Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con forme di conflittualità simulata.
La bistrattata Italietta ha sempre dimostrato un’eccellenza nel produrre sistemi politici aberranti. Non a caso il fascismo è un’invenzione italiana, anche se ovviamente si potrebbe questionare a lungo sul grado di originalità dell’invenzione. Il fascismo viene spesso banalizzato nella nozione di dittatura, tralasciando ciò che del fascismo è stato ereditato e metabolizzato dagli attuali regimi democratici, cioè le tecniche di animazione ed intrattenimento delle masse ; insomma tutto ciò che può essere definito fintocrazia.
La fintocrazia non è un’esclusiva italiana; tutt’altro. Abbiamo visto proprio in questi giorni come il gioco delle parti tra Trump e Zelensky, con i media al seguito, sia riuscito a trasformare la routine in evento epocale; cioè
un ordinario e limitato accordo sul gasolio tra USA e Russia è stato enfatizzato oltre ogni misura, trasformato in psicodramma e presentato, a seconda dei punti di vista, come un “tradimento”, oppure come una riaffermazione della priorità dell’interesse nazionale. Per ridimensionare certe esagerazioni, basterebbe considerare che i paesi europei, Italia compresa, nonostante le sanzioni stanno continuando ad acquistare ed importare GNL russo.
D’altra parte è molto difficile credere che all’estero ci siano delle capacità di creare scontro fittizio paragonabili a quelle che si sono viste qualche mese fa con il referendum costituzionale sulla Giustizia. La questione della separazione delle carriere tra PM e giudice ha mobilitato e spaccato l’opinione pubblica. Si è detto giustamente che alla sconfitta del progetto di revisione costituzionale ha contribuito un voto antigovernativo tout-court, che non aveva alcuna attinenza col contenuto del quesito referendario. Ciò è sicuramente vero, ma questa aggiunta di voti non si sarebbe potuta verificare senza il trascinamento emotivo dovuto al pathos che ha caratterizzato la scadenza referendaria. Moltissime persone si sono battute allo spasimo per difendere un fantasma: la legalità.
Qualche giorno fa
un’inchiesta di Fanpage ha messo in evidenza come un’associazione “Cristiani per Israele” (che pare percepisca anche fondi pubblici) sta finanziando gli insediamenti illegali dei coloni israeliani in Cisgiordania. In casi del genere la magistratura e le agenzie di controllo sui crimini finanziari hanno parecchi alibi per chiudere un occhio. La finalità di “beneficenza” del non profit consente infatti a certe associazioni di indirizzare i fondi verso un destinatario fittizio, come può essere una mensa per i poveri, gestita a sua volta da un’altra non profit. L’associazione dei Cristiani per Israele ci assicura infatti che tra gli israeliani pullulano i poveri bisognosi. Con la beneficenza e il non profit la legislazione ha creato effettivamente una “twilight zone” criminogena ad uso dell’elusione fiscale e del riciclaggio di denaro; un’illegalità legalizzata che consente alla magistratura di far finta di non vedere.
Sono invece più di cinque anni che le maggiori banche europee, tra cui UniCredit e Intesa San Paolo, stanno operando investimenti negli insediamenti coloniali israeliani. Gli investimenti non sono beneficenza, cioè si indirizzano a specifici soggetti economici, che possono essere imprese agricole, industriali o finanziarie; tutte imprese che, per il diritto internazionale, sono da considerare abusive e illegali, cioè soggetti del tutto nulli al di fuori del territorio israeliano. Se si investe in soggetti giuridicamente nulli, come si possono incassare legalmente dei profitti per quegli investimenti? Qui non c’è la solita partita di giro tra varie organizzazioni non profit che permette di dissimulare il reato di riciclaggio.
Qui c’è l’evidenza di un reato che non potrebbe neppure essere commesso senza un grado di complicità istituzionale tale da garantire di per sé l’immunità legale.
Il paradosso della legge è che crea l’illegalità e quindi un legame molto più forte della legge stessa: la complicità nel crimine. Ciò vale anche per gli apparati del cosiddetto Stato. Non è la legge a tenere uniti i poliziotti, ma la solidarietà che deriva dai tanti reati commessi insieme nell’esercizio delle proprie funzioni.