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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il documento finale del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso venerdì 13 è stato oggetto di accuse ingiuste e ingenerose da parte di molti commentatori. In particolare si è rimproverato al documento di non prospettare scelte chiare. In realtà, al di là dei rituali nonsensi della comunicazione ufficiale, il documento delinea una scelta precisa ed univoca: l’Italia entra nel conflitto, ma dichiarando di non entrarci, in modo da poter presentare la partecipazione al conflitto stesso come l’effetto inevitabile dell’aggressione russa e iraniana. Insomma, l’importante è che si possa dire: “Maestra, è stato lui a cominciare”.
La testata online “Open” svolge le funzioni di organo ideologico del Quirinale; e infatti ha già cominciato ad illustrare i termini della minaccia iraniana alla nostra sicurezza. Il caso in oggetto riguarda gli attacchi con droni contro la base aeronautica italiana di Ali Al Salem in Kuwait. Il sottosegretario Mantovano, l’Ammiraglio Cavo Dragone e il generale Camporini attribuiscono gli attacchi all’Iran, il quale vorrebbe intimidirci in modo da dissuaderci dall’aiutare gli Stati Uniti e Israele. I tre intervistati quindi confermano che esiste da parte nostra l’intenzione di aiutare USA e Israele; e ci si fa anche capire che, lungi dal dissuaderci, questi attacchi rafforzeranno la nostra determinazione bellicistica.
Non sappiamo se i droni che hanno attaccato siano stati effettivamente lanciati dall’Iran oppure siano dei false flag. Sappiamo invece di un risvolto patetico, cioè che il comandante italiano della base è molto triste perché gli hanno distrutto un drone Predator di fabbricazione americana, ma in forza all’aeronautica italiana. Un’altra cosa è certa, e cioè che l’attacco ha svolto una notevole funzione didascalica, dato che la stragrande maggioranza del popolo italiano non sapeva nulla del fatto che avessimo approfittato della guerra del Golfo del 1991 per piazzarci stabilmente in Kuwait insieme con gli americani, con i quali si condividono le basi; ciò senza neanche la foglia di fico giuridica di un peace keeping marca ONU. L’Italietta pacioccona si rivela ancora una volta sensibile al richiamo della foresta del caro vecchio imperialismo.
Il tema dell’interesse nazionale è sempre fuorviante, poiché valuta gli eventi nell’ottica di un astratto interclassismo. Il conflitto con la Russia e le sanzioni verso di essa hanno certamente danneggiato le popolazioni europee, ma hanno entusiasmato le nostrane oligarchie affaristiche che hanno visto la possibilità di partecipare alla spartizione della Russia. Con l’Iran non è diverso. Le oligarchie affaristiche non ragionano in termini di benessere e di crescita economica; anzi, negli schemi comportamentali delle cosche d’affari l’opportunità del colonialismo predatorio prevale su qualsiasi altro stimolo. La guerra nel Golfo Persico comporta un disastro economico, ma anche l’appetito imperialistico di spartirsi l’Iran. Sul piano razionale i rischi non compensano i vantaggi, ma qui si tratta di comportamenti e non di ragionamenti. I ragionamenti possono semmai servire per cercarsi degli alibi o per allestire i soliti giochi delle parti. Per smascherare certe finzioni, è sufficiente constatare l’euforia bellicista che già pervade i media e la politica. Ora che Trump sta ordinando agli altri paesi NATO di entrare nel conflitto contro l’Iran, sembrerebbe che i “partner” gli stiano opponendo un diniego. Ma, quando si tratta degli europei, il no non significa no. Il cialtrone Trump per un verso fa il miles gloriosus e dall’altro lancia avvertimenti da gangster agli europei, pretendendo che, in cambio della sua “protezione” lo aiutino a sbloccare Hormuz. Non possono mancare i risvolti grotteschi: gli USA non hanno dragamine affidabili poiché la loro cantieristica navale è da tempo al disastro; ma, d’altro canto, non è neppure certo che le mine ci siano davvero, per cui la questione risulta fumosa. Non per niente ci si è infilato Macron, e infatti non si sa a fare cosa; forse a cercare pretesti e occasioni per entrare apertamente in guerra spacciandosi per l’aggredito.
