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"Per la propaganda del Dominio, nulla può giustificare il terrorismo; in compenso la lotta al terrorismo può giustificare tutto."

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 22/06/2017 @ 00:55:34, in Commentario 2017, linkato 1741 volte)
La settimana scorsa è morto Helmut Kohl, l’ex cancelliere tedesco salutato come il padre dell’attuale Unione Europea. Nelle celebrazioni si sono messe da parte le modalità della fine politica di Kohl, segnata nel 1999 da un mega-scandalo per finanziamenti illegali al suo partito. Si trattava di un giro di tangenti legato ad affari di vendita di armi alla solita Arabia Saudita.
Pochi giorni fa Pierluigi Bersani ancora osava indicare come un modello i partiti tedeschi, secondo lui “interamente” finanziati dallo Stato e quindi abilitati a selezionare una vera classe dirigente. In realtà in democrazia è diventato impossibile fare distinzione tra la politica ed i suoi flussi di finanziamento, nei quali i fondi pubblici rivestono un ruolo marginale. E la situazione, dai tempi di Kohl, si è persino aggravata, dato che è aumentata la mobilità internazionale dei capitali. Se la forza delle cose ha un peso, è evidente che ricevere finanziamenti da questo o da quello condiziona e restringe i margini di manovra, specialmente se il denaro arriva da tangenti su operazioni di import-export, cioè di mobilità dei capitali.
Il denaro non è solo un movente ma una condizione esistenziale e rappresenta un percorso già tracciato per qualsiasi organizzazione complessa. Per questo motivo alcuni commentatori italiani guardano come ad un paradiso perduto i tempi in cui i nostri partiti erano finanziati principalmente dall’ENI.
Più aumenta la mobilità dei capitali, più questa riesce a farsi dare per scontata come un dato di natura, quindi diventa sempre meno percepibile dal pensiero e dal linguaggio, che tendono a rifugiarsi in categorie astratte e fumose. Il “Financial Times” ci spiega come funziona la “idraulica” della mobilità dei capitali: i capitali affluiscono dalle aree finanziariamente forti verso Paesi più deboli, alimentano bolle speculative e, quando le bolle scoppiano, i capitali defluiscono verso i sicuri lidi di partenza, lasciando la politica del Paese così destabilizzato a parlare di risanamento dei conti e di corruzione, cioè di nulla.

Categoria del tutto astratta è la “politica”, ma anche la “scienza”. La recente polemica sui vaccini ha visto molti commentatori ufficiali attestarsi sullo slogan: “io scienza, tu complottista”; una banalità al cui confronto “io Tarzan, tu Jane” sembra un dialogo platonico. È ovvio infatti che non si può più parlare di “scienza” come se fossimo ancora ai tempi di Robert Koch, che ai suoi inizi attuava le sue ricerche batteriologiche a casa propria e a proprie spese, quindi poteva elaborare il suo metodo senza un condizionamento esterno.
Dai tempi di Koch persino il termine “denaro” ha modificato il suo senso. Non si può concepire l’attuale rapporto col denaro nei termini di un Arpagone o di un papà Grandet, cioè come un oggetto del desiderio percepito chiaramente come altro da sé. Non è un problema ontologico ma di velocità di circolazione dei capitali.
Nel basso medioevo le lettere di cambio aumentarono enormemente la velocità di circolazione dei capitali, ma viaggiavano comunque alla stessa velocità di un essere umano. In epoca di comunicazioni telematiche uno spostamento di capitali è avvenuto ed ha già realizzato i suoi effetti a catena prima ancora che si sia in grado di percepirlo. Oggi il movimento di capitali è più veloce del pensiero e della possibilità di percepirsi rispetto ad un contesto che cambia in base ai flussi di capitale. Pensare ai soldi è roba persino desueta, dato che oggi è il denaro a pensare al posto tuo. L’orrore quasi religioso che molti provano per i cosiddetti “complottisti” (categoria ormai dilatata all’estremo, sino a comprendere qualsiasi timido critico dell’establishment) costituisce appunto il sintomo di questa rassegnata accettazione della condizione di inconsapevolezza.

