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"La distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato. Ogni organizzazione di un potere politico cosiddetto provvisorio e rivoluzionario per portare questa distruzione non può essere che un inganno ulteriore e sarebbe per il proletariato altrettanto pericoloso quanto tutti i governi esistenti oggi."

Congresso Antiautoritario Internazionale di Saint Imier, 1872
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 20/12/2018 @ 00:59:29, in Commentario 2018, linkato 2893 volte)
In base alle incongruenze della narrazione giornalistica, il Presidente del Consiglio Conte avrebbe finalmente dimostrato una statura di leader politico proprio nella circostanza in cui è riuscito ad imporre a Salvini e Di Maio il cedimento ai diktat della Commissione Europea. Da questa narrazione deriverebbe il curioso ossimoro secondo cui si rivela una statura di leader allorché ci si calano le brache. Un tortuoso percorso ideologico dal sovranismo al calabrachesimo.
Quando Conte aveva dichiarato di voler essere “l’avvocato degli Italiani”, in molti avevano commentato ricordando che durante le cause le peggiori fregature le si prendono di solito dal proprio avvocato. Forse però anche questo richiamo realistico nel caso di Conte può costituire una forzatura. Probabilmente Conte riteneva sinceramente che fosse il caso di prendere tempo, poiché l’esito delle prossime elezioni europee potrebbe portare alla formazione di una Commissione meno ostile. Conte deve anche aver considerato che incappare in una procedura di infrazione in questo momento, avrebbe fornito al Presidente Mattarella un pretesto per qualche colpo di mano istituzionale, mettendo in evidenza la debolezza di un governo che non ha dietro di sé né le burocrazie ministeriali, né le forze armate, né la Banca d’Italia.
Il problema è che il fattore tempo non gioca necessariamente a favore dei “sovranisti”. Lo stesso cedimento dell’Italia potrebbe sortire un effetto depressivo sulla attuale ondata nazionalistica e far riprendere fiato ai partiti “mondialisti”. Ma persino se le cose andassero nel verso più favorevole ai “sovranisti”, persino se l’euro e l’Unione Europea si squagliassero l’anno prossimo sotto il peso delle loro assurdità, rimarrebbe pur sempre la NATO ad imporre la sottomissione. Il pressing statunitense ha infatti imposto al governo Conte di ignorare le lamentele delle imprese italiane e di accodarsi al rinnovo delle sanzioni economiche alla Russia in nome della lotta alla fittizia minaccia-Putin. Il vero motivo delle sanzioni economiche alla Russia ed all’Iran è che agli USA serve assolutamente un aumento dei prezzi del petrolio e del gas per rendere commercialmente competitivi i loro idrocarburi ricavati dalla costosa frantumazione delle rocce di scisto. Ora sembrerebbe quasi che i “sovranisti” si siano svegliati una mattina ed abbiano scoperto improvvisamente che in Italia vi sono oltre cento basi militari statunitensi dopo settantatré anni dalla fine della guerra.
Tirando le somme, il governo Conte si sta rivelando come un governo Gentiloni bis, cioè un governo allineato che però (per ora) tiene a bada la follia palingenetica delle micidiali “riforme strutturali”. La domanda ovvia a questo punto è perché mai questa politica di basso profilo, senza avventure in un senso o nell’altro, non potesse continuare a farla un governo del PD. Perché la ex sinistra si è lasciata coinvolgere nel delirio palingenetico ed espiatorio dei “salvatori dell’Italia”, Monti prima e Renzi poi?

