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"Propaganda e guerra psicologica sono concetti distinti, anche se non separabili. La funzione della guerra psicologica è di far crollare il morale del nemico, provocargli uno stato confusionale tale da abbassare le sue difese e la sua volontà di resistenza all’aggressione. La guerra psicologica ha raggiunto il suo scopo, quando l’aggressore viene percepito come un salvatore."

Comidad (2009)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 20/11/2008 @ 09:24:12, in Commentario 2008, linkato 1008 volte)
Sulla sentenza di Genova, che ha mandato assolti i vertici della polizia per le torture alla scuola Diaz, Gad Lerner ha commentato sul suo blog domandandosi se non sarebbe stato meglio negare l’evidenza, e presentare l’operato dei poliziotti come una legittima reazione al terrorismo; dato che, in tal modo, si sarebbe almeno evitato di scaricare “all’italiana” tutta la responsabilità sui funzionari subalterni.
In realtà, la sentenza di Genova non è stata all’italiana, ma all’americana, dato che ricalca in pieno lo schema già attuato nei processi per le torture nel carcere di Abu Ghraib: anche in quel caso tutta la colpa è stata circoscritta a dei subalterni, senza coinvolgere le responsabilità degli alti gradi militari e dell’amministrazione Bush, la quale, nello stesso periodo delle sentenze, si adoperava sfacciatamente, e con successo, per rendere ufficiale e legale la pratica della tortura negli USA.
Prima delle sentenze su Abu Ghraib, allora sì, si sarebbe adottata la vera soluzione all’italiana, cioè la negazione dell’evidenza sino in fondo, dato che, in questa circostanza, l’evidenza la si è negata, eccome, ma soltanto per ciò che riguardava le responsabilità politiche e dei vertici della polizia.
Anche se i fatti di Genova sono avvenuti qualche anno prima di quelli di Abu Ghraib, le sentenze sono giunte dopo, e quindi si sono adeguate a questo nuovo modello politico e comunicativo; un modello che prevede sia la spettacolarizzazione mediatica delle torture, che diventano un modo per attrarre consenso, sia l’abbandonare la manovalanza al suo destino.
La novità non consiste perciò nelle torture e nei pestaggi a freddo - che ci sono sempre stati -, ma nel consentire la circolazione di immagini ed informazioni a riguardo, cosa che comporta una punizione legale, per quanto mite e meramente simbolica, degli esecutori materiali.
Non è affatto scontato che questo nuovo modello politico/comunicativo sia stato tracciato lucidamente, ma può anche derivare dalle caratteristiche tipiche delle oligarchie cleptocratiche, caratteristiche che implicano una esasperazione esibizionistica della mentalità gerarchica, un vero e proprio culto della disuguaglianza.
In altre parole, se da un lato si sancisce e si santifica l’impunità propria e quella dei propri pari, dall’altro lato non si è disposti a muovere un dito per difendere un proprio subalterno. Ciò che nella vicenda di Genova è completamente mancato, addirittura saltato, è infatti la vecchia tradizione dello spirito di corpo della polizia. I poliziotti potevano ammazzarsi a vicenda - e lo facevano, e ancora lo fanno, molto spesso -, ma una volta non si sarebbero mai mollati a vicenda, ed un superiore si sarebbe comunque fatto in quattro per tutelare un proprio sottoposto.
Le dichiarazioni del senatore Gasparri - esponente dell’ex AN, tradizionale partito dei poliziotti -, dopo la sentenza di Genova hanno quindi assunto un tono involontariamente patetico, poiché la polizia non solo non è “uscita a testa alta” da tutta la vicenda, ma ha offerto lo spettacolo penoso di una istituzione allo sbando. Lo stesso Gasparri poi non ha speso una parola a favore dei poliziotti subalterni condannati, per lasciarsi andare a dichiarazioni tronfie e trionfali sulla caduta della “teoria del complotto”, cioè sulla assoluzione dei vertici della polizia, dimostrando così che quella era la sua unica e vera preoccupazione.
