"
"L'elettoralismo risulta così euforizzante perché è una forma di pornografia, attiene cioè al desiderio puro, magari con quella dose di squallore che serve a conferire un alone di realismo alla rappresentazione. Ma i desideri, i programmi e le promesse elettorali non sono la realtà, che è invece scandita dalle emergenze. L'emergenza determina un fatto compiuto che azzera ogni impegno precedente, ed a cui ogni altra istanza va sacrificata, come ad un Moloc. Carl Schmitt diceva che è sovrano chi può decidere sullo stato di eccezione. Ma nella democrazia occidentale vige uno stato di emergenza cronica, cioè uno stato di eccezione permanente, l'eccezione diventa la regola."

Comidad
"
 
\\ Home Page : Archivio (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 13/08/2020 @ 00:32:37, in Commentario 2020, linkato 5745 volte)
Alla destabilizzazione della Siria avviata nel 2011 ha partecipato una notevole coalizione internazionale, composta dagli USA, dalla Francia, dal Regno Unito, dalle petro-monarchie del Golfo Persico e dalla Turchia. L’operazione si è risolta in un parziale fallimento, poiché il regime di Assad ha retto ed ha consolidato la sua alleanza con la Russia e con l’Iran. Un fallimento non completo, poiché la Siria è stata neutralizzata come potenza militare per molti anni a venire.
Da qualche anno l’opera di destabilizzazione si è concentrata nuovamente sul Libano, sede di uno dei principali alleati della Siria e dell’Iran, cioè il partito-milizia sciita Hezbollah. Da anni il Libano è oggetto di sanzioni, di isolamento internazionale e di criminalizzazione politica. Anche la Germania ha collocato Hezbollah nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Dato che Hezbollah è un partito politico che prende molti voti, il fatto di considerarlo un’organizzazione terroristica appare come un chiaro invito ad una nuova guerra civile in Libano.
Il senso strategico di quest’opera di destabilizzazione dell’area del Vicino e Medio Oriente non risulta per niente chiaro. Se lo scopo è di eliminare i possibili avversari di Israele, ciò comunque si andrebbe a scontrare con i limiti di potenza militare dello stesso Israele, che ha largamente dimostrato di non possedere la consistenza per diventare egemone nell’area. Il mito della potenza militare israeliana si regge ancora sulla Guerra dei Sei Giorni del 1967; ma già nel 1973 Israele rimediò una batosta contro l’Egitto e fu salvato dall’intervento, anche se non dichiarato, degli USA. Nel 2006 Israele ha cercato di nuovo di invadere il Libano, rimediando un’altra sconfitta contro una semplice milizia come Hezbollah.
L’unica potenza che può aspirare ad un ruolo egemone nell’area è la Turchia, che detiene anche lo spessore demografico per sostenerne lo sforzo. Attaccando Siria, Iran e Libano, gli USA stanno di fatto “inventando” la Turchia come grande potenza regionale e nei prossimi anni dovranno incaricarsi di ridimensionarla attraverso un’ulteriore opera di destabilizzazione. Del resto la nascita della stessa milizia di Hezbollah, oggi principale bersaglio degli USA, fu un effetto della destabilizzazione del Libano operata da Israele tra la metà degli anni’70 e l’inizio degli anni ’80. Analogamente, l’emergere dell’Iran come potenza regionale è stato l’ovvio risultato della scelta statunitense di liquidare il suo naturale contrappeso nell’area, cioè l’Iraq di Saddam Hussein.

Il motivo di questi apparenti paradossi è che gli imperialismi non procedono per strategie ma, pavlovianamente, per schemi comportamentali. Lo schema imperialistico del destabilizzare i presunti avversari di oggi per crearsi l’avversario da destabilizzare domani, fu inaugurato dal Regno Unito nei primi decenni dell’800 e sostituì lo schema precedente della politica dei contrappesi tra le varie potenze. Lo schema del mobbing internazionale e della criminalizzazione della vittima di turno, che culmina poi in aggressioni aperte, fu sperimentato dal Regno Unito contro la Cina con le guerre dell’oppio.
Il Libano ha vissuto pochi giorni fa un altro capitolo della guerra a bassa intensità di cui è fatto bersaglio. La strana esplosione nel porto di Beirut non è però un episodio da potersi considerare tanto a “bassa intensità”, poiché causerà anche un’ondata di profughi con il conseguente depauperamento demografico del Paese. Sta continuando parallelamente la psywar, la guerra psicologica, contro il Libano. Un analista, “arabo” di etichetta ma in effetti occidentalista puro e duro, ci fa sapere dal suo blog sul “Fatto Quotidiano” che dopo le sanzioni, l’isolamento, la criminalizzazione e l’esplosione, ora il Libano rischia la “credibilità”.
“Credibilità” è una delle parole magiche del lessico del politicorretto, un nonsenso che serve a dissimulare il fatto che un certo Paese sia sotto un mobbing internazionale e che gli aggressori si atteggino a giudici imparziali della loro vittima. Come già aveva fatto dieci anni fa il suo collega Robert Ford in Siria, oggi l’ambasciatrice USA in Libano, Elizabeth Richard, si prodiga in una instancabile opera di “denuncia” dei mali del Paese: la “corruzione” e Hezbollah. L’ambasciatrice ha anche potuto rivendicare il ruolo di vittima, poiché la magistratura libanese ha sanzionato un’emittente che aveva diffuso sue dichiarazioni che istigavano alla guerra civile contro Hezbollah. Che gli ambasciatori USA approfittino delle loro immunità e dei loro privilegi diplomatici per trasformarsi in capi della rivolta contro il regime che li ospita, è già abbastanza criminale; sarebbe poi interessante vedere se i media USA sarebbero disposti a concedere altrettanto spazio ad ambasciatori stranieri che denunciassero i mali americani, auspicando magari una guerra civile come soluzione.

