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"La condanna morale della violenza è sempre imposta in modo ambiguo, tale da suggerire che l'immoralità della violenza costituisca una garanzia della sua assoluta necessità pratica."

Comidad
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 21/01/2010 @ 01:50:48, in Commentario 2010, linkato 2965 volte)
Risulta ormai evidente che il terremoto di Haiti è divenuto il pretesto dell’ennesima invasione militare statunitense. Di fronte a questa plateale aggressione militare, ordinata da Sant’Obama con i soliti pretesti umanitari, qualcuno si è spinto ad ipotizzare che lo stesso terremoto sia stato l’effetto di super-armi segrete di cui gli USA sarebbero in possesso. Ma in tal modo ci si spinge nel campo della pura speculazione, dato che l’esistenza di tali armi può essere solo immaginata. Laddove non c’è da immaginare, ma solo da constatare, è invece sul ruolo che ancora una volta stanno svolgendo i media di tutto il mondo, impegnati a fornire giustificazioni alla presenza militare statunitense. I toni con cui i media enfatizzano presunti episodi di banditismo, rappresentano la scontata giustificazione della presenza dei marines per le strade della capitale haitiana; perciò, dietro il paravento del pietismo mediatico, si è immediatamente potuto scorgere l’intento di criminalizzare un intero popolo, presentandolo come vittima e carnefice di se stesso, in base ad uno schema precostituito e ricorrente di psico-guerra colonialistica.
Inoltre nessun commentatore ha neppure provato a spiegare i motivi logistici per i quali è presente di fronte alle coste haitiane anche una portaerei statunitense, che, chiaramente, può servire da supporto solo per velivoli da caccia e non per il trasporto di mezzi di soccorso. Si tratta di un’omissione significativa, ed anch’essa indica un atteggiamento di complicità dei media.
È scomparso inoltre dai mezzi di comunicazione quello che avrebbe dovuto costituire l’ovvio interlocutore di qualsiasi iniziativa di soccorso, e cioè il governo haitiano, come se il crollo delle cupole del palazzo presidenziale avesse cancellato di colpo la presenza di qualsiasi autorità civile sul posto. Non risulta infatti che l’intervento militare statunitense sia stato in nessun modo concordato, e la solita ONU si è soltanto affannata a legittimarlo a posteriori. Una razza subalterna di ex schiavi non ha neanche il diritto di chiedere aiuto, ma altri devono pensarci per loro, perciò oggi i militari statunitensi controllano l'aeroporto di Port-au-Prince, e il criminale Clinton coordina gli "aiuti", tra cui si annoverano le ONG, e persino Bertolaso, il che è una garanzia.
Le ipotesi giornalistiche sul numero delle vittime del sisma sono state improntate da subito ad un allarmismo privo di riscontri, e che appariva soltanto mirato a giustificare il fatto che si scavalcasse ogni procedura del diritto internazionale.
La super-arma di cui gli USA sicuramente dispongono sono i media mondiali, che possono creare l’emergenza anche laddove non ci sia, oppure presentare una vera emergenza con i contorni adatti a far apparire le scelte statunitensi come le sole possibili per far fronte alla tragedia in atto. Dato che catastrofi naturali non mancano mai, ne deriva la legittimazione di un colonialismo “umanitario”, il quale in sé non rappresenterebbe una novità, poiché da sempre il colonialismo ha accampato pretesti umanitari, spacciandosi per “aiuto” o “civilizzazione” di popoli barbari.
Nella propaganda dei media appare poi particolarmente sospetta l’insistenza sulla miseria degli Haitiani, come se due secoli di ingerenze, aggressioni e massacri da parte statunitense fossero stati dettati unicamente dal pio desiderio di soccorrere dei bisognosi. In realtà nessuno è così povero da non poter essere ancora derubato.
