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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 29/09/2022 @ 00:08:40, in Commentario 2022, linkato 766 volte)
A differenza di molti Paesi cosiddetti ”in via di sviluppo”, l’Italia non è assolutamente indebitata con il Fondo Monetario Internazionale. Semmai è il FMI a dipendere finanziariamente dall’Italia per circa il 3% delle quote di partecipazione, che sino a qualche tempo fa corrispondevano ad una quindicina di miliardi e che, con gli ultimi versamenti, sono diventati una ventina.
La barzelletta corrente denomina queste quote versate al FMI come “diritti speciali di prelievo” (DSP), poiché i “detentori” delle quote stesse avrebbero la facoltà di richiederle e riutilizzarle in proprio. Colei che oggi viene presentata come la Presidente del Consiglio in pectore (Mattarella permettendo), tra il 2020 e il 2021 propose che l’Italia ricorresse a quei DSP. Le rispose Carlo Cottarelli, ex dirigente del FMI per le politiche fiscali: l’Italia quei soldi se li può scordare, poiché ormai il FMI se li è presi e se li usa per ricattare i Paesi poveri. Nel dibattito televisivo con la Meloni, Enrico Letta ha rinfacciato quell’episodio alla sua rivale. La Meloni saprà però certamente redimersi da quell’ingenuo errore di gioventù ed allinearsi non solo ai voleri della NATO (cosa che il suo partito ha sempre fatto) ma anche del FMI. La Meloni è così pompata dai media perché è una Pierina che dal banco battibecca coi professori facendosi forte della protezione del preside, e che sa imparare alla svelta quali siano i deretani da prendere a calci e quali vadano invece lustrati a dovere. Una volta la carriera di Giorgia non sarebbe andata oltre il grado di rappresentante di classe o d'istituto, ma oggi è la democrazia scolastica a fare da paradigma alla democrazia parlamentare.
A proposito di deretani che contano, ci sono una serie di indizi che dovrebbero mettere sull’avviso per quanto riguarda l’effettivo ruolo delle organizzazioni sovranazionali nei confronti di Paesi come l’Italia. Gli ultimi due presidenti della maggiore banca italiana, Unicredit, non sono soltanto due ex ministri dell’Economia e Finanze, ma entrambi provengono dalla carriera interna al FMI. Fabrizio Saccomanni buonanima, ministro nel governo Letta, era distaccato al FMI per conto della Banca d’Italia. Il suo successore alla presidenza di Unicredit, Pier Carlo Padoan, era stato suo successore anche al Ministero dell’economia, nei governi Renzi e Gentiloni. Padoan proveniva a sua volta dal FMI, dove aveva svolto la funzione di direttore esecutivo per l’Italia; successivamente lo stesso Padoan ha svolto l’incarico di vicesegretario e di capo-economista presso un’altra organizzazione sovranazionale, l’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo. Se si considera che anche Mario Draghi ha ricoperto un ruolo dirigenziale nella Banca Mondiale, la sorella minore del FMI, si può notare che nel curriculum di porte girevoli degli oligarchi della finanza non manchi quasi mai l’appartenenza nella prima fase della carriera ad uno di questi organismi sovranazionali.

Ovviamente il FMI non è onnipotente e talvolta i suoi ex appartenenti si rivelano degli sfigati irrimediabili, come Carlo Cottarelli; ma si può essere certi che il marchio FMI lo renderà ancora riciclabile.
Le lobby si formano appunto in questa trasversalità delle carriere tra pubblico e privato, tra nazionale e sovranazionale, per cui le oligarchie locali vantano sempre sponde e agganci all’estero. In definitiva è proprio il loro conflitto di interessi ad accreditare gli oligarchi di un alone di “competenza”, elevandoli all’Olimpo di una sorta di super-razza degna di detenere il potere politico e finanziario; ciò in nome di capacità che sono presunte e desunte esclusivamente sulla base delle carriere personali e delle aderenze internazionali, non degli effettivi risultati economici, che invece risultano regolarmente disastrosi. Paradossalmente il successo di un oligarca non consiste nello scongiurare le emergenze bensì nel provocarle.
