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"Per la propaganda del Dominio, nulla può giustificare il terrorismo; in compenso la lotta al terrorismo può giustificare tutto."

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 26/10/2017 @ 00:52:55, in Commentario 2017, linkato 3496 volte)
La tesi dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano secondo cui la mozione parlamentare del PD contro il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco violerebbe la “autonomia della banca centrale” è molto azzardata dal punto di vista del bon ton istituzionale. Affermare infatti che esistano materie nelle quali il parlamento non possa dire la sua, implica la concezione di un parlamento a “sovranità limitata”; una concezione che, peraltro, non è nuova per Napolitano che, da presidente, impedì nel 2013 al parlamento di pronunciarsi sulla questione degli F35. Il fatto che un ex “custode della Costituzione” continui a non perdere occasione per ricordare al parlamento che non conta nulla, la dice lunga sulla scompostezza e sulla sguaiataggine di coloro che “guidano le istituzioni”.
La sortita di Napolitano è un regalo fatto a Matteo Renzi, proprio nel momento in cui l’entrare nel merito delle questioni lo avrebbe invece fatto a pezzi. Anche l’insistere sulla vicenda di Banca Etruria è una bazzecola, se si considera il vero crimine commesso da Renzi alla fine del 2015, quando anticipò di mesi l’applicazione della normativa europea del “bail in“ che avrebbe dovuto decorrere dal gennaio dell’anno successivo. Fu appunto quella la variabile che fece impazzire il sistema bancario italiano scatenando il panico sui titoli di Borsa. Non si possono infatti considerare cause scatenanti della crisi bancaria né la mancata vigilanza della Banca d’Italia, né l’irresponsabilità dei banchieri, poiché queste sono costanti storiche del sistema. Un banchiere che non abbia istinti criminali ed un banchiere centrale che non abbia propensione alla connivenza, non sono nel novero delle possibilità umane.
È facile supporre il motivo per il quale Renzi accettò il cattivo consiglio di Draghi di anticipare l’applicazione del “bail in”, cioè dimostrarsi il primo della classe, il più ligio ad applicare le regole. In altre parole, si trattò di velleitarismo, di cialtroneria. Renzi ha incarnato ancora una volta il mito della “politica del fare”, la fiaba secondo cui un Paese immobilista impedisce sistematicamente ai suoi aspiranti “salvatori” (i Mussolini, i Craxi, i Buffoni di Arcore, i Prodi e i Renzi) di smuoverlo dalla sua storica stagnazione. Nel caso di Renzi (ed anche del Buffone nel suo governo del 1994) la fiaba fu auto-smentita dall’inizio ponendo il proprio governo sotto la tutela di esponenti del Fondo Monetario Internazionale come Lamberto Dini e Pier Carlo Padoan, come a dire: sono il più bravo, ma intanto mi prendo un tutore proveniente da un’organizzazione sovranazionale.

La vera incapacità dimostrata in questi anni dalla classe politica italiana è stata quella di non riconoscere lealmente la propria condizione di debolezza internazionale e di non riuscire a tenere un basso profilo nell’attesa che le follie eurocratiche si spegnessero da sole. Nel settembre dello scorso anno era bastata un’indiscrezione su una dichiarazione elettorale della cancelliera Merkel per far crollare in Borsa il titolo di Deutsche Bank. La Merkel aveva detto che non sarebbero stati impiegati fondi pubblici per salvare Deutsche Bank ed i “Mercati” - che sono i primi a sapere che senza i soldi pubblici la pacchia finirebbe in un batter d’occhio - reagirono di conseguenza affossando le azioni della superbanca tedesca. Ci volle perciò una nuova “indiscrezione” sulle intenzioni della Merkel, stavolta di segno opposto, per rassicurare i “Mercati”.
Nei prossimi anni ci saranno Deutsche Bank e BNP Paribas da salvare e quindi il “bail in”, già oggi disapplicato, verrà messo definitivamente in soffitta. In Italia, invece, degli insolenti consulenti del governo come Luigi Marattin continuano a ripetere la pura stupidaggine secondo cui le banche sarebbero aziende come le altre e quindi possono fallire, come se non fossero arcinoti gli effetti a catena che ne deriverebbero.

Ma la cialtroneria costituisce la costante della politica estera dell’Italia. La cialtroneria del ministro Carlo Calenda nella vicenda Fincantieri si è appunto manifestata quando egli, invece di ritirarsi silenziosamente e in buon ordine dopo la rottura dei patti da parte del presidente francese Macron, si è lasciato andare a dichiarazioni di sfrenato orgoglio nazionale. La conseguenza è che la missione a Roma del ministro francese dell’Economia per “rabbonire” il governo italiano, si è trasformata in una nuova trattativa e nell’ennesimo accordo bidone.
La cialtroneria non nasce affatto dalla debolezza, bensì dal vivere la condizione di debolezza come una colpa da cui riscattarsi velleitariamente. In questo senso la cialtroneria rappresenta da un lato la manifestazione plateale della cattiva coscienza delle classi dirigenti collaborazioniste del colonialismo, dall’altro la cialtroneria diventa un vero e proprio strumento di auto-sottomissione coloniale.
Ogni processo di colonizzazione si pone su basi di reciprocità, cioè ogni ingerenza coloniale si sovrappone ad una richiesta di colonizzazione. Un Paese colonizzato partecipa alla propria colonizzazione sia invocando l’aiuto dello straniero per ridimensionare le pretese delle classi subalterne, sia generando le ideologie che riconfermano e perpetuano la colonizzazione.

