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"La ricerca scientifica è una attività umana, perciò merita, come ogni attività umana, tutto lo scetticismo possibile; altrimenti cesserebbe di essere ricerca per costituirsi come religione inquisitoria."

Comidad (2005)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 18/03/2010 @ 01:36:43, in Commentario 2010, linkato 1145 volte)
Due settimane fa governo e parlamento hanno definitivamente liquidato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma questo era già stato ridotto ad un guscio vuoto, ad una norma simbolica, più di trenta anni fa, nell’autunno del 1979, quando sessantuno lavoratori della FIAT furono licenziati con generiche motivazioni di comportamento incivile. I lavoratori furono reintegrati dal Pretore, il quale aveva riscontrato nel licenziamento le caratteristiche di discriminazione sindacale previste e sanzionate dall’articolo 18. Ciononostante la direzione della FIAT reiterò i licenziamenti con altre motivazioni pretestuose, e l’FLM - l’allora sindacato unitario dei metalmeccanici - non alzò un dito. Il vicesegretario della CGIL, Ottaviano del Turco, affermò in un’intervista che gli risultava davvero difficile difendere quei lavoratori, dato che uno di loro, alla domanda di un giornalista de “La Repubblica” su cosa pensasse dell’assassinio del sindacalista Guido Rossa da parte delle BR, aveva risposto con un “mah!”.
L’articolo 18 era stato inserito nello Statuto dal ministro socialista Giacomo Brodolini con la specifica motivazione di impedire alle aziende di liberarsi dei dipendenti scomodi sul piano sindacale, ma nel 1979 era bastato lanciare su dei lavoratori il sospetto di connivenza - anche solo morale - con il terrorismo, per svuotare quella norma di contenuto.
Nell’autunno del 1979 moriva il vero articolo 18, quello nato per impedire la discriminazione sindacale - ed anche la discriminazione politica e religiosa -, ma nasceva, nella propaganda ufficiale, il mito dell’articolo 18 come difesa a tutto tondo del posto di lavoro. I padroni da quel momento furono presentati dai media come povere vittime di una favoleggiata legislazione iper-garantistica, che avrebbe proibito loro di liberarsi degli elementi in esubero e che impediva di assumere quando avrebbero potuto, per timore di non poter più licenziare. Da allora lo slogan dei governi e dei padroni diventò: più lavoro con meno diritti; e si ponevano quindi le condizioni psicologiche per l’attuale precarizzazione del lavoro.
Invece di contrastare questa propaganda ufficiale, Rifondazione comunista circa dieci anni fa pensò di assecondarla, e di avviare una controffensiva lanciando un referendum per l’estensione dell’articolo 18 anche alle aziende con meno di quindici dipendenti. In realtà l’articolo 18 non si applicava alle aziende con meno di quindici dipendenti solo perché, in quelle condizioni, sarebbe stato impossibile per il giudice stabilire se vi fosse stata discriminazione, dato che, con pochi dipendenti, il padrone avrebbe potuto facilmente giustificare un licenziamento con motivi di economia di gestione. La facoltà di licenziare per motivi economici quindi non era mai stata toccata dall’articolo 18, e perciò il referendum di Rifondazione si indirizzava su un obiettivo puramente astratto.
Il referendum di Rifondazione non raggiunse il quorum per essere ritenuto valido, come pure accadde ad un altro referendum indetto dal Partito Radicale, che si proponeva invece di abolire del tutto l’articolo 18. Va sottolineato che la Corte Costituzionale ritenne ammissibile il referendum radicale, sebbene l’articolo 18 non si riferisca a diritti del lavoratore, ma a diritti della persona e del cittadino. La Corte Costituzionale non aveva invece esitato ad affossare la legge urbanistica del ministro repubblicano Bucalossi, poiché questa aveva posto alcuni limiti alla proprietà privata; e non si trattava di limiti alla proprietà della casa di abitazione, ma agli abusi dei proprietari di patrimoni immobiliari. Coloro che sperano che la Corte Costituzionale possa bloccare queste ultime norme del governo, dovrebbero quindi ricordarsi dei precedenti, che indicano quali siano i diritti davvero prediletti dalla Corte stessa, cioè i diritti dei ricchi.
