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"Il capitalismo non è altro che il rubare ai poveri per dare ai ricchi, e lo scopo della guerra psicologica è quello di far passare il vampiro per un donatore di sangue; perciò il circondarsi di folle di bisognosi da accarezzare, può risultare utile ad alimentare la mistificazione."

Comidad (2009)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 30/04/2015 @ 01:26:17, in Commentario 2015, linkato 1052 volte)
Persino gli organi di stampa più conformisti non hanno potuto fare a meno di sottolineare la coincidenza temporale dell'uccisione del "cooperante" italiano Giovanni Lo Porto in Afghanistan, con quella del funzionario del SISDE Nicola Calipari, avvenuta nel marzo di dieci anni fa in Iraq. Come molti "cooperanti" e giornalisti in zona di guerra, anche Giovanni Lo Porto era, probabilmente, un agente o un sub-agente dei servizi segreti, perciò la sua "involontaria" esecuzione da parte di un drone USA (almeno secondo la versione ufficiale), conferma che lo status di "alleato" copre molto poco dal sedicente "fuoco amico".
Tra le caratteristiche dell'imperialismo, c'è quella di annullare la differenza tra pace e guerra. La dichiarazione di guerra è stata cancellata dal diritto internazionale, tanto l'imperialismo è sempre in guerra, soprattutto quando è in "pace". Guerra commerciale tramite le sanzioni economiche, e guerra a bassa intensità attraverso il terrorismo e il sedicente antiterrorismo, determinano uno stato di tensione permanente. Ma l'imperialismo annulla anzitutto la distinzione tra nemico ed "alleato".
Il cosiddetto alleato è un bersaglio addirittura prioritario, poiché la colonizzazione non si dà una volta per tutte, ma è un processo incessante di eliminazione della capacità di reazione politica, militare ed economica di un Paese. Le motivazioni immediate dell'uccisione di Calipari e Lo Porto sono sconosciute, e quasi certamente rimarranno tali, ma si pongono nel quadro di questo annichilimento del cosiddetto alleato.
L'uccisione di Lo Porto è andata a coincidere anche con le celebrazioni del settantennale del 25 Aprile, creando un certo imbarazzo a parlare di "Liberazione". Anche dieci anni fa l'assassinio di Calipari e i suoi strascichi di pseudo-indagine vennero a coincidere con celebrazioni di un sessantennale del 25 aprile. Ma nel 2005 c'era ancora il grande effetto di distrazione determinato dal Buffone di Arcore, allora Presidente del Consiglio; perciò l'attenzione fu concentrata sul fatto che la destra stava cercando di prendere le distanze dal 25 Aprile, indicato come festa "comunista". Fu criticata l'assenza del Buffone alle celebrazioni di Milano, e ciò costituì l'elemento centrale del dibattito politico, facendo dimenticare la più recente vittima del "Grande Alleato", l'attuale occupante dell'Italia.
Con le sue recriminazioni meschine e pretestuose, la propaganda della destra svolge l'importante funzione di occupare lo spazio comunicativo, impedendo che si affaccino critiche da sinistra. Avviene così con l'annosa lamentela sulle "toghe rosse" e sulla "via giudiziaria al socialismo", che conferisce alla magistratura un alone giustizialista e giacobino. Sarebbe però molto più aderente ai fatti parlare di "toghe a stelle e strisce" e di "via giudiziaria all'imperialismo"; ed un esempio clamoroso ne è stato proprio il caso Calipari. In quella circostanza non solo la magistratura si bevve senza problemi la versione americana che indicava il soldato Lozano come unico sparatore, ma poi mandò anche assolto lo stesso Lozano con l'espediente del difetto di giurisdizione. Se l'indagine giudiziaria fosse stata condotta con un minimo di buona fede e di buon senso, sarebbe risultato evidente che Lozano era solo uno specchietto per le allodole, e che tutta la storia del "fuoco amico" non è altro che uno schema narrativo per eliminare chi ti pare a colpi di "Ops!".
Lo schema narrativo ricorrente costituisce infatti il migliore indizio del falso, e gli esempi non mancano. In margine alle cronache ufficiali sugli scontri di Baltimora di questi giorni, ci sono state propinati i video di una mamma di colore che schiaffeggiava il figlio - in tenuta da guerrigliero urbano di ordinanza -, per impedirgli di partecipare ai tafferugli.
Un'immagine che fa passare davvero la voglia di protestare. Una storiella del tutto simile ci era stata raccontata quattro anni fa, in occasione dei disordini di Londra dell'agosto 2011, quando la solita mamma di colore denunciò di propria iniziativa il figlio teppista avendolo riconosciuto in un video.
