"
"La distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato. Ogni organizzazione di un potere politico cosiddetto provvisorio e rivoluzionario per portare questa distruzione non può essere che un inganno ulteriore e sarebbe per il proletariato altrettanto pericoloso quanto tutti i governi esistenti oggi."

Congresso Antiautoritario Internazionale di Saint Imier, 1872
"
 
\\ Home Page : Archivio (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 26/01/2023 @ 00:13:50, in Commentario 2023, linkato 25933 volte)
Finalmente è tutto chiaro. Ora sappiamo che cosa ha messo fuori gioco per trent’anni i trecentomila sbirri, le telecamere di sorveglianza, le microspie, le intercettazioni telefoniche ed ambientali, i tracciamenti elettronici, il riconoscimento biometrico e facciale, le foto satellitari, eccetera. La colpa è tutta del salumiere, del tassista e del pescivendolo del paesino, che con la loro omertà coprivano la latitanza del superboss. Dannati favoreggiatori.
Questo tipo di recriminazioni, in cui i media oggi si stanno impegnando, risulta persino più demenziale del gossip sulla vita intima di Messina Denaro, un super-divo di cui la gran parte dell’opinione pubblica non sapeva nemmeno l’esistenza, ed assurto alla gloria in funzione dello spot pro governo della presunta cattura. Basti considerare che si è di fronte ad uno Stato che tranquillamente ammette di non essere impermeabile alle commistioni col crimine organizzato; per cui un cittadino che volesse denunciare, non potrebbe mai essere sicuro dello “sportello” a cui rivolgersi senza incorrere nel rischio di diventare a propria volta un bersaglio. Si tratta del consueto paradosso, per cui lo Stato e le sue Forze dell’Ordine, per poter funzionare, richiederebbero un popolo ideale, capace di fare tutto lui; ma, se esistesse un popolo così, si renderebbe del tutto superfluo lo Stato. Il paradosso si scioglie se si riconosce che lo Stato non esiste, è solo una finzione giuridica che fa da alibi per gerarchie sociali tutt’altro che trasparenti, ed inoltre trasversali alle astratte categorie del Diritto, come il pubblico ed il privato, o il legale e l’illegale. Chi una volta diceva che la mafia non esiste, pronunciava una mezza verità, che risultava però fuorviante se non completata con la constatazione che non esiste neppure lo Stato. Esiste il potere, il quale è superiore a certe distinzioni pretestuose e naviga a gonfie vele nell’incertezza del Diritto, tanto che neppure i potenti risultano effettivamente consapevoli di operare fuori della legalità. Il potere non è regola ma gerarchia; e la gerarchia si esalta tanto più nell’incertezza normativa, per cui la sottomissione al potente resta l’unico punto fermo.
A molti dà fastidio scoprire che la realtà non può essere rappresentata a compartimenti stagni e che il potere si ripresenta ovunque con gli stessi schemi, di cui il principale è sempre l’incertezza, la confusione; e non per niente ci troviamo nell’epoca dell’emergenzialismo cronico, dello stato di eccezione permanente.

L’istituzione sociale di base, la Scuola, è il campo in cui la tecnica confusionale è stata maggiormente sperimentata, per cui ogni ministro dell’istruzione, compreso l’ultimo, arriva proclamando di voler ristabilire la “autorevolezza” degli insegnanti; il che è già un bel casino, dato che nessuno è ancora riuscito a dare un minimo di definizione della autorevolezza. Lo stesso ministro poi non perde occasione di umiliare ulteriormente gli insegnanti, annunciando che essi saranno vessati in base ad un’altra categoria fumosa: il “merito”. In più il ministro pretenderebbe un’irreprensibilità degli insegnanti anche fuori scuola, impedendogli persino di bestemmiare nei post. Come a dire: cercate di entrare nelle grazie del dirigente scolastico e nella sua “cupola”, altrimenti ci inventeremo qualcosa per perseguitarvi.
Insomma, il potere reale sfugge alla dimensione istituzionale e rivendica la propria extralegalità, per cui sostenere un’alterità della mafia risulta poco plausibile. Tutta la narrativa ottimistica sul potere, dal Leviathan di Hobbes alla leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, descrive la vicenda come la cessione della propria libertà da parte dei singoli in cambio di ordine; sennonché all’atto pratico il potere per riprodursi ha bisogno di moltiplicare il caos, tanto che il confine tra forze dell’ordine e crimine organizzato, tra legale ed illegale, non è per niente delineato; per cui il potere fa appello proprio a quei facinorosi che dovrebbe tenere a bada.