Il ruolo di centrale del lobbying finanziario svolto dal FMI è stato particolarmente evidente nel caso della devastante bolla dei titoli ESG (Environmental, Social, Governance), cioè la finanza indirizzata agli investimenti verso l’economia cosiddetta “sostenibile” e “green”. Fu Christine Lagarde, all’epoca direttore del FMI, a promuovere l’influencer dei social Greta Thunberg (un’altra Pierina) al rango di interlocutore dei potenti in materia di ambiente e di riscaldamento globale. I soliti imbecilli di mestiere si sono incaricati di conferire l’etichetta di teorico della cospirazione a chiunque notasse questa evidenza, come se il fatto non fosse rilevante in sé e necessitasse per forza di una dietrologia per assumere significato. La tecnica infallibile dell’imbecille professionista è quella di porre sempre una domanda in più del necessario, in modo da ignorare il dato oggettivo e creare confusione con falsi problemi, come appunto l’attribuire per forza una dietrologia ad ogni constatazione di un dato di fatto. Lo schema ricorrente è quello del famoso aforisma attribuito ad Harry Truman: “Se non puoi convincerli, confondili”.
Volente o nolente, infatti Greta è stata usata come testimonial pubblicitario dei titoli ESG, della finanza “green”. Il 22 aprile 2021, in occasione della Giornata della Terra, il quotidiano confindustriale “Il sole-24 ore” titolava: “Generazione Greta ed Europa spingono per una finanza più sostenibile”.
Poi tutta questa manfrina della finanza green si è rivelata per quello che era: una speculazione al ribasso sui titoli dei combustibili fossili, per poi rastrellare quegli stessi titoli. Il fondo di investimento che ha spinto maggiormente sulla finanza “green” è stato Blackrock, ed è lo stesso fondo che detiene 82 miliardi di investimenti nel carbone ed altri 468 miliardi nel gas e nel petrolio.
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Di comidad (del 22/09/2022 @ 00:24:34, in Commentario 2022, linkato 6411 volte)
Non ci voleva un analista particolarmente acuto per collegare il voto di condanna del parlamento europeo nei confronti del primo ministro ungherese Viktor Orban, alla firma dei contratti del 31 agosto scorso per la fornitura di gas da parte della multinazionale russa Gazprom. Il parlamento europeo ha ufficialmente condannato l’Ungheria per essere uscita dallo Stato di Diritto, ma è evidente che l’oggetto vero del contendere sta nel fatto che Orban non abbia neppure finto di partecipare alla pantomima delle sanzioni contro la Russia. Non si è potuto fare a meno di notare che la Polonia era stata sottoposta ad una procedura analoga, per essere poi risparmiata grazie al suo oltranzismo anti-russo.
Orban è un personaggio complesso, un ex dipendente di George Soros che ha imparato a lavorare in proprio, barcamenandosi e facendo spesso il lavoro sporco ed il parafulmine per coprire gli interessi di altri potentati europei. L’Ungheria di Orban è infatti tornata utile nelle scorse settimane per bloccare ogni prospettiva di un tetto al prezzo del gas, da realizzare con eventuali sospensioni delle contrattazioni nella Borsa di Amsterdam, nella quale le transazioni reali della merce gas risultano piuttosto limitate, mentre la vera speculazione si indirizza verso i titoli finanziari derivati. Orban ha bloccato la de-finanziarizzazione del mercato del gas facendo finta di intendere che il blocco del prezzo fosse riservato al solo gas russo, e quindi si trattasse di una sanzione aggiuntiva.
Nei giorni scorsi la presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, non si è fatta scrupolo di rilanciare lo stesso equivoco facendo credere che il “price cap” riguardi esclusivamente le forniture russe. La proposta sarebbe anche un nonsenso nel momento in cui si afferma che del gas russo si intende fare a meno.
L’aspetto un po’ grottesco della vicenda sta però nel fatto che il parlamento europeo abbia condannato l’Ungheria per aver violato le norme dello Stato di Diritto, e di essere diventata una sorta di “autocrazia elettorale”. Il famoso bue che diceva cornuto all’asino a questo punto sembra un dilettante, dato che l’Unione Europea ha al suo vertice una certa signora Von Der Leyen. Come qualcuno ricorderà, all’inizio di quest’anno la Von Der Leyen era pervenuta agli onori delle cronache per aver cancellato i messaggi da lei scambiati con i dirigenti della multinazionale farmaceutica Pfizer; ciò dopo aver anche segretato i contratti con la stessa multinazionale per la fornitura dei vaccini. Il problema è che la Von Der Leyen è recidiva in tali comportamenti.

Già nel 2019 il parlamento tedesco aveva constatato che l’attuale presidentessa della Commissione Europea era riuscita a far sparire i messaggi che riguardavano il periodo in cui la nostra eroina era ministro della Difesa nel governo tedesco. La Von Der Leyen era stata indagata per aver firmato contratti di consulenza con aziende private; contratti di cui non risultava trasparente né l’utilità, né il costo per l’erario. Sull’onda di questi scandali che l’avevano segnalata in patria, la Von Der Leyen è arrivata anche al comando della UE, dove ha esportato lo stesso stile di governo: faccio quello che mi pare cancellando ogni traccia delle mie azioni. Se questo è il nostro modello di Stato di Diritto, è un po’ difficile dare lezioni agli altri. Sì, ma in Russia Putin ammazza gli oppositori, mentre almeno la Von Der Leyen non lo fa. E che ne sappiamo? Magari anche in quel caso è stata tempestiva a eliminare le prove.
