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"Il denaro gode di una sorta di privilegio morale che lo esenta dalla corvée delle legittimazioni e delle giustificazioni, mentre ogni altra motivazione non venale comporta il diritto/dovere di intasare la comunicazione con i propri dubbi e le proprie angosce esistenziali. Ma il denaro possiede anche un enorme potere illusionistico, per il quale a volte si crede di sostenere delle idee e delle istituzioni, mentre in realtà si sta seguendo il denaro che le foraggia."

Comidad (2013)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 05/01/2012 @ 01:18:45, in Commentario 2012, linkato 1824 volte)
Con tipica tecnica ritorsiva, la propaganda dei media occidentali sta attribuendo all'Iran tattiche di guerra psicologica in relazione alle manovre della Marina iraniana nel Golfo Persico. Si può parlare in effetti di contro-guerra psicologica, dal momento che la spirale delle minacce di attacco è stata iniziata da Israele molto tempo fa, come viene sottolineato dalla stampa mondiale non legata alla NATO. [1]
L'Iran è infatti l'unico tra i tanti Paesi attualmente bersaglio del sedicente Occidente, ad aver assunto la categoria di guerra psicologica come fondamento della sua strategia anticoloniale, dato che il disarmare psicologicamente l'avversario è alla base della strategia della NATO. Le minacce di attacco e le sanzioni economiche hanno lo scopo di indurre l'Iran ad accettare quel calvario di compromessi, mediazioni ed ispezioni che hanno come diretta conseguenza non solo di lasciarsi invadere da spie, ma soprattutto di consentire alle agenzie dell'ONU, falsamente neutrali, di "lavorarsi" il gruppo dirigente iraniano, favorendo doppi giochi e defezioni.
Vista l'esperienza dell'Iraq e della Libia, la leadership iraniana (la diarchia Ahmadinejad-Khamenei), sta quindi cercando di evitare la trappola delle mediazioni, poiché ormai vi è la convinzione che la NATO sia determinata ad attaccare, e stia operando di psywar, con sanzioni e continue accuse, solo per potere arrivare a ridurre al minimo i costi ed i rischi dell'attacco. Del resto, cercare di ragionare con un Occidente che lo descrive come il pazzo che vuole l'atomica per cancellare Israele dalla carta geografica, sarebbe per Ahmadinejad del tutto irragionevole.
Ma nessun gruppo dirigente è compatto ed il grado di corruttibilità è sempre molto elevato, tanto più che le sanzioni possono allontanare la prospettiva di affari a lungo vagheggiati. Anche l'Iran ha infatti in corso le sue brave compromissioni affaristiche, ed il suo principale partner di affari è la British Petroleum, proprio la multinazionale che era dietro il colpo di Stato che rovesciò il primo ministro iraniano Mossadeq ed insediò il regime dello Scià. La partnership riguarda affari esterni all'Iran, dato che le sanzioni non consentono alla British Petroleum di operare direttamente in Iran. Si tratta di sfruttamento di giacimenti in Azerbaijan e nel Mare del Nord. Quest'ultimo affare potrebbe essere vittima delle imminenti sanzioni.[2]
Ad avvantaggiarsi di una eventuale ricolonizzazione dell'Iran sarebbe soprattutto la British Petroleum. In Gran Bretagna vari giornali hanno fatto circolare documenti ufficiali che dimostrano il diretto coinvolgimento di questa multinazionale nell'organizzazione della guerra contro l'Irak del 2003, ed il suo ruolo di predominio nello sfruttamento del petrolio irakeno.[3]
Il fatto che la British Petroleum intrattenga queste relazioni d'affari con l'Iran, non va quindi inteso come una sua disobbedienza alla disciplina NATO. Anzitutto la NATO opera da sempre come una sorta di agenzia di lobbying della British Petroleum, ed il supremo organo dirigente della stessa NATO, il Consiglio Atlantico, arriva a diffondere informative in cui le proposte di "pipeline" della British Petroleum vengono magnificate come ancore di salvezza per l'Occidente.[4]
La British Petroleum è inoltre in rapporto diretto con i servizi segreti statunitensi e britannici, perciò gli agenti di questi servizi beneficiano di una cordiale accoglienza nella multinazionale, dove vengono immediatamente assunti in qualità di lobbisti non appena lascino le loro agenzie. La stampa statunitense e quella britannica hanno segnalato vari di questi casi di "porta girevole" tra servizi segreti e British Petroleum, che riguardano la CIA ed il MI6.[5]
Quindi, la NATO fa da agenzia di lobbying per la British Petroleum, ma questa a sua volta fa da cavallo di Troia per i servizi segreti della NATO. Il lobbying in questa versione hard extreme è attualmente del tutto legalizzato, tanto che viene da chiedersi quale sia l'effettivo grado di commistione tra strutture militari e di intelligence con il sistema delle imprese.
