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"Per la propaganda del Dominio, nulla può giustificare il terrorismo; in compenso la lotta al terrorismo può giustificare tutto."

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 19/03/2020 @ 00:24:03, in Commentario 2020, linkato 8624 volte)
Nel 2017 i grandi quotidiani riportavano nelle pagine interne gli sconcertanti dati della mortalità per influenza: tremila morti, che superavano il record già registrato per la stessa malattia nel 2015, quando vi erano stati duemilacinquecento morti. Nel mostrare i preoccupanti dati, i media approfittavano ovviamente dell’occasione per fare propaganda alle vaccinazioni antiinfluenzali, senza peraltro fornire parallelamente il dato di quanti vaccinati avessero contratto ugualmente la malattia.
Nel 2014 la lobby dei vaccini aveva già spinto i giornali a fornire cifre inquietanti sulla mortalità dovuta a patologie connesse all’influenza: settemila morti l’anno. Forse la cifra era gonfiata in funzione della vendita di vaccini; sta di fatto che le statistiche sulla mortalità avevano assunto in quel periodo le stesse dimensioni che si attribuiscono adesso alla presunta emergenza virale. Ed in effetti sinora nulla prova che l’attuale virus rappresenti una minaccia maggiore delle consuete epidemie di influenza, che, quanto a mortalità, non sono affatto bazzecole.
Il 2015 era stato però l’anno in cui si era dovuto prendere atto che la mortalità della popolazione anziana, sia per influenza sia per altre malattie, aveva assunto i ritmi comparabili con quelli degli stenti dovuti a una guerra, oppure per un drastico passaggio da un modello sociale/economico ad un altro, come era avvenuto nella ex Unione Sovietica, dove la vita media era crollata in seguito alle privatizzazioni. Tutto ciò avrebbe dovuto liquidare come “bufale” e “fake news” le proiezioni dell’Istat sull’aumento della aspettativa di vita, con la conseguente “necessità” di strette pensionistiche; ma dai media non si può pretendere tanto.
Il dato che indirettamente si traeva dalle statistiche di mortalità del 2015 e del 2017 era, ed è, il decadimento del sistema sanitario pubblico, incapace ormai di far fronte alle normali epidemie stagionali. Le notizie sull’aumento della mortalità venivano passate dai media, senza però quella grancassa e quello strepito che avrebbero messo in evidenza clamorosamente che anni di tagli alla sanità pubblica e di assistenzialismo pubblico alla sanità privata ora presentavano il conto non ai responsabili, bensì ai soggetti più deboli. Tutte le notizie, anche le più scioccanti, erano infatti confinate alle pagine interne dei quotidiani.
L’epidemia di quest’anno è arrivata invece con l’accompagnamento del frastuono mediatico a causa dell’emergenza sanitaria denunciata dal governo cinese. Si sarebbe dovuto riflettere sul fatto che in Cina la vera emergenza era quella dell’ordine pubblico dovuta alla rivolta di Hong Kong; e sarebbe stato facile notare che le misure restrittive antivirus adottate dal governo cinese avevano impedito che il contagio della ribellione si propagasse a tutto il sud-est della Cina. Ma quelle riflessioni non sono state fatte. Evidentemente l’emergenza sanitaria conveniva anche qui. Se lo scopo del governo cinese era quello di bloccare il separatismo cantonese, al contrario in Italia l’emergenza virus è diventata uno strumento del separatismo delle Regioni del nord.

Alcuni hanno acutamente rilevato che l’eccesso di attenzione mediatica avrebbe scoperto il bluff di quelle Regioni del nord, in particolare la Lombardia, che si vantavano di un sistema sanitario di eccellenza. Che il sistema sanitario lombardo abbia anche delle eccellenze di livello mondiale, non c’è dubbio; ciò che però è venuto a mancare in questi anni di finanziamento pubblico a strutture private come il San Raffaele, è stata quella base logistica che consentisse di fronteggiare le consuete recrudescenze stagionali. Finché le morti per influenza avvenivano in relativo silenzio, tutto bene; ma ora sotto i riflettori dei media allertati dal nuovo virus, le tare del mitico sistema sanitario lombardo sarebbero venute alla luce. Per allontanare da sé l’onta dello smascheramento, la Regione Lombardia avrebbe scelto la strada dell’enfatizzazione dell’emergenza sanitaria per discolparsi con un alibi inattaccabile, confermato sia dalla propaganda cinese, sia dal solito lobbying delle multinazionali farmaceutiche, che storicamente caratterizza l’azione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Si tratta di una ricostruzione molto fondata, che intravede però solo un aspetto dell’uso dell’emergenzialismo. La Regione Lombardia non solo ha potuto costruirsi un alibi con cui coprire le proprie annose magagne e i propri storici bluff, ma ha persino potuto scavalcare il governo per esaltare il ruolo dell’autonomia regionale, tutto ciò in linea con la rivendicazione separatista. L’emergenzialismo non è mai solo alibi, è sempre potere.
Nel momento in cui la Regione Lombardia ha lanciato strumentalmente l’emergenza, il governo si è trovato di fatto con le spalle al muro. Si è detto che il Governo era di fronte ad una scelta: o privilegiare subito l’aspetto sanitario e quindi bloccare l’economia, oppure, come hanno fatto altri Paesi preservare l’attività economica per evitare che un crollo della produzione e dei consumi si traducesse in un impoverimento tale da causare le condizioni di un peggioramento delle condizioni di vita con la conseguente maggiore vulnerabilità alle malattie.