La tardiva cattura del superboss Messina Denaro ha alimentato le annose polemiche sulla “trattativa Stato-mafia” sulla questione del regime carcerario del 41bis, tanto che alcuni ipotizzano che anche l’anarchico Alfredo Cospito venga usato in questo negoziato come un ostaggio, come a dire: se non abolite il 41bis per i mafiosi, allora lo useremo anche contro chi non c’entra nulla col crimine organizzato. Pare accertato a livello giudiziario che si sia svolto effettivamente un negoziato tra funzionari delle forze dell’ordine e ministri da una parte, e boss latitanti dall’altra parte. Il quadro potrebbe vantare però una maggiore attendibilità se tenesse conto anche del terzo interlocutore che non può mancare, visto che ci si trova in un territorio iper-militarizzato come la Sicilia.
A suo tempo Pio La Torre denunciò il ruolo svolto dalla mafia nell’installazione dei missili nella base di Comiso, per cui i contadini furono “convinti” con metodi non ortodossi a cedere senza proteste i propri terreni. L’aver segnalato questo fatto costò la vita a La Torre ed al suo autista, Rosario Di Salvo. Negli anni successivi Francesco Cossiga, che da Presidente del Consiglio aveva avviato l’installazione dei missili, confermò le denunce di La Torre, e riconobbe anche di aver usato la vicenda dei rapporti tra NATO e mafia come arma di ricatto per sedare alcuni attacchi personali che gli provenivano dagli USA. Ovviamente i media non raccolsero minimamente queste “rivelazioni”, dato che Cossiga era ormai entrato nel ruolo del “matto” che può dire ciò che vuole senza conseguenze. L’identico paradigma si è ripresentato nel caso del MUOS di Niscemi, un sistema militare di comunicazione e di armamento satellitare. In questa circostanza il ruolo svolto dalla mafia è stato ancora più esplicito, non soltanto negli appalti ma anche nell’esercitare l’intimidazione nei confronti dei cosiddetti NO-Muos. A causa della vicenda del MUOS vi fu anche una guerra di mafia, ed alcuni boss attuarono uno scisma di Cosa Nostra, dando vita ad una nuova organizzazione denominata “Stidda”.

Pur nell’apparente dicotomia delle rispettive posizioni, gli ex magistrati Nordio e Scarpinato riconoscono che Cosa Nostra e 'Ndrangheta fanno parte dell’establishment. La cosa a Nordio magari piace mentre a Scarpinato no, ma il problema vero è vedere a che titolo le cosiddette mafie sono entrate a far parte dell’establishment, cioè come agenzie di controllo coloniale sul Meridione; colonia militare ma anche colonia deflazionistica, perché il crimine organizzato è anche uno strumento per deindustrializzare il Sud. La presenza mafiosa ha quindi svolto una funzione ideologica non indifferente, visto che è diventata un ottimo alibi per il sottosviluppo del Sud; perciò nella propaganda ufficiale il “magistrato antimafia” ha assunto il ruolo di “civilizzatore” del territorio barbaro. Ma anche in questo quadretto c’è un inghippo, dato ciò che le stesse indagini ufficiali mettono in evidenza, cioè che anche le mafie drenano risorse dal Sud per reinvestirle al Nord o addirittura in Germania.
