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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Non si sa abbastanza del dibattito interno al gruppo dirigente cinese per stabilire se il riferimento di Xi Jinping alla cosiddetta “trappola di Tucidide” sia stato fatto seriamente oppure in chiave ironica. In effetti il contesto in cui il presidente cinese ha pronunciato quelle parole lascia adito a qualche dubbio, per cui potrebbe essersi trattato di uno sfottò alla leggendaria ignoranza di Trump, oppure di un dileggio nei confronti del vezzo occidentale di applicare pompose etichette storico-retoriche alle proprie teorie delle relazioni internazionali. La tesi secondo cui gli USA, in quanto potenza dominante, possano sentirsi minacciati e indotti a iniziare una guerra contro la emergente potenza cinese, potrebbe apparire realistica; ma, a proposito di trappole, ci sono anche le trappole narrative. Anzi, per essere più precisi, le trappole dell’epica.
La narrazione sulla emergente potenza cinese è inquadrata in una narrazione più ampia, che riguarda la fatidica “sfida multipolare” all’unipolarismo americano. Nel documento costitutivo del 2009 del gruppo dei BRICS (all’epoca ancora BRIC, poiché il Sudafrica si è aggiunto solo l’anno successivo), effettivamente c’è un richiamo esplicito ad un mondo multipolare, con rapporti più equi tra gli Stati. Sta di fatto che i BRICS non si sono mai posti come contrappeso al dominio statunitense. Nel 2014 l’India è entrata nel QUAD, una partnership militare guidata dagli USA in funzione anticinese. Inoltre, due attuali membri dei BRICS, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, sono addirittura in guerra tra loro. Visto quanto gli USA sono ondivaghi, bizzosi, aggressivi e inaffidabili, è comprensibile che i regimi dei vari paesi cerchino qualche rete di protezione commerciale e finanziaria; ma da qui a raccontarci (o raccontarsi?) di sfida multipolare, ce ne corre.
L’opposto di multipolarismo, cioè il termine “unipolare”, fu coniato nel 1990 dal politologo e psichiatra Charles Krauthammer. Lo stesso Krauthammer avvertì che il momento magico dell’unipolarismo, cioè degli USA come unica potenza egemone globale, non sarebbe durato a lungo. Da alcune affermazioni di Krauthammer viene però il sospetto che questo mondo unipolare sia sempre stato una svista, o una illusione.
Krauthammer presenta la riunificazione tedesca come principale prova del predominio globale degli USA, i quali l’avrebbero imposta ad un Gorbaciov del tutto contrario fino a qualche mese prima. Il ragionamento di Krauthammer dà per scontato che gli attori della scena globale siano gli Stati. Ma potrebbe anche non essere così; e che, nel caso specifico, a piegare la volontà contraria di Gorbaciov, siano stati non gli USA, bensì fattori interni all’URSS. Nell’agosto del 1989 il ministero dell’energia della Unione Sovietica era stato riconvertito in Gazprom, cioè una azienda nominalmente ancora di proprietà pubblica (come da noi ENI ed ENEL), ma a gestione privata e, soprattutto, a profitto dei privati. Nella storia sovietica non c’era mai stata una lobby commerciale e finanziaria così potente e dotata di tante risorse per comprare e corrompere. Che Gazprom sia la principale indiziata, è dimostrato dal fatto che il principale cliente di Gazprom dal 1990 al 2022 è stata proprio la Germania.
La rappresentazione mediatica dei conflitti globali è quella cialtronesca delle democrazie assediate dai dittatori pazzi. Accademici più seri si rifanno invece alla concezione classica delle relazioni internazionali, che si basa sulla idea della inevitabilità della competizione tra gli Stati. Gli Stati sono però astrazioni giuridiche (o finzioni giuridiche), mentre la corruzione (o, per meglio dire, la cleptocrazia) si articola in lobby e cosche specifiche, che possono comprarsi la legge e la giurisprudenza, e tendono a internazionalizzarsi, dato che i capitali si lavano meglio utilizzando sponde estere. Sempre per la serie delle narrazioni epiche, si parla molto di sfida al dominio del dollaro da parte dei soliti BRICS. Ma, in base a quanto riportato da inchieste del Washington Post, sembrerebbe che il caos interno agli USA si esporti nelle relazioni internazionali. La sfida al dollaro non proviene dall’esterno; anzi, pare proprio che il dominio del dollaro si sia sfidato da solo a causa dell’esplodere della pratica delle sanzioni da parte degli USA. L’imposizione di continue sanzioni ha ormai reso precarie tutte le transazioni finanziarie e commerciali a livello globale. Attorno alle sanzioni c’è a Washington un gigantesco lobbying, con tanto di porte girevoli, per cui funzionari pubblici si assicurano lucrose carriere trasferendosi nel settore privato. Il lobbying guadagna sul convincere parlamentari e amministrazioni federali a mettere sanzioni contro paesi nemici o persone sgradite; ma il lobbying guadagna anche per farle alleggerire, o per trovare escamotage, una volta che le sanzioni sono state messe.
