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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 08/02/2024 @ 00:11:22, in Commentario 2024, linkato 7722 volte)
Il bello dei nostri oligarchi sta nel fatto che non c’è bisogno di fare troppi sforzi di immaginazione per capirli, dato che ci dicono tutto loro. Andando sul sito della NATO si trova un discorso che il segretario generale, Jens Stoltenberg, ha pronunciato alla Heritage Foundation il 31 gennaio scorso allo scopo di convincere i parlamentari statunitensi a votare per un’ulteriore “dose” di aiuti finanziari all’Ucraina. Il bilancio strategico delineato da Stoltenberg è piuttosto interessante. Si apprende infatti che i vari nemici dell’Occidente democratico (Russia, Cina, Iran e Corea del Nord) hanno superato le loro storiche divergenze e ostilità costituendo un unico blocco del male. La cooperazione tra i malvagi non riguarda solo l’aspetto strategico-militare ma anche la resistenza alle sanzioni economiche occidentali; anzi, i maligni stanno persino contrattaccando, sfruttando le sanzioni per cercare di minare la supremazia finanziaria degli Stati Uniti. Che potessero allearsi potenze da sempre rivali come Russia, Cina e Iran, era un’ipotesi che sino a qualche tempo fa qualsiasi storico avrebbe considerato inverosimile, ma pare che gli USA e la NATO siano invece riusciti nel miracolo. Dopo aver illustrato, tutto gongolante, questo disastro strategico, Stoltenberg arriva finalmente al dunque ed esorta i parlamentari statunitensi a votare per finanziare l’Ucraina perché è un affare. Stoltenberg afferma che la NATO ha creato un enorme mercato per le armi (“NATO creates a market for defence sales.”), ed i maggiori beneficiari del business sono le multinazionali americane, con oltre centoventi miliardi di dollari di vendite agli alleati europei. Stoltenberg accenna ai vantaggi che possono derivare ai congressmen dalle fabbriche di armi insediate nei loro distretti elettorali; tace però sugli aspetti più sordidi della corruzione legalizzata statunitense, come le porte girevoli tra carriere pubbliche e private, oltre che le mazzette camuffate da contributi elettorali. D’altra parte i congressmen repubblicani ritengono di potersi arricchire anche di più concentrando i finanziamenti su Israele, perciò c’è ancora incertezza. Meno male che c’è l’Unione Europea, che toglie i sussidi per il carburante agli agricoltori mentre invia altri cinquanta miliardi a Zelensky.
Se la strategia tradizionale consisteva nel non avere troppi nemici in una volta, e comunque evitare che si unissero, la filosofia esposta da Stoltenberg è invece opposta: più nemici ben vengano perché significano più soldi. L’ex primo ministro britannico Boris Johnson condivide questa concezione della NATO come centro commerciale per le armi, e si è esibito persino in uno spot pubblicitario per le spese militari, dichiarandosi in piena forma e pronto ad arruolarsi per andare al fronte a combattere i russi, prostata permettendo. Dall’articolo pubblicato sul quotidiano “The Telegraph” si apprende che negli ultimi decenni l’esercito britannico si è ridotto ad un organico di settantamila uomini e persino la mitica Marina di Sua Maestà se la passa molto male; infatti non si trova più nessun fesso disposto ad arruolarsi, perciò ci si poteva rivolgere solo a Boris Johnson. Ovviamente si pensa ad una leva militare ed intanto urge aumentare le spese per la “difesa”, così da portarle almeno al 3% del PIL. La cosa strana però è che in questi ultimi vent’anni non ci si era accorti che Putin rappresentava una minaccia ed un potenziale invasore; anzi, ci si raccontava che le forze armate russe erano una barzelletta, mentre adesso potrebbero invadere l’intera Europa. La NATO si espandeva, e intanto si spendeva e spandeva per le armi, visti i centoventi miliardi di dollari ricordati da Stoltenberg; ma le forze armate della NATO sono rimaste striminzite ed inefficienti, come se non si dovesse mai combattere davvero. C’è un po’ di contraddizione. L’unico punto fermo, l’unica costante in tanta confusione, è la spesa per le armi.