Ai primi di marzo, il quotidiano “La Repubblica” ha lanciato l’allarme sul decreto che affossava l’articolo 18 e, con quello, anche ogni possibilità del lavoratore di ricorrere al giudice. C’è forse più di una coincidenza nel fatto che si tratti dello stesso quotidiano che trenta anni fa inchiodò la sorte di un operaio della FIAT alla interiezione “mah!”, consegnandolo alla gogna delle accuse di complicità con il terrorismo. In realtà “La Repubblica”, con le sue ambigue denunce, sta oggi continuando ad alimentare il mito vittimistico dell’imprenditore con le mani legate dall’articolo 18, e quindi sta dando una mano alla guerra psicologica attuata da quel governo di cui, a chiacchiere, si dichiara oppositore. Uno degli obiettivi principali del governo non è infatti quello di abrogare un’inesistente legislazione garantistica sul lavoro, ma di far credere che ci siano oggi lavoratori garantiti da una parte e lavoratori non garantiti dall’altra, e che i non garantiti siano danneggiati proprio dalle eccessive garanzie di cui godono gli altri lavoratori.
Il problema è che la normativa che è stata oggetto di attacco da parte del governo non riguarda i diritti del lavoro, ma proprio quelli che nella propaganda ufficiale vengono chiamati pomposamente i diritti dell’uomo e del cittadino. Con le attuali norme infatti un contratto privato di lavoro diviene più vincolante della legge, e persino il giudice è tenuto ad osservare questa priorità. Inoltre più nulla impedirà di licenziare un lavoratore solo per le sue convinzioni politiche o religiose.
Non si è trattato quindi per il governo di limitare semplicemente i diritti del lavoratore, ma di stabilire che il lavoratore cessa di essere un cittadino. Non è una novità dal punto di vista storico, poiché due secoli fa in due Paesi-faro delle libertà occidentali, come la Francia e la Gran Bretagna, la condizione del lavoratore era inquadrata in termini giuridici di servitù e non di cittadinanza. Il Codice Civile napoleonico sanciva l'inferiorità morale dell'operaio rispetto al padrone in ogni lite giudiziaria, mentre in Gran Bretagna l'associazione operaia era considerata alla stregua di un reato di cospirazione e punita con l'impiccagione. In Inghilterra la risposta dei lavoratori fu il luddismo, la distruzione delle macchine, e la storiografia ufficiale, compresa quella marxista, continua ancor oggi a diffondere la fiaba che i luddisti erano ex artigiani che si opponevano al progresso tecnologico; una fiaba che non ha alcun riscontro nei documenti giudiziari dell'epoca, ma che è diventata un luogo comune intoccabile per puro pregiudizio antioperaio.
C’è una sorta di ironia nel fatto che l’11 febbraio, mentre il governo italiano stava per liquidare i diritti umani e civili dei lavoratori, i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL erano impegnati invece a firmare un appello congiunto per la difesa dei diritti umani in Iran. Un analogo appello, per la "democrazia" in Iran, lo lanciava negli stessi giorni il quotidiano "il Manifesto". La violazione dei diritti dell’uomo deve riguardare sempre gli “altri”, gli “Stati Canaglia”, le “dittature”, non può mai coinvolgere un Paese del cosiddetto Occidente. Tutto questo mentre, a pochi chilometri da noi, in uno Stato inventato e pattugliato dalla NATO, il Kosovo, un governo filo-NATO, composto da trafficanti di droga e armi, pratica sistematicamente - e con l'avallo della NATO - l'assassinio preventivo di ogni possibile oppositore. Anche il fatto che l'oppio che passa per il Kosovo, controllato dalla NATO, sia stato coltivato nell'Afghanistan, occupato dalla NATO, costituisce una mera coincidenza che non intacca per niente il mito dell'Occidente.
