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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Per replicare alle scomposte e insolenti accuse di Joe Biden, Vladimir Putin si è esibito in un abile esercizio di dialettica ritorsiva, improntato al motto: “ciascun dal cuor suo l'altrui misura”. Putin ha potuto facilmente rincarare la dose osservando che la storia degli USA è segnata dalla pratica disinvolta del genocidio.
Un commentatore esterno potrebbe anche ricordarsi delle “kill list” di Obama (di cui Biden certamente sapeva); ed anche notare la faccia tosta della propaganda degli USA e dei suoi Paesi sudditi nel celebrare come paladino della democrazia un nazista come il sedicente “oppositore” Navalny, noto in Russia soprattutto per la sua istigazione alla violenza contro i musulmani.
Tutto vero ma non pertinente. Nella replica di Putin mancava infatti l’osservazione più ovvia e più importante, e cioè la constatazione del nonsenso di un presidente USA che brucia i suoi rapporti e la sua credibilità personale nei confronti del suo omologo a capo dell'altra grande potenza nucleare, la Russia appunto. Persino se Putin fosse realmente il super-assassino descritto da Biden, egli rimane comunque il capo di una potenza nucleare con cui sarebbe inevitabile trattare in caso di crisi internazionale.
Tagliando i ponti diplomatici con Putin, Biden ha infatti indirettamente ammesso di non essere lui il vero referente della politica estera USA, ma di svolgere una mera funzione di propagandista. Come era prevedibile, dopo il cialtrone Trump, abbiamo ora anche un cialtrone Biden.
Biden probabilmente spera così di ottenere la benevolenza degli apparati, e che questi gli lascino mano libera almeno nella gestione dei miliardi di dollari con cui sta drogando l’economia.
Per Putin questo “ritiro” di Biden dalla gestione della politica estera non è una buona notizia, e non tanto per i rischi di conflitto che ciò comporta. “Bruciando” se stesso, Biden ha bruciato anche Putin: visto che i rapporti tra superpotenze nucleari dovranno comunque continuare, vorrà dire che queste relazioni si svolgeranno a livello di apparati e non più di capi di Stato. Come negli scacchi, si è sacrificata la pedina Biden per mettere sotto scacco il “re” Putin.

I precedenti storici non sono tranquillizzanti per Putin. Mentre Gorbaciov negoziava con Reagan e con Bush senior, le vere trattative si svolgevano già a livello di apparati. Gorbaciov si ritrovò quindi estromesso dal potere da parte della sua creatura, la multinazionale energetica russa Gazprom, formata in gran parte da ex agenti del KGB. Fu Gazprom ad attuare lo smantellamento dell'impero sovietico, allo scopo di trasformare gli ex sudditi in clienti, in compratori del petrolio e del gas estratti in Russia.
Putin non è un manichino come i politici occidentali, anzi, è un tipo navigato, emerso da una lotta di potere in cui ci si giocava anche la pelle. Putin però non è neppure un dittatore, bensì un mediatore tra i soli due poteri che contano veramente in Russia: Gazprom e l’esercito. In questa funzione di mediazione Putin sta fallendo, e la perdita dell’influenza sull’Ucraina nel 2013 è il risultato di questo fallimento.

Per difendere i propri confini occidentali, la Russia ha assoluto bisogno di una Ucraina alleata o, quantomeno, benevolmente neutrale, come l’attuale Bielorussia. Il colpo di Stato della NATO a Kiev nel 2013 ha invece stravolto questa prospettiva. L’annessione russa della penisola di Crimea ha rappresentato un’operazione di recupero, per salvare il salvabile almeno nel Mar Nero; ma i confini occidentali della Russia rimangono comunque scoperti ed esposti alla crescente aggressività della Polonia, diventata la punta di lancia della NATO.
La sopravvivenza della Russia imporrebbe la necessità di usare le forniture di petrolio e di gas come mezzi diplomatici per recuperare l'alleanza con l’ex provincia imperiale dell'Ucraina. Al contrario, Gazprom continua a trattare l’Ucraina da cliente moroso e persino da concorrente.
Nel 2008 Gazprom arrivò all’assurdo di pretendere dall’Ucraina il pagamento di un miliardo e mezzo di dollari per le forniture di petrolio e di gas, innescando una crisi politica. Oggi i rapporti tra Gazprom e l'azienda energetica ucraina sono più articolati, ma lasciano spazio all’inserimento dell’Unione Europea nei contenziosi che continuano a determinarsi. La strumentale rappresentazione della stampa occidentale di questi conflitti è improntata alla fittizia contrapposizione tra le pratiche di corruzione e disinformazione di Gazprom e la presunta logica di “Mercato” e di “innovazione” dell'Unione Europea. Al di là delle narrazioni propagandistiche del Sacro Occidente, rimane il paradosso di un Cremlino che persiste nel lasciare a Gazprom la gestione delle questioni energetiche con l'Ucraina, come se si trattasse di una mera faccenda di affari e non di una questione di vita e di morte per la Russia.