In realtà il Governo italiano questa possibilità di scelta non l’ha avuta e ciò a causa della collocazione dell’Italia ai gradi infimi della gerarchia mondiale. Se l’Italia avesse adottato di fronte al virus una linea analoga a quella degli USA, della Germania, della Francia e del Regno Unito, sarebbe stata immediatamente accusata di nascondere quella “verità” che invece la Regione Lombardia segnalava. Le gerarchie sono più pericolose dei virus. Per un mese si è andati avanti con l’assurdo di una Lombardia sotto contagio, mentre la limitrofa Svizzera, continuamente attraversata dai frontalieri italiani, sarebbe stata invece immune.
Ma, proprio perché l’emergenza è potere, era difficile che il contagio dell’emergenzialismo non si diffondesse anche in quei Paesi che per la loro posizione gerarchica avrebbero potuto esimersi. Ad esempio, il governo francese ha sfacciatamente approfittato del divieto alle manifestazioni imposto col pretesto sanitario, per imporre quella “riforma” pensionistica bloccata da mesi di rivolte.
Lo spettacolo italiano di un intero popolo costretto agli arresti domiciliari (anzi, al 41 bis), ha indotto molti commentatori a supporre che vi sia stata una regìa occulta per liquidare la democrazia. In realtà la “democrazia” non c’è adesso ma non c’era mai stata neppure prima. Una delle fole più diffuse è che il potere abbia bisogno del consenso, mentre in effetti il consenso ce l’ha perché è il potere. Se c’è poi una categoria sopravvalutata è quella del consenso, di cui il potere, nel caso, può benissimo fare a meno, come ci ha dimostrato Macron.