Le case farmaceutiche intanto non hanno neppure il tempo di complottare, dato che queste sono società per azioni e nelle Borse i capitali rincorrono automaticamente le prospettive di business più remunerativo. I vaccini si producono in milioni di unità e si consumano (o scadono) in tempi brevi; anzi, devono essere pagati dalle autorità sanitarie persino se rimangono nei depositi, come si è constatato nel 2010. È sufficiente perciò la parola “vaccino” per gasare le Borse e far schizzare in alto i titoli di una casa farmaceutica. In queste condizioni come può esistere un’autorità sanitaria “indipendente” in grado di accertare da un lato ciò che è utile e dall’altro ciò che non lo è? Quale istituzione può essere oggi indipendente dal denaro?
A proposito di “vaccini”, vi è ormai un loro uso anche da parte degli “spin doctor” nella propaganda politica, dove si confezionano fake news da “debunkizzare” rapidamente in modo da prevenire e screditare eventuali notizie più fondate. Insomma, l’opinione pubblica viene “vaccinata” contro le notizie pericolose riguardanti qualche candidato. È capitato con Macron, nei confronti del quale si è costruita una falsa notizia circa finanziamenti per la sua campagna elettorale provenienti dalla solita Arabia Saudita. La pronta smentita ha messo in ombra il dato oggettivo che lo stesso Macron, come ministro, fosse casualmente al centro di tutti gli affari di vendita di armi francesi a Riad.
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Di comidad (del 15/06/2017 @ 02:14:59, in Commentario 2017, linkato 1746 volte)
La milizia iraniana dei Pasdaran ha attribuito i recenti attentati di Teheran ad un complotto americo-saudita, tesi che ha trovato qualche sostegno anche tra i timidi commentatori nostrani, i quali hanno convenuto sul fatto che vi sia un tentativo di destabilizzazione dell’Iran. La destabilizzazione a tutto campo operata oggi dall’Arabia Saudita ha determinato per l’Iran anche uno spazio di nuove opportunità. C’è infatti da considerare che una potenza sciita come l’Iran è riuscita ad inserirsi brillantemente nell’attuale crisi che investe i rapporti nel mondo arabo sunnita, cioè tra Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti da una parte ed il Qatar dall’altra.
Anche la Turchia ha preso le parti del Qatar, ed era prevedibile dato che il piccolo emirato di Doha possiede gran parte del sistema bancario turco ed ha regolarmente finanziato le campagne elettorali di Erdogan. Ma in questi giorni sono soprattutto gli aiuti iraniani a consentire al Qatar di sopravvivere all’assedio allestito dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati.
Già nel 2014 sembrava che dovesse scoppiare una crisi del genere nei rapporti tra i Sauditi ed il Qatar. Allora però la petro-monarchia di Riad non aveva ancora ricevuto (o, per meglio dire, non aveva ancora pagato) l’investitura statunitense che CialTrump ha elargito ai Sauditi durante la sua recente visita, perciò Riad dovette accontentarsi di una soluzione fittizia, cioè di vaghe promesse e malfermi impegni di Doha, come non attaccare più il regime militare egiziano dall’emittente Al Jazeera (di proprietà dell’emiro del Qatar) e di non sostenere più i Fratelli Musulmani.
Il contenzioso del 2014 era infatti lo stesso di adesso, cioè l’appoggio finanziario che il Qatar assicura ai Fratelli Musulmani. Proprio grazie a questo appoggio i Fratelli Musulmani avevano stravinto le elezioni in Egitto dopo la “Primavera Araba”, per essere poi rimossi in malo modo da un colpo di Stato militare.
L’Arabia Saudita accusa il Qatar di finanziare il “terrorismo”. In realtà i principali finanziamenti ai gruppi jihadisti provengono proprio dall’Arabia Saudita e solo in seconda battuta dal Qatar. Quando i Sauditi parlano di “terroristi” si riferiscono in effetti ai Fratelli Musulmani, che sono stati messi fuori legge in Arabia Saudita; e non per gli attentati, ma perché sarebbero i prevedibili vincitori di eventuali “libere elezioni”. Il Qatar ha infatti scoperto il recondito segreto del successo elettorale: il denaro. Il risultato elettorale va ad ufficializzare un potere reale e questo si misura in base alla capacità di spesa.

In Italia è appena fallito l’ultimo tentativo di varare una legge elettorale confezionata su misura delle esigenze del Genio di Rignano e del Buffone di Arcore. Si allontana perciò la prospettiva di elezioni anticipate, ma un risultato comunque c’è stato: l’ennesima figuraccia del Movimento Cinque Stelle, fattosi irretire in un’assurda trattativa che ha alimentato nei suoi confronti il sospetto di opportunismo. Non si tratta di scandalizzarsi, dato che normalmente nelle relazioni umane la slealtà è il criterio fondamentale, perciò le regole “buone” sono quelle che ti fanno vincere e, all’occorrenza, possono cambiare anche a partita iniziata; ciò vale per i politici, ma anche i presidi durante i consigli i classe per gli scrutini.
Ma la vera questione sta nell’inadeguatezza di questi patetici tentativi di ritagliarsi sistemi elettorali in base alle proprie esigenze; un’inadeguatezza che evidenzia lo storico spiazzamento che ormai subisce in Italia il ceto politico; un ceto politico che non gestisce più il vero ed unico sistema elettorale che funzioni, cioè il denaro. Sino al 1992 il sistema italiano dei partiti controllava quasi il 100% del sistema bancario ed un 60% dell’industria. Ancora alla metà degli anni ’90 l’IRI costituiva uno dei maggiori gruppi industriali europei.

Il Trattato di Maastricht, ed il conseguente colpo di Stato di “Mani Pulite” ha spazzato via nel corso degli anni ‘90 quella gestione politica dell’economia e della finanza. Esistono ancora forme occulte di finanziamento dei partiti, come l’insider trading da parte di aziende come ENI, ENEL e Finmeccanica che preavvertono i loro amici politici di operazioni di Borsa al rialzo o al ribasso facendo realizzare enormi guadagni con compravendita di azioni. Ma si tratta di risvolti in una tendenza che vede comunque i politici confinati al ruolo di lobbisti o speculatori di secondo rango, che non gestiscono più abbastanza denaro da avere una capacità di mobilitazione elettorale. Il voto di opinione rappresenta la parte meno rilevante dell’elettorato ed è sempre il voto organizzato a risultare determinante. E “organizzazione” la si può considerare tranquillamente un sinonimo di denaro.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


13/12/2018 @ 18:31:51
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