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"Il Congresso nega nel principio il diritto legislativo" "In nessun caso la maggioranza di qualsiasi Congresso potrà imporre le sue decisioni alla minoranza"

Congresso Antiautoritario Internazionale di Saint Imier, 1872
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 24/12/2009 @ 01:54:36, in Commentario 2009, linkato 1563 volte)
La mano tesa offerta da Massimo D’Alema al governo Berlusconi sulla sua offerta di un tavolo per le riforme istituzionali, ha innescato dei commenti prevedibili e fondati. Si è ricordato che già nel 1995 e nel 2006 fu proprio la scelta dei DS prima, e del Partito Democratico poi, di scegliere come interlocutore privilegiato Berlusconi sulla questione delle riforme istituzionali, a resuscitarlo politicamente, dato che il centro-destra si stava sbarazzando di lui. Si è sottolineato anche che da almeno quindici anni esiste un asse Berlusconi-D’Alema che sovrintende alle scelte affaristiche in Italia; perciò anche questo salvataggio di un Berlusconi alla frutta, ridotto ormai ad affidare il suo prestigio personale alle statuette souvenir che gli piovono in faccia, rientra in una prassi politica che D'Alema ha consolidato nel tempo.
Tutto vero, ma è anche vero che le riforme istituzionali costituiscono ormai da trenta anni un richiamo della foresta a cui nessuna forza politica pensa di sottrarsi, infatti anche coloro che oggi criticano la scelta di D’Alema, non mettono in dubbio l’opportunità di avviare delle riforme della Costituzione, ma si limitano a mettere in evidenza la non credibilità di una controparte come Berlusconi, interessata esclusivamente a risolvere vicende di carattere personale. In tal modo si continua a concedere alla politica di D'Alema il retorico alibi del senso di responsabilità che indurrebbe a dover andare a verificare le proposte berlusconiane.
Se si va invece alle origini della questione delle riforme istituzionali, si può forse avere anche una spiegazione del perché il cambiamento della Costituzione venga avvertito come un’esigenza ineludibile, sebbene non si arrivi mai al dunque.
Lo slogan delle riforme istituzionali fu lanciato nel 1979 da Bettino Craxi, ma l’uomo di punta, il vero ideologo di tutta l’iniziativa, fu un altro esponente dell’allora Partito Socialista, cioè Giuliano Amato; quindi lo stesso personaggio che da trenta anni troviamo dietro la campagna per le privatizzazioni, ed anche colui a cui si deve la nascita dell’Antitrust, quella “Authority” incaricata di spianare la strada all’ingresso delle multinazionali in Italia. L’idea che la Costituzione italiana fosse irrimediabilmente invecchiata, e non più al passo con i tempi, fu dunque diffusa da Craxi e da Amato, che proposero a suo tempo l’elezione diretta del Presidente della Repubblica; ma, in generale, lo slogan che emergeva - ed emerge ancora adesso, ogni volta che si parla di riforme istituzionali -, era che occorresse “rafforzare l’esecutivo”, andando a togliere al parlamento anche i labili poteri che ancora detiene. Il filo conduttore ideologico del riformismo costituzionale si riduce in definitiva all'antiparlamentarismo, non per colpire il parlamento in quanto tale, data la sua condizione di inettitudine e inerzia, ma a prevenire qualsiasi ipotesi di opposizione e controllo.
Prima della sortita di Craxi e Amato non regnava in Italia la convinzione che le costituzioni fossero come barattoli di pomodoro che portano la scadenza incisa sul fondo; semmai, in base alle norme del Diritto costituzionale, varrebbe la considerazione contraria, e cioè che dovrebbe avere una scadenza, o almeno dei tempi certi, il processo di riforma di una Costituzione, altrimenti il tutto si risolve in una mera delegittimazione della Costituzione vigente, o addirittura in una pratica di eversione e destabilizzazione. La Costituzione italiana ha poco più di sessanta anni, ma il periodo in cui è risultata delegittimata, ed indicata come bisognosa di cambiamento, ha superato la metà della sua vita complessiva. La conclusione è che, con tutta evidenza, l’obiettivo politico che si prefiggevano, e si prefiggono, i sedicenti “riformatori”, non è mai stato davvero quello di cambiare la costituzione, ma solo di screditarla, quindi di destabilizzare il quadro istituzionale.
