuto un contratto dalla CIA per la fornitura di servizi informatici. Quello è stato soltanto il primo dei contratti di Amazon con agenzie governative; ed è stato anche l’avvio di un carosello di porte girevoli di funzionari governativi verso carriere strapagate in Amazon. Tutta la storia del capitalismo va quindi demistificata e riletta in chiave di lobbying trasversale tra pubblico e privato; un lobbying di cui i servizi segreti costituiscono il perno ed il principale punto di aggregazione.
I servizi segreti sono una burocrazia particolare, che non solo catalizza il lobbying d’affari, ma può anche riprodurlo all’infinito; perciò i servizi segreti moltiplicano le opportunità per i conflitti di interesse ed anche per le porte girevoli tra carriere nel settore pubblico e nel settore privato. A differenza delle altre burocrazie, i servizi segreti non si limitano a tutelare i privilegi, ma li possono produrre in serie. La macchina del privilegio non può accettare mediazione, non prevede lo sterzo o la retromarcia; neppure il freno, poiché con lo stesso privilegio è in grado di fagocitare e corrompere, oppure isolare, qualsiasi tentativo di sottometterla ad una direzione politica.
Il povero Massimo Giannini è stato subissato di sghignazzi e sberleffi per la sua frase sullo scontro con la Russia, da lui indicato come una occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. Lo svolazzo retorico del “forgiare nel fuoco della battaglia”, ha catturato quasi tutta l’attenzione, mentre invece la questione è un po’ più insidiosa. In realtà la tesi dell’articolo pubblicato il 15 agosto scorso da Giannini sul quotidiano “la Repubblica”, è che la guerra in Ucraina avrebbe potuto rappresentare un’occasione di integrazione europea, ma i vari paesi non l’hanno saputa cogliere e procedono ancora una volta in ordine sparso. La posizione di Giannini potrebbe quindi sembrare realistica e pessimistica. Si parte dalla concezione, già cara a Prodi e Monti, delle crisi viste come preziose occasioni per l’UE di procedere in avanti; salvo concludere, gozzanianamente, che la rosa non fu colta.
Ma il vero problema è che non soltanto le crisi non hanno portato avanti il processo di integrazione europea, ma, al contrario, hanno addirittura messo in evidenza quale fosse l’autentico sottostante dell’impalcatura UE. Il Trattato di Maastricht del 1992 non faceva alcun riferimento alla NATO ed al Fondo Monetario Internazionale, quindi sembrava delineare una Unione Europea autonoma da queste organizzazioni internazionali. C’è chi ha osservato che la mancanza di riferimenti espliciti al FMI è stata una mera ipocrisia, perché l’ideologia alla base del Trattato di Maastricht è la stessa del FMI, cioè quella di privilegiare il punto di vista e l’interesse della lobby dei creditori. La “stabilità dei prezzi” di cui si parla nel Trattato di Maastricht, significa in effetti stabilità del valore dei crediti. In altri termini, non si esita a sacrificare lo sviluppo economico pur di evitare l’inflazione. Verissimo, ma almeno nel 1992 l’UE si preoccupava ancora di salvare la finzione. Quando invece dal 2008 è scoppiata la crisi dei debiti sovrani dell’eurozona, la finzione è stata del tutto abbandonata ed il Fondo Monetario Internazionale è intervenuto direttamente a gestire la crisi insieme con la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea, formando la cosiddetta (e famigerata) “Troika”. Il FMI è stato fondato nel 1945 come strumento del neocolonialismo, un modo di sottomettere le ex colonie con i debiti invece che con le occupazioni militari; quindi l’Europa ha applicato a se stessa il modello neocoloniale della schiavitù del debito e della criminalizzazione dell’insolvenza. Domenico Losurdo interpretava il nazismo come l’applicazione allo scenario europeo degli strumenti del dominio coloniale creati e sperimentati in Africa, in Asia e nelle due Americhe. In effetti anche l’Unione Europea è su quella linea, sebbene in questo caso si tratti di strumenti del neocolonialismo.
Nel 2012 il FMI è entrato a pieno titolo nei trattati europei, con l’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità, il sedicente Fondo salva-Stati. Nel punto 8 del preambolo e nell’articolo 13 del trattato del 2012 (quello tuttora in vigore), la cooperazione col FMI viene posta come elemento fondante dell’istituzione del MES.
Il Fondo Monetario Internazionale ha la sua sede centrale a Washington D.C., e ciò non è per nulla casuale. Allo stesso modo gli uomini di mondo intuivano che non fosse stata una pura coincidenza il fatto che la NATO e l’UE avessero entrambe scelto di piazzare la propria sede nella stessa città, Bruxelles. L’articolo 2 del trattato istitutivo della NATO (che è del 1949) sollecitava l’integrazione economica tra i paesi dell’alleanza; ma nel Trattato di Maastricht non si fa alcun cenno alla NATO. Neppure nel Trattato di Roma del 1957 c’erano riferimenti all’alleanza atlantica. La crisi con la Russia del 2014 ha fatto sì che cadessero i veli pudichi mantenuti per tutta la guerra fredda. La prima dichiarazione congiunta tra NATO e UE è del 2016; ce n’è stata un’altra nel 2018. L’ultima dichiarazione è del 2023 e pretenderebbe di delineare una “bussola strategica” comune per le due organizzazioni; in realtà il documento formalizza il dato di fatto che la UE è una appendice della NATO.
Non si può essere anti-europeisti, perché l’europeismo non esiste e non è mai esistito; è sempre stato soltanto l’alibi per una dipendenza nei confronti della NATO e del FMI, cioè degli Stati Uniti. Le oligarchie europee hanno cercato una sponda oltre Atlantico in modo da opprimere e ricattare col “vincolo esterno” le proprie classi subalterne.
Oggi c’è il cialtrone Trump che fa la sceneggiata del marito che vuole abbandonare il tetto coniugale, ma di fatto in Europa nessuna delle basi militari statunitensi è stata abbandonata. Sono proprio questi dettagli concreti che la dolente retorica pseudo-realistica e pseudo-pessimistica di Giannini vuole dissimulare.
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