In effetti Haiti risulta interessante per il colonialismo statunitense sia per le sue risorse di materie prime (scienziati francesi vi hanno anche scoperto recentemente giacimenti di petrolio, e ciò spiega perché della missione "umanitaria" italiana faccia parte anche l'ENI), sia per la sua posizione geografica strategica sul piano militare e commerciale, sia per la sua riserva di manodopera a costo quasi zero. I predecessori di Obama, Bush e Clinton, non hanno mai allentato la morsa su Haiti, ed hanno sempre posto come condizione per il ritorno del Paese alla “normalità democratica” la consueta ondata di privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali. Il presidente haitiano Aristide, inviso alle multinazionali, dovette svolgere il suo mandato tra l'ostilità degli organismi finanziari internazionali, ed anche dei media "progressisti" del sedicente Occidente, che gli rimproveravano di non essere sufficientemente puro e immacolato da risultare "degno" di opporsi alle aggressioni statunitensi (come se per opporsi alle rapine occorresse una patente rilasciata dal rapinatore); così i media "progressisti" hanno plaudito al colpo di Stato che ha cacciato definitivamente Aristide nel 2004.
La povertà non è uno spiacevole effetto collaterale del sistema affaristico, ma costituisce, al contrario, il fondamento di tutto il sistema. Il filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville, vissuto tra il ‘600 ed il ‘700, affermava che per gli affari i poveri sono la principale risorsa, la materia prima basilare, perché è più facile derubare i poveri che i ricchi, e perché li si può costringere più agevolmente a condizioni di lavoro umilianti e sottopagate: “La fame è una piaga spaventosa, senza dubbio, ma chi può prosperare e digerire senza di essa?” (La Favola delle Api).
Per quanto avvolte di retorica autocelebrativa, le tesi di Mandeville erano però troppo esplicite e rischiavano di aprire gli occhi alle vittime del sistema degli affari. Dalla seconda metà del ‘700, con il filosofo scozzese Adam Smith, la propaganda affaristica - o sedicente scienza economica - ha scelto perciò una strada diversa, più sottile e insinuante, ed invece di limitarsi a celebrare l’esistente, ha confezionato, ad uso delle vittime dell’affarismo, il mito di un “mercato” governato saggiamente da una “mano invisibile”. La dottrina esoterica della “mano invisibile” aveva lo scopo di confondere le idee alle vittime dell’affarismo, e di convincerle che sarebbero potute accedere ai vantaggi del paradiso del “mercato”, se solo avessero abbassato le difese e si fossero aperte fiduciosamente all’aggressione del colonialismo.
Nasceva così l’utopia del cosiddetto “capitalismo”, uno slogan fumoso e contraddittorio, che conferiva alle rapine affaristiche la dimensione impersonale di una ineluttabile legge dell’economia. Il termine "mercato" è così radicato nell'immaginazione delle persone, che oggi queste davvero credono che i rapporti affaristici internazionali siano regolati dalla compravendita, quando invece sono ancora la pirateria ed il saccheggio la prassi abituale delle multinazionali in molti Paesi, come il Congo, ed ora, di nuovo, anche ad Haiti. Quando però la propaganda non basta, e le vittime di turno non si lasciano convincere dei vantaggi di un “libero mercato” inesistente e mai esistito, ecco che allora si torna alle aggressioni militari in grande stile, sempre con il pretesto di grandi e nobili ideali, ma sempre con lo scopo preciso di derubare gli affamati.
Un proverbio cinese, che fu reso famoso da Mao Tse Tung, dice: “Se qualcuno ha fame, non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare”. Ma probabilmente il proverbio sarebbe più realistico se consigliasse di insegnare all’affamato come non farsi fregare il pesce.
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Di comidad (del 14/01/2010 @ 00:13:30, in Commentario 2010, linkato 2048 volte)
Il 17 dicembre ultimo scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto “federalismo demaniale”, cioè il passaggio agli enti locali dei beni immobili attualmente di proprietà dello Stato. Si tratta dell’ennesimo espediente giuridico per consentire la privatizzazione di edifici e terreni del Demanio dello Stato. Il provvedimento porta la firma del ministro Calderoli, ma la “mente” (si fa per dire) del piano speculativo è sempre quella del ministro Tremonti, lo stesso ministro che due legislature fa aveva già provato, inutilmente, ad avviare una gigantesca privatizzazione dei beni demaniali dello Stato.
