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"L'abolizione dello Stato e del diritto giuridico avrà necessariamente per effetto l'abolizione della proprietà privata e della famiglia giuridica fondata su questa proprietà."

Programma della Federazione Slava, 1872
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 25/05/2023 @ 00:18:42, in Commentario 2023, linkato 7898 volte)
Alle volte, di fronte a certe notizie, hai la vaga sensazione che qualcosa ti sfugga. Domenica scorsa a Chisinau, capitale della Moldavia, alcune decine di migliaia di persone sono scese in piazza per ribadire la loro volontà di completare il processo di adesione all’Unione Europea. Dal giugno del 2022 infatti la Moldavia, insieme con l’Ucraina, è ufficialmente “candidata” ad entrare nell’UE, come a dire in procedura d’esame. Insieme con la presidentessa moldava, Maia Sandu, c’era anche la presidentessa del parlamento europeo, la maltese Roberta Metsola, la quale ha promesso il suo pieno appoggio alle aspirazioni della folla. Il contenuto dei discorsi è stato il solito spot pubblicitario: l’Europa come stile di vita, come “sogno”, eccetera. Secondo le cronache, la manifestazione sarebbe la risposta alle “mire di Putin”. Anche la Moldavia spera infatti di essere difesa dall’Unione Europea contro la Russia, visto come è stata difesa bene l’Ucraina.
La Moldavia si trova in una situazione simile a quella dell’Ucraina, sebbene in scala minore, dato che ha solo due milioni e mezzo di abitanti. La Moldavia ha anch’essa all’interno una regione separatista di lingua russa, la Transnistria, che, come il Donbass, è strategica per il controllo del Mar Nero. Tanto per rendere la situazione più tranquilla, truppe russe sono già presenti in Transnistria addirittura dal 1992, ufficialmente inviate dall’allora presidente russo Eltsin in funzione di peacekeeping in seguito ad un conflitto etnico. In un’intervista rilasciata nel marzo scorso, il ministro moldavo dell’energia descriveva le differenze di approvvigionamento energetico tra la Transnistria ed il resto della Moldavia. Mentre la regione russofona viene rifornita di gas praticamente gratis, al contrario il governo di Chisinau è soggetto da decenni alle esose vessazioni di Gazprom. L’intervista, pubblicata dal “Corriere della Sera”, esibiva un titolo completamente fuorviante, in quanto proclamava che la Moldavia non avrebbe più bisogno del gas russo. In realtà dal testo dell’intervista risulta tutt’altro, e cioè che è Gazprom ad aver chiuso i rubinetti, e non si parla per ora di alcuna alternativa a questi rifornimenti.
Non risulta dalle cronache che nella manifestazione europeista di Chisinau si sia trattato di questi problemi, cioè come si possa conciliare l’adesione all’UE col separatismo russofono e russofilo, e con la presenza di truppe russe. Non è chiaro neppure come l’UE possa concretamente ovviare alla dipendenza energetica della Moldavia, dato che è a sua volta in crisi di approvvigionamento. Ad esempio l’Italia, secondo le promesse e le speranze ufficiali, dovrebbe, forse, risolvere la questione con i rigassificatori; i quali non sarebbero comunque attivi prima dell’anno prossimo e sicuramente comporteranno un aumento dei costi dell’energia. Insomma, di preciso non c’è ancora nulla, per cui gran parte dell’Europa sta rischiando la deindustrializzazione. Chi poi sperasse nella “solidarietà europea”, ha a disposizione l’esempio di ciò che è capitato alla Grecia per trarne ispirazione e conforto. Cosa ne avrebbe detto Rabelais, con quel suo linguaggio mistico da buon frate francescano? L’Europa è un sogno? E allora, sognate e non rompete il cazzo.