Nelle aspirazioni preelettorali persino l’ipotetico governo PD-Forza Italia avrebbe dovuto essere presieduto non dal “bassoprofilista” Gentiloni ma dall’ennesimo “salvatore della patria” in pectore: Cottarelli. Quello stesso Cottarelli che poi Mattarella ha cercato di riciclare alla guida di un governo pseudo-tecnico.
Si potrebbe supporre che nella ex sinistra permanga un bisogno di utopia: tramontata l’utopia rivoluzionaria (o riformista) del socialismo, ci si è lasciati incantare dall’utopia reazionaria delle riforme strutturali. Si tratterebbe di una risposta suggestiva ma molto parziale e fuorviante.
Il problema principale riguarda la vulnerabilità della ex sinistra nei confronti della narrazione mainstream sempre all’insegna del catastrofismo-emergenzialismo. La fiaba del debito pubblico come una bomba ad orologeria (una bomba creata e innescata dal presunto “aver vissuto al di sopra dei propri mezzi”) ha conquistato l’immaginario della ex-sinistra e quindi la sua attesa del salvatore/redentore diventa consequenziale.
In effetti l’unico punto di forza ideologico dei “sovranisti” non è affatto il “sovranismo”, semmai lo scetticismo di molti di loro (non di tutti) nei confronti di alcune delle fiabe emergenziali, a partire dalla più gotica e “dark”, quella sul debito pubblico. Per il resto il “sovranismo” ha il grave torto di riproporre la questione del potere nei termini della tradizionale domanda: chi deve essere il sovrano?

A seconda delle preferenze si può rispondere che deve essere sovrana la nazione, o la “comunità internazionale” (cioè il Paese e le lobby che la guidano), oppure l’individuo. Si rimane però sempre nell’ambito della metafisica del potere.
La realtà è che il potere non possiede un “sottostante”, cioè un intrinseco nucleo di legittimità. La forza bruta si autogiustifica sempre e solo in base all’artificio di finte “emergenze” che richiedono ed esigono il suo intervento salvifico rispetto alle colpe passate che avrebbero condotto al disastro. E poi un sistema drogato di emergenzialismo esige che ci siano sempre nuovi Hitler, nuovi nemici dell’Umanità, contro i quali mobilitarsi. Le tattiche del potere perciò sono quelle di un banale psicopatico: destabilizzare, allarmare, denigrare, colpevolizzare.
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Di comidad (del 13/12/2018 @ 00:17:29, in Commentario 2018, linkato 2809 volte)
Mentre viene annunciata prossimamente una nuova ondata recessiva, la Commissione Europea riesce a tenere inchiodato il governo Conte alla questione di un ridicolo 0,5 in più o meno di deficit. Il paradosso della artificiosa scarsità di denaro (il “non ci sono i soldi”) a fronte di una capacità produttiva diventata invece praticamente illimitata, costituisce il capolavoro mistificatorio della lobby della deflazione.
La lobby della deflazione è un tipico caso di “troppo evidente per essere visto”. Le grandi multinazionali bancarie ed i grandi fondi di investimento hanno un chiaro interesse a tenere l’economia reale in condizione di stagnazione: lo scopo è quello di evitare ogni fiammata inflazionistica che possa incrinare il valore dei crediti ed ogni incremento del PIL che, aumentando il gettito fiscale, renda i governi meno dipendenti dai prestiti dei grandi investitori.
I componenti di una lobby non hanno bisogno di riunirsi o di scambiarsi gli auguri di natale per riconoscersi come una coalizione di interessi. Nelle multinazionali bancarie e nei fondi di investimento si alleva un personale che gestisce con pieno automatismo quegli interessi. Questo personale possiede (per dirla alla Foucault) i “saperi”, ma anche gli agganci, che gli consentono di accedere alle gerarchie delle organizzazioni sovranazionali come il FMI, l’OCSE, la Banca Mondiale, il WTO e la Commissione Europea. Il meccanismo della “porta girevole” assicura a questo personale di alternare carriere nel pubblico e nel privato, ovviamente sempre all’insegna degli stessi interessi privati.
Le lobby infatti sono trasversali ed occupano tutti gli spazi a disposizione. Il senso dello Stato è il senso di un’astrazione e potevano avercelo Platone o Hegel. Il senso della lobby ha invece l’impellenza dei tornaconti personali, dei ricatti incrociati e dell’odio per l’uguaglianza.
Gran parte del dibattito rimane invece ancora fissata alla coppia “capitalismo e/o Stato”, con esiti teorico-pratici spesso poco convincenti. Una delle tesi oggi prevalenti è quella definita con acritico intento liquidatorio come “rossobrunista”. Gli esponenti di questa corrente politico-culturale individuano nello Stato nazionale l’unico possibile argine al capitalismo mondialista ed iper-finanziario. Si tratterebbe di promuovere il “pubblico” senza preoccuparsi dell’etichetta di destra o di sinistra di chi lo promuove.
Si tratta però anche di capire se “capitalismo” e Stato” siano nomi che indicano fenomeni precisi, oppure siano invece astrazioni che prescindono dai dati concreti.