L’evidenza è che ormai Gazprom abbia una propria agenda diplomatica e che subordini l’integrità territoriale della Russia ai propri profitti. Ciò spiegherebbe anche la sicumera e l'arroganza degli apparati statunitensi nel trattare con la Russia. Con tutta probabilità gli USA non puntano ad una guerra aperta con la Russia; una scelta che comporterebbe troppi rischi. Gli USA contano invece sulla prospettiva che gli interessi di Gazprom conducano ad un’implosione anche della Federazione Russa, così come è già avvenuto per l’Unione Sovietica.
Se ne deduce che gli affari e la stessa esistenza di Gazprom, dopo essersi rivelati incompatibili con l’impero sovietico, diventano adesso sempre meno compatibili con la sopravvivenza stessa della Russia. La resa dei conti tra Gazprom e l'esercito potrebbe quindi essere imminente; e, quale che ne sia l’esito, sicuramente la funzione di mediazione di Putin risulterebbe a quel punto superflua.
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Di comidad (del 18/03/2021 @ 00:27:25, in Commentario 2021, linkato 6473 volte)
Difficilmente una linea politica realistica può diventare egemonica, in quanto, proprio perché realistica tenderà a mediare. Al contrario, una linea politica irrealistica può avvalersi di effetti di “rimbalzo” sociale che possono potenziarne a dismisura la portata, sino a renderla egemonica.
In molti hanno notato che il lockdown ha i suoi “tifosi” nell’opinione pubblica. Si tratta di coloro che vedono nelle chiusure e nelle restrizioni una preziosa occasione educativa di riscatto morale e di riaffermazione di valori essenziali. Ad esempio, secondo alcuni con il lockdown il diritto alla salute stabilirebbe la sua priorità nei confronti del profitto.
Peccato che ad essere sacrificato sia solo il profitto dei baristi e dei ristoratori e non quello delle multinazionali del digitale che, grazie al lockdown, hanno visto lievitare i guadagni ed il valore dei propri titoli azionari. Si tratta di un caso esemplare in cui il moralismo ha fatto involontariamente da sponda al business. Mentre l’economia sprofonda e milioni di persone finiscono sul lastrico, gli affari di alcune lobby affaristiche prosperano. Che l’economia e gli affari siano cose diverse, e spesso opposte, dovrebbe essere una nozione elementare; ma c’è appunto un diaframma moralistico ad impedirne la comprensione.
Ogni società ha un residuo arcaico ed ancestrale di concezioni punitive e sacrificali che costituiscono un ottimo contesto su cui innescare emergenzialismi nei quali si insediano cordate affaristiche. Moralisti ed affaristi non rappresentano la maggioranza della società, ma hanno il vantaggio di essere partiti trasversali e pre-ideologici in possesso di precisi obbiettivi pregiudiziali e che perciò sono in grado di scavalcare la lentezza della riflessione. Educazionisti e predatori hanno motivazioni diverse, e addirittura opposte, ma condividono l’euforia del “tanto peggio tanto meglio”, in quanto la catastrofe al tempo stesso è redentrice e favorisce il saccheggio. I fautori della palingenesi e i fautori del business agiscono di fatto in sinergia pur senza alcun accordo preventivo, rendendo superflua ogni cospirazione e conquistando il resto della pubblica opinione, abituandola a colpi di fatti compiuti.
La campagna vaccinale presenta lo stesso effetto-sponda tra moralismo e business. La vaccinazione di massa è vista come una palingenesi morale, un grande rituale di purificazione collettiva, un nuovo battesimo, a cui però alcuni asociali intenderebbero sottrarsi. Una linea politica egemonica non accetta interlocutori ma solo capri espiatori; e quanto più una linea politica egemonica sarà irrealistica, tanto più avrà bisogno di capri espiatori per giustificare i propri fallimenti. Per questo motivo il voler interloquire a tutti i costi con una linea politica egemonica è un po’ ingenuo, poiché non significa cercare il confronto, bensì la gogna ed il patibolo.

