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"La ricerca scientifica è una attività umana, perciò merita, come ogni attività umana, tutto lo scetticismo possibile; altrimenti cesserebbe di essere ricerca per costituirsi come religione inquisitoria."

Comidad (2005)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 14/09/2023 @ 00:09:59, in Commentario 2023, linkato 7831 volte)
Dopo fattacci come quelli avvenuti a Caivano, la politica e i media tendono automaticamente a creare un clima catartico, di aspettativa per un collettivo riscatto morale dal degrado; ed è appunto in questo clima che avvengono i peggiori disastri (ed anche i migliori affari). Era scontato che vi sarebbero stati da parte del governo i soliti esibizionismi di potenza poliziesca, che dovrebbero garantire la palingenesi morale e invece lasciano tutto come prima; anzi, peggio di prima. Non potevano mancare neppure le interviste alla dirigente scolastica dell’Istituto “Morano”, che è uno storico polo di istruzione tecnica nel Parco Verde di Caivano. Tra le dichiarazioni della preside c’è anche un appello alla Meloni a fornire a Caivano insegnanti bravi, anzi i più bravi. Come a dire che gli insegnanti che oggi la preside ha a sua disposizione, sono delle pippe. Fin qui ci potrebbe anche stare: uno se ne fa una ragione e tira avanti. Il problema riguarda però gli effetti pratici di certe dichiarazioni. Il primo effetto, il più ovvio, è che gli studenti avranno un alibi in più per non fare nulla, visto che lo dice pure la preside che i loro insegnanti non sono all’altezza. Ma c’è un effetto persino più insidioso, che è quello di alimentare oltre misura la naturale mitomania degli adolescenti, determinando in loro la convinzione di meritarsi l’avvento di una sorta di docente messia, un concentrato di sapere e di carisma in grado di “formare” le giovani menti. Si prospetta così un ideale scolastico ultra-autoritario, basato sulla figura di un insegnante narcisista e manipolatore, che ipnotizza gli studenti col suo fascino magnetico.
Un ulteriore effetto sarà quindi quello di deteriorare maggiormente il già precario equilibrio mentale degli insegnanti, i quali tendono sempre più a reagire alla privazione della loro dignità di cittadini e di lavoratori con la fuga nei personali deliri di grandezza. La sottomissione della categoria docente viene attuata “premiando” il conformismo dei singoli insegnanti, offrendogli l’euforia di un irrealistico senso di superiorità nei confronti dei colleghi. Ciò che rende la scuola attuale un inferno, non è soltanto il comportamento aggressivo e insolente dei dirigenti, degli studenti e dei genitori, ma soprattutto quello degli insegnanti, impegnatissimi nel mobbing orizzontale, cioè nel calunniarsi e nel gettarsi discredito a vicenda. Una volta la compresenza di più insegnanti era un fattore di scoraggiamento delle aggressioni fisiche e verbali da parte di studenti e genitori, mentre oggi le incoraggia, poiché ogni insegnante coglierà l’occasione per sottolineare esclusivamente le manchevolezze dei colleghi; ciò corrisponde ad un politicamente corretto che impone agli insegnanti di non essere “corporativi”. Il politicamente corretto ha i suoi momenti maniacali ma, ovviamente, anche quelli depressivi; perciò gli studenti ed i genitori, a cui è concesso di ergersi a giudice e boia degli insegnanti, devono poi scoprire che, quando si tratti di alternanza Scuola-lavoro, gli studenti sono soltanto carne da macello da immolare al moloch delle aziende.
In questo ultimo quarto di secolo la Scuola è stata un laboratorio sociale di privazione della dignità e di incentivazione del conformismo, a livello degli esperimenti di psicologia sociale di Asch e Milgram. Lo schema manipolatorio di combinare l’umiliazione del singolo con la sollecitazione delle sue manie di grandezza, è probabilmente ancestrale e intrinseco ad ogni forma di potere, anche la più arcaica. Lo schema ha però ricevuto una sistematizzazione scientifica con le tecniche di management dell’ultimo secolo. Il paradigma avvilimento-euforia è stato poi largamente applicato durante la psicopandemia. In quella circostanza si è riconfermato che la privazione della dignità personale viene compensata, “premiata”, con l’ebbrezza di partecipare ad un evento epocale; il che comporta anche l’incentivazione di un comportamento poliziesco e delatorio nei confronti degli altri cittadini.