Vi è un gioco delle parti tra destra e sedicente sinistra, per cui ad una sinistra dedita alla fiscolatria ed alla magistratolatria, corrisponde una destra fiscofoba e magistratofoba; cosa che sembrerebbe strana, dato che la maggior parte dei magistrati fa riferimento alla destra, sennonché si tratta appunto di un gioco delle parti. Ogni potere deve recitare la parte della vittima per poter fare meglio il carnefice. Per la sedicente sinistra, la magistratolatria è l’ovvia conseguenza dell’abbandono dell’internazionalismo proletario a favore dell’internazionalismo della finanza. Se ci sono i poveri, non è perché c’è lo sfruttamento, bensì perché c’è la “corruzione”, a cui devono porre argine i mitici PM. La corruzione è un falso bersaglio davvero ideale, perché è un tema interclassista e tipicamente coloniale; infatti solo un potere esterno ad uno Stato può valutarne oggettivamente il grado di corruzione, per cui la corruzione è una sorta di discrimine tra popoli di serie A e popoli di serie B. La lotta alla corruzione è quindi diventata uno dei nuclei ideologici principali del neocolonialismo. In questa specifica campagna di propaganda si distingue la Banca Mondiale, la quale come budget non è granché rispetto alla banca consorella, il Fondo Monetario Internazionale, però nella funzione di indottrinamento e di intossicazione mediatica svolge un ruolo di primo piano.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di comidad (del 02/02/2023 @ 00:11:51, in Commentario 2023, linkato 29222 volte)
Alfredo Cospito non è né un mafioso né un corrotto, perciò il ministro Nordio ha giustamente stabilito che il garantismo non gli spetta. Nordio ci ha spiegato che Cospito si merita il 41bis perché è cattivo; così ammettendo che in questa circostanza il 41bis non è usato secondo la sua finalità dichiarata, cioè a titolo cautelativo, per impedire ad un criminale potente le relazioni di potere interne ed esterne al carcere, bensì con uno scopo vendicativo contro un nemico debole che di potere non ne avrà mai. Il ministro ha confessato: la legalità è una buffonata ed è solo il potente a decidere. In questa occasione Nordio ha riscosso l’avallo persino dal suo fustigatore personale, Marco Travaglio. In soccorso al governo è arrivata la goffa narrativa mediatica sull’offensiva della “galassia anarchica”. Ma perché accontentarsi della misera galassia, quando ci sono pure l’universo e il multiverso?
Il governo Meloni quindi tira dritto, in atteggiamento di fermezza sotto gli attacchi di coloro che si illudono di intimidirlo, manco fossero parenti di Biden. Il governo respingerà le orde degli anarchici, allo stesso modo in cui ha sgominato quelle dei percettori del reddito di cittadinanza, che pretendevano di vivere di sussidi statali credendosi di essere John Elkann. Ristabilite le dovute gerarchie sociali, Meloni e soci si godono così questo epico momento di gloria, accomunandosi al loro eroe Zelensky, che ora verrà a concionare le platee del prossimo festival di Sanremo.
Mai sottovalutare la futilità, perciò sia lungi da chicchessia disdegnare la questione di Zelensky a Sanremo, poiché da sempre l’intrattenimento è uno dei veicoli principali di propaganda del potere. Le obiezioni che ha suscitato l’ennesimo atto di presenzialismo del presunto presidente ucraino persino in insospettabili ambienti filo-NATO, riguardano probabilmente l’eccessiva spudoratezza dell’operazione, in quanto la propaganda è tanto meno efficace quanto più è evidente.
Un film del 1994, Forrest Gump, rappresentò uno degli esempi più efficaci di sintesi tra intrattenimento e propaganda, una specie di manifesto dell’americanismo, che indicava a tutti i popoli la via maestra per americanizzarsi, cioè l’istupidimento. Fu proprio uno dei maggiori estimatori del film, Walter Veltroni, a riconoscerne la valenza ideologica e ad adottarla senza riserve. Chi conosce Veltroni dai tempi della giovinezza, è pronto a giurare che questi fosse già cretino di suo e che Forrest Gump non c’entri; ma la questione trascende gli aspetti meramente biografici. Si tratta infatti di capire che tutta l’operazione di understatement su cui è basato quel film, comporta un decisivo sottinteso. La chiave del successo propagandistico dell’americanismo infatti non consiste nel grado di considerazione nei confronti degli USA, bensì nella criminalizzazione dei suoi avversari di turno. L’understatement americano implica un overstatement per ciò che riguarda la cattiveria dei nemici; alla minimizzazione delle responsabilità americane corrisponde un’esagerazione sulle responsabilità altrui. Insomma, gli USA non saranno granché, ma il vero problema è quello dei vari Hitler con cui sono costretti ad avere a che fare.