Non solo gli USA, anche Israele si è buttato nell’impresa dell’attacco all’Iran senza adeguata preparazione. Ora pare che all’appello dell’IDF manchi qualcosa come centomila riservisti che si rifiutano di andare a combattere Hezbollah; proprio quello che, secondo i media occidentali, Israele aveva già eliminato nel 2024. Sembra proprio che USA e Israele diano per scontato che gli europei si faranno gradualmente coinvolgere nel conflitto contro l’Iran; e forse USA e Israele su questo non hanno torto. Per l’Europa l’approccio suprematista e colonialista non è una scelta, è un riflesso condizionato.
Alla fine l’Italietta potrà sempre giustificarsi seguendo il mistificatorio copione già imposto mediaticamente; un copione con le sue false opzioni e con le sue fasulle opposizioni dialettiche, che conducono tutte al medesimo risultato. Si può assecondare chi dice che gli USA sono i nostri principali complici … pardon, alleati; e che ci hanno occupato … pardon, liberato, ottanta anni fa. Sembra il titolo di un romanzo: ottanta anni di gratitudine. Come se la gratitudine fosse un movente consistente anche solo per otto secondi. Oppure si potrà dare retta a chi ribatte che gli USA ci hanno costretto, o che ci siamo inchinati a novanta gradi. Ma saranno comunque novanta gradi di alibi per il nostro colonialismo.
Si richiama spesso quell’aforisma, di incerta attribuzione, secondo cui la prima vittima della guerra è la verità. Il problema è che anche in quei rari casi in cui la verità riesce parzialmente a scamparla, la logica non se la passa liscia comunque. Si può essere pietosamente comprensivi finché si tratta dei soliti deliri del suprematismo bianco alias occidentalismo. Ad esempio: USA e Israele hanno scatenato i bombardamenti sull’Iran quando il tavolo delle trattative era ancora aperto e l’Oman, che mediava tra i delegati, si diceva ottimista sull’esito dei negoziati. L’attacco a negoziato in corso era già stato sperimentato nella guerra dei dodici giorni e per Israele la perfidia è sempre stata prassi consueta; i media occidentali l’hanno ogni volta presentata come componente essenziale del diritto di Israele a difendersi. I commentatori occidentali hanno perciò sottolineato l’arroganza dei dirigenti iraniani che osavano riunirsi in quei frangenti, e quindi meritavano di essere bombardati. Sono farneticazioni razziste, ma almeno sono un vaniloquio dall’inizio alla fine, per cui non c’è difetto di conseguenza.
Più preoccupante è quando si esce, si rientra e si esce di nuovo dalla realtà come se nulla fosse. Pochi giorni fa i media ci avevano raccontato che un drone iraniano aveva attaccato una base britannica a Cipro. Lo scorso 5 marzo la notizia veniva smentita dal ministro della Difesa britannico: il drone in questione non era affatto partito dall’Iran; inoltre non si riscontrava neppure alcuna conferma dell’ipotesi che il drone fosse partito dal Libano, perciò anche l’attribuzione del presunto attacco ad Hezbollah rimane del tutto aleatoria.
Dopo le prime approssimazioni informative, che parlavano genericamente di una base britannica a Cipro, anche la notizia veniva meglio contestualizzata: quella base militare britannica non è in territorio della repubblica cipriota, bensì in territorio britannico; cioè si tratterebbe di una ex (?) colonia, che però è ancora sotto la completa sovranità del Regno Unito, un residuo del vecchio impero britannico.