Il razzismo interno, l’autorazzismo, è a più facce. In Italia alla criminalizzazione delle regioni del Sud è corrisposta la cialtronizzazione delle regioni del Nord. Negli anni ’80 i media fabbricavano l’immagine della Milano vincente, della “Milano da bere”, spingevano sino alla caricatura l’enfasi sui successi della moda e della nuova finanza. Il leghismo ha rappresentato la forma politica di questa cialtronizzazione, sotto l’egida di un falso federalismo che era, ed è, un separatismo più o meno strisciante.
Dal punto di vista elettorale i recenti referendum del Lombardo-Veneto si sono rivelati degli insuccessi, in quanto neppure la metà degli elettori ha risposto all’appello al voto. La principale città, Milano, ha dimostrato l’accoglienza più tiepida con una bassissima affluenza alle urne.
Eppure il “dibattito” politico è riuscito a trasformare questo insuccesso in una vittoria, ponendo le condizioni per un’estenuante destabilizzazione interna.
La Lega Nord era stata accreditata negli anni scorsi di poter svolgere un ruolo di recupero della “sovranità nazionale” in funzione antieuropea, ma ha riconfermato invece il suo ruolo di agenzia coloniale. Il problema è che tutti gli altri, a cominciare dal governo, l’hanno inseguita sullo stesso piano. Gentiloni si è immediatamente reso disponibile ad una “trattativa” che non può aver altro esito che indebolirsi ulteriormente sul piano negoziale in campo internazionale.
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Di comidad (del 19/10/2017 @ 00:03:52, in Commentario 2017, linkato 3981 volte)
Un tempo, per terrorizzare la popolazione, il sistema di dominio doveva organizzare manovre piuttosto complesse. Negli anni 60’/’70 in Italia la faccenda era davvero macchinosa. Bisognava organizzare attentati con l’uso sistematico dei servizi segreti, era necessario infiltrare gruppi e partiti politici, si dovevano finanziare, coprire, equipaggiare gruppi di destra; senza dimenticare i tentativi, più o meno realistici, di colpo di Stato che venivano fatti balenare tra i vari corpi di polizia e dell’Esercito. I risultati, anche se parziali, c’erano: gli operai e gli studenti potevano essere intimoriti, la presenza e l’ingerenza poliziesca diventavano più accettabili, la pubblica opinione veniva orientata verso una richiesta di ”ordine e sicurezza”.
Tenere insieme tutto questo non era sempre privo di rischi: servizi segreti, fascisti, colonnelli presentavano a volte il conto del loro impegno. E questo non solo in Italia. Anche allora probabilmente la sinistra non esisteva, ma c’era una classe operaia numerosa e dislocata in alcune forti concentrazioni: un contraltare sociale che l’oligarchia doveva temere e cercare di aggirare con manovre complesse.
Oggi la questione sembra molto più semplice: questa estate a Parigi è stata chiusa la Tour Eiffel e bloccata tutta l’area circostante per un giorno intero poiché “pare” che qualcuno avesse urlato “Allah Akbar”. Qualche giorno prima a Nantes risuonava la stessa invocazione da un uomo armato. Tutta la polizia francese è stata messa in stato di allerta; si è poi scoperto che si trattava di un uomo con una scacciacani.
La presenza delle polizie e dell’Esercito in assetto di guerra è diventata la normalità. Le persone dicono, nei reportage televisivi, di sentirsi rassicurate da questa presenza. In Italia vediamo soldatini a coppie che sorvegliano obiettivi “strategici” per le strade delle città, muniti di fucili mitragliatori di ultima generazione, quelli della serie AR, roba che spara circa settecento colpi al minuto. I super-fucili sono pubblicizzati anche in appositi spot dell’Esercito.
C’è davvero da sentirsi rassicurati al pensiero che un soldatino possa perdere la testa e sparare settecento colpi al minuto all’impazzata tra la folla. C’è poi da considerare che una delle regole fondamentali dell’antiguerriglia sarebbe quella di non fornire armi al nemico. I soldatini invece sono piazzati in modo da risultare vulnerabili agli agguati ed i loro preziosi fucili sarebbero delle prede ambite. Si vede che i comandi militari sono proprio certi che questa storia del terrorismo islamico sia solo propaganda e che gli attentati, quando arrivano, non provengono affatto dal “nemico” ma, al massimo, da lobby affini. Questo sì che è rassicurante.