Che l’ideologo delle riforme istituzionali fosse anche l’ideologo delle privatizzazioni, risulta perciò perfettamente conseguente, poiché il potere dell’affarismo privato non può permettersi l’esistenza di una vera opposizione parlamentare, perciò i gruppi dirigenti delle opposizioni vengono cooptati nell’oligarchia affaristica, magari in funzione subordinata e marginale. L’affarismo privato necessita invece di un assetto istituzionale destabilizzato e incerto, in cui prevalgano sempre più le regole non scritte, dato che non è possibile attuare nessuna privatizzazione rispettando la legalità ufficiale. Le privatizzazioni sono furti, colpi di mano istituzionali, prodotti dell’illegalità di Stato, procedono perciò per fatti compiuti, per legalizzazioni a posteriori. Nel frattempo una propaganda spregiudicata e pretestuosa deve bollare come vecchiume, o come attaccamento al passato, qualsiasi tentativo di difesa dei diritti sociali e della legislazione di garanzia.
Per condurre questa opera eversiva in favore delle privatizzazioni, il Fondo Monetario Internazionale scelse a suo tempo di infiltrare e cooptare il gruppo dirigente del più antico partito operaio italiano, il Partito Socialista, trasformato in pochi anni in un partito degli affari, ma successivamente liquidato, quando la sua esistenza poteva costituire un ostacolo per altre privatizzazioni.
Il più antico partito operaio si presentò come partito dei “ceti emergenti”, dato che la propaganda ufficiale presentava la classe operaia come un gruppo sociale in via di inesorabile scomparsa. Niente classe operaia, e quindi niente socialismo, perciò via libera alle privatizzazioni.
In realtà, la questione della scomparsa o della marginalizzazione della classe operaia costituisce non solo una ipotesi ancora tutta da dimostrare, ma anche una divagazione pretestuosa, che non tocca la sostanza della situazione attuale, segnata dall'offensiva dell'affarismo privato, come sempre assistito finanziariamente dallo Stato, e quindi impegnato a spremere il contribuente per fargli pagare le privatizzazioni.
La difesa dall’aggressione dell’affarismo privato, l‘esigenza di una economia pubblica, non interessa infatti solo la classe operaia, ma tutto il lavoro dipendente, quindi anche gran parte di quello che viene definito "ceto medio". Chi ha inventato una categoria ambigua e sfuggente come "piccola borghesia", ha fornito all'affarismo privato una micidiale arma propagandistica, atta a determinare un notevole grado di confusione mentale nel cosiddetto "ceto medio". Un impiegato comunale o un insegnante, in quanto "piccoli borghesi", dovrebbero così sentirsi dei parenti poveri di Rothschild, piuttosto che dei lavoratori che condividono la sorte dei lavoratori manuali.
Il comunismo rappresenta perciò un interesse oggettivo di tutto il lavoro dipendente ed anche dei contribuenti - dato che sono gli affaristi privati a potersi permette di evadere il fisco -, e la confusione indotta dalla propaganda ufficiale può riuscire a nascondere questo dato, ma certo non ad eliminarlo.
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Di comidad (del 17/12/2009 @ 08:45:40, in Commentario 2009, linkato 1345 volte)
Venerdì 11 dicembre il quotidiano berlusconiano “Il Giornale” ha pubblicato un articolo redazionale di denuncia sulla questione del signoraggio bancario, “rivelando” ai propri lettori ciò che da tempo circola su internet, e cioè che il potere sulla moneta è in mani private, che le banche centrali come la Federal Reserve statunitense, e la stessa Banca d’Italia, non sono banche pubbliche, ma private. Che il quotidiano di più provata fedeltà berlusconiana affrontasse un tema del genere, ha alimentato un mito diffuso negli ultimi mesi, cioè l’immagine di un Berlusconi in lotta con i poteri forti a livello internazionale, che ne avrebbero decretato la fine anche per la sua amicizia con Putin, da cui sarebbe sortito l’accordo per la costruzione del gasdotto “South Stream”, che rompe le scatole all’analogo progetto del gasdotto “Nabucco”, voluto dagli Stati Uniti.
Questa mitologia berlusconiana è però smentita dai dati e dalle date. L’accordo per il “South Stream” era già stato siglato dal governo Prodi con due firme nel 2006 e nel 2007, mentre il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha firmato a sua volta con Putin un accordo per un gasdotto “North Stream”, senza che nessuno favoleggiasse di morbose amicizie fra i due. La realtà è che l’accordo con Putin l’ha voluto l’ENI, e che le multinazionali anglo-americane non hanno fatto nulla per sabotarlo, semmai meditano di mettere le mani sull’ENI, strappando la sua maggioranza azionaria allo Stato italiano.