Il primo tentativo di Tremonti era stato bloccato per la sua evidente illegittimità, quindi il tentativo è stato ripetuto in questa legislatura seguendo strade diverse, cioè distraendo l‘attenzione con il trucco di finte riforme: le fondazioni universitarie, la gestione delle risorse idriche da parte di SPA, la trasformazione in SPA anche della gestione dei ministeri della Difesa e della Protezione Civile, ed ora persino il federalismo demaniale. Il filo conduttore di tutti questi provvedimenti è sempre lo stesso: i beni immobili dello Stato, delle Università, degli acquedotti, della Difesa, della Protezione Civile, passano di mano, non per essere venduti, e neppure svenduti, ma per essere semplicemente regalati ad affaristi privati.
Da quando Giulio Tremonti ha cominciato a vestire le penne del pavone “no global”, è riuscito a mettere a segno, nel silenzio quasi assoluto, la maggiore ondata di privatizzazioni della Storia italiana, strappando così a Giuliano Amato la palma di principe dei privatizzatori. Tremonti, in quest’opera di mistificazione/privatizzazione ha potuto avvalersi della complice omertà dei giornali di opposizione; infatti il lettore medio di “Repubblica” o del “Manifesto” non è a conoscenza della raffica di privatizzazioni attuata dal governo nel periodo natalizio.
Ovviamente il guinzaglio della mistificazione mediatica deve operare a vari gradi di lunghezza, poiché non tutta l'opinione pubblica è tanto distratta da non accorgersi di nulla; così "l'Espresso" è stato costretto a pubblicare alcuni articoli, in cui si è trattato sia del saccheggio dei patrimoni immobiliari della Difesa da parte del ministro La Russa, sia delle implicazioni affaristiche del ruolo di "manager" privato della Protezione Civile svolto da Guido Bertolaso. Il guaio è che lo stesso "Espresso" non si chiede come mai sia stato proprio il quotidiano del suo stesso gruppo editoriale, "La Repubblica", a fabbricare nei mesi scorsi l'icona santa di Bertolaso, rivelatosi ora uno squallido affarista. A dispetto della complicità mediatica nei confronti del governo, non sono comunque mancate le denunce degli effetti delle privatizzazioni da parte delle associazioni ambientaliste, che hanno messo in particolare evidenza le reali implicazioni del sedicente “federalismo demaniale”, cioè la trasformazione di vasti terreni demaniali in aree edificabili, con una ulteriore cementificazione del territorio, e soprattutto delle coste. Quindi l’acquisizione delle aree demaniali da parte di Comuni e Regioni costituisce, a parere delle associazioni ambientaliste, solo la premessa di una privatizzazione a tappeto.
In questo quadro non è stato però considerato un altro effetto, che pure era scontato e implicito nel provvedimento del federalismo demaniale. Gli accampamenti di immigrati utilizzati come braccianti agricoli si trovano per la gran parte proprio su terreni demaniali; questi terreni, prima del provvedimento natalizio, non avevano alcun valore e, per questo motivo, la presenza degli immigrati era tollerata, anzi incentivata per avere a disposizione una massa di manodopera a bassissimo costo. Questi accampamenti ora compromettono il valore dei terreni e ne ostacolano la lottizzazione.
Ad appena venti giorni dal varo del federalismo demaniale, è stato preso di mira uno dei maggiori insediamenti di immigrati, quello vicino Rosarno, in Calabria. Una “provvidenziale” rivolta di immigrati a Rosarno ha consentito di sfollare in massa gli immigrati dai loro rifugi, situati per lo più in fabbriche abbandonate, come la ex Rognetta. A questo punto, il Comune di Rosarno - opportunamente e preventivamente commissariato per presunte infiltrazioni mafiose - non avrà alcuna difficoltà ad affidare i terreni demaniali in gestione alle ditte amiche del governo, come la famigerata Impregilo, insediatasi da tempo in Calabria con il pretesto della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.