Ma il meccanismo del terrore artificioso continua a funzionare piuttosto bene e i governanti possono persino permettersi di tranquillizzare talvolta una popolazione in piena paranoia. Pochi giorni fa un tassista di origini nordafricane a Londra ha investito alcune persone, è stato bloccato e la polizia ha dichiarato: non si tratta di terrorismo.
Il sistema di comunicazione lavora anche sul termine stesso di “terrorismo”, guardandosi bene dall’applicarlo ai bombardamenti in Iraq o in Afghanistan, o anche a cose “minori” come le oltre mille persone uccise ogni anno dalla polizia USA.
In questo gioco il supporto mediatico è fondamentale. Bisogna sempre parlare di terrorismo islamico, anche per dire che “non si tratta di …”. I parenti o i conoscenti dei terroristi ci dicono che non si erano accorti di niente, che erano dei bravi ragazzi. Il termine “radicalizzarsi” ha assunto connotati speciali e un po’ magici. Era uno normale, poi all’improvviso si è radicalizzato. Ha conosciuto qualcuno, o ha navigato un po’ su internet, e si è radicalizzato…
Il vantaggio dell’uso di questo termine è anche quello di bruciare altre possibilità comunicative: critica radicale del sistema di dominio; opposizione radicale; rifiuto radicale. Chi potrà mai permettersi di radicalizzarsi contro questo stato di cose?

Il problema è che nell’epoca della lotta di classe a senso unico tutto finisce per sembrare “radicalizzato”, persino Fassina o Bersani che, nella manovra finanziaria, avrebbero voluto che i fondi fossero utilizzati per investimenti pubblici invece che per sgravi contributivi alle imprese. Purtroppo ogni investimento allarga la base produttiva e quindi rischia di dare potere contrattuale ai lavoratori, quindi non se ne fa niente. Quando il sistema non ammette alcuna opposizione, alla fine qualsiasi inezia sembra opposizione, anzi una minaccia. Oggi infatti la minaccia proviene persino da internet: le “bufale”, le “fake news”, i “complottismi” e, ovviamente, i siti islamici che, magicamente, trasformano bravi ragazzi in terroristi. Il 19 e 20 ottobre si terrà a Ischia il G7 dei ministri dell'Interno, proprio per concordare con le multinazionali del web delle tecniche censorie.
Il Sindaco di Ischia ha emesso un comunicato in cui si dice che "… è una grande occasione di visibilità per l’intera isola, le telecamere di tutto il mondo daranno risalto ad alcuni tra gli scorci più belli di Ischia, ma ci sarà da affrontare qualche piccolo sacrificio per il quale chiediamo ai cittadini di essere pazienti e collaborativi“. I “piccoli sacrifici” hanno fatto in modo che tutta l'isola somigli ad Alcatraz.

Dai primi giorni del mese di ottobre sono sbarcati sull'isola decine di "addetti ai lavori" che hanno trasformato Ischia in un bunker video-sorvegliato ad alta “sicurezza”, sono stati perquisiti gli edifici circostanti i luoghi delle riunioni; più volte al giorno l'isola è sorvolata da elicotteri di tutte le "Armi"; polizia e carabinieri percorrono incessantemente le strade del paese; dal 16 ottobre al 20 ottobre l'isola è off limits, divieti di ogni genere, di traffico, di sosta, di fermata; la maggior parte degli esercizi pubblici sarà costretta a sospendere le attività; le scuole rimarranno chiuse; saranno impegnate decine di elicotteri, quaranta motovedette della Guardia Costiera, dei Carabinieri e della Finanza, venti moto d'acqua. La costa a nord-est dell'isola è interdetta alla navigazione. Ci sono naturalmente controlli telefonici e su internet, già adesso ci sono problemi di connessione e ancora non si sa tutto. I media ci narrano anche del prossimo presunto “sbarco” degli “antagonisti” dei centri sociali sull’isola ed i contorni della narrazione lo fanno sembrare lo sbarco in Normandia.
I media ci fanno sapere anche che sull’isola sbarcheranno duemilacinquecento componenti delle forze dell’ordine, perciò una popolazione di diciassettemila abitanti sarà sotto assedio. Ora resta da chiedersi da dove nasce la necessità di tante misure di sicurezza su un'isola? Ma di cosa e di chi hanno paura?
Possibile che il terrore regni davvero tra i governanti? È solo una intimidatoria dimostrazione di forza per ammonire la popolazione?
L’antiterrorismo è un mega-business, dell’ordine di centinaia di miliardi, ma la rappresentazione va comunque fuori misura. Non sarà che il Potere sia terrorizzato proprio da se stesso, dal suo stesso nulla?
Questo G7 degli Interni viene gestito con un sovrannumero di uomini e mezzi che ci parlano di oligarchie sempre più distanti e sradicate dalla popolazione, bolle oligarchiche che vivono solo di lobbismo e di propaganda e sono quindi incapaci di confrontarsi anche in una minima dialettica politica, obbligate perciò a schierare un gigantesco apparato militare per sopravvivere sequestrandoci in casa.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


16/12/2018 @ 08:42:01
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