Meno male che ci soccorrono gli intellettuali. Lo scrittore moldavo Iulian Ciocan ha presentato un suo libro nei giorni scorsi, nell’ambito di incontri legati al premio intitolato al giornalista Tiziano Terzani, che è come dire il premio Oscar alla confusione mentale. Ciocan è autore di una trilogia sulla Moldavia e, nel terzo capitolo di quest’opera, prevede addirittura un’invasione russa della Moldavia, cosa che probabilmente gli garantirà anche il premio menagramo. Le tesi politiche di Ciocan però sono interessanti, poiché rappresentano un vero e proprio inno alla figura retorica dell’ossimoro, della contraddizione in termini, che è il biglietto da pagare per rimanere nel circuito del politicamente corretto e quindi dei media mainstream. Chi ha provato il dispotismo russo, prima nella versione burocratica del PCUS e poi nella versione affaristica di Gazprom, ha giustamente il dente avvelenato; però lascia perplessi questa visione dell’europeismo/occidentalismo come una sorta di ascensore antropologico.
Secondo Ciocan la Moldavia è un Paese europeo ed il suo posto naturale è in Europa. Dopo aver rivendicato questo rango, questo status internazionale che era stato sottratto dal dominio russo, lo stesso Ciocan c’informa però che la Moldavia è piena di russofoni-russofili che vorrebbero tornare alla madrepatria. Ciocan auspica che questi russi in Moldavia imparino almeno il rumeno per non essere soggetti soltanto alla propaganda del Cremlino. Già si intravede perciò il segnale di una possibile guerra civile tra le pieghe dell’europeismo. Lo scrittore ha un piccolo accenno di amaro realismo quando riconosce che lo status di candidato ufficiale all’ammissione nell’UE è stato concesso alla Moldavia solo in seguito all’invasione russa della Crimea; in altre parole, esclusivamente per fare dispetto a Putin: un’Europa ridotta a dispettificio. Ciocan riconosce anche che soddisfare le condizioni di ammissione sarà durissimo. Particolarmente ostica sarà la riforma della Giustizia per poter contrastare finalmente la corruzione in Moldavia; dato che, come è noto, in Europa la corruzione non c’è. Adattare la Moldavia al letto di Procuste delle cosiddette “regole europee”, sarà quindi un penoso percorso sacrificale dai tempi lunghi e incerti, e nel frattempo si starà senza alcuna protezione. Di sacrificio umano in sacrificio umano, il moloc europeo potrebbe anche esigere di immolare la vita di qualche centinaio di migliaia di cittadini per poter un giorno essere degni dell’ammissione nel Sacro Occidente. Come sta succedendo adesso all’Ucraina: si vive nel mondo fittizio di uno spot pubblicitario, nel quale solo i morti ammazzati sono reali. Tanto l’aggressore è solo Putin, mentre l’UE e la NATO per quel giorno hanno un alibi.
Gli aspetti inquietanti non finiscono qui. Vaso di terracotta tra due vasi di ferro, la Moldavia, secondo Ciocan, dovrebbe chiedere asilo al vaso di ferro europeo; ma lo stesso Ciocan teme che gli altri Paesi dell’UE non vogliano davvero la Moldavia nel loro club esclusivo, bensì solo tenerla in eterno sotto esame. Effettivamente questi Europei alle volte sono un po’ altezzosi e snob; però bisogna dargli atto che le armi non le negano a nessuno. L’Europa è lo spot pubblicitario adottato dalle lobby finanziarie, ed ora anche dalle lobby delle armi. Craxi faceva parte della classe politica che ci ha condotto nell’UE; ma dal suo esilio ci fece sapere che l’Europa sarebbe stata un inferno. Una volta si diceva “voler stare in paradiso a dispetto dei santi”; oggi, vista la fila di aspiranti dannati che scalpitano per entrare nell’inferno UE, verrebbe da correggere in: “voler stare all’inferno a dispetto dei diavoli”.
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Di comidad (del 18/05/2023 @ 00:37:09, in Commentario 2023, linkato 7945 volte)
Neppure i media mainstream sono del tutto impermeabili al filtraggio di notizie scomode, perciò il “debunking”, la demolizione delle cosiddette “fake news”, finisce per colpire persino informazioni diffuse dagli organi di stampa che fanno da riferimento al cosiddetto mainstream.
