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"L'elettoralismo risulta così euforizzante perché è una forma di pornografia, attiene cioè al desiderio puro, magari con quella dose di squallore che serve a conferire un alone di realismo alla rappresentazione. Ma i desideri, i programmi e le promesse elettorali non sono la realtà, che è invece scandita dalle emergenze. L'emergenza determina un fatto compiuto che azzera ogni impegno precedente, ed a cui ogni altra istanza va sacrificata, come ad un Moloc. Carl Schmitt diceva che è sovrano chi può decidere sullo stato di eccezione. Ma nella democrazia occidentale vige uno stato di emergenza cronica, cioè uno stato di eccezione permanente, l'eccezione diventa la regola."

Comidad
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 29/06/2023 @ 00:17:31, in Commentario 2023, linkato 7923 volte)
Sabato scorso Evgenij Prigozhin ci ha propinato il suo ennesimo spot pubblicitario, poi trasformatosi nel corso della stessa giornata in uno spot di Putin. L’interpretazione dello spot non lascia adito a dubbi; infatti, secondo alcuni, dalla vicenda del fallito golpe Putin esce più debole, mentre secondo altri esce più forte. Per la narrativa occidentalista si apre comunque un nuovo capitolo per ulteriori previsioni e scommesse; come, ad esempio, stabilire il modo in cui Prigozhin verrà ucciso da Putin. Sia che la vendetta di Putin si consumi materialmente, sia nel caso che Prigozhin venga risparmiato, le interpretazioni saranno ovviamente univoche, per cui alcuni ci diranno che l’uccisione, o non uccisione, dimostrerebbe la debolezza di Putin, per altri che ne dimostrerebbe la forza. Solo dopo aver sparato tutte le cartucce della psicoputinologia e del putinocentrismo, si è andati un po’ a seguire la pista dei soldi, riscoprendo così l’acqua calda, e cioè che il Gruppo Wagner è come la Compagnia delle Indie dei romanzi di Sandokan, ovvero un’organizzazione affaristica armata, che in Africa si è costruita un impero nel business minerario. Erano anni che il governo cinese si lamentava dell’eccessiva aggressività del Gruppo Wagner in Africa, ed erano anni che il ministero della Difesa russo cercava di partecipare al business africano. Ora che la guerra sul territorio ucraino e la questione di Taiwan hanno determinato un’interdipendenza tra Russia e Cina, è chiaro che al Gruppo Wagner comincia a mancare il terreno sotto i piedi. Del resto anche l’impero britannico ad un certo punto dovette disfarsi della Compagnia delle Indie, sia perché questa non condivideva gli affari, sia perché disturbava il quadro delle alleanze.
Magari ciò che è avvenuto effettivamente in Russia, e ciò che accadrà, non lo sapremo mai completamente; in compenso il Sacro Occidente ha potuto imparare qualcosa su se stesso, e cioè che prima (ma molto prima) di chiarire quali siano i fatti, o almeno di dotarsi di strumenti analitici un po’ più realistici di democrazia e autocrazia, esso si precipita ad emettere giudizi morali e stabilire graduatorie di forza tra persone e popoli, però regolarmente confondendo i due piani, per cui le gerarchie di potenza diventano anche gerarchie morali, quindi il più forte sarà necessariamente il più buono, mentre il cattivo deve essere inevitabilmente debolissimo. Tutto va interpretato in termini di superiorità o inferiorità antropologica, ovvero di ascesa o discesa di rango e di status. Pare proprio che l’Occidente libero e democratico sia molto più gerarchico di quanto voglia ammettere. In fondo il Sacro Occidente, nelle sue varie articolazioni organizzative, non è altro che un ascensore antropologico. Entrare nella NATO e nell’Unione Europea significa infatti lasciarsi alle spalle le promiscuità con culture regressive e trogloditiche, per ascendere finalmente agli stadi elevati della civiltà. Insomma, se frequenti le razze superiori, ti si attacca addosso un po’ della loro superiorità.