Per capire come e perché siano stati spesi quei soldi non bisogna andare sui soliti siti antimilitaristi, bensì su quelli degli entusiasti delle spese militari. Sono loro infatti a fornirti le informazioni più ghiotte. Secondo la rivista “Fortune” il programma per il caccia F-35 è costato oltre millesettecento miliardi di dollari, inoltre, nonostante gli impegni di Lockheed Martin, i costi operativi del jet rimangono insostenibili. Eppure il caccia può essere ancora considerato un successo. Se fosse un bidone perché tutti i governi continuerebbero a comprarlo? La Germania di Scholz ne ha ordinati quaranta, mentre il Canada di Trudeau addirittura ottantotto; persino la Svizzera e Singapore hanno annunciato di volerli comprare. L’argomento esibito dalla rivista “Fortune” è inoppugnabile, perché è chiaro che tanta fiducia da parte di tanti governi non può essere mal riposta. Mica andrai a pensare che siano dei corrotti? Certo, nell’articolo di “Fortune” si ammette che il caccia non si è ancora cimentato in una guerra vera contro un nemico alla pari, ma questi sono dettagli trascurabili. Putin ha invaso l’Ucraina, e tanto è bastato per tagliar corto sulle polemiche e sulle recriminazioni opposte dai detrattori del caccia F-35, permettendo agli acquisti di ripartire alla grande. Lockheed Martin dovrà fare un ex voto a san Putin. La cleptocrazia militare vive di questa schizofrenia, cioè produce armi troppo costose e fragili per essere adatte alla guerra; ma, al tempo stesso, ha assolutamente bisogno di guerre per creare quel clima di emergenza che consenta di mettere a tacere quelli che sollevano obiezioni sulla qualità e funzionalità del prodotto. L’euforia bellicista permetterà di reclamizzare qualsiasi bidone come la decisiva pallottola d’argento per far fuori il licantropo. Qualcuno noterà che è lo stesso schema adottato per la “guerra al virus” ed i cosiddetti “vaccini”. Il denaro è talmente carismatico che riesce a far lavorare gratis; infatti la cleptocrazia trova continuamente i più insospettabili difensori d’ufficio, pronti a prendere sul serio gli spot pubblicitari delle lobby d’affari e ad accreditarli come teorie politiche o scientifiche.
Nel suo piccolo anche l’Italietta fa la propria parte, dato che la nostra società partecipata dal Tesoro, Leonardo Finmeccanica, sta con tutti e due i piedi nella produzione del caccia F-35. Ma il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, consulente di Leonardo Finmeccanica, ha ben altre ambizioni. Anche lui pensa ad una leva militare per istituire un corpo di riservisti e vuole assolutamente concorrere con navi ed aerei alla missione “Aspides” dell’Unione Europea per permettere la libera navigazione nel Mar Rosso, insidiata dai “ribelli” yemeniti. I cosiddetti “ribelli” infatti controllano quasi tutto il territorio yemenita, compresa la capitale, che infatti è stata appena bombardata dagli USA. La motivazione di Crosetto è che bisogna partecipare alla missione nel Mar Rosso perché altrimenti il nostro commercio marittimo ne sarebbe danneggiato. In realtà nessuna nave italiana è stata attaccata; al contrario, i “ribelli” fanno sapere che lo farebbero soltanto se e quando le forze armate italiane venissero ad attaccarli. Crosetto quindi mente, ma a fin di bene, infatti egli conclude i suoi furori bellicisti con l’appello ad aumentare le spese militari. Come per Stoltenberg e Boris Johnson, anche per Crosetto la spesa militare non è in funzione della strategia, ma l’unica strategia è la spesa militare.
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Di comidad (del 01/02/2024 @ 00:08:55, in Commentario 2024, linkato 7719 volte)
Fanpage è una testata giornalistica online che può essere considerata la Radio Maria della religione del politicamente corretto. Nella scorsa settimana Fanpage si è occupato del modo in cui le comunità ebraiche hanno affrontato mediaticamente la questione del confronto tra la Giornata della Memoria dell’Olocausto con quanto sta avvenendo a Gaza per opera delle bombe sganciate da Israele e pagate dal contribuente americano. Fanpage ci fa sapere che criticare quei massacri commessi da Israele a Gaza non è antisemitismo, quindi non si fa peccato contro il politicamente corretto; cosa che ci permetterà finalmente di dormire la notte. Ma forse quando si parla di Israele, “quella” Giornata della Memoria c’entra poco o nulla, mentre sarebbe il caso di coltivare la memoria di tutti i soldi statunitensi che mantengono artificiosamente gonfia una bolla sionista che da sola si affloscerebbe all’istante.
Per tutto il suo mandato Barack Obama è stato considerato uno dei presidenti statunitensi più critici nei confronti di Israele, perciò nel 2016, quando stava proprio lì per lasciare la Casa Bianca, il poverino pensò bene di redimersi e decise di riscattarsi da quella brutta fama. L’amministrazione Obama fece infatti approvare uno dei più sostanziosi pacchetti di aiuti finanziari e militari ad Israele. Nei 38 (trentotto) miliardi di dollari elargiti al governo israeliano c’era anche il finanziamento di un programma missilistico che avrebbe dovuto svolgere l’ulteriore funzione di scudo contro eventuali attacchi dall’aria. Si tratta dello stesso “scudo” che, sebbene ricco e costoso, ha miseramente fallito il 7 ottobre scorso contro i razzetti artigianali di Hamas.