Lo Stato di Diritto dovrebbe essere basato sulla separazione tra pubblico e privato e, nell’ambito dei poteri pubblici, sulla separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario. La Von Der Leyen è invece un esempio tipico di lobbista, cioè di capo di un’istituzione pubblica che intrattiene rapporti personali con aziende private a cui concede favori. Nel corso della propria attività di governo in Germania e nell’UE, la Von Der leyen ha di fatto invaso la sfera del potere giudiziario, o di ogni altro potere di controllo, rendendo non tracciabili i propri comportamenti. Per tutto ciò la Von Der Leyen è stata oggetto di critiche (peraltro episodiche e di maniera), ma nessun provvedimento può essere preso contro di lei. Nelle scienze sociali questo modo di governare ha un nome preciso: cleptocrazia. L’Enciclopedia Treccani presenta una trattazione piuttosto articolata a riguardo: la cleptocrazia è un sistema segnato da uno strutturale conflitto di interessi, per cui la distinzione tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, tra esecutivo e giudiziario, rimane del tutto evanescente. Il potere si configura quindi come una lobby trasversale a tutte queste distinzioni fittizie e l’attività di governo si concretizza nel farsi pagare dai cittadini una protezione verso minacce che quello stesso governo ha creato in modo fraudolento. L’opinione pubblica ha una percezione molto limitata del concetto di cleptocrazia, pensando che sia una semplice questione di politicanti strapagati e bustarellari. In realtà la cleptocrazia è un massiccio trasferimento di reddito dalle classi medie e lavoratrici verso ristrette lobby di affari trasversali al pubblico ed al privato, un regime di assistenzialismo per ricchi.

Il vecchio sistema dei partiti era iper-corrotto ma comunque costretto alla mediazione sociale dalla propria stessa base di massa. Negli anni ’80 quel sistema dei partiti si illuse di poter essere esso a gestire il processo di finanziarizzazione dell’economia, cominciando così a segare il ramo su cui era appollaiato. Nel 1992 il sistema dei partiti fu definitivamente liquidato da una cleptocrazia più aggressiva attraverso una campagna di “moralizzazione”, il che consentì il saccheggio delle privatizzazioni. Il Sacro Occidente esprime attualmente la cleptocrazia nella sua fase matura e compiuta, per cui il punto di vista dei ricchi è diventato assoluto ed ogni mediazione sociale viene invece criminalizzata.
Molti credono che certe scelte siano dettate da un furore ideologico neoliberista, mentre in realtà tutto ciò che vada nel senso dell’assistenzialismo per ricchi gli va bene. Il lobbying ha anche una particolare abilità nel deformare e nello strumentalizzare a proprio vantaggio persino ogni discorso critico nei confronti dell’establishment. Ciò vale sia per le critiche “nobili” e “colte”, sia per quelle più grette e naif. Il “governo dei tecnici” è oggi l’apoteosi del conflitto di interessi, ma in origine lo slogan esprimeva gli ideali del ceto medio povero ed era stato inventato dal fondatore del qualunquismo, Guglielmo Giannini; il quale, quando parlava di “tecnici”, intendeva i ragionieri e i geometri, non certo i banchieri.
Lo Stato liberale avrebbe dovuto liberarci dai conflitti di interesse e dalla conseguente cleptocrazia, ma si è visto come la separazione dei poteri sia rimasta ovunque allo stadio enunciativo e chimerico. Neanche in Italia possiamo impartire lezioni di Stato di Diritto, dato che la nostra Costituzione, la “più bella del mondo”, assomma nella stessa persona del Presidente della Repubblica le cariche di capo delle Forze Armate e di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico al Presidente del Consiglio e nomina i ministri su “proposta” (non indicazione) di quest’ultimo; quindi il Presidente della Repubblica può anche non nominare nessuno finché non gli si propone il nome che piace a lui; e inoltre può persino sciogliere le Camere. Davvero un bell’esempio di separazione dei poteri. Ad occultare opportunamente questo strapotere, è intervenuta la leggenda metropolitana che narra di un Presidente della Repubblica con mere funzioni cerimoniali da taglianastri.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


09/02/2023 @ 04:25:42
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