Qualunque giornalista esperto non avrà potuto fare a meno di notare la stranezza della coincidenza tra il varo del federalismo demaniale e la fretta sospetta con cui le ruspe sono andate ad abbattere i rifugi degli immigrati. Il punto è però che il giornalismo non ha la funzione di informare, ma quella di mistificare, cioè di diffondere fiabe utili a coprire le manovre affaristiche. I media si sono messi perciò a regalare agli immigrati la loro pelosa comprensione, cercando scusanti e attenuanti alla loro presunta rivolta, intrattenendoci su tutti i soprusi che hanno dovuto subire, che spiegherebbero la loro “rabbia”. Alcuni giornalisti si sono anche vendicati delle bocciature subite in gioventù agli esami di Storia Romana, lanciandosi in improbabili paragoni tra la presunta rivolta di Rosarno e le Guerre Servili della Roma antica. Il tutto è stato condito con una buona dose di razzismo contro i Calabresi, accusati disinvoltamente di essere xenofobi e mafiosi, dato che il razzismo antimeridionale non solo è ammesso, ma è considerato persino “politically correct”.
In realtà i dubbi sulla autenticità della rivolta sono più che fondati. Persino l’ipotesi che gli immigrati abbiano potuto reagire ad una serie di provocazioni, appare piuttosto aleatoria. Una vera difesa dei deboli non si fa accampando presunte giustificazioni alla “rabbia” degli oppressi, ma pretendendo prove per le accuse che sono state lanciate loro; altrimenti si fa come quei Pubblici Ministeri che, quando non hanno prove, puntellano le loro requisitorie trasformando le presunte attenuanti in presunti moventi, cosa che alla fine non gli impedisce neppure di chiedere l’ergastolo per l’imputato. Infatti, al di là delle espressioni di generica comprensione, nessun commentatore mediatico ha chiesto che gli sfollamenti venissero bloccati o, almeno, sospesi in attesa dell’accertamento delle effettive responsabilità.
I testimoni hanno visto infatti semplicemente degli uomini di colore che attuavano delle incursioni: il fatto che fossero delle persone di colore non implica che si trattasse effettivamente di immigrati africani. Avrebbero potuto anche essere dei militari, o dei mercenari di agenzie private di servizi militari, come la Blackwater. Una multinazionale edilizia come l’Impregilo non avrebbe nessuna difficoltà a reclutare personale del genere, dato che se ne serve abitualmente in varie parti del mondo.
In questa situazione ha giocato ancora una volta il pregiudizio favorevole ai ricchi, un pregiudizio che scorge la minaccia all’ordine sempre nei poveri e nei disperati, mentre i “ricchi soddisfatti” sarebbero al massimo colpevoli di egoismo e indifferenza. In realtà è proprio l’affarismo a costituire, da sempre, il principale fattore di destabilizzazione e sedizione. Il problema è che non si può privatizzare rispettando la legalità.
Nel caso del cosiddetto federalismo demaniale, tutto il provvedimento è basato sull'ipotesi inesistente di beni demaniali inutilizzati, quando invece, in un territorio ristretto come quello italiano, attorno ad ogni bene demaniale si stratificano una serie di diritti derivanti dall'uso. Insediandosi sui terreni demaniali, gli immigrati - che poi non sono nemmeno tutti clandestini - hanno acquisito di fatto dei diritti, per i quali non potevano più essere sfrattati così alla leggera. Ecco che allora lo sfratto degli immigrati, e la privatizzazione dei terreni, potevano effettuarsi soltanto inventandosi un'emergenza di ordine pubblico.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/07/2019 @ 02:44:58
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