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"Propaganda e guerra psicologica sono concetti distinti, anche se non separabili. La funzione della guerra psicologica è di far crollare il morale del nemico, provocargli uno stato confusionale tale da abbassare le sue difese e la sua volontà di resistenza all’aggressione. La guerra psicologica ha raggiunto il suo scopo, quando l’aggressore viene percepito come un salvatore."

Comidad (2009)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 03/01/2019 @ 00:42:09, in Commentario 2019, linkato 4461 volte)
Nell’occasione della manovra finanziaria il governo Conte ha avuto l’onore di trovarsi contro una mobilitazione parlamentare e mediatica senza precedenti. Si è trattato della classica tempesta in un bicchier d’acqua, vista l’entità delle cifre effettivamente spostate. Senza questa mobilitazione il re sarebbe rimasto nudo, poiché si sarebbe dovuto semplicemente prendere atto che si era di fronte all’ennesima manovra dettata dalla lobby della deflazione, con un avanzo primario (cioè con un’immissione di liquidità nel sistema molto minore del prelievo fiscale) e con un deficit di bilancio al 2,04 che non avrebbe comunque consentito di fare granché.
Una delle critiche più pretestuose e inconsistenti rivolte al governo, è stata infatti quella di aver puntato sull’assistenzialismo e non sui mitici “investimenti pubblici”. In realtà anche un deficit al 3% tutto destinato a investimenti, non avrebbe rappresentato quella soglia in grado di smuovere la palude della deflazione. Il punto debole degli investimenti pubblici è che una minima parte di essi arriva effettivamente allo scopo. Questa debolezza ha poco a che vedere con la consueta rappresentazione mediatica della “corruzione” e degli “sprechi”.
Persino l’esperienza del Paese-modello, la Germania, dimostra che gli investimenti pubblici si risolvono in gran parte in un travaso di fondi pubblici ai privati che, a loro volta, li reindirizzano ad investimenti finanziari, quindi non vi è nessun effetto significativo sulla domanda interna e nessun “moltiplicatore”. Non esiste solo il riciclaggio del denaro sporco, ma anche il riciclaggio del denaro pubblico. Attraverso i costi artificiosamente gonfiati, solo una minima parte dell’investimento arriva all’opera che era lo scopo dichiarato. Ciò può apparire strano solo se si rimane acriticamente legati a quella astratta distinzione tra denaro pubblico e capitale privato, che nella realtà trova puntualmente smentite.
Gli investimenti pubblici possono avere effetti rilevanti sul rilancio dell’economia soltanto se sono di entità tale da scontare l’effetto-prelievo da parte del settore privato. In alternativa per aggirare questo “inconveniente” (ammesso che sia percepito come tale), occorrerebbe che la mano pubblica agisse direttamente, senza seguire la via dell’appalto alle aziende private. Solo in quel caso si assisterebbe esclusivamente ai cari vecchi “sprechi” e non ad un riciclaggio di denaro in grande stile dal pubblico al privato. Ma una “mano pubblica” completamente esente e immune dal lobbismo privato rischia di risultare più che un’astrazione, addirittura un’illusione. La stessa esistenza del privato rende il pubblico una mera mistificazione, poiché il privatizzatore è proprio lo Stato o ciò che si fa chiamare tale.