La privatizzazione dell’ENI non può effettivamente essere operata da Berlusconi, ma non perché non ne avrebbe voglia, ma semplicemente perché non è all’altezza di battersi con il gruppo dirigente dell’ente petrolifero italiano, che vanta legami affaristici storici con le forze armate e i servizi segreti sia civili che militari. Il motivo per cui Gianfranco Fini è entrato nelle simpatie delle multinazionali, è che la sua provenienza missina pone anche lui al centro di una serie di relazioni storiche con forze armate e servizi segreti, e ciò gli conferisce la possibilità di convincere i suoi interlocutori che il cambio di proprietà all’ENI salvaguarderebbe i loro interessi affaristici.
Berlusconi ha appena privatizzato l’acqua in Italia, obbedendo ad una direttiva del Fondo Monetario Internazionale, la superbanca privata che dieci anni fa ha fissato ufficialmente questo obiettivo da realizzare su scala planetaria, come sta in effetti avvenendo. Il Fondo Monetario è a sua volta una emanazione della Federal Reserve, la stessa contro la quale il quotidiano di Feltri ha lanciato tardivamente i suoi strali. Se Berlusconi avesse davvero voluto ribellarsi ai poteri forti internazionali, avrebbe potuto cominciare da lì, rifiutandosi di attuare la privatizzazione dell’acqua, invece ha obbedito.
Il mito del Berlusconi “ribelle” si nutre di una serie di falsi sillogismi, del tipo: la sinistra è ormai diventata destra, quindi è la destra oggi la vera sinistra; oppure: se la stampa internazionale attacca Berlusconi, allora è segno che questi sta dando fastidio agli assetti di potere mondiale.
In realtà, il fatto che la sinistra sia diventata un’altra destra, non comporta affatto che la destra non sia più tale, anzi, questa ha potuto spingere la sua follia privatizzatrice sino a confini che sarebbero stati impensabili: con la sedicente “riforma” Gelmini, i patrimoni immobiliari delle Università, e di gran parte del Demanio dello Stato, passano semplicemente in mani private, senza neanche la finzione di una svendita, e si tratta spesso di beni culturali di valore inestimabile.
Inoltre, quando la stampa internazionale attacca Berlusconi, umilia indirettamente l’Italia, che, secondo la voce consolidata, gli darebbe il suo consenso in maggioranza. La vicenda dello pseudo-attentato a Berlusconi sembra proprio una gag a beneficio dei media internazionali per farci ridere dietro il mondo intero: un Presidente del Consiglio, già bersaglio di un treppiede nel 2004, viene ora colpito sul naso da una statuetta souvenir del Duomo di Milano, e, invece di essere portato via dagli addetti alla sicurezza, esibisce la sua faccia insanguinata davanti alle telecamere; per di più, il giorno dopo tutti gli esponenti politici, invece di chiedere le dimissioni del ministro degli Interni e dei dirigenti dei servizi segreti per la loro figuraccia, si avviano compunti in processione ad esprimere solidarietà a Berlusconi, come se fosse stato davvero vittima di un attentato. Il confronto con le foto di Mussolini, che esibiva un cerotto sul naso dopo l'attentato ad opera di Violet Gibson nel 1926, viene naturale; e il ridicolo di questa situazione viene fatto ricadere su un intero popolo, che un giorno verrà chiamato a risponderne come se ne fosse tutto responsabile. Ciò vorrà dire che la caduta di Berlusconi sarà seguita da un periodo di sacrifici ed espiazioni per il popolo italiano, cioè altre privatizzazioni, e quindi altre tasse per poterle finanziare, dato che i costi delle privatizzazioni non le pagano mai i privati.
La sortita di Feltri sul signoraggio bancario rappresenta perciò l’ennesima cortina fumogena, che può attingere ad un secolo di mistificazioni della propaganda della destra sul ruolo dei poteri finanziari. Beninteso, il signoraggio bancario è una realtà, e la denuncia del fenomeno non è nata affatto nell’ambito della destra, bensì della socialdemocrazia austriaca, tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900. Anche Lenin, nel suo “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” riprese le tesi del socialdemocratico austriaco Hilferding sul potere finanziario e sul ruolo egemone delle banche.
L’appropriazione di questo tema da parte della propaganda di destra è dovuta all’azione di Henry Ford, l’industriale americano dell’automobile, che pubblicò dal 1919 in poi una serie di articoli antisemiti, in cui si sosteneva l’esistenza di una cospirazione internazionale, che vedeva uniti in un’azione comune sia il capitale finanziario che il bolscevismo, entrambi monopolizzati dagli Ebrei.
Gli articoli di Ford vennero raccolti in un libro, “L’Ebreo internazionale”, che divenne un best-seller mondiale, e che ebbe anche l’onore di una recensione favorevole da parte del “Times” di Londra. È noto che Hitler si ispirò a Ford, di cui aveva un ritratto affisso nel suo studio. Negli anni ’30 il poeta statunitense Ezra Pound - che si era stabilito in Italia, dove aveva aderito al fascismo - diventò il principale diffusore di queste tesi, sintetizzate con lo slogan della “usurocrazia”.