In altre epoche i genitori si accontentavano di valutare la “bravura” di un insegnante proporzionalmente alla quantità di compiti che assegnava; ma il basso livello degli insegnanti è diventato un problema assillante (anzi, un’emergenza) solo di recente; e infatti dove c’è emergenza, c’è business. Non è il bisogno a creare la domanda di una merce, bensì è l’offerta di una merce a creare artificialmente il bisogno. Ci si è accorti che gli insegnanti fanno schifo da quando gli si può vendere la formazione. Con la riforma scolastica del 2015 il dovere della formazione dei docenti è stato ulteriormente rafforzato ed istituzionalizzato, ma in realtà sono quasi quaranta anni che gli insegnanti di ogni grado di istruzione sono costretti a sottoporsi a corsi di formazione. Dopo decenni di formazione i docenti sono però tuttora inadeguati, necessitano di sempre più dosi di vaccino … pardon, di sempre più dosi di formazione. Ad emergenza cronica corrisponde business eterno.
La merce va pubblicizzata, magari con spot e relativi testimonial. Non sempre i testimonial sono consapevoli di essere stati prescelti dai media per questa funzione pubblicitaria. Probabilmente è il caso di Giulia Pedretti, imprenditrice ventisettenne, che è stata elevata dalla rivista statunitense “Forbes” al rango di eroina e di modello esemplare per le giovani generazioni. Quando un’imprenditrice che fattura appena qualche milione di euro, viene celebrata in questo modo esagerato, e tutti gli altri media si allineano a riprendere enfaticamente questa mitologia, è evidente che si tratta di strumentalizzazione pubblicitaria. Nella biografia della Pedretti c’è infatti questo dettaglio prezioso di aver scelto la giusta formazione. Anche se la Pedretti sgamasse la strumentalizzazione di cui è fatta oggetto, non potrebbe comunque sottrarsi, poiché è evidente che gliela farebbero pagare cara.
Il vero target della campagna pubblicitaria lanciata da “Forbes” e ripresa dagli altri media, non è genericamente quello dei giovani. Per i ragazzi che non dispongano di alcuna risorsa finanziaria, il mito della Pedretti può risultare persino irritante, poiché è chiaro che questa ha potuto permettersi delle spese che non sarebbero alla portata delle tasche dei più. Il target della campagna pubblicitaria di “Forbes” è invece quello dei giovani del ceto medio le cui famiglie dispongano ancora di qualche soldino da spendere; famiglie che hanno da parte dei risparmi, non abbastanza da consentire ai loro ragazzi di avviarsi un’attività, ma sufficienti per pagarsi l’illusione della formazione presso una delle tante aziende che vendono il prodotto. Pare che anche Milena Vaccinelli (già Gabanelli) abbia scoperto che la formazione è un business miliardario; ma ogni tanto un po’ di finta denuncia serve a rendere più piccante la narrazione e più appetibile la merce.
Tra gli articoli “marchetta” di “Forbes” (ma “Forbes” è tutto una marchetta) infatti abbondano quelli che narrano le epiche gesta delle società che vendono formazione. Bisognerebbe addirittura chiedersi se esista una “informazione” che non abbia finalità commerciali. La narrazione attuale del mainstream è che l’emergenza della disoccupazione giovanile è dovuta al fatto che la domanda e l’offerta di lavoro non si incrociano, che le aziende faticano a trovare lavoratori che detengano competenze adeguate, eccetera. Di fronte ad una descrizione così commovente viene quasi da piangere. Meno male che a lenire il dolore e sanare la piaga, arriva la merce-formazione. Purtroppo le emergenze non prevedono mai un vero lieto fine e neppure una conclusione; sono come le serie televisive, che ti confezionano un finale inconcludente per lasciare aperta la porta alla produzione di un’altra stagione della serie. Meglio ancora se l’emergenza diventa come una soap opera, che può durare indefinitamente per decenni e decenni; per cui, ad esempio, “Un Posto al Sole” sarà soppiantato da “Un Posto al Covid”.
