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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Non c’è nulla di strano nel fatto che un papa colga l’occasione dell’avvento dell’intelligenza artificiale per riproporre la consueta retorica sulla centralità dell’uomo. Non c’è da stupirsi se i preti usano ogni opportunità per dire messa e pronunciare omelie; il problema semmai riguarda quelli che si arruolano come chierichetti. Meno spiegabile è infatti che tanti “laici” si mettano in cordata con l’enciclica papale per offrire un contributo, anche in chiave critica, per un nuovo umanesimo. Non si tratta soltanto di mantenere un realistico scetticismo sull’effettivo potenziale critico della Chiesa cattolica nei confronti dell’establishment di cui è parte integrante; il problema sarebbe soprattutto di capire se sia serio voler ancora affidare all’umanesimo le prospettive di sopravvivenza e di benessere dell’umanità. Il punto è che per sostituire le classi dirigenti e le opinioni pubbliche, non c’era bisogno dell’arrivo dell’intelligenza artificiale; bastava un distributore automatico o una fotocopiatrice, che probabilmente avrebbero fatto persino di meglio. Nessuna vicenda sfugge al copione preconfezionato, tanto che lo stesso pubblico in sala conosce già le battute e interagisce con la commedia che si recita sul palcoscenico.
A proposito di pessimismo antropologico, un personaggio come Adriano Sofri è un esempio da manuale. La circostanza di essere stato vittima di un abuso giudiziario, non ha affatto nobilitato Sofri; al contrario, egli ha trovato la sua personale via di salvezza nel diventare dispensatore di paralogismi per conto dell’establishment che lo aveva incastrato. Nel caso della grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti, l’espediente retorico più banale era quello di ricorrere all’episodio dell’adultera del vangelo di Giovanni; e infatti Sofri lo ha usato. Ma la figura dell’adultera non ha alcuna connotazione venale, e solo in base a un pregiudizio maschilista la si può associare alla prostituzione (femminile o maschile che sia), che comporta invece una transazione economica. Se proprio si voleva ricorrere a un caso di assoluzione dotato di titoli storiografici e iconografici, si poteva ricorrere a Mnesarete, l’etera e modella più nota con il suo nome d’arte di Frine, che fu graziata dai giudici mostrando loro le sue grazie. Ci sarebbe stata anche l’assonanza tra i nomi Mnesarete e Minetti.
Ancor più nobile sarebbe stato rinfacciare al partito dei forcaioli che le magagne si occultano molto meglio all’ombra delle forche che all’ombra dei provvedimenti di grazia. Pochi giorni fa l’ex sottosegretario alla Giustizia Delmastro ha narrato per l’ennesima volta di come per ingenuità si sia messo in affari con i prestanome di un boss del crimine organizzato. Nessuno dei critici o accusatori di Delmastro ha fatto due più due, chiedendo ad un sottosegretario che si occupava di detenzione al 41bis, come mai fosse in contatto proprio con i prestanome di un boss che sta al 41bis. Grazie al suo alone sacrale di surrogato della forca, il 41bis non è mai sospettabile di reconditi affari e non deve rendere conto della sua mancanza di trasparenza.
Ma c’era una considerazione ancora più nobile da fare sulla vicenda in oggetto, e cioè che il caso Minetti, in sé poco rilevante, ha assunto le dimensioni di una catastrofe istituzionale soltanto dopo che Mattarella lo ha inviato alla Procura milanese per un supplemento di indagini. L’uguaglianza davanti alla legge non c’entra niente, e basta un minimo di raziocinio per capire che è una barzelletta. Blaise Pascal osservava che la legge vale per chi la subisce e non per chi la gestisce; quindi è la legge stessa a determinare condizioni di disuguaglianza e di privilegio di impunità. Se si vuole delinquere, la posizione ottimale è quella del poliziotto; poi ci saranno sicuramente anche poliziotti onesti e per bene, dato che a questo mondo c’è di tutto.