I sindacati confederali preparano una giornata di sciopero contro queste ultime norme del governo sul non-diritto al lavoro ed alla cittadinanza, e chiamano i lavoratori alla mobilitazione. A parte il fatto che CISL e UIL hanno già fatto capire che sono pronte ad ingoiare tutto se il governo si degnerà di invitarle ad una “trattativa tra le parti sociali”, inoltre questo appello alla mobilitazione contiene, di per sé, quello che l’antropologo culturale Gregory Bateson chiamava un “doppio vincolo”, cioè un comando contraddittorio. Se i lavoratori non risponderanno alla mobilitazione, sembrerà che avallino le scelte del governo, ma, se aderiranno allo sciopero, essi contribuiranno a riportare la questione alla “normalità” di una qualsiasi vertenza sindacale.
Ormai il mito della superiorità morale del sedicente Occidente - che ha inventato i Diritti Umani solo per violarli impunemente - pesa sulle lotte sindacali e le orienta in vicoli ciechi. Continuare a cercare le cause delle sconfitte operaie solo in fabbrica diventa un modo comodo per fare dell'antioperaismo.
Quando Enrico Berlinguer portò il Partito Comunista ad accettare la NATO, privò la lotta operaia di ogni caratteristica di anti-sistema, isolando gli operai in fabbrica e condannandoli alla sconfitta. Accettando la NATO, si accettava di conseguenza anche la santificazione dell'Occidente e di tutto il suo sistema affaristico-criminale. Fu infatti lo stesso Berlinguer che, nel 1977, votando in parlamento la legge per la riconversione industriale, permise allo Stato di versare alla FIAT i sessantamila miliardi di lire che le servirono per attuare i licenziamenti di massa del 1980; licenziamenti di massa che erano stati però preceduti e preparati dai licenziamenti "mirati" del 1979.
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Di comidad (del 11/03/2010 @ 00:25:16, in Commentario 2010, linkato 1655 volte)
L’ultimo scandalo di clero-pedofilia in Germania ha coinvolto direttamente la famiglia del papa. Per la precisione, i casi di abuso sessuale su minori su cui si indaga, riguarderebbero fatti avvenuti tra gli anni ’50 e gli anni ’70, periodo in cui il fratello di Ratzinger non dirigeva il famoso coro di Ratisbona; ma l’effetto di risonanza mediatica dell’associazione, anche indiretta, del cognome di Ratzinger alla pedofilia è stato comunque raggiunto.
La perplessità più ovvia riguarda i tempi di maturazione dello scandalo: quaranta o cinquanta anni sembrano un po’ troppi per pensare ad un bubbone che scoppi improvvisamente. Insomma, ci si deve chiedere come mai l’acqua calda non sia stata scoperta un po’ prima, magari quando la propaganda dei media occidentali ci narrava degli eroici preti cattolici che si battevano per la libertà religiosa contro i regimi comunisti e materialisti dell’Est Europa. Nel 1973 Hollywood lanciò l'icona accattivante del prete esorcista, un riferimento subliminale al vero diavolo da esorcizzare dal corpo dell'Europa, cioè il comunismo.
Alcuni hanno notato che i primi clamorosi scandali di clero-pedofilia sono scoppiati in seguito all’opposizione da parte del Vaticano nei confronti dell’invasione statunitense dell’Iraq del 2003, ma il feeling dei media nei confronti della Chiesa Cattolica - tolta la parentesi della morte di Woytila - era in realtà già finito. L’ultima grande stagione mistica dei media “occidentali” era andata infatti a coincidere con la guerra in Jugoslavia, quando papa Woytila si impegnò a fomentare l’odio fra i Croati cattolici ed i Serbi ortodossi. In quel periodo fu anche allestita in Croazia, ad opera dei servizi segreti tedeschi, la indegna pagliacciata delle apparizioni della madonna di Medjugorie, un evento che, per la grossolanità della messinscena, ha determinato anche l’imbarazzo di alcuni settori del clero cattolico.