Purtroppo pare proprio che l’Italia ancora una volta si stia isolando dal paradiso europeo, in quanto è l’unico Paese che non ha ancora ratificato la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità. Secondo il ministro dell’Economia Giorgetti, la ratifica sarebbe ineludibile, infatti ci ha raccontato che per questa italica omissione egli ha dovuto subire non soltanto umilianti processi nei vertici europei, ma anche molestie nei bagni. Di fronte ad un caso così penoso, è evidente che bisogna provvedere. Nella Lega ormai in molti sono d’accordo con Giorgetti nel decidere per la ratifica del MES, mentre Salvini nelle dichiarazioni sembrerebbe tenere il punto, lasciando però intendere che per lui si potrebbe anche procedere, purché ovviamente sia la Meloni a prendersi per intero la responsabilità del tradimento di fronte all’elettorato. Insomma bisogna fare un po’ per uno: la Meloni ha lucrato voti a scapito della Lega tenendosi fuori dalle nefandezze del governo Draghi, e adesso deve giustamente restituire il favore. Salvini ha condito i suoi contorsionismi con un po’ di retorica nazionale, tanto da meritarsi le rampogne del giornalista Michele Serra, che gli ha rinfacciato posizioni autarchiche, un voler mantenere la purezza della stirpe anche a costo della povertà. A parte la solita confusione mentale di Serra, che abbraccia l’internazionalismo della finanza come se fosse l’internazionalismo proletario, qui siamo di fronte ad un tipico caso di pura disinformazione. A sentire Serra parrebbe infatti che si tratti di respingere sdegnosamente la mano soccorrevole dell’Europa per mero orgoglio nazionalistico.
L’Europa è un ascensore antropologico, però uno di quegli ascensori con la gettoniera in cui devi infilare la monetina; anzi, parecchie monetine. La quota di partecipazione dell’Italia al fondo del MES sarebbe infatti di centoventicinque miliardi. Ci sono versioni contrastanti su quanto di questa quota l’Italia abbia già versato: secondo il quotidiano confindustriale circa quattordici miliardi, quindi ci sarebbero da versarne altri centoundici. La settimana scorsa dalle colonne del “Corriere della Sera” Mario Monti ci ha rassicurato sul fatto che approvare il MES non significa affatto doverlo usare per forza. Ma, da quello che ci dice il “Sole-24 ore”, intanto è il MES che usa noi, dato che ci spreme un bel po’ di miliardi. Giorgetti ci ha celebrato il MES raccontandoci che, non si sa in base a quale magia, la nostra adesione abbasserà i tassi di interesse sui BTP. Il Governatore di Bankitalia Visco ci ha invece illustrato altre virtù del MES, come il fatto che, in grazia di Lui, i salvataggi bancari non peseranno più sui contribuenti; come se i centoventicinque miliardi di partecipazione dell’Italia crescessero nel Campo dei Miracoli e non li dovesse versare il contribuente. Incredibile a dirsi, una cosa sensata è invece riuscita a dirla la Meloni, che si è chiesta perché occorra costituire un fondo finanziario di settecento miliardi, se poi nessun Paese oserà chiedere di utilizzarlo, viste le condizioni esose e vessatorie per accedere ai prestiti.
Ma in un contesto di gerarchizzazione antropologica il buonsenso non funziona. E poi quei settecento miliardi del MES non rimarrebbero comunque inutilizzati, poiché per gestirli si è creata una burocrazia europea, di cui fanno parte anche tanti oligarchi di pura stirpe italica; quindi anche l’orgoglio nazionale sarebbe salvo. O la Meloni non ha capito proprio nulla della vita, oppure fa la finta tonta per continuare ad illudere i suoi elettori fino all’ultimo momento prima della firma di ratifica al MES. Intanto lo status non te lo concedono gratis, se vuoi scalare la gerarchia internazionale facendo parte dell’Europa, devi pagare. Si può sfuggire in parte a questa sorte di pagatori se si possono vantare particolari meriti “atlantici”, come accade alla Polonia, che sfrutta la sua posizione di frontiera della NATO, e quindi dall’Unione Europea riceve molto di più di quanto versa. La Meloni e Crosetto possono invece insultare Putin finché avranno fiato, ma questo non servirà all’Italia per rimediare sconti.