Stavolta è toccato al quotidiano “la Repubblica”, che aveva dato conto della riottosità delle autorità francesi nell’attuare la parte loro spettante per realizzare la Tratta ad Alta Velocità tra Torino e Lione; che, come è noto, prevede un devastante traforo in Val di Susa. Il debunking operato dal solito sito “Open” in realtà non demolisce un bel nulla, in quanto non può bastare una mezza dichiarazione rassicurante da parte di una ministra francese per concludere che la notizia sia esagerata o inattendibile. Non soltanto si dà la possibilità che queste mezze smentite siano state sollecitate dai nostri politici, ma c’è anche da considerare quella prassi comunicativa di lasciar intendere che ci si sta ritirando da un’iniziativa senza però esplicitarlo troppo, in modo da stemperare le eventuali reazioni. Insomma, i soliti “poi vediamo” o “mi faccio sentire io”, che sottintendono un no. Del resto siamo il Paese dello “stai sereno” che annuncia la fregatura, perciò dovremmo essere un po’ scaltriti riguardo alla retorica delle rassicurazioni.
La cosa strana però è che esattamente un anno fa un altro quotidiano aveva dato una notizia analoga: si tratta del “Foglio”, che è un giornale senza lettori e che vive esclusivamente di fondi governativi, ma ha ugualmente un ruolo nel dettare la linea al mainstream. Secondo il “Foglio”, il sindaco di Lione s’era fatto infettare dal virus “no-TAV” e cominciava a porsi dei dubbi sull’utilità di completare il buco. Il redattore forniva la notizia corredandola col massimo dell’indignazione nei confronti del gallico fedifrago, commentando amaramente che le improvvide dichiarazioni del sindaco di Lione venivano proprio nel momento in cui il Demiurgo Draghi aveva finalmente rimesso ordine nel caos e consentito all’opera di ripartire. Anche un anno fa, dopo il primo scoop, la notizia del ritiro francese era stata ridimensionata sino a svanire man mano nell’oblio.
Sennonché trafficando un po’ su internet si scopre che le prime notizie sulla perdita di entusiasmo da parte della Francia nei confronti del buco risalgono a undici anni fa, addirittura al 2012. Ancora una volta la fonte della notizia non era il movimento “no-TAV”, bensì organi d’informazione considerati attendibili ed integrati col mainstream, come il quotidiano online il “Post”. Del resto chi non fosse proprio un ingenuo, doveva aver già compreso che il consenso francese all’affare era stato offerto a condizione che il costo dell’opera fosse interamente a carico dell’Italia e dell’Unione Europea, e questo secondo pagatore stava venendo meno.

L’alta velocità è una tecnologia di origine soprattutto francese, perciò è abbastanza ovvio che la multinazionale bancaria BNP Paribas ne sia stata la maggiore promotrice in Italia. Mentre le autorità francesi cominciavano la loro ritirata strategica dall’affare TAV, BNP Paribas continuava a sbolognare con successo l’alta velocità all’acquirente italico, il quale è aduso a certe retoriche di progresso tecnologico senza far caso alle differenze geografiche; per cui una tecnologia che può risultare conveniente in un contesto pianeggiante, comporta invece costi insostenibili allorché occorre sventrare montagne ad ogni piè sospinto; dato che in Italia non ci sono soltanto le Alpi, ma purtroppo anche gli Appennini. D’altra parte se si tenesse sempre conto del rapporto tra costi e benefici, il 99% degli affari andrebbe a farsi benedire. Al buco in Val di Susa corrisponde una voragine nella spesa pubblica, ed è proprio nella voragine che vogliono attingere le lobby d’affari. Economia e affari sono cose diverse e spesso divergenti, ma questo è un dato di fatto che il mainstream si guarda bene dal rendere accessibile all’opinione pubblica.