Il problema vero però è un altro; e cioè che si sarebbe potuto preservare il decoro istituzionale semplicemente ignorando le inchieste giornalistiche, o genericamente dichiarando la loro non pertinenza. Al contrario, Mattarella ha afferrato la palla al balzo per allestire una sfacciata esibizione di potenza, costringendo la magistratura a umiliarsi e a recitare frasi prive di senso. Ai tempi di Alessandro Manzoni, allorché c’era da coprire un fattaccio, si ricorreva al “troncare, sopire”; oggi invece ci si permette il lusso di sbracare, rilanciando con un abuso ancora più plateale. D’altra parte il problema non riguarda Mattarella come persona, bensì una Costituzione che si dichiara repubblicana, che sembra delineare addirittura una repubblica parlamentare, salvo poi annullare immediatamente ogni separazione dei poteri riunendoli nella figura del presidente della repubblica. La separazione dei poteri è sempre una illusione, dato che i poteri si ricompongono nella rete dei conflitti di interesse e dei ricatti incrociati; ma la nostra Costituzione non ti lascia neppure l’illusione. Il Capo dello Stato è capo delle forze armate, presiede il Consiglio Supremo di Difesa, presiede il Consiglio Superiore della Magistratura, nomina i ministri, può sciogliere anticipatamente le Camere, eccetera; quindi è un monarca. La fine dei partiti di massa che gestivano le banche e l’economia, ha fatto sparire tutti i contrappesi e quindi una monarchia semi-costituzionale è diventata una monarchia assoluta. Ai tempi della sua massima potenza il sistema dei partiti riusciva anche a imporre figure deboli come Giovanni Leone alla presidenza della repubblica, ma da Cossiga in poi è stato inarrestabile lo spostamento di potere verso il Quirinale (che, non per niente, è una reggia). Però sono quasi ottanta anni che ci raccontiamo la favoletta della “Costituzione più bella del mondo”, leggendone solo la prima parte, e facendo finta di non vedere che nella parte dell’ordinamento si rinnegano tutte le belle promesse iniziali.
La maggioranza dell’opinione pubblica ignora le smentite ed è rimasta legata al mito del presidente come semplice taglianastri. La mistificazione è un fenomeno partecipativo ed ha i suoi rituali collettivi. I rituali della fintocrazia sono a struttura binaria e chiamano le masse a schierarsi e fare il tifo per uno dei due contendenti; prevedono, ad esempio, che il governo “de destra” rilanci il nucleare, mentre quelli “de sinistra” si appellano alle energie alternative ed ai responsi dei referendum del 1987 e del 2011. Purtroppo risulta impossibile far rientrare gli eventi reali nel letto di Procuste di queste pantomime. La centrale nucleare di Latina è stata costruita dall’ENI a partire dal 1958, ed è stata avviata a tempo di record nel 1963. All’epoca quella di Latina era la maggiore centrale nucleare d’Europa, e l’hanno costruita senza dirci niente; mentre oggi, per dei miseri minireattori, la Meloni mette su un circo mediatico, dimenticandosi però di dirci dove prenderà l’uranio. Con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la gestione della centrale nucleare è passata all’ENEL. La cosa strana è che alla fine degli anni ’70 in Italia si avviò un dibattito sul nucleare, basato però sulla finzione che le centrali non ci fossero già. Ad occuparsi delle centrali nucleari e delle scorie radioattive è la SOGIN, una società a capitale pubblico, che in realtà è un ente appaltatore in funzione degli affari di Ansaldo Nucleare, che fa parte del gruppo Leonardo SpA. Sul sito SOGIN ci viene raccontato che l’attività della centrale di Latina sarebbe stata sospesa nel 1987, in seguito al risultato del referendum. Sempre secondo questa poco plausibile narrazione, la centrale sarebbe rimasta in condizione sospesa per trentatré anni (sic!), fino al 2020, quando il governo avrebbe finalmente ordinato di avviarne la dismissione, il “decommissioning”, che sarebbe in atto a tutt’oggi. La storia non sta né in cielo né in terra. Ci si vuol far credere che il pubblico, dapprima tenuto all’oscuro di tutto, poi venga improvvisamente chiamato a “decidere”, salvo poi farlo ripiombare nel blackout di notizie. L’unica cosa che si può capire dai contratti di appalto tra SOGIN e Ansaldo Nucleare, è che per queste due aziende il vero business non è mai stato la produzione di energia nucleare, ma il traffico di scorie radioattive.