Su istruzioni della NATO, anche il governo italiano, con la Legge 124/2007, ha conferito ai rapporti tra imprese private e servizi segreti una veste istituzionale. L'articolo 25 della Legge 124/2007 consente inoltre ai servizi segreti di costituire proprie imprese private a carattere "simulato", mettendole a carico dei propri fondi riservati; un articolo che sa di sanatoria per il passato, più ancora che di indicazione per il futuro.[6]
In più, il Consiglio Atlantico può permettersi di pubblicare senza pudore un elenco delle multinazionali che lo sponsorizzano; un elenco reperibile sul suo sito ufficiale. Chissà quante di queste multinazionali erano nate a loro tempo come "imprese a carattere simulato". C'è anche da rilevare che attualmente un'istituzione ufficiale - come è il Consiglio Atlantico - viene citata talmente di rado dai media, che risulta molto più segreta alle masse dell'ormai sputtanatissimo gruppo Bilderberg. [7]
La prospettiva di perdere degli affari potrebbe aprire delle brecce nel regime iraniano, e le attuali relazioni con la British Petroleum comportano il trovarsi costantemente a rischio di essere infiltrati dai servizi segreti della NATO. Ma se qualcuno gli affari rischia di perderli, qualcun altro li sta già perdendo, come nel caso dell'Italia.
Mentre il Presidente del Consiglio Monti, in pura malafede, blatera di "crescita", intanto l'effetto deprimente delle sanzioni contro l'Iran si fa sentire sull'economia italiana, tanto che persino il quotidiano confindustriale "Il Sole -24 ore" ha segnalato che i pagamenti iraniani alle aziende italiane non possono pervenire a causa del blocco delle banche occidentali. In questa guerra del lobbying, molte imprese esportatrici italiane stanno soccombendo. Si vede che non sono nelle grazie del Consiglio Atlantico.[8]

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.srilankaguardian.org/2011/11/iran-israeli-psywar-indicates-lack-of.html
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1996921,00.html&ei=0uIBT767JaaQ4gTC7f2SCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CD4Q7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Biran%2Bazerbaijan%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[3] html&ei=0vH2ToHPGYfk4QTI5M2NCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CC8Q7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Billegal%2Blobbying%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-1378428/Iraq-war-documents-reveal-talks-Government-oil-giants-BP-invasion3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/business/2011/jul/31/bp-stranglehold-iraq-oilfield-contract&ei=01z3TtefN6OQ4gTNlMWNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=8&ved=0CHAQ7gEwBzgK&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Bassad%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvnsb
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://acus.org/new_atlanticist/bp-pipeline-late-good
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.cbsnews.com/8301-31727_162-20006472-10391695.html&ei=6u_2TvWNEM724QSm4sGNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CEMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Billegal%2Blobbying%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2015538/Revolving-door-row-ex-MI6-spy-lands-BP-job.html&ei=N6btTtHZL_D34QScleilCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dbp%2Bmi6%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns
[6] http://www.camera.it/parlam/leggi/07124l.htm
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.acus.org/about/sponsors
[8] http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-18/freno-banche-iran-081543.shtml?uuid=AYwmxnsC
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Di comidad (del 29/12/2011 @ 01:34:45, in Commentario 2011, linkato 2173 volte)
Un po' alla volta il governo Monti sta smentendo il suo presunto stile istituzionale, lasciandosi andare alle provocazioni tipiche di chi non abbia intenti trasparenti. La sortita del ministro Elsa Fornero sull'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non solo ricalca le performance a cui ci aveva già abituato il suo predecessore Sacconi, ma ha seguito anche un rituale ormai scontato nei minimi dettagli.
Dopo le ovvie reazioni dei sindacati, il ministro ha esibito infatti il consueto vittimismo arrogante. Nelle sue esibizioni televisive, la Fornero ha fatto venire in mente le parole di fra Cristoforo che descrivono l'atteggiamento del potente malintenzionato: "Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chiedere ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile."
L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori in sé non ha nulla a che vedere con la cosiddetta flessibilità dato che si trova nel Titolo II, che tratta "della libertà sindacale", cioè stabilisce le modalità di reintegro nel posto di lavoro nei casi di chiaro intento discriminatorio per motivi sindacali, politici o religiosi, previsti all'articolo 15. Nello stesso Titolo II c'è anche l'articolo 17, che fa divieto ai padroni di costituire sindacati di comodo, un articolo che non risulta sia mai stato applicato. [1]
L'attacco all'articolo 18 ha quindi una valenza pretestuosa e propagandistica, che implica in effetti un attacco alla stabilità del rapporto di lavoro, cioè mira all'istituzione della cosiddetta "flexsecurity": una precarizzazione di massa. I lobbisti cantori della flexsecurity - fra cui si distingue per zelo l'onnipresente Pietro Inchino - promettono mirabilie, tra le quali la certezza per il lavoratore di guadagnare di più; ma si tratta di retorica priva di pezze d'appoggio.