Il tema della corruzione è molto caro alla propaganda USA poiché molto “gerarchizzante”, pone cioè il Paese che è oggetto della “denuncia” in palese stato di inferiorità morale. Il governo libanese di Hassan Diab non ha esitato a sottomettersi ed umiliarsi e, all’atto delle dimissioni, ha attribuito il disastro del porto di Beirut alla “corruzione endemica” dell’amministrazione. Si tratta di un’affermazione senza senso poiché il Libano di sessanta anni fa era corrotto quanto e più di quello attuale, eppure Beirut era una città-vetrina che riscuoteva l’ammirazione invidiosa degli occidentali. Si tratta comunque delle regole del mobbing, che prevedono che l’essere aggrediti sia una colpa e che l’aggredito debba sentirsi in colpa.
Gli USA non rischiano accuse di questo genere, anzitutto perché sono al vertice della gerarchia internazionale, ed anche perché da loro la corruzione è stata da tempo legalizzata dalla Corte Suprema, che ha riconosciuto la liceità dei finanziamenti delle corporation ai politici, ciò in nome della libertà di espressione. Quindi ciò che altrove viene etichettato come corruzione, negli USA si chiama “libertà”. Tanta saggezza ha riscosso da noi il plauso del Centro Einaudi.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di comidad (del 20/08/2020 @ 00:28:06, in Commentario 2020, linkato 5446 volte)
La pubblicazione degli atti riservati del Comitato Tecnico Scientifico che ha assistito il governo nel corso dell’emergenza Covid, conferma quanto già si poteva intuire. La scelta governativa di drammatizzare l’emergenza e di imporre il lockdown generalizzato, non era imposta dalla “Scienza”, bensì dettata da altre considerazioni rimaste inconfessate. Incurante della smentita del proprio operato derivante da quegli atti ora resi pubblici, il governo imbocca la strada di una nuova stretta emergenziale.
Gli effetti economici di questa nuova stretta saranno disastrosi, poiché sarà sufficiente il timore di un nuovo lockdown generalizzato a scoraggiare la ripresa di molte attività industriali e commerciali nel prossimo settembre. L’ipotesi di un movimento a vu del PIL, cioè una rapida risalita dopo la drastica discesa, andrà a farsi benedire. Ciò che invece ne risulterà rafforzato sarà il vincolo europeo, l’eurodipendenza dell’Italia dal Recovery Fund e dal MES. Le classi dirigenti italiane non hanno esitato a sacrificare l’economia pur di assicurarsi la perpetuazione di quel vincolo esterno che consente loro di tenere in condizione di crescente sottomissione le classi subalterne. È chiaro infatti che si sacrifica l’economia, si scopre che il PIL non è poi così sacro come ci avevano raccontato, ma non si tralascia il business riservato a pochi. Per le multinazionali del digitale il lockdown è stato un affare, poiché ha impresso una spinta decisiva alla concentrazione monopolistica del commercio ed al caporalato digitale.
Tutto ciò accade nel Sacro Occidente dei “diritti umani” e dello “Stato di Diritto”, lo stesso Occidente che non rinuncia mai a fare la morale agli altri e non rinuncia neppure ad usare questa “morale” per destabilizzare altri Paesi. Ora sta toccando anche alla Bielorussia. Quel Macron che non aveva esitato ad usare l’emergenza Covid per stroncare l’ondata di scioperi contro la sua “riforma” delle pensioni, ora lancia proclami per sostenere le manifestazioni, vere o presunte, contro il “dittatore”. L’appello di Macron all’Unione Europea contro il regime bielorusso non è soltanto un’ingerenza negli affari interni di un altro Paese, è un vero e proprio atto di guerra declinato secondo i canoni dell’ipocrisia propagandistica, che manda avanti la UE per dissimulare le mire del vero padrone dell’Europa, cioè la NATO, anch’essa con tanto di sede centrale a Bruxelles.
Il copione è quello consolidato, già visto sette anni fa in Ucraina: un’informazione unilaterale che dipinge il “dittatore” Lukashenko assediato da folle (invariabilmente “oceaniche”) che invocano la “democrazia”, con il corollario dell’isolamento internazionale e delle sanzioni economiche. L’attuale regime di Minsk non è particolarmente filorusso, anzi conduce da anni un contenzioso economico con la Russia; ma non è neppure pregiudizialmente antirusso, e ciò è sufficiente per la vicina Polonia e per la NATO per considerarlo come non affidabile.

