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"La malevolenza costituisce pur sempre l'unica attenzione che la maggior parte degli esseri umani potrà mai ricevere da altri esseri umani."

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 13/02/2013 @ 01:13:39, in Commentario 2013, linkato 1399 volte)
La notizia dell'abdicazione del papa ha sottratto per un po' al Buffone di Arcore il centro dell'arena mediatica, proprio mentre questi era tanto preoccupato che il festival di Sanremo potesse mettere in ombra il suo festival di promesse elettorali. Da parte dell'opinione di sinistra si ripete il consueto errore di considerare il risveglio dell'elettorato del PdL come una dimostrazione di fiducia nelle promesse del Buffone. Forse ci sarà pure qualcuno davvero disposto a credere a quelle promesse, dato che a questo mondo c'è di tutto; ma non è questo il punto. L'elettore di destra ha udito il suo leader affermare di essere stato "costretto" a votare l'IMU in parlamento; così come magari fu "costretto", da Presidente del Consiglio, a varare nel 2005 la legge istitutiva che diede vita ad Equitalia.
Allo stesso modo, il Buffone potrà benissimo essere "costretto" a rimangiarsi la promessa di abolire e rimborsare l'IMU, magari per colpa della farraginosità della Costituzione, che gli avrebbe sempre impedito di governare come lui vorrebbe e saprebbe. Queste cose l'elettore di destra le sa o le intuisce benissimo. Ciò che l'opinione di sinistra invece tende sempre a sottovalutare, è la portata ideologica di alcuni slogan ripresi dal ghost writer del Buffone, a cominciare dal concetto di costrizione.
Per decenni la destra ha giustificato la fuga del re Vittorio Emanuele III nell'8 settembre del '43, argomentando che lo stesso re fu "costretto" alla fuga. I nostalgici del re potevano essere contemporaneamente nostalgici anche di Mussolini, sorvolando sul fatto che i due nel '44 e nel '45 erano stati su sponde opposte, da nemici a tutti gli effetti. In fondo erano stati entrambi "costretti".
La pietra angolare dell'edificio ideologico della destra è infatti il vittimismo. La mitologia dominante ci presenta la ricchezza come una fortezza assediata dall'invidia e dalle lamentele dei poveri. La subalternità ideologica della sinistra si dimostra continuamente nell'incapacità di uscire da questa visione, perciò i ricchi possono essere considerati al massimo colpevoli di indifferenza; e quindi la povertà viene interpretata come uno spiacevole effetto collaterale di tale indifferenza.
Non sarebbe niente di grave se la mitologia del "ricco soddisfatto" se la coltivasse solo la destra; purtroppo è la sinistra ad incentivare il mito dell'indifferenza del ricco, così come viene rappresentato nella parabola del ricco Epulone del vangelo di Luca. La posizione di sinistra si riduce quindi ad un problema di redistribuzione della ricchezza, magari aumentando le tasse ai ricchi.
I ricchi invece si occupano dei poveri, eccome. Il vero problema è infatti che dal vittimismo padronale viene fatta discendere la necessità di un assistenzialismo per i ricchi, con la conseguente urgenza di comprimere le pretese dei poveri, costringendoli persino a versare un'elemosina ai ricchi. Non è affatto vero che i ricchi si disinteressino dei poveri; anzi, li considerano una vacca da mungere.
Che la ricchezza sia un fenomeno socialmente assistito, e che la povertà venga coltivata come il principale dei business, sono concetti scomparsi nella sinistra attuale. Anche il fatto che la ricchezza sia socialmente aggressiva, una forma di guerra permanente dei ricchi contro i poveri, per la sinistra è ormai roba da ufficio dei concetti smarriti.
Ciò che si sta attuando in queste settimane è quindi un risveglio identitario della destra, sotto la vecchia e gloriosa bandiera ideologica del vittimismo. Più le promesse del Buffone suonano assurde, più il votarlo conferisce efficacia al dispetto che si fa alla cosiddetta sinistra.
Ma il voto identitario non è certo quello che fa vincere le elezioni. Il voto ideologico è vischioso, e ciò che decide alla fine è lo spostamento delle masse di suffragio gestite dalle baronie del controllo del voto. Anche il voto di scambio non è sempre infallibile nei risultati, ma se rimane qualche regione in bilico, un'aggiustatina la si può sempre fare al Viminale. La questione del voto di scambio non va ridotta ai casi dei voti comprati per cinquanta euro, ma riguarda il controllo sociale dei territori. La fine della cosiddetta prima Repubblica è stata segnata dalla morte di grandi baroni del voto, come Toni Bisaglia in Veneto, Carmine Mensorio in Campania e Salvo Lima in Sicilia. Il primo morì per un "incidente", il secondo fu "suicidato", e solo il terzo fu ammazzato platealmente. Da circa due anni le baronie del voto sono in posizione attendistica, ed occorrerà vedere chi avrà la disponibilità finanziaria per andare a riallacciare i rapporti e stringere i patti di scambio. I casi della Tunisia e dell'Egitto costituiscono esempi significativi delle fortune elettorali del candidato/denaro. In questi due Paesi le formazioni religiose si sono infatti avvalse dei finanziamenti dell'Emiro del Qatar, Al Thani, così che la tanto decantata laicità della società egiziana e della società tunisina è andata a farsi benedire.
Il sito del Consiglio Atlantico della NATO non si fa neanche scrupolo di ammettere che è proprio Al Thani a finanziare la "democrazia" in Siria, rifornendo di armi i "ribelli", cioè i propri mercenari; alla stessa maniera in cui era stata portata la democrazia in Libia. Eppure si tratta di ingerenze illegali e di violazioni palesi della Carta dell'ONU. Ma il Qatar ormai fa parte a tutti gli effetti della NATO, perciò non è tenuto a rispettare il diritto internazionale.