Ma la caduta dei regimi del “socialismo reale” ha immediatamente aperto la questione della ri-privatizzazione dei beni immobili acquisiti dal Demanio dello Stato. In Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la Cekia e la Slovacchia, gli antichi titoli di proprietà immobiliare che la Chiesa Cattolica può vantare, aprono praticamente un pozzo senza fondo, nel quale si può mettere mano ad una ricchezza illimitata, costituita da terreni ed edifici, ma anche da migliaia e migliaia di appartamenti e botteghe. Molti edifici e impianti industriali costruiti durante il socialismo reale sono sorti su terreni originariamente di proprietà di ordini religiosi e curie vescovili, ed anche su quelli la Chiesa potrebbe accampare dei diritti di proprietà. In base a quegli antichi titoli di proprietà, la Chiesa Cattolica potrebbe quindi ridiventare padrona di circa la metà dei beni immobili dell’Europa dell’Est, e ciò in base all’incontrovertibile dato giuridico e storico che la Chiesa padrona era stata la più danneggiata dalla collettivizzazione operata dai regimi del cosiddetto socialismo reale. Il problema è che nell’Europa dell’Est sono arrivate le multinazionali dell’Ovest, le quali non sono disposte a stare a guardare mentre la Chiesa Cattolica si riprende tutto quel ben di dio. Da decenni nell’Europa dell’Est si svolge perciò un estenuante contenzioso tra la Chiesa e le multinazionali - spesso collegate ad organizzazioni sioniste - sulle privatizzazioni dei patrimoni immobiliari dello Stato; e, come nella guerra del ’14-’18, si combatte metro per metro. Gli scandali di clero-pedofilia costituiscono appunto una delle armi adoperate dalle multinazionali per ammorbidire le pretese della Chiesa Cattolica nei Paesi dell'Est, ma anche dell'Ovest. In Irlanda, dove la Chiesa Cattolica è padrona di un patrimonio immobiliare sterminato, che è di ostacolo all’espansione delle proprietà delle multinazionali, sono stati tirati fuori, per pura coincidenza, vecchi casi di clero-pedofilia che sembravano morti e sepolti.
La Chiesa Cattolica è divenuta inutile per combattere un nemico comunista che ormai non c’è più, ed ora il cosiddetto “Occidente” - lo pseudonimo preferito dalle multinazionali - scorge nei preti solo degli avidi e fastidiosi concorrenti nella corsa al saccheggio dei beni immobili; beni che costituiscono una ricchezza reale, particolarmente importante in un periodo di crisi di liquidità finanziaria. Una serie di procedimenti giudiziari per pedofilia, con le annesse cause civili per risarcimento danni, costituisce uno strumento di pressione efficace per indurre i vescovi e gli ordini religiosi a ridurre al minimo le loro pretese.
La proprietà immobiliare per la Chiesa Cattolica è ben più che un semplice accessorio mondano, ma costituisce un vero dogma di fede. Le prime condanne della Chiesa verso il comunismo furono proclamate quando questa dottrina non si era ancora pronunciata per il materialismo e l’ateismo, e riguardavano per l’appunto la questione della proprietà privata, considerata dalla Chiesa un diritto irrinunciabile. E non ci si riferisce alla proprietà privata “soft”, come la casetta e il campicello, ma alla proprietà privata “hard”, cioè i patrimoni immobiliari. Quindi i comunisti cristiani, come Fra Dolcino nel '300, furono i primi ad essere colpiti da anatema in quanto “eretici”, sebbene non attribuissero un carattere religioso al comunismo in quanto tale. La condanna del comunismo fu ribadita dalla Chiesa negli stessi termini anche nei primi anni dell'800, molto prima del marxismo: ancora una volta il bersaglio della condanna ecclesiastica era rappresentato perciò non dal materialismo, ma dalla violazione del diritto alla ricchezza immobiliare.