Rimanendo in una visione realistica, la critica “da sinistra” che si poteva muovere al governo Conte non era quella dell’insufficienza degli investimenti pubblici. A differenza dell’assistenzialismo per ricchi (mai nominato ma sempre praticato), l’assistenzialismo per i poveri è uno spauracchio mediatico che si è realizzato troppo raramente; e sarebbe invece il caso di attuarlo in modo continuativo per saggiarne gli effetti sulla domanda interna in funzione anti-deflazionistica.
Il punto vero è che il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (in realtà un sussidio di disoccupazione un po’ allargato) si annuncia con tali e tante ambiguità da far dubitare della reale volontà di voltare pagina. Nietzsche diceva che i poveri non hanno alcuna superiorità morale sui ricchi. Verissimo, ma non è vero neppure il contrario. Accade invece che quando si tratta di dare finanziamenti pubblici alle imprese private, nessuno si preoccupa della fine che veramente faranno quei soldi; mentre, al contrario, ogni ipotesi di assistenzialismo per poveri immediatamente suscita timori di abusi, perché si sa che i poveri sono tutti “furbetti” e “falsinvalidi”. Ogni ipotesi di assistenzialismo per poveri è motivo di allarme, mentre l’assistenzialismo per ricchi viene fatto tranquillamente rientrare negli “incentivi all’economia”, nonostante l’evidenza contraria. Qui si riscontrano i limiti ideologici del sovranismo e dell’onestismo, con la loro visione di un idillio interclassista all’ombra di un improbabile “interesse nazionale” e di un ancora più improbabile “legalità”.

Un modo serio di affrontare la questione dei sussidi di disoccupazione sarebbe stato quello di mettere preventivamente in conto i possibili abusi, in considerazione del fatto che il loro costo sarebbe comunque infinitamente minore di un sistema di controllo. I tempi lunghi, l’eccesso di mediazione e di controlli comportano infatti il rischio che i soldi non arrivino mai ai disoccupati.
Già attualmente i centri regionali per l’impiego appaltano il servizio ad aziende private o utilizzano lavoratori esterni di aziende private “accreditate”. La consolazione per il fatto che almeno i centri per l’impiego indirettamente assumano dei lavoratori, è molto temperata dalla circostanza che si tratta rigorosamente di lavoro precario. Con l’introduzione del cosiddetto reddito di cittadinanza, i centri per l’impiego saranno “aggrediti” da milioni di richiedenti e quindi la scorciatoia ovvia potrebbe essere quella di privatizzare ancora di più il servizio. Un tentativo di assistenzialismo per poveri si risolverebbe così nel solito assistenzialismo per ricchi.
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Di comidad (del 27/12/2018 @ 00:52:37, in Commentario 2018, linkato 3596 volte)
L’opposizione parlamentare del PD cerca di trasformare le brutte figure del governo Conte in proprie fortune, rischiando soltanto di essere percepita dall’opinione pubblica come sicario dell’Unione Europea. Intanto il dibattito precongressuale del PD langue e molti esponenti di spicco ne prendono persino le distanze. Uno degli interventi più apprezzati continua ad essere il “manifesto” dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che risale a vari mesi fa. Un manifesto apprezzato non per le proposte, ma per le sue premesse che sembrano mettere finalmente in discussione il quadro rassicurante sinora offerto sulle sorti della cosiddetta “globalizzazione”.
Le posizioni di Calenda sono state considerate di “sinistra” per il fatto che assumono il punto di vista dei “vinti”, degli “sconfitti” della globalizzazione. In effetti Calenda sembra parafrasare l’introduzione de “I Malavoglia”, nella quale Giovanni Verga dichiarava di voler narrare le vicende dei “vinti” nella lotta per la vita. Verga proponeva un darwinismo visto dall’ottica dei perdenti, ma ciò non faceva di lui un rivoluzionario e neppure un uomo di sinistra. Verga rivendicava anzi il suo conservatorismo politico in una famosa lettera a Cesare Lombroso. Verga è stato spesso adottato come riferimento dalla narrativa di sinistra, ma si è trattato appunto di un malinteso poiché è stata percepita come potenzialmente di sinistra quella che era soltanto una posizione di “destra umanitaria”.
Contrariamente ai pregiudizi culturali della sinistra, è esistita ed esiste anche una destra umanitaria e compassionevole. È esistito persino un fascismo umanitario, la scuola di Mistica Fascista, con il suo “decalogo” , nel quale si rivendicava una sorta di primato etico della propria buona coscienza in funzione del soccorso agli “umili”. La Mistica Fascista potrebbe benissimo essere adottata (e forse lo è già) come retroterra ideologico dello squadrismo umanitario delle ONG e anche dell’imperialismo umanitario.
La destra umanitaria e compassionevole rimane però una destra, poiché descrive un mondo in cui le gerarchie sociali sono anche gerarchie antropologiche; gerarchie dettate ovviamente dalla natura. Razzismo ed umanitarismo possono andare quindi perfettamente d’accordo. Bisogna considerare anche che il razzismo è trasversale alle cosiddette “etnie” ed il classismo dei ceti privilegiati comporta sempre il percepire i poveri come una razza inferiore. Molti che si credono di sinistra, fanno parte in realtà di questo tipo di destra del razzismo “soft” e, probabilmente, è anche il caso di Calenda.