Lo stesso sito del Consiglio Atlantico non si fa problemi a farci sapere che è sempre Al Thani lo sponsor dei Fratelli Mussulmani in Egitto, andando persino in rotta di collisione con l'orientamento dei suoi alleati degli Emirati Arabi Uniti.
Al Thani non si è limitato a comprarsi il voto in Tunisia; ora si sta comprando tutta la Tunisia, con un miliardo di dollari, tanto per cominciare. Ma l'arrivo di tutto questo denaro non è soltanto un modo per acquistare un Paese, ma anche una tecnica per destabilizzarlo, come dimostrano le vicende di questi giorni.
In base alla fiaba ufficiale il ricco Al Thani, invece di fare tanto il facinoroso, dovrebbe starsene tranquillo e soddisfatto a godersi i suoi soldi, magari infastidito ogni tanto dalle querule rivendicazioni dei poveri. Anche a proposito del Buffone di Arcore si sente ancora spesso la domanda sul perché uno che ha tutti quei soldi, invece di farsi i fatti suoi, voglia occuparsi di politica. Si tratta di una domanda retorica, che sottintende che lui è troppo buono. L'eccesso di bontà potrebbe essere il difetto caratteriale anche di Al Thani. L'eccesso di bontà è infatti l'unico difetto che i potenti sono disposti a riconoscersi.
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Di comidad (del 07/02/2013 @ 02:58:22, in Commentario 2013, linkato 1510 volte)
In molti si sono domandati il motivo per cui Mario Monti ha scelto di sottoporsi alle umiliazioni ed alle figuracce di una campagna elettorale, quando invece il Partito Democratico aveva già ritagliato per lui un ruolo di "padre nobile" super partes, al culmine del quale era prevista la sua elezione alla Presidenza della Repubblica. Da quella comoda posizione, Monti avrebbe potuto etero-dirigere l'azione di governo di Bersani, sia con il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio, sia con il ricatto costante della fazione veltroniana di ultra-destra interna al PD. La lista Monti ha persino funzionato per Bersani da utile bidone della spazzatura, consentendogli di disfarsi senza traumi di quella spina nel fianco che era per lui il sedicente giuslavorista Pietro Ichino, che rischiava di alienargli i voti di molti iscritti della CGIL.
Se Monti è stato costretto ad umiliarsi in questo modo, non è stato probabilmente per scelta personale, ma per ordine dei suoi mandanti del Consiglio Atlantico della NATO. Evidentemente, si è arrivati ad un punto tale per cui il sistema di dominio coloniale non può più permettersi neppure una finzione di normalità. Il creare confusione e destabilizzazione diventa quindi uno schema obbligato, e le drammatizzazioni artificiose di una campagna elettorale servono anche a mistificare i drammi reali e la loro vera origine. Nel maggio dello scorso anno arrivava la notizia della perdita di una cifra dai due ai tre miliardi di dollari da parte della banca JP Morgan; manco a dirlo, per operazioni sui titoli derivati. E qui nessuno ha potuto scaricare la colpa sull'ingerenza dei partiti politici.
JP Morgan, sino a quel momento, era considerata l'unica banca ad essere uscita relativamente indenne dalla tempesta finanziaria del 2008. Il "chief executive" di JP Morgan, Jamie Dimon, aveva addirittura ispirato un libro celebrativo, con un titolo che riecheggiava quello di una nota canzone, e che però sembrava più il titolo di un film western : "Last Man Standing".
Invece anche per Dimon - che alcuni avevano già ribattezzato "Dillon", come il personaggio dello sceriffo di Dodge City della serie televisiva, interpretato da James Arness - è arrivato il momento di soccombere nella sparatoria. A gennaio di quest'anno la perdita subita da JP Morgan per i derivati ammontava già a sei miliardi e duecento milioni di dollari, cosa che ha comportato per Dimon l'umiliazione non solo delle rituali indagini di FBI e senato, ma anche di una sorta di inchiesta interna alla banca, compiuta da un'apposita task force. Probabilmente anche i sei miliardi e rotti sono solo una cifra di comodo che dovrà essere rivista al rialzo.
Era scontato che si manifestasse l'effetto a catena, con analoghe voragini finanziarie anche in altre banche che avevano avuto partnership con JP Morgan, tra le quali Monte dei Paschi di Siena, per gli ormai famosi e famigerati "bond fresh"; un nome che era già tutto un programma. Lunedì scorso vi è stato l'atteso "lunedì nero" della Borsa di Milano, solo parzialmente recuperato nei giorni successivi. Per fortuna era già tornato alla ribalta il Buffone di Arcore - indirettamente rilanciato a livello mediatico dallo stesso Monti - per prendersi la colpa del tracollo.
Il continuo aggravarsi della crisi finanziaria mette in ridicolo i discorsi sulla "crescita". Persino le buone intenzioni di creare leggi e regolamenti che limitino gli abusi della finanza e del rating, assumono oggi il senso di una caricatura. Tutto ciò diventa infatti il proverbiale chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.
Ma JP Morgan mantiene le sue ben note posizioni di forza all'interno del Consiglio Atlantico. L'intreccio tra militarismo e finanza in un periodo del genere non può che esaltarsi, poiché un sistema in acuta crisi economico-finanziaria non è in grado di sopportare che esistano dei poli di attrazione ideologica che possano costituire, anche vagamente, un'alternativa. La guerra non si configura soltanto come il solito mega-business, dato che l'auto-santificazione dell'Occidente la rende anche un'ineludibile scadenza ideologica. L'attacco da parte dei bombanchieri della NATO contro l'Iran è ormai all'ordine del giorno.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si ť formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si ť evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/04/2019 @ 12:49:51
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