Qualche mente cinica e prosaica avrebbe potuto farsi venire il meschino dubbio che quei soldi non siano stati spesi in base al criterio dell’efficacia bensì del massimo costo, in modo da riversarsi nelle tasche giuste. Fortunatamente dopo il 7 ottobre l’afflato ideale ha avuto il sopravvento su questi ingiusti sospetti, quindi Biden, con l’approvazione del congresso e del senato, è riuscito a far pervenire ad Israele altri 14 (quattordici) miliardi di dollari per scongiurare la mortale minaccia di Hamas. Si tratta di un bel po’ di soldi extra, se si considera che Israele è già armatissimo, mentre Hamas è solo una milizia e non l’esercito di uno Stato; ma non è il caso di fossilizzarsi su questi dettagli.

Quel che è certo è che i soldi di Biden sono stati una mano santa per Israele, se si considera che l’attacco del 7 ottobre è arrivato ad inasprire una situazione economica e finanziaria che era già compromessa dagli anni precedenti, allorché si era registrato un drastico calo degli investimenti esteri in Israele, un po’ a causa del Covid ed un po’ per effetto della guerra tra NATO e Russia. C’era quindi tutto l’interesse a drammatizzare ed esagerare gli effetti dell’attacco di Hamas, poiché più la si presentava nera e più soldi sarebbero arrivati da Washington. Ciò spiega le storie infondate sugli stupri e sgozzamenti di Hamas ed anche la disinvoltura con la quale i militari israeliani sono autorizzati a sparare indistintamente a tutto ciò che hanno davanti, senza preoccuparsi che possano essere loro concittadini o commilitoni.
Questi pacchetti di aiuti militari e finanziari sono soltanto degli extra rispetto ad un finanziamento da parte statunitense che risulta costante e decisivo dal 1948, per cui Israele è il paese in testa alla lista degli aiuti, con largo margine su tutti gli altri. Al secondo e distanziatissimo posto nella graduatoria degli aiuti finanziari statunitensi c’è l’Egitto, il quale rappresentava l’unica minaccia militare seria, “esistenziale” per Israele; una minaccia che perciò è stata opportunamente sedata con la corruzione, in modo da potersi concentrare sulle milizie come Hamas, più funzionali alle pseudo-emergenze.
Gli Stati Uniti hanno però la coscienza tranquilla, infatti possono dire di aver cercato di indurre i governi israeliani a fermare gli insediamenti coloniali nei territori occupati nel 1967. All’inizio del 2011, l’allora segretario di Stato USA Hillary Clinton, prima di aggredire la Libia, decise di fare un tour in Israele per ammonirlo severamente di cessare gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Si può immaginare il trauma emotivo inferto da quelle clintoniane rampogne al governo israeliano.
In realtà il vero destinatario di quelle rampogne non avrebbe dovuto essere il governo israeliano, bensì la stessa Clinton; infatti i soldi per gli insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania provengono soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe obiettare che il governo statunitense non è in grado di far nulla per fermare quei finanziamenti poiché si tratta di fondi privati, raccolti e gestiti dall’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e da associazioni sioniste di cristiani evangelici, che sono numericamente ed elettoralmente molto più rilevanti di quelle ebraiche. Si tratterebbe però di un‘obiezione doppiamente falsa, poiché anzitutto si tratta di finanziamenti ad un’attività illegale e quindi potrebbero essere fermati a norma di legge. Ma c’è di molto peggio, dato che i finanziamenti agli insediamenti coloniali in Cisgiordania si avvalgono dell’immunità fiscale garantita dal non profit, come se si trattasse di beneficenza. Se esistesse davvero quella chimera detta “Stato”, si sarebbe avviata un’indagine da parte del dipartimento del Tesoro di Washington per capire i motivi di tutto quell’amore per Israele e stabilire se per caso quei finanziamenti con etichetta “non profit” comportino un’evasione fiscale mascherata. Potrebbe darsi infatti che una parte di quei soldi ritorni nelle tasche del donatore, ovviamente “lavata”.
Va anche chiarito che il passaggio di denaro non avviene soltanto in modo sommerso, dato che negli Stati Uniti la pratica della corruzione è in gran parte legalizzata, poiché è del tutto lecito che una lobby finanzi direttamente le campagne elettorali dei candidati. Un congressman perciò può votare per approvare una legge che stanzia finanziamenti per Israele, e poi ricevere una parte di quegli stessi soldi in contributi elettorali da parte della lobby. Tutto a spese del contribuente americano e tutto legale; persino se il grosso di quei contributi avanzasse dalla campagna elettorale e diventasse patrimonio personale dei candidati. A qualcuno potrebbe persino sorgere il dubbio che Israele non sia mai stato un’entità indipendente, e neppure autonoma, ma soltanto una sponda estera, una proiezione esterna della cleptocrazia americana.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


21/06/2024 @ 13:52:49
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