Mai sottovalutare la futilità; perciò può valere la pena di occuparsi persino di uno come Vannacci, se occuparsene serve a demistificare un po’ l’ambiente. C’è chi sostiene che il generale sia l’ennesima esca lanciata dall’establishment per manipolare e fuorviare le istanze di opposizione. Certamente le cose stanno anche così, ma non è l’unico aspetto del problema, che si presenta più complicato. Gran parte dell’elettorato ha sicuramente metabolizzato la fintocrazia e ne ha interiorizzato i rituali, perciò in personaggi come Vannacci l’elettore non scorge tanto una alternativa politica concreta, bensì cerca un personaggio con il quale identificarsi; si tratta di un voto del tutto simile a quello che gli spettatori esprimono per i reality show come il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi. La “sinistra” mainstream si identifica con una serie di tabù: magistratolatria, eurolatria e vaccinolatria; perciò molti cittadini la percepiscono come quella che li vuole colpevolizzare, quella che cerca di farli sentire brutti e cattivi se non si fanno piacere i migranti, i gay e le tasse ecologiche.
In questo contesto di frustrazione e di colpevolizzazione, si può facilmente vendere agli elettori una figura di spregiudicato istrione in guerra contro la tirannia del politicamente corretto. Anche il Buffone di Arcore e l’attuale cialtrone della Casa Bianca si sono venduti all’elettorato come liberi e selvaggi iconoclasti nei confronti dei tabù del politicamente corretto. Insomma, l’elettore fintocratico non cerca soluzioni ai suoi problemi materiali, bensì psicodrammi che lo aiutino a liberarsi dall’oppressione della polizia del pensiero. Il guaio è che l’esca più avvelenata sta proprio nello psicodramma del falso anticonformismo di destra, che i sensi di colpa te li fa venire più e peggio di prima.
Il generale infatti si è presentato a Napoli a parlare contro il reddito di cittadinanza e a dire che lui sta con chi rifiuta le elemosine di Stato. Intanto Vannacci dovrebbe spiegare la scelta razzista di venire proprio a Napoli a parlare contro le elemosine di Stato. A proposito di elemosine, Vannacci poteva prendersela con i sussidi pubblici che vanno agli imprenditori privati del nord. Se Vannacci è davvero contro l’assistenzialismo, cominci a togliere l’assistenzialismo a favore dei ricchi. La fiaba ufficiale secondo cui i soldi che i governi elargiscono alle imprese diventano investimenti e posti di lavoro, non ha mai trovato alcun riscontro, eppure i “furbetti” sono solo quelli del reddito di cittadinanza. Secondo la vulgata sarebbe la “sinistra” ad idolatrare le organizzazioni sovranazionali, mentre la destra sarebbe scettica e diffidente nei confronti di tutto ciò che limita la sovranità nazionale. Ovviamente sono chiacchiere e diversivi, che non sfiorano la questione dell’immunità penale della Commissione Europea, la quale può permettersi di manipolare impunemente i mercati finanziari imponendo a discrezione vincoli, scadenze e procedure d’infrazione. Chiamare tutto questo “globalismo” e poi contrapporgli un fantomatico “sovranismo”, è un escamotage per non dire che si tratta di associazioni a delinquere. La realtà è che il vocabolario lo controlla il Fondo Monetario Internazionale e non glielo contesta nessuno. In base al lessico FMI, imposto fin dagli anni ’40, l’assistenzialismo per ricchi si chiama “pragmatismo”, mentre l’assistenzialismo per poveri si becca l’appellativo sprezzante di “populismo”.