Rispetto ad un Primo Ministro britannico o ad un Cancelliere tedesco, il Presidente del Consiglio italiano ha i poteri di un passacarte, per cui di solito cerca di acquisire uno spazio entrando nelle grazie dei potenti di turno. Con questa tecnica Renzi era riuscito a stare sulle palle a tutti, mentre Conte si era fatto benvolere dalla Merkel; ma, in un modo o nell’altro, nessuno ha mai superato il ruolo del famoso garzone di bottega che va a riscuotere i sospesi. Del resto la Meloni è stata messa lì da Mattarella e Vespa non per le sue doti di “statista”, ma perché è brava a battibeccare, sta simpatica ai ragazzi ed alle vecchiette, e inoltre è ipercinetica e quindi può consegnare molti pacchi.
Si è ipotizzato che anche le attuali noie giudiziarie della ministra Santanchè rientrino tra le pressioni per indurre a ratificare il MES. Può darsi, ma la Meloni sapeva benissimo che imbarcando nel governo certi personaggi avrebbe camminato sul filo; non per niente si era preparata la rete di protezione mettendo Nordio al ministero della Giustizia. Se l’intimazione a ratificare il MES provenisse dal Quirinale, tutti si adeguerebbero all’istante; ma per ora pare che la Meloni pensi di rimandare il voto parlamentare sulla ratifica. Se lo scopo della dilazione è usare il MES come merce di scambio in un negoziato, si andrà incontro al solito muro di gomma dell’UE, oppure ad altri bidoni come il Recovery Fund. Se invece la Meloni è solo paralizzata dall’incertezza, non sa proprio cosa fare e cerca soltanto di prendere tempo, allora la cosa potrebbe persino andarle liscia. In fondo l’unico vero potere a disposizione di un passacarte è di fare ogni tanto il fermacarte.
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Di comidad (del 22/06/2023 @ 00:16:50, in Commentario 2023, linkato 8338 volte)
Come è noto, il casus belli dell’ingresso degli USA nella guerra del Vietnam, fu il famoso “incidente del Golfo del Tonchino”. Con tale espressione ci si riferisce ad una serie di episodi segnalati dalla US Navy e datati tra il 2 ed il 4 agosto del 1964. A distanza di pochi anni l’intera ricostruzione dell’accaduto si sgonfiò; in particolare si accertò che non vi era stato alcun attacco da parte nord-vietnamita contro le navi statunitensi. L’aspetto interessante della vicenda non sta tanto nello stabilire se l’incidente fu “cercato” o meno dagli USA, quanto invece nel rilevare come un “non evento” possa assumere le caratteristiche di una narrazione enfatica con effetti reali, come quelli di mobilitare un’intera opinione pubblica a favore della guerra.
A distanza di soli tre anni dal presunto “incidente del Golfo del Tonchino”, alla US Navy toccò invece di subire un attacco vero. Fu il più grave e sanguinoso attacco mai verificatosi dalla fine della seconda guerra mondiale ad un’unità navale statunitense, con trentaquattro morti ed oltre un centinaio di feriti nell’equipaggio della USS Liberty, una nave con compiti di rilevamento elettronico. Non si trattò neppure di un singolo attacco, ma di ben tre bombardamenti, due dei quali furono effettuati da aerei caccia, con l’uso persino di napalm; mentre il terzo bombardamento fu operato da unità navali, con l’uso anche di siluri. L’attacco avvenne tra i giorni 8 e 9 giugno 1967, e fu effettuato da aerei e da navi israeliane, nel corso di quella che venne chiamata “Guerra dei Sei Giorni”; anche se quella cronologia dovrebbe essere anch’essa oggetto di un riesame storico.