Il fascino esercitato dalle argomentazioni di Calenda è dovuto al fatto che sembrano riferirsi al buonsenso, parlando infatti di un “diritto alla paura” da parte di coloro che sono spaventati da un universo competitivo in cui le possibilità di vittoria sono riservate a pochi. Qui riemergono ancora i ricordi liceali di Calenda: la “ideologia dell’ostrica” dei ceti poveri che tendono a rimanere attaccati alla propria condizione, un tema trattato da Verga nel suo racconto “Fantasticheria” (probabilmente Calenda ha portato Verga all’Esame di Maturità). Il punto è che Verga al di là della commiserazione non andava, mentre Calenda, oltre a spremere la lacrimuccia, dice che vorrebbe allestire una protezione sociale per gli sconfitti e per gli spaventati. Sennonché il suo “manifesto” ribadisce la necessità di contenere deficit e debito. E le risorse per il welfare dove le si prendono? Dalle tasse?
Si è visto che tassare i ricchi non è possibile, perché tanto non si fanno trovare emigrando verso i paradisi fiscali. Insistere sulla politica delle piccole patrimoniali sul ceto medio (IMU, ecc.), comporta il rischio di un'ulteriore radicalizzazione a destra dei ceti medi; ed allora altro che razzismo “soft”. Ammesso che poi si riuscisse a raggranellare un avanzo di bilancio, niente garantisce che lo si usi davvero per il welfare per i poveri e non per il welfare per i ricchi. Il problema è che trovare le risorse per i poveri implica innumerevoli difficoltà e condizioni, ed è quando si tratta di soccorrere i ricchi che i soldi invece si trovano sempre. Del resto Calenda ne sa qualcosa, vista la pioggia di miliardi a favore delle imprese che ha comportato il suo piano Industria 4.0, senza che poi se ne vedessero neppure lontanamente gli effetti sul tanto agognato "sviluppo". (3)

Non ci può essere nessuna sinistra senza un certo grado di demistificazione delle gerarchie sociali e quindi anche delle pretese di riferire all’ordine naturale quelle gerarchie. La retorica darwiniana delle oligarchie, la “selettiva lotta per la vita”, copre in effetti una quotidianità molto più misera, fatta soprattutto di assistenzialismo per ricchi. L’epos darwiniano infatti non è scevro di vittimismo, di lamento dei ricchi che invocano (e puntualmente ottengono) protezione sociale.
Calenda afferma che nei prossimi anni occorrerà rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia. A ben vedere questo ruolo economico del cosiddetto “Stato” già c’è e va esclusivamente in una direzione: assistere i ricchi, appunto. In un tweet il cialtrone Trump ci fa sapere che ha sostituito il segretario alla Difesa con l’attuale vicesegretario. Il suo nome è irrilevante, mentre è notevole il fatto che egli provenga dalla Boeing, cioè un’industria che è tra i principali fornitori delle forze armate statunitensi. Un trascurabile caso di “conflitto di interessi” (in realtà di protezione pubblica di interessi privati) e di porta girevole tra privato e pubblico.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


18/10/2019 @ 06:54:27
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