Siamo quindi di fronte ad un attacco di incerta provenienza, e che comunque non ha riguardato Cipro, ma solo il Regno Unito. Ma, visto che Cipro non è stata attaccata, cosa poteva fare il nostro governo? Ovviamente ha mandato la fregata “Martinengo” a difendere … Cipro. La decisione è stata presa in base ad una clausola di difesa UE assolutamente inapplicabile in questo caso, dato che il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea. Nella loro frivola euforia bellicista, Crosetto e i suoi aedi mediatici hanno voluto fare le cose in grande, infatti non si sono limitati ad ammazzare la logica, ma hanno voluto persino fare strame del suo cadavere. L’obiettivo ufficiale della missione navale italiana sarebbe quello di “contenere l’escalation”. In realtà mandare delle navi a difendere uno Stato che non è stato attaccato, è già un’escalation immotivata; tanto più immotivata, perché lo Stato che risulta effettivamente attaccato (il Regno Unito), è capace benissimo di difendersi da solo. Sarebbe però inesatto dire che non si capisce che cosa sia andata a fare la fregata “Martinengo” a Cipro, perché due cose le sta sicuramente facendo: la prima è la vetrina per la nostra cantieristica militare; la seconda è rappresentare un bersaglio per altri attacchi false flag come quel drone inizialmente attribuito all’Iran. Se la nave venisse effettivamente colpita, ciò comporterebbe un’ulteriore escalation, e quindi anche la nostrana euforia bellicista crescerebbe a dismisura.
Nel 1940 il Duce si affacciò a Palazzo Venezia e, dopo la famosa premessa retorica sull’ora segnata dal destino che batteva nel cielo della patria, affermò esplicitamente che la dichiarazione di guerra era stata consegnata agli ambasciatori di Francia e Inghilterra. Oggi invece entriamo in guerra mentre il governo ci assicura che ne stiamo rimanendo fuori. L’ovvia considerazione è che questi sono i vantaggi della democrazia, che è appunto una tecnica di pubbliche relazioni basata sul nonsenso. Ma mentre la democrazia riguarda gli slogan, è il movimento di denaro a determinare i fatti compiuti. Crosetto può presentare la giustifica, poiché l’azienda di cui è lobbista, Leonardo SpA, ormai è italiana per modo di dire. Per respingere le accuse di Francesca Albanese, il CEO di Leonardo SpA, Roberto Cingolani, ha di fatto ammesso di non avere alcun controllo sulla DRS Technologies, l’azienda americana di elettronica degli armamenti di cui Leonardo SpA detiene la quota di maggioranza. La DRS a sua volta ha acquistato l’azienda israeliana Rada, che opera nello stesso settore. Cingolani riconosce tranquillamente che la sua effettiva influenza su queste aziende del gruppo Leonardo si limita alla “moral suasion”; il che, tradotto in italiano, vuol dire prendersi sberleffi ogni volta che cerchi di interloquire. Povero Cingolani: se questa era la fine che gli toccava, tanto valeva che facesse l’insegnante.
Fino all’arrivo del drone misterioso, la preoccupazione più grave per i ciprioti era il crescente numero di israeliani che vi si stanno insediando. Attualmente sono più di quindicimila, e questo esodo è favorito non soltanto dalla disponibilità di soldi dei nuovi residenti, ma anche da meccanismi di agevolazione finanziaria-immobiliare. Un fenomeno analogo di colonizzazione immobiliare israeliana riguarda oggi anche la Puglia; e chi conosce un po’ di storia è giustamente preoccupato, poiché si tratta degli stessi sistemi che adoperavano i sionisti in Palestina nei primi tre decenni del secolo scorso, prima di passare decisamente alla pulizia etnica. A causa della politica israeliana oggi Israele è uno dei posti più insicuri del mondo, perciò il fenomeno di ricollocazione del colonialismo sionista probabilmente crescerà nei prossimi anni. Ma ciò che dimostra l’attuale escalation che investe Cipro, è che da un lato il colonialismo sionista si espande in base a motivazioni (o pretesti) di sicurezza, ma dall’altro lato non fa altro che esportare insicurezza e destabilizzazione. Non ci sarebbe quindi da sorprendersi se da un momento all’altro arrivassero droni anche in Puglia.
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