A proposito di Sanremo, c’era una canzone del festival del 1969 che, trattando dell’invadenza pubblicitaria, diceva: “Se non vuoi farti la faccia a fette, devi usare queste lamette”. In effetti il massimo del feticismo della merce, l’accesso della merce alla sfera del sacro, non si verifica quando si dà retta alle sue promesse di felicità, bensì allorché si crede alla capacità di quella merce di scongiurare una catastrofe. Abbiamo visto infatti come il fascino dei sedicenti vaccini non consistesse nel darti una bella vita, ma nel tenere lontana la morte. Ciò vale anche per la merce più importante di tutte, cioè le armi. Non si tratta infatti di innamorarsi di bombe, missili e carri armati; al contrario, si può provarne all’inizio tutta la ripugnanza del caso, salvo comprendere che le armi sono purtroppo indispensabili per tenere a bada i cattivi. L’amore ed il culto devono provenire non da superficiale passione, bensì da questo senso di mistica ineluttabilità, tipico di persone adulte e responsabili. Solo in questo spirito lo spot pubblicitario può essere vissuto come una vera avventura, un’intensa esperienza esistenziale. Non ci si vende soltanto un prodotto, ma anche euforia.
Verso la fine del suo mandato, il presidente USA Eisenhower segnalò l’ingerenza eccessiva del cosiddetto “complesso militare-industriale” nella politica americana. Negli anni ’60 un ingegnere statunitense, Seymour Melman, dimostrò che quel concetto di “complesso militare-industriale” era già obsoleto e superato dai fatti. Robert McNamara, segretario alla Difesa con i presidenti Kennedy e Johnson, aveva infatti trasformato il Pentagono in qualcosa di simile ad un ministero delle partecipazioni statali, configurando un tipo di capitalismo in cui la mano pubblica e le corporation private si saldavano condizionando ed indirizzando l’intera economia della nazione. Il Pentagono era diventato sia un centro di ricerca tecnologica, sia un committente/finanziatore per l’uso industriale e commerciale di quelle ricerche. Melman individuava nel “capitalismo del Pentagono”, cioè nella cronicizzazione dell’economia di guerra, il principale responsabile del declino industriale americano, con il conseguente decadimento delle infrastrutture ed il crollo delle condizioni di vita della popolazione.
A svolgere un ruolo analogo a quello del Pentagono, oggi negli USA c’è anche la principale agenzia di intelligence, la National Security Agency. A ben vedere però, la descrizione di questo capitalismo del Pentagono e della NSA, non completa il quadro, poiché tra gli anni ’70 e ‘80 un nuovo attore è intervenuto a complicare il tutto, cioè il sedicente neoconservatorismo, indicato spesso con l’etichetta “Neocon”. Già l’ossimoro del nome neoconservatorismo dovrebbe mettere sull’avviso: conservatori ma anche nuovi, provenienti dalla sinistra ma di destra; insomma, tutto ed il contrario di tutto, facendo appello ad ogni possibile suggestione del linguaggio; tanto che alcuni hanno creduto che i neocon fossero davvero di provenienza trotzkista e non dei semplici ladri di slogan. I Neocon sono una lobby di piazzisti delle armi che si è costituita come un finto gruppo ideologico, ed attinge a qualsiasi ideologia per creare gli slogan pubblicitari di volta in volta utili allo scopo, cioè vendere armi provocando guerre. I Neocon si sono da decenni impadroniti del Dipartimento di Stato e contendono al Pentagono la gestione dei miliardi della spesa militare.

In Italia c’è un organo di stampa che fa riferimento ai Neocon americani, ed è “Il Foglio”, fondato da Giuliano Ferrara. Questi ogni tanto si fa prendere da slanci lirici e canta l’epopea dei Neocon, i quali, secondo Ferrara, sarebbero stati inascoltati profeti di sventura durante il sogno pacifista clintoniano degli anni ’90, sino a che la nuova Pearl Harbour rappresentata dall’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, non avrebbe dato la sveglia a tutti.
La fortuna mediatica del paragone tra l’11 settembre e Pearl Harbour, dimostra come sia efficace la tecnica pubblicitaria dei Neocon. “Pearl Harbour” non è più un episodio storico ma uno schema narrativo: l’americano troppobuonista e pacioccone che viene aggredito a tradimento dal malvagio. Qui non si tratta di confutare le mitologie su Pearl Harbour e sull’11 settembre; anzi, si può tranquillamente far finta di dare per acquisite tutte le narrazioni ufficiali sull’uno e sull’altro episodio. Ma è proprio prendendo per buone le narrative ufficiali che il paragone tra l’11 settembre e Pearl Harbour risulta infondato. Presentare l’11 settembre come un attacco proditorio ed inaspettato infatti contrasta con la stessa versione ufficiale. Ci si è parlato infatti di terroristi sauditi e di un mandante, Osama bin Laden. Quella versione ufficiale faceva riferimento a specifici precedenti. Nel giugno del 1996 a Dharan, in Arabia Saudita, diciannove militari americani furono uccisi in un attentato alle Khobar Towers, delle torri residenziali per il personale delle basi militari americane che si sono insediate in Arabia Saudita dal 1990 con il pretesto della prima Guerra del Golfo.