Ogni sistema di dominio cerca di trasformare le gerarchie sociali in gerarchie morali e gerarchie antropologiche, cioè di far credere ai poveri di essere cattivi e inferiori. Sul tema del reddito di cittadinanza risulta in tutta la sua incongruenza la posizione di Vannacci sui migranti. L’odio dell’establishment contro il reddito di cittadinanza si spiega col fatto che i sussidi ai disoccupati impediscono la caduta dei salari, perché rendono i lavoratori meno ricattabili, e quindi li proteggono dalla concorrenza al ribasso da parte dei migranti. In altre parole, il reddito di cittadinanza aiuta il lavoratore molto di più di quanto protegga lo sfaticato. Il senso dello psicodramma di Vannacci è dire ai poveri che sono antropologicamente e moralmente inferiori ai ricchi, perciò sono i poveri a dover dimostrare di non essere fannulloni e parassiti; in compenso i poveri possono concedersi il lusso e la licenza di odiare i negri. Se i poveri diventano razzisti, poi non sapranno ribellarsi al razzismo dell’establishment verso i poveri. La riprova ulteriore della subdola contraddittorietà di Vannacci sul tema migratorio sta nel suo avallo alle pulizie etniche che Israele sta operando in Palestina, Libano e Siria. Una volta che tutti questi arabi saranno stati sloggiati da casa loro, dove potranno andare?
Tra il 2015 e il 2016 la Germania si è presa quasi un milione di siriani, mentre l’Italia poco più di seimila. Attualmente l’Unione Europea è costretta a pagare la Turchia per tenersi circa tre milioni di siriani. Se Israele riuscirà a “ripulire” per intero il sud del Libano e della Siria, si può stimare, in base alla demografia dei territori, che in Europa arriveranno almeno dieci o quindici milioni di profughi. Secondo Vannacci le pulizie etniche in Palestina, Siria e Libano sarebbero “diritto di Israele a difendersi”, mentre quello che fa Hamas sarebbe terrorismo. Ma non potrebbero essere entrambi diritto a difendersi, o entrambi terrorismo? Quale sarebbe il discrimine oggettivo, se non il solito razzismo?
Su queste mistificazioni Vannacci ed altri hanno vita facile poiché non incontrano vere smentite; anzi, trovano chi gli fa da sponda. Il suprematismo occidentale infatti si declina in molti modi, anche di “sinistra”. Lo abbiamo visto in epoca Covid con il colonialismo vaccinale, quando ci è stato raccontato che le masse povere del mondo aspettavano ansiosamente i vaccini occidentali per salvarsi la vita. All’epoca venivamo colpevolizzati perché, come il ricco epulone della parabola del vangelo di Luca, ci potevamo permettere tre, quattro, cinque dosi di vaccino (ma guai a non farsele), mentre al povero mendicante Lazzaro del sud globale non se ne mandavano a sufficienza. Ma se le cose stavano davvero così, non sarebbe stato più semplice annullare da subito i brevetti dei vaccini? No, i sensi di colpa devono farseli venire solo le classi inferiori, non i CEO delle multinazionali. Ogni dubbio su questa narrazione salvifica sul vaccino redentore, è stato etichettato come “complottismo”. Abbiamo quindi visto persone che si dichiarano comuniste dimenticarsi del minimo sindacale della critica marxista, in base al quale è scontato che ogni sistema di interessi e di affari esprima una falsa coscienza, una percezione mitizzata di sé; perciò la mistificazione è una relazione sociale che non ha affatto necessità di essere pianificata o “cospirata”.
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