Nel 2012 già risultava troppo dubbia non soltanto l’utilità del buco in Val di Susa ma persino la sua realizzabilità, perciò, in base a valutazioni economiche, ci si sarebbe dovuti ritirare a propria volta da un affare troppo gravido di incognite. Si aggiungevano altri sospetti, basati su vari precedenti, tra cui quello della nuova autostrada “Brebemi” (Brescia-Bergamo-Milano), i cui cantieri sono diventati depositi di rifiuti tossici. Nonostante varie evidenze, il nesso tra opere pubbliche e rifiuti tossici è un filone giudiziario che non riscuote grande interesse; forse perché i rifiuti tossici sono una cosa oggettiva e precisa, quindi non lasciano spazio alla creatività giudiziaria.

Fortunatamente è arrivata in soccorso del buco in Val di Susa la grande risorsa ideologica degli affari, cioè la caccia ai “violenti”. Uno storico idolo dei forcaioli è Giancarlo Caselli, mitico magistrato antiterrorismo e antimafia, che nel 2012 era il Procuratore della Repubblica di Torino. Caselli definì il movimento no-TAV come un “laboratorio della violenza”. Cosa possano aver fatto i no-TAV per meritarsi un simile epiteto non è affatto chiaro, mentre è evidente l’effetto pubblicitario dello slogan, per il quale opporsi al buco diviene una manifestazione di primitiva e furiosa barbarie. Come al solito la dichiarazione venne stemperata dagli estimatori di Caselli, il quale non avrebbe voluto dire che proprio tutti i no-TAV sono dei violenti. Lo slogan però prevale sulle precisazioni, per cui, ad esempio, della pubblicità di un farmaco ti rimangono impressi i suoi presunti effetti mirabolanti e non il “può avere effetti collaterali, leggere attentamente le avvertenze”. Insomma, in democrazia dissentire è lecito finché rimane un’ipotesi del tutto astratta, ma in concreto chi dissente è sempre considerato un violento e un terrorista; tanto se il tafferuglista non c’è, ce lo si può sempre infiltrare. Gli affari potranno sempre rivendicare una superiorità morale e civile nei confronti di chi si oppone ad essi.
Il termine inglese “establishment” può essere reso adeguatamente, e concretamente, in lingua italiana con la locuzione “sistema degli affari”, perché il potere si sostanzia negli affari. Comunque lo si chiami, esso non può reggersi senza la collaborazione del potere giudiziario, a cui spetta di criminalizzare l’opposizione scoprendo ogni volta i suoi risvolti loschi, i suoi legami più o meno diretti con la violenza ed il terrorismo. Secondo la concezione costituzionalista, esisterebbero tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che, in astratto, si dovrebbero tenere separati. Da alcuni decenni però si è andati ben oltre la vecchia fiaba della separazione e bilanciamento dei poteri; infatti è passata un’altra narrativa che ha spacciato la magistratura come un qualcosa di estraneo al potere, una specie di anti-potere, di anti-establishment. Si tratta del mito della magistratura vendicatrice degli oppressi, che ci fu propinato con successo all’epoca di Mani Pulite. Secondo l’inghippo logico caro ai forcaioli, la facoltà di mettere in carcere le persone non è un potere, anzi, sarebbe un modo di combattere il potere. Peccato che questa narrativa sia soltanto lo psicodramma allestito dal vittimismo dei potenti, complemento ideologico alla loro pratica impunità. Matteo Renzi è un noto esperto in fatto di impunità e vittimismo, e adesso ha pensato di andare a dirigere un giornale per raccontarci quotidianamente come viene perseguitato dai PM. Nelle carceri italiane ci sono circa cinquantamila detenuti, tra i quali, in base alla narrativa vittimistica dei potenti, dovrebbero esserci quasi tutti i CEO delle principali multinazionali.
Giancarlo Caselli è rimasto uno zelota pro-TAV persino da pensionato, come risulta da una sua apparizione televisiva del 2019. Anche senza risvolti dietrologici o processi alle intenzioni, risulta abbastanza sconcertante la passione da lui manifestata nel cercare di dimostrare che l’opposizione al buco in Val di Susa sia dettata soltanto da irrazionalismo e da “tabù”. Non potendo più incarcerare i no-TAV, Caselli si è dovuto limitare a psichiatrizzarli.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


28/02/2024 @ 08:11:39
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