Il governo israeliano presentò le sue scuse per l’accaduto, motivandolo con l’errore di aver confuso la USS Liberty per una nave da guerra egiziana. Il comandante della USS Liberty fu decorato con medaglia d’onore del Congresso per il comportamento eroico tenuto sotto quello che fu definito “fuoco amico”, sebbene le testimonianze dei superstiti non avallassero affatto questa versione edulcorata. Secondo ricostruzioni successive, si è accertata la responsabilità diretta del governo israeliano nell’ordinare l’attacco; e addirittura che l’allora segretario alla Difesa USA, Robert McNamara, impedì a dei caccia della portaerei Saratoga di soccorrere la USS Liberty. Nonostante l’importanza dell’onorificenza concessa, questa venne consegnata all’interessato un po’ alla chetichella; infatti il caso dell’USS Liberty è stato ritenuto talmente imbarazzante da rimanere occultato per anni. La cosiddetta “Guerra dei Sei Giorni” era stata la più grande operazione-simpatia mai lanciata a favore di Israele, con risultati mirabolanti; e non era quindi il caso di rovinare l’immagine di Israele con la notizia di quei trentaquattro morti ammazzati e di quel centinaio di feriti.

Certi attacchi proditori ed efferati si addicevano di più agli Arabi; ed infatti si può immaginare come avrebbero reagito gli USA se il cosiddetto “errore” l’avessero commesso gli Egiziani. La cappa mediatica sulla cosiddetta “Guerra dei Sei Giorni” risultò ferrea, e la santificazione di Israele non ne rappresentava neppure l’aspetto principale, che invece consisteva nel modo di descrivere il “nemico” arabo, ed in particolare egiziano. L’immagine del nemico ricalcava lo schema di criminalizzazione-ridicolizzazione ancora oggi applicato con la Russia, per cui l’Egitto e i suoi alleati ci venivano rappresentati come prepotenti e feroci, ma al tempo stesso velleitari, inetti e incapaci. Sta di fatto che nel corso della guerra del 1967, numerosi prigionieri egiziani furono uccisi dall’esercito israeliano, in spregio alla mitica Convenzione di Ginevra. Ciò secondo la testimonianza di vari ufficiali israeliani, tra cui il generale in pensione Arye Biro, che si è giustificato dicendo di non aver avuto scelta. Magari i prigionieri egiziani pretendevano di essere alloggiati e sfamati a spese sue. Anche di questi crimini di guerra, qui da noi non abbiamo saputo nulla, sebbene le notizie a riguardo ormai risalgano agli anni ’90 e siano state diffuse proprio da storici israeliani. In Israele, come anche negli USA, si è diffuso un dissenso trasversale contro l’eccezionalismo, la mitologia del popolo superiore, con la quale le oligarchie piegano le classi subalterne a politiche imperialistiche contrarie ai loro interessi. Se non fosse stato per l’opera critica degli storici israeliani, in Italia staremmo ancora a raccontarci la barzelletta secondo cui i profughi palestinesi se ne erano andati mica perché bersaglio di stragi, bensì di propria volontà, per puro puntiglio; e quindi erano colpevoli della propria condizione di profughi, in base al principio del “chi va via, perde il posto all’osteria”.