Recuperare la sovranità dello Stato può essere un’idea suggestiva, ma sembra anche una chiusura della stalla quando i buoi sono scappati. Uno Stato, se è tale, non cede la sua sovranità: se l’ha ceduta, vuol dire che non era uno Stato, oppure che lo Stato era solo un’astrazione giuridica che copriva e mistificava altre gerarchie sociali. La cessione della sovranità monetaria non è cominciata con l’euro e neppure col famigerato “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981. Quando gli Stati hanno riconosciuto il diritto esclusivo di emissione monetaria alle sole banche centrali, avevano già abdicato alla loro “sovranità”.
Le privatizzazioni le ha fatte sempre lo “Stato” e non si è verificata alcuna resistenza da parte delle burocrazie statali contro tutto ciò. L’identificazione tra “pubblico” e Stato è molto problematica, se si considera che il grande privatizzatore è proprio lo Stato. Negli anni ’70 l’Unione Sovietica era ritenuta da molti analisti come l’avanguardia dello Stato Leviatano che avrebbe fagocitato e controllato tutto. L’Unione Sovietica è invece crollata per la pressione di una lobby affaristica interna, desiderosa di smantellare l’impero per trasformare i sudditi in clienti del gas e del petrolio russo.
In Italia il Pubblico Impiego è sotto tiro non solo da parte dei ministri di turno, ma anche da parte di organi di polizia che travalicano la loro funzione per trasformarsi in attori mediatici. Esiste oggi una sorta di “Carabinieri Productions” che lancia video grotteschi sui pubblici impiegati presunti “furbetti”. Uno “Stato” che si fa carico di screditare se stesso? Ed in nome di che cosa? Della “porta girevole” che consentirà ai funzionari pubblici di farsi una carriera del privato?
La stessa astrattezza coinvolge la nozione di "capitalismo”. Potrebbe esistere il “capitalismo” senza lo Stato che lo assiste finanziariamente e gli privatizza tutto? O è sempre la stessa lobby, che si fa chiamare “Stato” o “capitalismo” o “Mercato” a seconda delle convenienze?

Giocando sulle astrazioni si possono suscitare vere e proprie cortine fumogene come lo “Stato minimo” di Robert Nozick (uno Stato che si occupi solo di difesa e giustizia e lasci il resto al “Mercato”), oppure il cosiddetto “anarco-capitalismo” di Murray Rothbard: uno Stato che si suicidi privatizzando tutto e affidandosi sempre al dio “Mercato”. Queste fumisterie ideologiche provengono dagli USA, cioè proprio il Paese dove il massimo investitore è lo Stato, anzi il Pentagono.
Dopo anni e anni di balle sui garage di Steve Jobs (un idolo per la sedicente “sinistra”), fortunatamente oggi anche una rivista come “Limes” riconosce che tutta la tecnologia dei vari Microsoft, Apple, Facebook deriva direttamente ed esclusivamente dal Pentagono. La fittizia dicotomia tra Stato e capitalismo, Stato e Mercato, Stato e privato consente sì mirabilie illusionistiche, ma le evidenze contrarie sono molto maggiori.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


18/08/2019 @ 22:05:18
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