Il pubblico viene così costantemente infantilizzato, gli si narra una fiaba illustrata o lo si fa giocare con la solita polemica generica e astratta tra destra e sinistra, ed è tutto contento. Un 25 Aprile che festeggia la "liberazione dal nazifascismo" dovrebbe invece rendere conto di dati storiografici noti e concreti, dai quali non si traggono le ovvie conseguenze. Curiosamente, nell'immediato dopoguerra, a tracciare un quadro lucido della situazione fu il comico triestino Angelo Cecchelin, colpito da un mandato di cattura della questura repubblicana per aver collaborato ad un presunto infoibamento di un informatore fascista. Sul giornale "La Riscossa di Treviso", Cecchelin confrontò la sua condizione di antifascista perseguitato dalla neo-democrazia con la licenza concessa agli ex fascisti, concludendo che le esigenze del conflitto con la Russia inducevano gli Anglo-Americani a riutilizzare con il nomignolo di anticomunismo un fascismo morto di morte naturale.
Costituisce infatti un dato storico accertato la riconversione da parte degli "Alleati" del nazifascismo in anticomunismo. Questo riciclaggio dei nazifascisti avvenne non solo nell'immediato dopoguerra, ma addirittura a guerra ancora in corso, come dimostra la vicenda della X Mas di Junio Valerio Borghese, noto come il "Principe Nero", mentre in effetti fu soprattutto un "Principe a Stelle e Strisce", dato che gli Anglo-Americani gli lasciarono campo libero nell'area adriatica per contrastare i partigiani jugoslavi. I lamenti sul "sangue dei vinti" non sono poi un'invenzione originale di Giampaolo Pansa. Quel vittimismo costituì la copertura e lo strumento di depistaggio per quella grande riconversione, per quel passaggio in massa dalla camicia nera alla camicia a stelle e strisce, di cui la fondazione della struttura segreta della NATO detta "Gladio" fu solo uno dei tanti episodi.
Il vittimismo non è roba per le vere vittime, ma sempre e solo per i carnefici. Ci sono oggi anche commentatori che ci invitano a spremere la lagrimuccia sui poveri Americani che soffrono tanto per aver fatto fuori degli innocenti. Ma è chiaro che lo hanno fatto a fin di bene, dato che c'erano dei terroristi da colpire. Lo Porto invece è una vittima sul serio, quindi non gli spettavano tutti questi riguardi.
Alle tante figuracce del suo viaggio americano, Renzi ha aggiunto infatti quella di essere tenuto all'oscuro da Obama sulla sorte di Lo Porto. Renzi si è affrettato a giurare sulla correttezza di Obama. Forse quella di Renzi non è solo sudditanza verso il "Grande Alleato", ma anche solidarietà tra fantocci. Il problema è che il gioco di ruolo va troppo spesso fuori misura, tanto che a Renzi, tra una pacca sulla spalla ed un complimento, tocca poi di essere trattato regolarmente come un lacchè negli appuntamenti internazionali. Come quando il segretario della NATO Stoltenberg, in visita in Italia a febbraio, si è prima congratulato con Renzi per i suoi "successi economici" (sic!), ma subito dopo gli ha ordinato di aumentare le spese militari (cioè gli acquisti di armi americane), visto che la "crescita" ora consentirebbe all'Italia di farlo.
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Di comidad (del 23/04/2015 @ 02:44:02, in Commentario 2015, linkato 1640 volte)
La conferenza stampa congiunta di Renzi e Obama della scorsa settimana si è risolta nella solita esibizione di protervia lobbistica, allestendo una sorta di spot pubblicitario sul Transatlantic Trade and Investment Partnership; con l'aggiunta di un minispot nello spot, sull'Expo di Milano. Nello squallore generale della rappresentazione - resa ancora più desolante da quegli atteggiamenti da amiconi che sono diventati d'obbligo in questo tipo di appuntamenti internazionali -, sono risultate comunque istruttive le argomentazioni di Obama a sostegno del TTIP. Alla domanda di un giornalista circa eventuali opposizioni di esponenti democratici del Congresso Usa al TTIP, Obama ha replicato che, data la scontata contrarietà dei sindacati americani al nuovo accordo commerciale, sarà inevitabile che anche alcuni congressmen del suo partito si affianchino a queste proteste sindacali. Da parte di un presidente "di sinistra" dovrebbe risultare stonato questo atteggiamento di disprezzo preventivo verso l'opinione dei sindacati, che sarebbero sempre spaventati dalla mitica "competizione". Per compensare la contraddizione, Obama ha sottolineato di non essere stato eletto dalle camere di commercio, ma dai lavoratori. Obama ha quindi offerto all'uditorio soltanto una garanzia personale, da testimonial pubblicitario qual è.