Regìe non ce ne sono state. L’emergenzialismo funziona in automatico come una cordata di interessi che si agganciano e nell’emergenza ogni lobby va ad inzuppare il suo biscotto: le lobby delle multinazionali farmaceutiche, le lobby delle multinazionali del parasanitario, le lobby delle multinazionali delle piattaforme informatiche ed anche le lobby finanziarie, che nei crolli di Borsa hanno trovato modo di fare facili acquisizioni di posizioni azionarie in aziende di valore. Molti commentatori hanno esplicitamente accusato la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, di aver fatto dell’aggiotaggio con la sua dichiarazione di non voler comprimere gli spread, poiché quelle dichiarazioni hanno innescato un ribasso dei titoli che è stato una manna per gli speculatori. Vero. Questi aggiotaggi pero la BCE li faceva anche ai tempi di Draghi e sempre a scapito delle banche italiane.
Ciò a cui assistiamo rientra in gran parte nel falso movimento. In effetti è una riconferma di meccanismi già consolidati da tempo. Il problema è che l’emergenzialismo è un contagio che coinvolge tutti i centri di potere, per cui ognuno ha da dire la sua, dai presidenti di Regione sino agli amministratori condominiali. Il meccanismo è stato messo in moto e chissà quando si deciderà a rallentare.
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Di comidad (del 15/03/2020 @ 00:43:15, in In evidenza, linkato 1948 volte)
E' sempre difficile ricordare il compagno che è stato l'amico di una vita, particolarmente dei tuoi anni giovanili, che è scomparso all'improvviso, per un tumore fulminante al pancreas, dopo che ti sei visto con lui pochi giorni prima e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo – anzi, ti comunicava che, dopo tanti anni che era stato per lavoro in giro per il mondo, aveva ottenuto il trasferimento come Docente Ordinario di Patologia Generale dall'Università di Catanzaro a quella di Napoli, per cui si faceva immettere nella chat del Gruppo "Mastrogiovanni" per potervi partecipare. Il tutto mentre parlava dei suoi infiniti progetti per il futuro che, di lì a pochi giorni, si sarebbero infranti contro il muro della malattia che si sarebbe manifestata a brevissimo.
L'avevo conosciuto quando eravamo studenti all'università e, insieme a tanti altri compagni, scontenti della mancanza di un punto di riferimento forte dell'anarchismo sociale nella nostra città, avevamo dato vita all'esperienza dell'Organizzazione Anarco-Comunista Napoletana, che di lì a poco avrebbe aderito alla Federazione Anarchica Italiana. In quegli anni fu protagonista dell'intervento politico del gruppo, soprattutto nel campo antimilitarista, dalla lotta contro l'installazione dei missili nucleari a Comiso al contrasto delle prime guerre neoimperialistiche dopo la fine dello Stato Sociale. Vivevamo un po' come una comunità: quando non ci incontravamo per motivi legati all'attività militante, eravamo sempre insieme e facevamo la vita che potete immaginare di un gruppo di amici ventenni nel cuore degli anni ottanta.
La componente studentesca del gruppo aveva una caratteristica: eravamo un po' tutti alquanto brillanti nelle nostre discipline e molti di noi hanno seguito la strada dell'insegnamento e della ricerca. Ennio, in particolare, dopo il dottorato ed un post-dottorato all'Università di Napoli fu uno dei nostri primi "cervelli in fuga" e si trasferì in Svezia al Karolinska Institutet di Stoccolma, dove restò per vari anni, prima di riuscire a rientrare in Italia come Docente Associato prima, Ordinario poi, dell'Università di Catanzaro, per poi riuscire a tornare nella sua città. Il tutto sempre con una produzione scientifica di altissimo livello, testimoniata dalla qualità delle riviste che ospitavano le sue ricerche – oltre alla comunità di noi militanti, è pianto anche dalla comunità scientifica, particolarmente quella che si occupa dell'immunologia e, ironia della sorte, delle terapie tumorali.
Anche vivendo una vita alquanto movimentata, tra Stoccolma, Catanzaro, Salerno, Napoli per non dire del resto del mondo dove lo portava di continuo la sua attività scientifica, aveva mantenuto costante, ovunque si trovasse, la sua attività militante nell'anarchismo sociale. È pianto anche dalla comunità del Confederalismo Democratico del Rojava: negli ultimi anni si dedicava particolarmente alla Staffetta Sanitaria ed al lavoro di supporto alle strutture educative del Rojava liberato – un progetto, tra l'altro, nato in origine in una delle nostre tante discussioni.
Infine, tutti coloro che l'hanno conosciuto lo ricordano per le sue qualità umane. Allegro, solidale, vitale, qualunque fosse il motivo per cui lo si frequentasse era sempre un piacere incontrarlo e dispiaceva a tutti, per la sua vita movimentata, non poterlo frequentare di continuo. Per questo e mille altri motivi, mancherà a tantissimi. Ciao, Ennio. (Enrico)

Ennio ha fatto parte di quella "sporca dozzina" che nei primi anni '80 fondò l'Organizzazione Anarco-Comunista Napoletana (OACN). Era al primo anno di Medicina ma, nonostante la pesantezza dello studio, ha partecipato in prima persona a tutte le iniziative e non so proprio come riuscisse a trovare il tempo anche per la socialità, che in quegli anni era a base di cene improvvisate in case ospitali, concerti underground, vagabondaggi notturni e spericolati zig-zag con la sua Renault 4.
Il suo è stato un anarchismo mai dogmatico, sempre allegro, possibilista e lungimirante. Fu lui a organizzare le riunioni nelle quali un informatico, suo compagno di liceo, venne a spiegarci cos'erano i Personal Computer e come e perché avrebbero cambiato tutto.
Vacanze estive, capodanni in giro per l'Italia e iniziative politiche ci hanno tenuto in contatto lungo più di 40 anni, anche quando il suo lavoro e il mio hanno messo tra le nostre vite troppi chilometri di distanza e poco tempo per frequentarci come in passato. Molti i ricordi e troppo il dolore per raccontare le innumerevoli "storie" personali e politiche vissute insieme, l'ultima delle quali quando accompagnammo i figli a Lucca Comics, con lui travestito da Corto Maltese.
Lo scorso novembre è comparso su mastodon.bida.im e il suo ultimo messaggio è stato: "Fratello confermo anche qui pluvia non finir y tengo da mangiar hasta Catanzaro: mierda. besos". Baci, fratello. (Peppe 'o psicologo – Pepsy)
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


25/09/2020 @ 13:07:46
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