Alcuni hanno notato che la vicenda di Ezra Pound risulta adombrata nel romanzo “Madre Notte” di Kurt Vonnegut, in cui si narra di uno scrittore americano, Howard Campbell Junior, infiltratosi nel partito nazista per conto dei servizi segreti statunitensi. Il personaggio di Campbell appariva già nel romanzo più famoso di Vonnegut, “Mattatoio n. 5”, anche se non vi si faceva ancora cenno alla sua natura di agente segreto infiltrato. Sia Ford che Pound miravano allo stesso scopo: creare l’immagine di un capitalismo finanziario “cattivo”, separata e contrapposta rispetto a quella di un capitalismo produttivo “buono”, e inoltre screditare il comunismo, presentandolo come complice della parte malsana del capitalismo. Queste accuse astratte consentivano di far perdere di vista il fatto che intanto Hitler aveva stretto accordi economici con tutte le principali multinazionali statunitensi - dalla GM alla Ford, dalla IBM alla Coca Cola -, nonostante che queste dipendessero finanziariamente dai vari Rothschild e Goldman Sachs. Pound sosteneva che Italia e Germania combattevano per la libertà di non indebitarsi, quindi la guerra nazifascista si presentava come una crociata per opporsi allo strapotere della finanza internazionale.
Le tesi di Ford e Pound, e la politica economica di Hitler, consentivano di inserirsi nel giro affaristico internazionale, avvolgendosi nel contempo di un alone anticapitalistico. Lo stesso termine “capitalismo”, nella sua inafferrabile genericità, consente di queste mistificazioni, facendo smarrire l’evidenza che l’affarismo privato rappresenta - allora come oggi - un continuum, che va dalle grandi finanziarie mondiali sino alle piccole-medie imprese organizzate, dalla Goldman Sachs alla Compagnia delle Opere, tutte unite per un unico obiettivo: le privatizzazioni. La Compagnia delle Opere rappresenta un esempio plateale di questo nesso tra interessi privati e propaganda anticapitalistica astratta e fumogena: proprio nel periodo in cui la Compagnia delle Opere nasceva e cominciava a mettere le mani sugli appalti e sui servizi pubblici delle Regioni del Centro-Nord, la sua organizzazione politica di riferimento, Comunione e Liberazione, pubblicava "Il Sabato", una rivista che esibiva toni antagonistici ed anticonformistici, tanto che in molti all'epoca erano convinti che CL costituisse davvero una formazione terzomondista ed antimperialista. L'antimperialismo di CL di ieri vale quanto quello attuale di Feltri, cioè nulla, e costituisce solo la pallida imitazione degli schemi propagandistici di Ford e Pound, e dei loro seguaci degli anni '20 e '30, come Hitler e Mussolini.
Sia Mussolini che Hitler dovettero fare un largo ricorso anche a forme di economia pubblica, per contrastare gli effetti della crisi economica, e ciò finì per avallare con l'apparenza dei fatti la mistificazione propagandistica di un nazifascismo alternativo sia al capitalismo che al comunismo. Ma fu proprio Mussolini a liquidare questo mito, con un commento che pronunciò nel periodo della Repubblica Sociale, in presenza dello storico fascista Bruno Spampanato. Mussolini constatava amaramente che, con tutto il denaro che lo Stato italiano aveva dilapidato per tenere in piedi l’artificio dell’industria privata, sarebbe stato possibile dotarsi di una vera economia pubblica. L’intervento dello Stato fascista non aveva mai prospettato un modello economico alternativo, e del resto lo stesso Mussolini aveva preso il potere nel 1922 all’insegna di un programma ultraliberista. C’è da considerare che il signoraggio bancario attuale è molto diverso da quello descritto da Hilferding e deformato dai Ford e dai Pound, poiché, nel frattempo, è stata abbandonata la convertibilità aurea della moneta, e quindi oggi davvero gli Stati si indebitano con le banche per avere da loro denaro che esse hanno creato dal nulla. Il punto però è che non ha senso affermare che il sistema bancario opprima l’impresa cosiddetta “produttiva”, poiché, dietro l’uno e l’altra, appare il medesimo comune denominatore: il saccheggio del denaro pubblico. Se è vero che l'opinione pubblica ignora che lo Stato ha ceduto la sovranità monetaria a banche private, è anche vero che la stessa opinione pubblica viene tenuta all'oscuro del fatto che le privatizzazioni non le pagano le imprese private, ma il contribuente.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/04/2019 @ 12:05:30
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