Tutto ciò ricorda lo “stile Rumsfeld”, che in Iraq lasciava l’esercito senza equipaggiamento e senza servizi logistici, per versare tutti i quattrini nelle casse di ditte di mercenari privati come la Blackwater; oppure che nel 2006 non era disposto ad inviare neppure un aereo per mettere in salvo i cittadini americani rimasti nel Libano bombardato da Israele, ma arrivava ad offrirgli di prestargli il denaro per fuggire solo in cambio di interessi da strozzo. Si tratta di un potere criminale, il cui personale è composto da criminali comuni, che si regge e si legittima esclusivamente sulla criminalizzazione dei suoi sottoposti. Non sarebbe stato possibile l’avvento di un personaggio abietto come Brunetta al Ministero della Funzione Pubblica, senza la criminalizzazione preventiva degli statali, attraverso anni di campagna mediatica guidata dagli articoli di Pietro Ichino. Il risultato è che oggi abbiamo uno Stato che si regge sulla criminalizzazione degli statali, e che progetta di derubare i contribuenti attraverso l’appalto delle sue funzioni a ditte private.
20 novembre 2008
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Di comidad (del 13/11/2008 @ 07:51:40, in Commentario 2008, linkato 1094 volte)
Per otto anni la presidenza degli Stati Uniti è stata occupata da un autentico esponente dell’oligarchia affaristica che domina il Paese dalla sua fondazione. La famiglia Bush, originaria del New England, ha esteso il suo potere sino alle regioni del sud-ovest e del sud-est degli Stati Uniti, trasformando gli Stati del Texas e della Florida in propri feudi privati. In Italia sarebbe - ancora per il momento - inimmaginabile che un grosso affarista andasse a dirigere il principale servizio segreto; ma negli USA Bush padre ha potuto ricoprire la carica di direttore della CIA senza sollevare obiezioni, riuscendo così a preparare il terreno per un lungo dominio non solo della propria famiglia, ma anche della propria cosca affaristica, che ha potuto saccheggiare la spesa pubblica statunitense senza incontrare ostacoli. In tal modo si è però determinato un discredito dell’immagine degli Stati Uniti, ricondotta alla sua dimensione reale di apparato di supporto per cosche affaristico-criminali.
Con l’elezione di Barak Obama si torna invece ai presidenti-fantoccio, alla Ronald Reagan, che costituiscono un valido espediente per creare nuovamente un’opportuna distanza tra la finzione e la realtà, utile per frenare il crescere a livello planetario dei sentimenti e degli atteggiamenti antiamericani. L’elezione di Obama ha infatti posto immediatamente le condizioni per un rilancio del filo-americanismo, ed anche molti di coloro che continuano a nutrire diffidenza, non sono però riusciti a non provare compiacimento per il fatto che l’elettorato americano abbia premiato un candidato che, almeno a livello di immagine, rappresentava l’anti-Bush.
Il problema è che questa visione si regge su un soggetto inesistente: l’elettorato. In tutti i sistemi elettorali, l’elettorato costituisce una finzione, poiché sono sempre forze esterne a determinare i risultati, ma, nel caso degli Stati Uniti, viene a mancare anche la sola parvenza di una regolarità del meccanismo elettorale.
L’assenza di un’anagrafe elettorale nazionale, con in più il fatto che le operazioni di scrutinio sono affidate a ditte private, fa sì che il risultato sia manipolabile a piacimento, senza le difficoltà che comporta in un Paese europeo. Negli Stati Uniti la maggioranza degli iscritti alle liste elettorali è, da un secolo, appartenente all’area di voto del Partito Democratico, ma le elezioni sono state più spesso vinte da candidati repubblicani, grazie alla esclusione preventiva degli elettori potenzialmente ostili ed alla “correzione” dei risultati finali.
Il fatto che stavolta non solo abbia vinto il candidato democratico, ma che lo abbia potuto fare anche in uno Stato di proprietà dei Bush come la Florida, è indicativo che la scelta dell’oligarchia affaristica sia stata quella di rimanere per un po’ tra le quinte e di lasciare che le pubbliche relazioni riprendessero un ruolo che avevano perso da tempo.