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Di comidad (del 21/09/2023 @ 00:34:13, in Commentario 2023, linkato 7982 volte)
In un suo vecchio film Woody Allen raccontava di come la ragazza lo avesse lasciato poiché lui voleva farle ciò che il presidente Eisenhower aveva fatto per otto anni al popolo americano. In effetti Dwight Eisenhower, soprannominato affettuosamente “Ike”, si è fatto onore sino alla fine, ed alcune sue clamorose prese per i fondelli incontrano tuttora un notevole successo di critica e di pubblico. Nel suo discorso di commiato del gennaio 1961, il vecchio Ike lanciò un allarme sul pericolo per le istituzioni democratiche rappresentato dal “complesso militare-industriale”. Quel discorso è considerato oggi una sorta di testamento spirituale; ma in concreto ha lo stesso valore della predica di un nonno che dice al nipotino di stare attento perché là fuori c’è brutta gente.
Sembra che molti presidenti americani si divertano a passare da zimbelli che si sono fatti sfuggire la situazione di mano; infatti con quel discorso Ike ha inventato un “genere” che è stato frequentato anche da altri ex presidenti, sebbene con minore fama e fortuna presso i posteri. Nel dicembre del 1963, in un articolo sul “Washington Post”, anche Harry Truman lanciò un ammonimento al popolo americano, denunciando la deriva in cui era caduta la sua creatura, la Central Intelligence Agency. Truman affermava di aver fondato la CIA esclusivamente per fare in modo che il presidente avesse a disposizione tutte le informazioni, anche le più spiacevoli, e non per creare una banda che girasse per il mondo per allestire operazioni di “cappa e spada” ; era evidente l’allusione alla fallita incursione alla Baia dei Porci del 1961, organizzata durante la presidenza Eisenhower e lanciata durante la presidenza Kennedy. Secondo Truman occorreva riportare la CIA alle sue funzioni originarie di intelligence. Le soluzioni offerte da Truman per controllare la CIA, erano però talmente vaghe e innocue che la stessa CIA può esibire quell’articolo sul proprio sito.
Una ricercatrice del Boston College, Lindsey O’Rourke, nel 2018 pubblicò un testo sulle operazioni, coperte o scoperte, di “regime change” lanciate dagli Stati Uniti dal 1947 in poi. Per la sua notevole e precisa documentazione, il testo della O’Rourke ha incontrato molti riconoscimenti in ambito accademico ed è considerato un punto di riferimento per le ricerche sulle relazioni internazionali. La O’Rourke ha calcolato sessantaquattro operazioni di cambio di regime perpetrate dagli USA. Nella maggior parte dei casi queste operazioni di cambio di regime sono fallite, o immediatamente, oppure a distanza di tempo. Lo spot pubblicitario con cui queste operazioni vengono giustificate è sempre quello del far saltare il tappo della dittatura che teneva compresso lo champagne della democrazia; ma, al di là delle fiabe da pubbliche relazioni, il fallimento delle operazioni di “regime change” riguardava soprattutto il non riuscire ad istituire governi vassalli oppure a mantenerli a lungo. Queste operazioni di "regime change" inoltre causano conflitti sanguinosi ed ottengono l’effetto di alimentare l’ostilità verso gli USA, persino da parte di coloro che inizialmente ostili non erano.
La O’Rourke tenta alcune analisi motivazionali su questa gestione “irrazionale” della politica estera statunitense. Il discorso potrebbe però essere spostato sull’aspetto funzionale e finanziario. Il dato interessante in queste operazioni di destabilizzazione di regimi stranieri è che l’impegno delle forze armate o della CIA non è necessariamente diretto o immediato. La gran parte del lavoro di "regime change" è svolta infatti da fondazioni private, cioè dal filantro-capitalismo. Può risultare fuorviante soffermarsi troppo sui casi straconosciuti della Open Society Foundation di Soros o della Rockefeller Foundation; non perché non siano attinenti al tema (tutt’altro), bensì perché fissarsi sui soliti nomi rischia di far perdere di vista la vastità, profondità e prolificità del fenomeno del non profit in funzione della “promozione della democrazia”. L’ex segretario della NATO Anders Rasmussen, appena lasciato il suo prestigioso incarico pubblico, ha trovato modo di far fruttare la propria esperienza. Gli è bastato mettere su una fondazione non profit per la diffusione della democrazia nel mondo, “Alliance of democracies”. Il percorso di Rasmussen è analogo a quello di altri funzionari della NATO o della CIA, che, una volta lasciata la carriera pubblica, si sono messi a gestire capitali privati attirati dalla prospettiva di non pagare tasse grazie alla patente dell’intento filantropico e democratico.