C’era quindi un precedente grave di appena cinque anni prima, cioè un attentato ad altre torri, contro militari americani; c’era anche un oggetto del contendere piuttosto sostanzioso, cioè l’occupazione militare dell’Arabia Saudita da parte degli USA. Come se ciò non bastasse, nel giugno del 2001, meno di tre mesi prima dell’11 settembre, gli USA avevano lanciato un allarme sul rischio di altri attentati terroristici da parte di bin Laden. Questi allarmi furono riportati minuziosamente in un articolo sul quotidiano “La Repubblica”, nel quale si precisava che lo Stato complice del capo terrorista saudita era l’Iran.
> Il “pacifista” Clinton aveva ovviamente cercato di far fuori bin Laden e, nell’agosto del 1998, aveva compiuto due attacchi aerei e missilistici contro presunti obbiettivi di al Qaeda; uno contro basi terroristiche al confine tra Afghanistan e Pakistan, e un altro obbiettivo in Sudan: una fabbrica chimica, che è poi risultata essere una semplice industria farmaceutica. In quell’occasione tra i bersagli non c’era bin Laden in persona, poiché, secondo la versione americana, questi risiedeva in Pakistan. Quest’ultimo dettaglio è stato ripreso da Barack Obama quando ci è stata raccontata l’eliminazione di bin Laden.
Sino all’11 settembre si era raccontata una storia precisa: c’era una guerra in corso contro bin Laden e c’era un preciso oggetto del contendere; non un generico odio verso gli USA o l’Occidente, bensì l’occupazione militare dell’Arabia Saudita da parte di militari americani. I complici di bin Laden cambiavano nella narrazione, una volta era il Pakistan, un’altra volta era l’Iran; certo è che la fiaba degli americani ignari che dormivano sonni tranquilli senza sapere di essere minacciati, è del tutto smentita dalle notizie della stampa ufficiale. Le contraddizioni nelle dichiarazioni dei governi sono spiegabilissime; infatti i bugiardi spesso dimenticano le loro stesse bugie, e poi i governi non sono entità compatte, per cui ogni cosca può aver agito per conto proprio, per poi cercare una versione comune in modo da evitare di sputtanarsi a vicenda. Da buoni pubblicitari, i Neocon conoscono però la tecnica per trasformare le incongruenze narrative in suggestione, ed il funzionamento dei media inevitabilmente gli viene in soccorso, rimuovendo e resettando tutto ciò che possa smentire lo spot. Il venditore di armi ed il venditore di notizie hanno infatti lo stesso bisogno di allegare al proprio prodotto un’emozione e un’euforia che lo rendano appetibile e desiderabile per i consumatori. In base a questa comune logica commerciale, non c’è da stupirsi che anche le “notizie” diventino spot. Non è più semplice propaganda, ma vera e propria pubblicità, perché l’attenzione/tensione è puntata sul prodotto, sulla merce salvifica che ci ripara dalla catastrofe incombente: prima i finti vaccini che scacciavano la morte, ora le armi che ci salvano da Putin. La merce-notizia si è feticizzata e consacrata anch’essa di riflesso alla sacralità delle armi e dei “vaccini” che sta promuovendo, diventando a sua volta un veicolo di salvezza contro l’infezione delle fake news. Anche il sacro è contagioso.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (5)
Bollettino (7)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (52)
Commentario 2017 (52)
Commentario 2018 (52)
Commentario 2019 (52)
Commentario 2020 (54)
Commentario 2021 (52)
Commentario 2022 (53)
Commentario 2023 (53)
Commentario 2024 (15)
Commenti Flash (61)
Documenti (30)
Emergenze Morali (1)
Falso Movimento (11)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (33)
Links (1)
Manuale del piccolo colonialista (19)
Riceviamo e pubblichiamo (1)
Storia (9)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/04/2024 @ 09:29:28
script eseguito in 112 ms