La presidenza Obama rappresenta però un’operazione di pubbliche relazioni difficile e complessa, e ciò spiega il perché negli Stati Uniti si sia preferito farne a meno finché è stato possibile. Il potere dell’oligarchia affaristica statunitense, nel proprio Paese come nel mondo, è basata non solo sulla potenza intrinseca degli Stati Uniti, ma anche, e spesso soprattutto, sull’alleanza con i gruppi affaristici più reazionari presenti in ciascuna nazione, le cosiddette cleptocrazie.
Per questi gruppi, il razzismo e l’odio per tutto ciò che abbia una parvenza di uguaglianza, non costituiscono solo una bandiera ideologica, ma la base del processo di identificazione personale e di gruppo, ciò che viene definito come “falsa coscienza”. Senza la pretesa di una innata superiorità razziale, ogni gruppo affaristico sarebbe costretto a vedere se stesso semplicemente come una cosca di criminali comuni favoriti dalle circostanze.
Le operazioni mistificatorie, come la presidenza Obama, richiedono perciò l’imposizione di una generale disciplina tendente a separare rigidamente la finzione ufficiale dalla realtà del saccheggio affaristico. Č comunque inevitabile che ora questo ed ora quell’esponente delle cleptocrazie tenda a sfuggire alla disciplina ed a scoprire il gioco; ed è stato questo il caso delle recenti dichiarazioni di Berlusconi su Obama “giovane, bello e abbronzato”, che hanno fatto il giro del mondo.
In base al principio che il giornalismo costituisce l’arte di nascondere i fatti parlandone, i media hanno avvolto le dichiarazioni del Presidente del Consiglio in una cortina fumogena, puntando sul contenuto razzistico della frase, in particolare sulla parola “abbronzato”, che ha oscurato le altre due.
In realtà, il razzismo costituisce il contesto e non il contenuto della frase incriminata. Anche se Berlusconi avesse detto soltanto “giovane e bello”, il senso sarebbe stato ugualmente offensivo, poiché riferirsi alle qualità estetiche di uno statista, nel linguaggio politico, costituisce un modo per sminuirne l’importanza.
Berlusconi ha dimostrato cioè il suo razzismo non con la parola “abbronzato”, ma trattando un Presidente degli Stati Uniti con un una paternalistica accondiscendenza, che non si sarebbe mai permesso se avesse pensato di avere a che fare con un presidente vero. Per un razzista, il rimanere rigidamente nella finzione e non trattare un “negro” da “negro”, costituisce un notevole sforzo di autocontrollo; un autocontrollo che non appartiene certo alle qualità di uno come Berlusconi.
I media sono riusciti a tamponare questa prima falla del sistema di pubbliche relazioni, ed in Italia hanno ridotto il tutto alla solita polemica tra maggioranza e opposizione, dimenticando che il fatto ha comunque avuto una risonanza mondiale. Sono state poi confezionate dalle agenzie statunitensi di psychological war delle minacce di Al Qaeda ad Obama, che hanno comportato un rapido spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica.
Ma in futuro altre falle si apriranno nell’edificio mistificatorio costruito sulla presidenza Obama, e la corsa dei media a chiuderle si farà sempre più affannosa.
L’uso crescente dei fantocci in politica si scontra con le evidenze, come si è visto anche nel caso delle dichiarazioni di Andrea Camilleri sulla Gelmini. I media hanno puntato sulla parte della frase dello scrittore in cui questi diceva che l’attuale ministro della Pubblica Istruzione non è “un essere umano”, come se ciò comportasse una sorta di esclusione razzistica. Camilleri si era riferito invece all’artificiosità del personaggio, alla sua innaturalezza. In effetti la Gelmini somiglia a quei personaggi dei film di fantascienza, come robot, androidi, cyborg; non pare cioè possedere una personalità propria, ma sembra fabbricata da qualcun altro, cioè da Tremonti.
Anche Berlusconi risulta artificioso, ma nel suo caso ciò si spiega facilmente con trenta anni di operazioni di chirurgia estetica, ed anche di sostegno farmacologico al suo attivismo ed alle sue meccaniche euforie. La Gelmini è invece una giovane che appare già spenta ed inerte, una persona senza passato, che recita a memoria frasi non sue. Non c’è dubbio che Obama come attore sia di tutt’altro livello, ma non è detto che ciò basti.
13 novembre 2008
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


18/03/2019 @ 14:41:36
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