L’elezione dell’ex attore Zelensky alla presidenza dell’Ucraina aveva segnato l’emarginazione delle formazioni neonaziste. Nel dicembre scorso Russia e Ucraina avevano addirittura avviato un processo di distensione che sembrava preludere ad una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. La destabilizzazione della Bielorussia ora rimette tutto in discussione e vanifica l’attività diplomatica di Putin e Zelensky. Il regime di Mosca rischia ora di ritrovarsi un altro Paese ostile ai confini e non è affatto detto che anche stavolta Putin riesca a tenere buono l’esercito; tanto più che attualmente la multinazionale russa Gazprom è in difficoltà finanziaria e non ha più i soldi per comprarsi i generali e i colonnelli, come fece nel 1991, quando liquidò l’Unione Sovietica.
Il Sacro Occidente si getta quindi in una nuova avventura della destabilizzazione e la ludica superficialità con cui la propaganda mediatica chiama l’opinione pubblica a partecipare al mobbing ed al linciaggio, rende il quadro ancora più preoccupante. In questo contesto i nostri media non hanno trovato di meglio che sgridare il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che, in un vago sussulto di cinquestellismo dei vecchi tempi, stava esitando ad imbarcare il governo italiano nell’ennesima impresa salvifica da parte dell’occidentalismo. I media hanno ammonito Di Maio dicendogli che in tal modo egli rischia di isolare l’Italia dall’Occidente, come era già accaduto nel caso del Venezuela. Alla fine perciò, dopo tante esitazioni, anche il nostro tremebondo ministro degli esteri si è allineato al coretto europeo

Per i nostri media non esistono le considerazioni di prudenza, non esistono le preoccupazioni di carattere economico e politico che consiglierebbero di non mettere la Russia con le spalle al muro. Certo, c’è la disciplina NATO che nelle occasioni belliche irreggimenta i media più di quanto già non lo siano di solito. Ma c’è anche un “richiamo della foresta” più profondo che la nostra oligarchia subisce di fronte all’Occidente, cioè a quel vincolo esterno, quell’assetto di alleanze internazionali che garantisce i rapporti di classe interni.
Anche negli anni ’90 con la destabilizzazione della Jugoslavia e nel 2011 con l’attacco alla Libia, i media italiani non considerarono il grado di integrazione economica che quei due Paesi avevano con l’Italia. I banchieri e gli industriali che possiedono i nostri media non diedero peso alle conseguenze per l’export italiano derivante dalla perdita del mercato jugoslavo; tantomeno si fecero commuovere dai danni che la caduta del regime di Gheddafi comportava per ENI, Finmeccanica e Impregilo. Il riflesso condizionato delle oligarchie non è quindi di assicurare lo sviluppo economico ma di garantirsi quel vincolo coloniale che consente loro di ricattare e sottomettere le classi subalterne. Ogni colonialismo quindi è un autocolonialismo, un modo di gettare nello scontro di classe il peso degli alleati esterni.
L’autocolonialismo italiano contribuisce peraltro al clima generale di destabilizzazione internazionale, dato che deforma l’autopercezione dei nostri “partner”. Con la loro querula deferenza verso la Merkel, i nostri governi puntellano e gonfiano il mito della potenza tedesca a dispetto di ogni dato oggettivo. Analogamente, il governo italiano sta offrendo a Paesi poco rilevanti, come ad esempio la Finlandia, un’occasione di sfrenato protagonismo, confermandoli persino nell’idea assurda di essere loro a sostenere le economie del Sud Europa.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (2)
Bollettino (7)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (52)
Commentario 2017 (52)
Commentario 2018 (52)
Commentario 2019 (52)
Commentario 2020 (39)
Commenti Flash (61)
Documenti (45)
Falso Movimento (7)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (14)
Links (1)
Storia (7)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


19/09/2020 @ 03:53:10
script eseguito in 90 ms