Nè Obama, né tantomeno Renzi, si sono dunque minimamente degnati di rispondere alle tante obiezioni concrete che sono state mosse al TTIP, il quale, in base ai proclami ufficiali, apparirebbe come un accordo stranamente "superfluo", dato che il libero scambio tra le due sponde dell'Atlantico già c'è. Non si tratta perciò di aumentare la "competizione", ma, al contrario, di favorire la sempiterna caccia ad ulteriori privilegi fiscali ed immunità legali da parte delle corporation multinazionali. Purtroppo c'è anche di peggio, come sta dimostrando l'impegno di Emma Marcegaglia a favore del TTIP. La ex presidente di Confindustria, l'anno scorso è stata collocata da Renzi alla presidenza della maggiore impresa di proprietà del Tesoro italiano, l'ENI (come mettere un prosseneta a dirigere un educandato). Già all'epoca di Confindustria, la Marcegaglia aveva dato prova di quale sia il suo vero interesse, al di là degli slogan efficientistici e produttivistici di rito. Secondo la Marcegaglia infatti l'accordo TTIP sarebbe assolutamente monco se non entrassero a farne parte i servizi finanziari, di cui gli imprenditori avrebbero bisogno come l'aria. Anche in questo caso la "logica" dell'argomentazione è quella del testimonial pubblicitario: se ve lo dico io che la finanza ha effetti mirabolanti sulla produttività, allora sarà vero.
Da anni infatti Confindustria ha di industriale soltanto il nome, dato che è diventata un ulteriore covo del lobbismo finanziario. Come è già stato messo in evidenza da molti osservatori, il "Jobs Act" di Renzi è la copia di un documento stilato da Confindustria. Visto però che a Confindustria non dà retta più nessuno, la Marcegaglia è stata messa a proseguire la sua attività di lobbista finanziaria alla presidenza dell'ENI; in tal modo ci sarà ancora qualcuno disposto a concederle la sua credulità.
Eppure è noto che non esiste nessun riscontro storico o statistico dell'assunto secondo cui la "flessibilità" del rapporto d'impiego favorirebbe l'efficienza o lo sviluppo economico. L'assenza di questi riscontri a sostegno della mitologia sulla "flessibilità" è stata riconosciuta più volte, anche di recente, persino in documenti del Fondo Monetario Internazionale, che pure continua ad imporre in ogni modo ai governi di adottare provvedimenti alla "Jobs Act".
Ci sarà contraddizione logica, ma non c'è incoerenza nel comportamento del FMI, dato che l'instabilità del rapporto di lavoro crea le condizioni per la dipendenza del lavoratore anche nei confronti di strumenti finanziari. Precarietà, finanziarizzazione ed indebitamento dei poveri sono direttamente consequenziali. Non è quindi un caso che il ministro del Lavoro (?) Poletti si preoccupi di organizzare, insieme con le banche, l'accesso al credito da parte dei precari. Il sedicente "contratto a tutele crescenti" si rivela così un espediente per intrappolare i lavoratori in un indebitamento crescente. Il quotidiano confindustriale "Il Sole- 24 Ore" ci assicura però che questi "contratti ad indebitamento crescente" per precari avranno - chissà come - un effetto volano sull'economia. Il potere del credito fa leva sulla credulità.
Gli anni '80 sono stati quelli dell'ascesa incontenibile del potere mondiale del FMI; e, sempre negli anni '80, all'interno della "sinistra" venne di moda la retorica dell'antidogmatismo e del "dubbio", per cui non si poteva neppure più parlare senza premettere di "non avere la verità in tasca". La "società complessa" del sociologo di "sinistra" Edgar Morin, andava, secondo alcuni marxisti, a decretare la fine della "contraddizione principale", con la presunta liquidazione dello scontro di classe. Dal CENSIS arrivavano le analisi sulla "società policentrica", e ciò proprio mentre l'economia mondiale trovava invece una direzione centralizzata nel FMI e, successivamente, nelle altre macchine criminali da esso generate, dal WTO all'imminente TTIP.
La finanziarizzazione dell'economia ha avuto quindi i suoi effetti sul pensiero. Più che un "pensiero debole", un "pensiero timido", timoroso di smascherare gli slogan-alibi della pubblicità ingannevole a favore della finanziarizzazione. "Rigore" (o "crescita"), "efficienza", "competizione", "produttività", "sviluppo", "aziendalizzazione": la parola suggestiva e altisonante viene lanciata per coprire il saccheggio del denaro pubblico ed i business più sordidi a spese dei poveri.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si ť formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si ť evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


16/12/2018 @ 18:23:01
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