Si dice spesso - a sproposito - che il comunismo sia una religione, ma, in effetti nessun comunista ha mai preteso di formalizzare il comunismo in questo senso; semmai si è teorizzato, e parecchio a vanvera, di religione dell’Uomo. Al contrario, è la proprietà privata ad avvalersi di una vera e propria santificazione nell'ambito della dottrina cattolica. Quindi è l'anticomunismo a costituirsi come religione, in quanto culto della sacra proprietà privata. Nel 1963 il governo di centrosinistra tentò di varare una riforma urbanistica che, garantendo la proprietà di case ed edifici, limitava e vincolava la proprietà sui terreni, impedendo la speculazione fondiaria, cioè quell’espediente in base al quale un terreno agricolo può moltiplicare all’infinito il suo valore se diviene edificabile. Il ministro che aveva avviato la riforma, il democristiano Sullo, fu travolto dalle accuse di comunismo ed omosessualità; nel frattempo i ceti medi furono terrorizzati da una menzognera campagna mediatica che annunciava la confisca di tutte le case di abitazione; ed infine, l'anno dopo, i servizi segreti militari allestirono un tentativo di golpe, passato alla Storia come “Piano Solo”.
In quel tentato golpe - poi rientrato dopo il ritiro di ogni velleità di riforma da parte del governo - erano coinvolte anche le principali potenze immobiliari di allora in Italia, cioè la FIAT e il Vaticano. La Chiesa non si ritenne per questo incoerente, dato che la dottrina cattolica proclama il diritto di insurrezione quando siano minacciati i beni della Chiesa stessa. Questo principio era stato invocato dal Vaticano anche nel 1936, per sostenere il colpo di Stato operato da Francisco Franco - grazie alle armi, ai soldi ed alle truppe di Mussolini - contro la Repubblica spagnola.
La Chiesa Cattolica ha anticipato di millenni le leggi ad personam, costruendosi una morale a proprio uso e consumo, per cui, ad esempio, il contrabbando non è considerato peccato - neppure veniale -, dato che i preti lo praticavano sotto la copertura delle immunità ecclesiastiche, in base alle quali giudici e sbirri non potevano entrare nelle proprietà della Chiesa. Ancora adesso il Vaticano è una centrale di contrabbando che elude il fisco dello Stato italiano; anche se questo contrabbando costituisce un’inezia se paragonato a quello che si esercita nelle basi militari USA e NATO, dietro l’immunità garantita dal segreto militare.
Oggi è la NATO, e non più la Chiesa Cattolica, a rappresentare la più grande multinazionale del contrabbando e dei traffici illegali, e questo è uno scandalo di cui nessun organo di "informazione" tratterà mai.
Giorgio Bocca ha pubblicato di recente un libro, “Annus Horribilis”, nel quale, con il pretesto di parlar male di Berlusconi, in realtà denigra come al solito l’Italia e gli Italiani, che sarebbero colpevoli di subire in maggioranza il fascino perverso dell’Uomo di Arcore. In realtà Berlusconi non è in grado di esercitare nessun fascino su chicchessia, e non fa altro che galleggiare sull'onda dell’anticomunismo, che tanti propagandisti - Bocca compreso - hanno trasformato in un senso comune inattaccabile. Ma l’argomento principale di Bocca è che l’Italia non possiede nella sua coscienza collettiva quei valori etici proclamati dalla Riforma Protestante. Tra gli anni ’30 e ’40, Bocca scriveva sul giornale fascista “La Difesa della Razza” e, rispetto ad allora, non ha fatto altro che sostituire il mito della superiore Razza Ariana con il mito protestante. Ariani o protestanti che dir si voglia, per Bocca sono sempre i popoli del Nord a rappresentare la razza superiore.
In effetti i “valori etici” di cui si dimostrò capace la Riforma Protestante, consistettero soltanto nell’abilità da essa dimostrata nel sottrarre alla Chiesa Cattolica i suoi patrimoni immobiliari. Questo grande furto fu sì perpetrato ai danni di altri ladri, ma andò ad esclusivo beneficio dei già ricchi nobili tedeschi. Quando i contadini tedeschi chiesero di partecipare alla spartizione delle terre della Chiesa Cattolica, Martin Lutero pubblicò nel 1525 un libello in cui incitava i nobili a sterminare i contadini, colpevoli secondo lui di violare l’ordine divino. Come si vede, anche la Riforma Protestante ha poco da insegnare in quanto a valori etici, e per essa, come per la Chiesa Cattolica, la vera religione rimane quella dei patrimoni immobiliari.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/07/2019 @ 02:02:48
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