Nei suoi progetti di legge, Inchino arriva sino a proporre un preavviso al licenziamento che potrebbe giungere ad un massimo di dodici mesi, e poi corsi di formazione, ricollocazioni, ecc.; il tutto in base ad una figura idealizzata di imprenditore, previdente, preveggente e premuroso. Non si capisce poi perché il padronato dovrebbe accettare davvero tutti questi vincoli al licenziamento visto che, in base alla Legge 223 del 1991 sulla mobilità, può già disfarsi dei lavoratori come e quando vuole. [2]
Non è un caso che Confindustria dia il suo entusiastico appoggio allo slogan della flexsecurity, ma poi si guardi bene dal prendere impegni precisi. In base al grado di concretezza che esibisce nelle sue argomentazioni, Inchino avrebbe potuto spingersi anche a promettere ai lavoratori che la flexsecurity possa far ricrescere i capelli. [3]
A quanto se ne sa, il governo Monti vorrebbe spacciare la flexsecurity come provvedimento per la "crescita", ma l'unico risultato certo della flexsecurity prospettato sinora, riguarda il vincolare la vita del lavoratore a delle "card", così descritte in un articolo su "La Stampa" dello scorso anno: "Smart card. (...) la “flex security card”, una smart card con microchip, che consente l’ingresso nel mondo dei servizi di orientamento e contiene i dati personali crittografati e un borsellino elettronico ricaricabile (e-valet) per acquisti di servizi di “life long learning”, cioè di orientamento e di apprendimento continuo."[4]
Insomma, si sta parlando di un servizio di carte di credito obbligatorie, che rappresenterebbero l'unico filo di continuità nel rapporto lavorativo; un business delle carte di credito ovviamente gestito dalle banche. Le banche sono universalmente odiate e disprezzate, ma è l'infanzia della politica a misurare il potere reale sulla base del consenso o della popolarità. La potenza ideologica del lobbying bancario sta invece nella sua capacità di dissimularsi, cioè nel creare i fantasmi di emergenze (il default, la rigidità del lavoro, ecc.), per presentare la soluzione al "problema" sempre e solo dal punto di vista degli interessi delle banche, lasciando però questi interessi in ombra o sullo sfondo. I lobbisti delle banche si celano fra le persone più insospettabili ed in tutti gli anfratti delle istituzioni.
Ipotesi complottiste? No, parola del Tesoro statunitense: "Il Dipartimento del servizio di gestione finanziaria del Tesoro (FMS) ha designato Comerica Bank come suo agente finanziario a una nuova iniziativa per dare a milioni di americani unbanked la possibilità di utilizzare una carta di debito prepagata per la ricezione di sicurezza sociale e altri pagamenti delle prestazioni federali. Il "Direct Express ®" carta offre un'alternativa più sicura e più conveniente per assegni cartacei. Comerica Bank è stata selezionata, in parte, a causa della sua esperienza di emittente della carta prepagata per milioni di beneficiari di prestazioni, in particolare per i programmi di governo statale." [5]
Si trattava di distribuire denaro pubblico, perciò il Tesoro statunitense avrebbe potuto istituire, con minori costi, una propria card; ma nel 2008 il Tesoro ha deciso lo stesso di riconvertire l'assistenza per i poveri in assistenza a favore dei ricchi. Insomma, alla fine sono sempre i poveri a dover versare l'elemosina ai ricchi. La beneficiata nella circostanza è Comerica Bank, un grosso e secolare istituto di credito texano, che ha la sua sede centrale a Dallas.[6]
Potrebbe essere lo spunto per una nuova serie televisiva di "Dallas". I discendenti di J.R., invece di occuparsi del business del petrolio, si dedicherebbero a quello che si prospetta come il maggiore business degli anni 2000: lo sfruttamento della crescente miseria.

[1] http://www.dplmodena.it/statuto_dei_lavoratori.htm
[2] http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/0ADB71B0-289C-4ADD-AE82-7BAC28013AF2/0/19910723_L_223.pdf
[3] http://www.pietroichino.it/?p=17835
[4] http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=302&ID_articolo=62&ID_sezione=686&sezione
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.fms.treas.gov/news/press/financial_agent.html
[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.comerica.com/&ei=-yf4TqOONMOg4gTricmNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CC8Q7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dcomerica%2Bbank%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


16/12/2018 @ 18:25:04
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