Promuovere democrazia nel mondo è infatti un business esentasse, un paradiso fiscale, e ciò spiega perché le sedicenti élite del Sacro Occidente siano sempre così idealiste e progressiste. Ad esempio, il NED (National Endowment for Democracy) opera in Africa convogliando investimenti privati in stile neocoloniale. La differenza sta appunto nel fatto di individuare dei “nemici della democrazia” da esorcizzare, in questo caso i cattivi che infettano l’Africa sono Russia e Cina. Per certi versi si tratta di una riedizione del colonialismo classico, in quanto ONG e fondazioni sono come i missionari dell’800 che preparavano il terreno ai colonialisti armati. Adesso il Vangelo da diffondere è quello della democrazia e dei diritti umani; ed anche quello della mitica Scienza occidentale, un richiamo della foresta che ha aggregato gran parte della sinistra “antagonista”, che ha fatto propria la fiaba secondo cui le masse povere del mondo stavano in ansiosa attesa dei nostri salvifici vaccini.
Se si fosse trattato soltanto di affari ci avresti dovuto pagare le tasse; ma se, oltre a fare affari, giri per il mondo a diffondere democrazia (cioè a destabilizzare e fomentare guerre civili), allora sei autorizzato ad eludere il fisco. Mille anni fa partecipare alla guerra santa ti garantiva il paradiso cristiano, mentre oggi ti garantisce il paradiso fiscale. Finché diffondere democrazia sarà così redditizio, non ci sarà motivo per le “élite” occidentali di rinunciare al loro idealismo. Ovviamente l’imperialismo occidentale è un fenomeno articolato e non può essere ricondotto al solo filantro-capitalismo non profit. Ma, in base ai classici del liberalismo come Locke e Montesquieu, fisco e politica sono due nomi per la stessa cosa; si tratta cioè di decidere a chi e su cosa far pagare più tasse, ed a chi e su cosa farne pagare meno; o non farne pagare affatto. Nel Sacro Occidente l’attività di destabilizzare altri paesi è una delle più agevolate sul piano fiscale, ti spalanca il paradiso fiscale. Non a caso, una ONG non profit come “Freedom House” (quella che ha preso di mira il Venezuela) è diventata un gigantesco collettore di denaro pubblico e privato; infatti prende soldi dal Dipartimento di Stato USA e da vari governi occidentali, poi ci sono fiumi di “donazioni” private. Tutti i dati sul finanziamento sono orgogliosamente esibiti sul sito di “Freedom House”.
Grazie all’emergenza del riscaldamento globale si sono prospettate nuove crociate che aprono spazi inediti al non profit, come si è visto nel caso dell’Ikea. La “multinazionale svedese” del mobilio è in realtà una fondazione non profit olandese, che si è procurata una quasi completa immunità fiscale in nome della guerra al cambiamento climatico. Forse in futuro tutte le multinazionali si struttureranno come fondazioni non profit di beneficienza, e si realizzerà pienamente quel ”potere dei buoni” profetizzato da Giorgio Gaber. L’imperialismo del non profit è l’indizio rivelatore di un Occidente organicamente strutturato in funzione guerrafondaia; la guerra santa, la crociata, non sono semplici ideologie di copertura, bensì paradigmi sociali e pre-ideologici, schemi emozionali ed aggregativi, in cui convogliare i buoni sentimenti e trasformarli in pulsioni aggressive. Magari si scopre che dai tempi di Goffredo di Buglione la mitica civiltà occidentale non ha fatto passi avanti. Non ha senso quindi rifugiarsi nella fiaba rassicurante del “melamarcismo”, cioè l’illusione che ci sia stata una deviazione da un percorso che altrimenti sarebbe stato retto e illuminato. Per non farsi stanare, il politicamente corretto si è creato il suo ultimo e inespugnabile bunker nei mantra del melamarcismo: come siamo pacifici noi occidentali, peccato che si sia formato quel bubbone del complesso militare-industriale; come siamo buoni noi occidentali, però che disgrazia quella CIA che ha deragliato dallo spirito originario. Ammesso che Putin sia il nuovo Hitler, il problema vero è che senza i nuovi Hitler il Sacro Occidente andrebbe in crisi d’astinenza.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


17/04/2024 @ 15:09:36
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