Il recentissimo caso fantavirus dimostra come ci sia in giro una gran sete di “normalità”, cioè di quelle finte emergenze sanitarie che si auto-alimentano attraverso l’effetto sponda tra l’allarmismo mediatico e i movimenti di denaro. Non per niente le Borse e i media (le prime “gazzette”) sono nati e cresciuti praticamente insieme nel corso del XVII secolo, in base al meccanismo per cui si droga il mercato azionario drogando l’informazione, e viceversa. Un’ulteriore variabile è il capitalismo “filantropico”, cioè il capitalismo delle fondazioni “non profit”, come la Rockefeller Foundation, che ormai svolgono un ruolo decisivo nel condizionare la politica sanitaria. Si determina così una combinazione esplosiva tra i profitti di Borsa delle corporation farmaceutiche e la possibilità di evadere le tasse grazie alle immunità fiscali che la legislazione accorda al non profit.
Oltretutto le sentenze della Corte Suprema statunitense hanno più volte confermato che le donazioni in denaro sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di espressione e di parola. Lo diceva anche Eduardo Scarpetta: il denaro è la voce dell’uomo. Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, le donazioni possono addirittura avvalersi della protezione dell’anonimato. Ciò comporta non soltanto la possibilità di evadere il fisco, ma persino di riciclare denaro; e tutto legalmente.
Il denaro non ha bisogno di pianificare, organizzare o cospirare, poiché è come il Pifferaio di Hamelin: gli basta suonare e muoversi per incantare e farsi seguire. A questo punto non deve sorprendere che le fondazioni private siano diventate dei soggetti di politica estera in funzione del business. La scorsa settimana il presidente della Heritage Foundation è andato dal nostro ministro dello Sviluppo Economico per promuovere “collaborazione scientifica, culturale, tecnologica, economica e produttiva”, cioè affari; il che sembrerebbe contraddittorio per una “non profit”. Non lo è affatto, poiché le fondazioni riconoscono di essere delle lobby con lo scopo di condizionare la politica e la spesa pubblica. Rispetto ai partiti politici, le fondazioni hanno però il vantaggio di poter mobilitare e riciclare denaro esentasse in piena disinvoltura e senza il rischio di incorrere in sanzioni legali. Il politico che riscuote la tangente sugli appalti mantiene un certo ruolo preminente; mentre col sistema delle donazioni la politica diventa a norma di legge una cinghia di trasmissione del lobbying.
Peccato che in questo momento in cui c’è tanta nostalgia delle emergenze fittizie, stia invece incombendo una vera emergenza a causa dell’aggressione di USA e Israele all’Iran. Per lo Stretto di Hormuz infatti passano non soltanto petrolio e gas, ma anche altre materie prime essenziali; perciò ad ogni ora che passa, aumenta il rischio di una recessione economica e di una carestia globale. D’altra parte le emergenze vere possono essere causate da emergenze fittizie, e anche stavolta c’entra il “non profit”.
La Foundation for Defence of Democracies (FDD) è un “think tank” non profit che si dichiara apartitico e specializzato su temi di politica estera e di sicurezza. Questa “specializzazione” dei think tank non profit come la FDD consiste nell’inventare nemici, e nel promuovere guerre e appalti per armamenti. Mentre la pace è a costo zero e quindi non interessa ai lobbisti, la guerra comporta invece un flusso di denaro pubblico; e il bello è che il fatto di essere guerrafondai viene premiato con esenzioni fiscali e l’opportunità di sottrarsi ai tracciamenti di denaro. Insomma, se partecipi alla crociata, ti guadagni il paradiso … fiscale. La FDD dichiara di non accettare donazioni da governi stranieri; ma, in base alle sentenze della Corte Suprema, le donazioni sono anonime e non possono essere tracciate. La FDD è un think tank neoconservatore, ma collabora spesso e volentieri con la Heritage Foundation, che si ispira al conservatorismo tradizionale. Negli ultimi decenni i think tank neoconservatori come la FDD sono stati determinanti nel creare il mito della minaccia nucleare iraniana, e sin dall’inizio hanno fatto lobbying contro l’accordo di Obama sul nucleare iraniano del 2015 (il JPCOA), convincendo alla fine Trump a uscire dall’accordo nel 2018.
I legami della FDD con Israele sono fin troppo noti e conclamati, ma nel lobbying il denaro non è solo un mezzo; anzi, il fascino che esercita Israele è indissociabile dall’enorme flusso di denaro che la sopravvivenza di Israele comporta. I soldi statunitensi indirizzati a Israele tornano in gran parte alla base di partenza, sia con appalti per armamenti,
sia con donazioni ai parlamentari. Di recente Netanyahu, in una intervista a “60 minuti”, ha affermato che Israele intende rendersi gradualmente indipendente dal finanziamento statunitense. Ovviamente la dichiarazione è retorica e serve solo a raggirare quei contribuenti americani che sono stufi di finanziare le guerre sioniste. Il 18 maggio scorso sul sito della FDD un articolo rassicurava il popolo dei lobbisti pro-Israele, dimostrando che le dichiarazioni di Netanyahu sulla futura indipendenza economica e finanziaria della colonia sionista non avevano alcuna base realistica; per cui non c’è nulla da temere per il giro dei soldi tra Washington e Tel Aviv.
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