La morale della favola è abbastanza banale. Parlare semplicemente di “propaganda bellica” è piuttosto riduttivo, poiché l’informazione stessa è un’arma di guerra. Si può essere chiamati ad indignarsi per eventi mai accaduti, mentre vengono celati fatti clamorosi, anche se segnati dalla presenza di numerose vittime. Questa alternanza di “inventa e nascondi” si inquadra nella gerarchizzazione antropologica tra popoli superiori e popoli inferiori; e l’acritica credulità è dovuta proprio al senso di superiorità occidentalista, che illude di poter accedere alle sfere superiori del sapere per il fatto stesso di far parte di questo mondo moralmente ed intellettualmente privilegiato. A chiunque tocca prima o poi di rendersi conto che lo Stato e la legge sono alibi mitologici per potentati arbitrari e trasversali al legale ed all’illegale, al pubblico ed al privato; ma questo purtroppo è soltanto il primo livello del problema, dato che questi poteri sono intrecci caotici di spinte lobbistiche, che li portano a strafare e sbracare. Non esiste perciò nessuna linearità strategica o razionale con la quale confrontarsi.
Si ricorderà quando i cosiddetti no-vax venivano chiamati “ignoranti”. Si trattava sicuramente di ignoranza, ma nel senso del rendersi conto che le informazioni a propria disposizione sono un po’ troppo limitate o provenienti da fonti in conflitto di interessi; mentre l’ignoranza assoluta è quella di chi presume di sapere in base ad un imbonimento pubblicitario che, insieme con la merce, ti vende senso di superiorità intellettuale e morale. Non per nulla i “boh!-vax” erano molto più odiati dei no-vax. Il riferimento ai sieri spacciati per vaccini, non è casuale, dato che non esistono solo guerre tra nazioni, ma anche guerre di classe e guerre inter-capitalistiche; e questi vari tipi di guerre spesso si intrecciano e si confondono. Con le mostruosità del lockdown, del green pass e dell’ossimoro dell’obbligo al consenso vaccinale, l’oligarchia dell’Italietta non si è limitata a fare gli interessi delle multinazionali farmaceutiche e del digitale, ma ha anche creduto di ascendere di status internazionale, esibendo davanti al mondo la propria capacità di controllo sociale.
Si sta parlando molto degli effetti della guerra tra Russia e NATO in territorio ucraino riguardo alle forniture e al prezzo del gas metano. D’altra parte c’è da osservare che, contestualmente alla criminalizzazione della Russia, vi è stata anche una criminalizzazione del metano. Negli ultimi anni infatti i mitici “studi scientifici” hanno accertato, come al solito “senza ombra di dubbio”, che il metano è il principale gas-serra, quindi responsabile diretto del riscaldamento climatico. Il metano era stato lanciato negli anni ’80 come il grande business dell’energia pulita ed a basso costo; adesso scopriamo invece che il metano non è il bravo ragazzo che credevamo, ed è stato collocato nell’elenco dei “vilain”. Anche se ci sono gradazioni pure nella cattiveria; il metano norvegese non è tanto cattivo, magari un po’ tonto come Stoltenberg; mentre quello russo è malvagio come Putin.
Anni prima dell’inizio della guerra, la priorità della Commissione Europea non era quella di liberarci dal carbone, ma proprio dal metano, colpevole probabilmente di essere ancora più abbondante ed economico del carbone. Occorre anche ricordare che il Cancelliere Scholz aveva rinunciato a rendere operativo il gasdotto North Stream 2 prima che iniziasse l’invasione dell’Ucraina. Guerra o non guerra, la deindustrializzazione dell’Europa era già stata annunciata e preparata, dato che il business delle energie alternative per ora è un fenomeno fatto soprattutto di bolle finanziarie, e non presenta un corrispettivo produttivo tale da compensare il mancato impiego dei combustibili fossili. Nulla ci assicura che tutta la narrativa sulle energie green e sullo status di superiorità morale che conferiscono, corrispondano ad intendimenti effettivi e ad investimenti nell’economia reale tali da sostituire il fossile. Il dato certo riguarda solo il maggiore prelievo sul reddito delle classi subalterne a causa dell’aumento delle tariffe energetiche.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


25/06/2024 @ 15:25:24
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