Ci si è quindi creati un’opposizione di comodo: gli antivaccinisti, che sono un capro espiatorio dalla doppia utilità. I no-vax sono infatti un alibi preventivo per ogni fallimento della campagna vaccinale. Per accreditare la montante minaccia antivaccinista per la salute pubblica, su Wikipedia non si esita ad arruolare al fronte no-vax i personaggi più improbabili, da Red Ronnie ad Eleonora Brigliadori. L’enfatizzazione pretestuosa della minaccia “no-vax” ha anche consentito di spostare l'attenzione sulla falsa questione della validità o meno dei vaccini come strumento medico, avviando le tipiche discussioni a vuoto: i vaccini sono pericolosi; sì, ma anche attraversare la strada è pericoloso, eccetera. Ma se milioni di persone attraversano la stessa strada nello stesso momento, il discorso è completamente diverso. La presa per i fondelli sta nel non tener conto dei numeri di una campagna vaccinale. Gli antibiotici e gli analgesici sono forse più tossici dei vaccini, però non tutti prendono l'antibiotico o l'analgesico nello stesso momento. Se invece di un milione di vaccini se ne produce un miliardo, anche gli standard di sicurezza cambiano completamente ed i costi del controllo aumenteranno in modo imprevedibile.
La validità o meno dei vaccini è una questione medico-scientifica; ma una campagna vaccinale è una questione di politica sanitaria, quindi implica risvolti finanziari e sociali che possono cambiare completamente lo scenario. Qualsiasi obiezione realistica nei confronti dei paradossi della campagna vaccinale di massa è stata invece oggetto di intimidazione attraverso la riduzione all’antivaccinismo.

Vaccinare centinaia di milioni di persone in un breve lasso di tempo comporta infatti problemi logistici ampiamente sottovalutati. Lo stoccaggio dei vaccini implica costi esorbitanti, per di più in un'epoca in cui la scarsità delle risorse finanziarie è il mantra indiscutibile. Il fatto che il governo precedente non sia riuscito ad allestire le necessarie strutture per immagazzinare i vaccini, ha comportato l'affidamento dell’intera logistica sui vaccini ai militari, presentati dai media come il deus ex machina. In realtà la militarizzazione della campagna vaccinale non può risolvere i problemi, anzi è una spinta al caos, poiché le strutture militari hanno, per definizione, altre finalità e altre funzionalità.
Il governo precedente ha ritenuti necessari per la campagna vaccinale 157 milioni di siringhe, per le quali non è adeguata la produzione nazionale. Il ricorso alle importazioni delle siringhe rischia di innescare altri conflitti sia tra gli Stati, sia tra le lobby affaristiche, come sta già avvenendo per i vaccini. Si crea così un’ulteriore occasione per determinare situazioni di scarsità. Sulla categoria di scarsità si possono scatenare altre emergenze, altre produzioni di gerarchie morali ed altre occasioni di business. Una politica sanitaria realistica sarebbe quella che limita le incognite e le possibilità di errore e di confusione; qui invece si va a cercarle, fornendo persino l’alibi preconfezionato dell’emergenza per ogni inadempienza ed ogni abuso.

Nell’epoca del progresso tecnologico non si tiene in adeguata considerazione la questione della logistica, delle strutture di conservazione. L'incendio del database di Strasburgo ha nuovamente posto in evidenza la fragilità delle infrastrutture di conservazione della crescente massa di dati informatici. I numeri non sono mai soltanto numeri, ed ogni dilatazione delle cifre comporta un drastico cambiamento del contesto. C'è infatti chi non si preoccupa delle possibili ingerenze nella privacy dovute alla accumulazione dei dati personali, poiché non esiste sicurezza al 100% nella conservazione dei dati, ed ogni frazione oltre il 90% comporta una progressione geometrica dei costi.

Ringraziamo Claudio Mazzolani per la collaborazione.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


17/01/2022 @ 18:23:03
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